Internazionale

Olimpiadi: spettacolo, lustrini e realtà sociale

Più di tre miliardi di telespettatori avrebbero assistito alla cerimonia d’apertura delle Olimpiadi a Rio de Janeiro: paillette, samba, fuochi d’artificio, sfilata di vedettes. Non importa agli organizzatori di questo grande circo mediatico che il Brasile affonda in una grave crisi economica a cui s’aggiunge una crisi politica. Non importa loro che una maggioranza di brasiliani si era opposta ai giochi e che la torcia olimpica sia stata fischiata nelle vie di Rio. Non importa loro che migliaia di poveri delle favelas siano stati buttati sul lastrico, senza essere ricollocati, per fare spazio agli stadi, le strade per arrivarci, i parcheggi. Non importa loro che lo stato di Rio, già in fallimento, sia incapace di pagare il conto di tutto questo. Conto che sarà inevitabilmente presentato alla popolazione, già colpita dalla crisi economica. Non importa loro che i poliziotti ed i soldati dispiegati nelle strade lo siano stati meno per proteggere la popolazione contro un eventuale atto terroristico che per proteggere il circo mediatico contro la popolazione. Non importa loro tutto ciò: lo spettacolo doveva continuare! I telespettatori andavano sommersi con le immagini di questo enorme “cartellone pubblicitario” quale è l’evento sportivo più osservato al mondo!

Quando è stato scelto come paese organizzatore di questi giochi, il Brasile era presentato come “un paese emergente”, uno di quei grandi paesi poveri che erano in crescita e di cui si diceva che erano suscettibili di trainare l’economia capitalista in crisi verso la ripresa. Ma, da allora, la crisi ha colpito il paese, con tanta più violenza che i tassi di crescita spettacolari erano andati a vantaggio soltanto della borghesia locale e soprattutto delle grandi imprese multinazionali. La crescita ha ben poco migliorato la sorte delle classi sfruttate, ma il crollo le coinvolge in pieno.

Nonostante gli sfarzi della classe privilegiata, il Brasile resta un paese sottosviluppato, segnato dalle diseguaglianze, minato dalla corruzione. La vetrina che dovevano essere le Olimpiadi non ha mostrato solo le prestazioni sportive o le immagini da cartolina delle spiagge di Copacabana. Ha mostrato le case insalubri, anche nel villaggio olimpico, le immondizie che galleggiano nella baia dedicata alle prove nautiche. Quanto denaro sviato da piccoli affaristi della borghesia, quanto per le tangenti dei vari responsabili politici? E soprattutto, quanto è stato incassato dalle imprese edilizie e di lavori pubblici che hanno costruito gli stadi, il villaggio olimpico, la metropolitana e le autostrade? E quanto dalle banche, le società d’assicurazione, che ci sono dietro?

È lo sport e il suo spettacolo che fanno vendere, ma sono migliaia i borghesi grandi e piccoli che incassano, mentre la maggioranza povera della popolazione del Brasile pagherà.
I discorsi sugli ideali incarnati dallo sport olimpico sono parole. Dietro le prestazioni sportive, c’è il tintinnio dei registratori di cassa. Da tempo i dirigenti politici si servono dello sport come di un terreno di rivalità tra stati, per innalzare le bandiere, fare risuonare gli inni nazionali, spingere al nazionalismo per creare attorno a loro quell’unità nazionale che faticano tanto ad ottenere in un altro modo.

Le Olimpiadi, in questo mondo dominato dal capitalismo, sono innanzitutto gigantesche fiere commerciali. Nonostante i loro sforzi per vincere, nonostante il loro sogni, gli atleti che li animano sono solo piccole comparse, indispensabili per fare lo spettacolo, ma comparse comunque, il cui valore agli occhi degli sponsor non si stabilisce in funzione delle loro sole prestazioni ma anche della loro immagine come veicolo pubblicitario. E, accanto alle vedettes, quanti altri sono utilizzati nell’anonimato e schiacciati dalla macchina del commercio?

“Rio 2016: giochi per dimenticare le crisi”, titolava un quotidiano. Non hanno questo potere, né in Brasile, né altrove in questo vasto mondo innaffiato di immagini di prove sportive, anche laddove imperversa la crisi, si allarga la povertà, cresce la barbarie delle guerre. Ma aggiungono al capitalismo un aspetto odioso in più, poiché lo sport potrebbe essere una bella cosa, indispensabile allo sviluppo di ogni individuo, se non fosse come tutte le attività umane viziato da un’organizzazione sociale in cui il denaro è re.

E.B.


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