Internazionale
Francia

La situazione politica interna

Test votato dal Congresso di Lutte ouvrière – Da Lutte de classe n°174 (Aprile 2016)

Attentati terroristici; influenza crescente del Fronte nazionale; ripiegamenti comunitari e religiosi; rifiuto dei migranti: l’anno 2015 ha visto un’accelerazione dell’evoluzione reazio­naria della società e della vita politica. Questa evoluzione è alimentata, in fin dei conti, dalla crisi del capitalismo. Nonostante sia la prova lampante dell’assurdità del capi­talismo e dell’incapacità della borghesia di dirigere l’economia, la crisi ha rafforzato la posizione della classe capitalista e indebolito la capacità di risposta dei lavoratori.

Da decenni, la borghesia si è adoperata ad infrangere gli statuti che i lavoratori conside­ravano come cose acquisite. Se l’espres­sione “uberizzazione dell’economia” è nuova, il fenomeno, cominciato con l’esternaliz­zazione e la moltiplicazione del subappalto, è già vecchio ed ha già spezzettato le fabbriche e la classe operaia. Il padronato praticamente non procede più a nuove assunzioni se non con contratti precari, e la relazione salariale è sempre più disciplinata non dal codice del lavoro ma dal diritto commerciale.

I governi che si sono succeduti hanno modi­ficato le leggi per facilitare l’offensiva padro­nale. Ma anche a prescindere dai cambi di legislatura, il grande padronato può fare a meno degli obblighi legati al contratto di lavoro, grazie al potere che gli conferisce la proprietà del suo capitale sulle imprese e sui lavoratori. Limitarsi a denunciare la politica governativa senza denunciare l’offensiva del gran capitale, necessariamente brutale in questo periodo di crisi, significa un tradi­mento degli interessi dei lavoratori.

Il peggioramento dei rapporti di forza, lo spezzettamento della classe operaia, l’esclu­sione e l’emarginazione di una frazione crescente delle classi popolari aumentano l’individualismo e l’esacerbazione della con­correnza. Favoriscono l’ascesa delle idee reazionarie. Questi ingredienti favoriscono un processo in cui il ripiegamento su di sé e sulla propria comunità rispondono al rifiuto dell’altro e alimentano a loro volta razzismo e rigetto.

Ma la perdita di riferimenti colpisce tanto più facilmente in quanto è praticamente scom­parso il movimento operaio capace di portare avanti gli ideali ed una prospettiva di emanci­pazione per gli oppressi. Le correnti rivolu­zionarie hanno sempre dovuto condurre una battaglia nel seno della classe operaia contro le correnti riformiste. Lo stalinismo non solo ha dato respiro al riformismo, ma ha rotto con violenza la continuità della corrente co­munista.

Lo stalinismo ha corrotto l’ideale associato al comunismo e alle idee rivoluzionarie. Ha fatto confusione nelle coscienze associando nazionalismo e lotta di classe, svuotando la parola rivoluzione da ogni senso concreto e riprendendo a modo suo le parole e gli obiettivi della borghesia, come ha fatto dopo la seconda guerra mondiale chiedendo ai lavoratori di rimboccarsi le maniche per costruire “una Francia forte”. Oggi, proprio quando l’economia capitalista sprofonda nella crisi e proibisce ogni riforma sociale seria e duratura, i lavoratori sono profonda­mente disarmati.

L’espressione estrema di questa ondata rea­zionaria è l’attrazione morbosa che l’Isis esercita su una frazione della gioventù. Se i meccanismi individuali che portano ad un tale lavaggio di cervello sono diversi, non si può non collegare questo fenomeno con l’indebolimento delle reti militanti e l’arretra­mento delle idee rivoluzionarie. Ci fu un’epo­ca in cui una frazione di questa gioventù faceva migliaia di chilometri, attraversava oceani e continenti per unire le sue forze ai rivoluzionari, alla rivoluzione russa, alla rivo­luzione spagnola oppure alle varie rivoluzioni nazionalistiche o terzomondiste. Il fatto che una frazione della gioventù esprima il suo rifiuto della società guardando dalla parte dell’Isis, ed il rafforzamento delle pratiche religiose, sono testimoni non tanto della forza d’attrazione delle religioni quanto del vuoto siderale lasciato dal movimento operaio rivo­luzionario.

L’integrazione del sindacato

Non sarà il movimento sindacale a colmare questo vuoto. Già alla vigilia della seconda guerra mondiale, Trotsky insisteva sulla ten­denza profonda dei sindacati ad integrarsi nell’apparato di Stato. Questa tendenza non ha cessato di rafforzarsi. Le direzioni sinda­cali si sono integrate alla società borghese, avvicinandosi al padronato ed allontanandosi dai lavoratori e dalle loro lotte. Anziché contare sui lavoratori, sulla loro coscienza di classe e la loro combattività, i dirigenti delle confederazioni sindacali sono diventati super avvocati occupati a negoziare con il padro­nato accordi nei quali i lavoratori sono per­denti.

Ai tempi in cui era nelle mani degli stalinisti, la CGT fu la cinghia di trasmissione del PCF e vincolò le lotte dei lavoratori ai suoi obiettivi politici. Gli apparati sindacali, CGT in testa, furono negli anni del dopoguerra potenti strumenti controrivoluzionari. Nonostante tut­to continuavano a trasmettere, in modo molto deformato, il riflesso ed alcuni valori della lotta di classe. Oggi non hanno più né la for­za, né la volontà di farlo.

Al livello delle aziende, i sindacati hanno anche trascurato l’organizzazione elemen­tare dei lavoratori. I militanti più legati al sin­dacato giustificano tale abbandono e la poli­tica d’integrazione delle direzioni sindacali con la demoralizzazione e la smobilitazione degli operai. Ma questa demoralizzazione è in gran parte responsabilità loro. Anche se non ci sono lotte eclatanti, molti lavoratori si difendono nelle imprese. Forse si tratta sol­tanto di scaramucce, ma dimostrano che la lotta di classe non si ferma mai e che i lavo­ratori provano a rispondervi.

Contro la politica d’individualizzazione del padronato, organizzazioni sindacali degne di questo nome potrebbero e dovrebbero avere la preoccupazione di unificare la classe ope­raia, fosse solo facendo circolare l’infor­mazione, facendo conoscere le reazioni e le lotte, che siano sconfitte o vittoriose. Chiamando gli operai e gli impiegati ad azioni comuni, a prescindere dal loro settore d’attività, chiamando il privato ed il pubblico insieme all’azione, favorirebbero i contatti tra i militanti e svilupperebbero la coscienza di appartenere ad una stessa e unica classe.
Durante le lotte importanti la coscienza di classe emerge spontaneamente, ma oltre questi periodi e soprattutto in un contesto di regresso, tocca alle organizzazioni operaie mantenerla ed alimentarla. Dimostrare che i lavoratori appartengono ad una classe sociale viva che non cessa di lottare, raffor­zare i militanti appoggiandosi ai più combat­tivi, è una necessità. Tocca ai militanti operai coscienti agire in questo senso anche quando, nella loro maggioranza, i lavoratori non sono pronti a lanciarsi nella lotta.

Anche quando non si dedicano al sabotaggio di lotte, ed anche prima che queste lotte si sviluppino, le confederazioni sindacali sono divise e indecise. Questa indecisione pesa sulla fiducia dei lavoratori nella loro propria forza collettiva. Eppure ogni appello sinda­cale trova una risposta e ciò dimostra che esiste un ambiente militante che ha almeno la voglia di protestare. Occorre cogliere tutte le occasioni di rivolgersi a questo ambiente che è tanto più demoralizzato in quanto è disorientato dalla decadenza della sinistra e dalla crescita del Fronte nazionale.
I tradimenti del PS e del PCF

L’esperienza passata aveva mostrato che il Partito socialista al potere era uno strumento politico dell’offensiva della borghesia. Uno strumento efficace e per molti aspetti più sottomesso della destra perchè, a causa delle sue origini operaie, il PS si è sempre sentito nell’obbligo di dare prova della sua dedizione alla borghesia. Il governo attuale non sarà venuto meno alla regola moltipli­cando i rinnegamenti spudorati

Nella sua campagna elettorale, Hollande aveva indicato la finanza come la sua nemi­ca; ora finisce il suo mandato fiancheggiato da un ministro dell’economia venuto dalla banca Rothschild, convinto promotore del­l’arricchimento individuale. Dalla lotta contro la disoccupazione, Hollande è passato, con l’obiettivo di ridurre le indennità, alla lotta contro i disoccupati. Dopo avere garantito il suo sostegno ai lavoratori che lottavano per il posto di lavoro, si è sistematicamente schierato nel campo di chi licenzia, ed ha fatto condannare otto ex salariati della Goodyear al carcere.

Più sembra probabile che il PS non si man­terrà al potere nel 2017, più si dà da fare per rendere un ultimo servizio al padronato demolendo a colpi di bulldozer il diritto del lavoro. Con la riscrittura del codice del lavoro e la riforma preparata dalla ministra del lavo­ro, il governo Hollande-Valls sta imponendo regressi che il padronato non è mai riuscito ad imporre con la destra.

Questa politica condanna il PS sotto la forma che è sua da decenni: quella di un partito che conta, per arrivare al potere, sull’elet­torato popolare e sul sostegno elettorale del PCF. Farsi eleggere dalle classi popolari per poi fare una politica contraria ai loro interessi però ha rapidamente dei limiti. Se il PS è riuscito a respingere questi limiti per decenni, è grazie al PCF.

Il PCF non è soltanto stato il complice dell’impostura del PS, l’ha resa possibile: già nel 1936 con la politica del Fronte popolare e più recentemente con la sua politica d’unione della sinistra resa ufficiale nel 1972 da Georges Marchais con il Programma comu­ne di governo. È il PCF, con la sua influenza sulla classe operaia, che ha fatto uscire il PS dal coma politico in cui la sua vergognosa politica alla testa del governo durante la guerra d’Algeria l’aveva fatto sprofondare. È il PCF che ha fatto passare Mitterrand, vecchia volpe della politica che aveva mosso i primi passi a destra, per un uomo di sinistra. Chiedendo ai lavoratori di votare sistematicamente per il PS col pretesto di battere la destra, il PCF ha usato il credito politico dei suoi militanti operai.

Indebolito, il PCF ha sempre meno la capa­cità di giocare a raccogliere voti per il PS. Quest’ultimo pagherà in contanti le conse­guenze della sua politica antioperaia. La sua sola via d’uscita è di guardare verso un nuovo elettorato e di operare una mutazione politica. Valls, che propende per l’abbandono dei riferimenti agli ideali socialisti e rivendica la politica di Tony Blair in Gran Bretagna e quella di Schröder in Germania, è favorevole da anni a questa linea. Oggi, questa mutazione è diventata allo stesso tempo necessaria per la sua sopravvivenza e possibile.

Gli attentati del 2015 e l’emozione che hanno creato hanno fatto da catalizzatori all’evo­luzione politica verso destra. Lungi da essere un ostacolo per Hollande, questo nuovo contesto gli ha dato l’opportunità di operare una grossolana svolta sulle politiche di sicurezza nazionale. Iniziando la polemica sulla sospensione della nazionalità, Hollande e Valls hanno delineato la loro evoluzione a destra.

Per dare garanzie alla destra, i dirigenti del PS sono pronti a sacrificare anche i loro notabili, chiedendo loro di ritirare le proprie liste e di chiamare a votare per la destra - come si è visto in occasione delle elezioni regionali – e a dare il loro contributo alle idee più indegne pur di rafforzare i razzisti e la destra estrema; a compromettere perfino alcune libertà democratiche, di cui si fanno vanto i difensori della democrazia borghese.

L’aggiunta nella costituzione della norma sul­lo stato d’emergenza, il rafforzamento dei poteri della polizia e dell’amministrazione sono altrettanti colpi alle libertà individuali e ai diritti democratici. Inutile per dare la caccia i terroristi, la limitazione del diritto di manife­stare, ad esempio, è stata utilizzata per fare tacere le voci dissidenti. Anche se il governo socialista non volesse servirsi di queste leggi eccezionali contro i lavoratori in lotta, cosa che rimane tutta da vedere, egli dà all’appa­rato di Stato, ai prefetti, alla polizia ed ai servizi d’informazione tutti i poteri per farlo.

La svolta a destra del governo disgusta una parte del nocciolo elettorale più fedele al PS, quello per cui la giustizia sociale, l’antiraz­zismo e le libertà democratiche non erano solo parole. Allo stesso tempo però non consente al PS di conquistare voti nell’elet­torato di centro e di destra. E se, come tutto lascia credere, la revisione della Costituzione si rivela un fallimento, Hollande non avrà fatto che aumentare il suo discredito.

Solo un concorso di circostanze, per esem­pio due candidati di destra che si facessero concorrenza al primo turno della presiden­ziale, potrebbero permettere a Hollande o a un altro candidato del PS di qualificarsi al secondo turno per dargli una possibilità di essere eletto. A prescindere dagli azzardi elettorali, il PS si sta trasformando, come dimostra la popolarità crescente di un Ma­cron o di un Valls negli ambienti borghesi e piccolo-borghesi. I dirigenti del PS hanno rotto i ponti con ciò che avevano ereditato dal movimento operaio. Non c’è né da com­muoversene né da rammaricarsene, è in fin dei conti un atto di chiarezza politica. Il mondo del lavoro non deve sentirsi legato in nessun modo a questo partito.

Ascesa del FN e manovre politiche

Non torneremo qui sui particolari e le ragioni della crescita del numero di votanti per il Fronte nazionale, anche fra i lavoratori, i disoccupati, i pensionati delle classi popolari, illustrata dalle elezioni regionali del dicem­bre 2015. Ne abbiamo parlato nel testo dedi­cato all’analisi dei risultati di queste elezioni ed alle grandi manovre politiche che hanno comportato.

La responsabilità dei grandi partiti di sinistra è importante in questa evoluzione, che porta una frazione dell’elettorato operaio a votare per un partito di destra estrema. Il FN riesce a capitalizzare a suo profitto elettorale il disgusto crescente dell’elettorato popolare nei confronti dei partiti tradizionali, giocando sull’idea che “quelli, non li abbiamo ancora provati”. È un’illusione dalle conseguenze ca­tastrofiche. Il FN è come gli altri partiti della borghesia, in peggio.

Il FN non combatte questo ordine sociale, in cui il grande padronato e le banche hanno tutto il potere e gli sfruttati non ne hanno affatto. Cerca di sedurre l’elettorato popolare per portarlo con sé nella competizione che lo oppone ai partiti tradizionali, per i posti di potere e l’accesso alla mangiatoia che ne deriva. Lo fa con una demagogia particolar­mente nociva ai lavoratori, poiché semina la sfiducia tra di loro in base alle origini e alla nazionalità, li aizza gli uni contro gli altri, allontanandoli in questo modo dalla battaglia contro il loro vero nemico, la grande borghe­sia capitalista. Il voto per il Fronte nazionale mescola nello stesso elettorato i lavoratori ed i loro nemici peggiori: i padroni anti operai, i nostalgici delle guerre coloniali, i nuovi fascisti.

Ma cercare di riportare verso i partiti della sinistra riformista la frazione dell’elettorato costituita da lavoratori, disoccupati e poveri, è ricominciare ad addormentarli con le stesse illusioni di voler affidare la sorte dei lavoratori “ad un salvatore supremo”, sorto dal personale politico della borghesia, che li svenderà inevitabilmente. Ed è portare ac­qua al mulino del Fronte nazionale contri­buendo a dargli l’immagine del partito “solo contro tutti”.

Solo far risorgere un movimento operaio che voglia davvero condurre la lotta di classe e la battaglia per il rovesciamento del potere del­la borghesia capitalista può aprire una pro­spettiva ai lavoratori.

A destra, le primarie previste in autunno sono la sola ed unica preoccupazione. La sfida è tanto più importante in quanto il loro vincitore è quasi sicuro di diventare Presi­dente della repubblica nel 2017. Il numero dei concorrenti potenziali di Sarkozy si molti­plica da un giorno all’altro e Alain Juppé rimane in testa. La lotta sarà tanto più sel­vaggia in quanto si giocherà solo sullo stile e la personalità di ciascuno, poiché le loro linee politiche saranno le stesse. Con la ge­nerale evoluzione a destra della società e dello stesso PS, la questione di sapere se occorre o meno avere un argomenti più duri per provare ad attirare l’elettorato del FN è ormai superata: occorre comunque andare a destra. La destra riuscirà nelle sue prima­rie oppure con le sue guerre intestine si meri­terà la fama di destra più stupida del mondo? Il futuro ce lo dirà.

Con un PS a destra, basta inneggiare a qual­che valore progressista per vedersi dare un’etichetta di sinistra. Da Taubira al Partito comunista e a Mélenchon, Duflot, Hamon, Montebourg e - perché no - Hulot, sono molti quelli a cui si attribuisce la pretesa di rappre­sentare un cambiamento a sinistra. Non è necessario seguire e commentare in detta­glio le manovre che si preparano. Che siano usciti da un’elezione primaria, da alleanze tra partiti o dalla società civile oppure che si siano autoproclamati come ha appena fatto Mélenchon, ci sarà uno –o molti– candidati che si presenteranno per cercare di dare vita all’illusione di “una vera politica di sinistra”.

Coll’annunciare la sua candidatura alla presi­denziale contro il parere del PCF e senza prendersi la briga di informarlo, mentre costi­tuisce il suo principale partner nel fronte di sinistra, Mélenchon ha dato un’idea del suo disprezzo nei confronti del PCF e dei suoi militanti. È la prova che pensa che il PCF sarà costretto a mettersi al suo rimorchio. Infatti, Mélenchon è attualmente il solo candi­dato ad emergere alla sinistra della sinistra. Se, dal PCF fino agli oppositori interni del PS e agli ecologisti, tutti concordano nel dire che bisogna unirsi dietro un candidato comune, sono ben lontani dall’averlo trovato.

Non parteciperemo ad alcuno di questi tenta­tivi per risuscitare la sinistra. Possiamo trovarci d’accordo su questo o quell’evento, a fianco degli uni o degli altri, ma spiegheremo che ragionare solo in termini di sinistra o di destra prepara nuovi inganni, perché le vere frontiere politiche sono frontiere di classe.
Per una riscossa del mondo del lavoro

Così come è vero che non dipende da noi causare l’esplosione di rabbia che metterà in movimento tutta la classe operaia, possiamo comunque contribuire al riarmo degli animi. Perciò occorre anche rivolgersi ai militanti operai politici, direttamente venuti dal PCF o no. È poco probabile che si possa scuotere il loro riformismo ed il loro elettoralismo. Ma con quelli che cercano di capire come mai si è arrivati a questa situazione, in cui un’orga­nizzazione di destra estrema può farsi pas­sare per un’amica dei lavoratori e poveri, occorre spingere la discussione fino in fondo. Non per conquistarli alla nostra organizza­zione, ma per dare loro voglia di riconqui­stare le idee e le parole della lotta di classe.

Ciò significa ragionare criticamente sulla politica della loro direzione, senza occultare la loro propria responsabilità di militanti che sono stati gli strumenti di questa politica. Tornare sulla politica passata del loro partito, vuol dire anche parlare del presente, della politica che difendono oggi e che resta basata sulla sfiducia nei confronti della classe operaia, cioè sul disprezzo. Anziché destare nuove illusioni su politici che non meritano la fiducia dei lavoratori, occorre incoraggiare il mondo del lavoro a portare avanti i propri interessi e dargli fiducia nelle proprie forze.

I lavoratori non sono le uniche vittime della crisi e del sistema capitalista, come dimo­strano il movimento degli agricoltori e quello dei tassisti. Danno prova di una rabbia e di una combattività importante, ma le loro lotte conducono ad un vicolo cieco. Per quanto riguarda i tassisti, l’indebitamento e la concorrenza li spinge a combattere gli autisti del trasporto automobilistico privato, mentre sono di fronte alla stessa necessità di far vivere la loro famiglia e hanno, di solito, una storia identica, fatta di licenziamento e di disoccupazione. Il fatto che gli uni pensino di ottenere un risultato solo lottando contro gli altri rivela il vicolo cieco. Gli agricoltori ed i tassisti rifiutano di essere le vittime della legge della giungla, senza peraltro voler eliminare la giungla, dove sognano di con­quistarsi un piccolo posto. La loro battaglia è destinata a fallire.

Solo la lotta dei lavoratori, degli sfruttati, di quelli che non hanno nulla da perdere fuor­ché le loro catene, può rovesciare un siste­ma tanto ingiusto quanto irrazionale. Anche se la classe operaia sembra abbattuta e de­moralizzata, solo essa ha la capacità collettiva di rovesciare il potere della borghe­sia e di prendere il potere politico per trasfor­mare la società.

18 febbraio 2016


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