Internazionale
Turchia

Erdogan raccoglie quello che ha seminato

Militari golpisti, attentati, setta Gülen

Dopo l’attentato di Gaziantep del 20 agosto, che ha fatto 54 morti e un centinaio di feriti, il presidente turco Erdogan ha accusato immediatamente l’organizzazione Stato islamico, l’Isis, di esserne responsabile. Ma se pochi giorni dopo, l’esercito turco è intervenuto in Siria contro le posizioni dell’Isis, questa è stata innanzi tutto l’occasione di attaccare di nuovo le forze curde.

Gaziantep è una città del sud della Turchia, vicina al confine della Siria. L’attentato è stato commesso da un kamikaze che si è fatto esplodere in mezzo alla folla riunita per una festa di nozze curda. Il metodo, l’obiettivo scelto, sono simili a quelli degli attentati di Diyarbakir, di Suruç, di Ankara, che nel 2015 hanno fatto decine di morti fra dimostranti di sinistra, curdi o simpatizzanti della loro causa, senza dimenticare quello dell’aeroporto di Istanbul nel giugno scorso. Questa volta, molte famiglie presenti alle nozze erano vicine al partito pro-curdo HDP. Ma per Erdogan i difensori dei diritti dei curdi sono considerati “terroristi” alla pari dell’Isis o dei suoi ex compari della confraternita Gülen.

Erdogan vincitore dei golpisti…

Da più di un mese, il governo Erdogan viveva sulla scia del fallimento del tentativo di colpo di Stato militare del 15 luglio. La propaganda governativa ha parlato di una grande reazione del popolo che avrebbe permesso di salvare “la democrazia” turca. Manifestazioni e comizi si sono succeduti, i partiti d’opposizione sono venuti in sostegno a Erdogan, condannando il golpe. I loro servigi hanno consentito a Erdogan di apparire come il grande vincitore della prova. Un’occasione, servita su un piatto d’argento, per proseguire su vasta scala l’impresa di epurazione in corso contro la confraternita del predicatore Gülen.

Più di diecimila persone sono state arrestate, decine di migliaia di insegnanti, giudici, militari, poliziotti sono stati sospesi perché sospetti di appartenenza a questa setta musulmana, concorrente di quella di Erdogan. La setta Gülen aveva insediato i propri uomini in posti di responsabilità nella giustizia, nell’educazione, nella sanità, nelle istituzioni in generale, nelle grandi imprese. Oggi ospedali ed università sono chiusi in mancanza di personale mentre diversi istituti scolastici non sanno come riusciranno a riprendere i corsi a settembre.

Si stenta a vedere cosa c’è di “democratico” in questa epurazione, che è un regolamento di conti tra due cricche che si erano spartite i posti nell’apparato di Stato e ora sono impegnate in una lotta a morte. Il solo fatto di essere sospettato di appartenenza alla setta Gülen basta per essere sospeso, oppure arrestato ed accusato di complicità nel tentativo di colpo di stato, che forse è stato preparato da alcuni dei suoi fedeli ma nel quale Gülen nega ogni responsabilità. E se questa volta l’onda di repressione non riguarda specificamente la sinistra, in realtà nessuno ne è al riparo, come hanno sperimentato i giornalisti del quotidiano pro-kurdo Özgür Gündem, arrestati il 16 agosto nella redazione del loro giornale.

… di fronte al vicolo cieco della sua politica

Tuttavia, la repressione non sostituisce una politica, e l’attentato del 20 agosto è venuto a ricordare che quella di Erdogan ha avuto conseguenze catastrofiche. I padroni turchi hanno perso importanti mercati in Medio Oriente, ma anche in Russia da quando un caccia turco ha abbattuto un aereo russo, alla fine del 2015. Il sostegno ai gruppi jihadisti in Iraq e Siria, tra cui innanzitutto l’Isis, ha permesso a quest’ultimo di disporre di numerose complicità nell’apparato di Stato turco, anche per commettere i suoi attentati. I suoi membri sono a loro agio nelle regioni frontaliere della Siria, come quella di Gaziantep. E quando Erdogan se la prende con l’Isis, quest’ultima gli risponde con gli attentati organizzati impunemente in territorio turco.

La questione della politica condotta nelle regioni curde si pone di nuovo. Dopo essersi impegnato in un processo di negoziazioni con il PKK, Erdogan ha rilanciato la guerra durante l’estate 2015, per le sue ragioni di politica interna. Ciò non lo ha portato da nessuna parte, se non a nuove distruzioni, mentre l’esercito indebolito dall’epurazione successiva al tentato colpo di stato è sempre meno capace di condurre questa guerra. Le relazioni si sono deteriorate con gli Stati Uniti che, da parte loro, sostengono i curdi di Iraq e Siria contro l’Isis. Lo stesso esercito si chiede dove porta questa politica, e ciò non è certamente estraneo al tentativo del 15 luglio ed all’atteggiamento per lo meno ambiguo di una grande parte dei vertici militari nei confronti del governo.

Per altro, da un po’ di tempo, anche prima del 15 luglio, Erdogan ha cercato di uscire dal vicolo cieco. Ha riallacciato i rapporti con la Russia ed anche con l’Iran. Sembra anche pronto a riavvicinarsi al regime di Assad e a cercare un compromesso per uscire dal conflitto siriano. Cerca di trovare un orientamento comune sulla questione curda. Le milizie curde, nel corso della guerra civile, hanno di fatto stabilito il proprio governo su una porzione di territorio sul lato siriano della frontiera. Con la sua nuova offensiva militare in Siria, sia contro i curdi che contro l’Isis, il governo turco fa sapere che non sopporterà nessun territorio curdo alle porte di casa se non alle sue condizioni.

Le grida “Erdogan assassino” sono echeggiate in occasione dei funerali delle vittime del 20 agosto. L’esercito turco ha attaccato l’Isis in Siria, ma resta da vedere se l’azione repressiva di Erdogan sarà così efficace nella lotta contro i militanti jihadisti presenti in Turchia ed i complici di cui dispongono nella polizia, quanto lo è nella caccia ai suoi concorrenti della setta Gülen o nel conflitto interno contro gli indipendentisti curdi. La guerra già condotta nelle regioni curde della Turchia, dove interi quartieri sono stati distrutti, come l’ignobile attentato di Gaziantep, mostrano che le popolazioni curde e turche rischiano di pagare ancora con molte sofferenze le conseguenze della politica di Erdogan.

A.F.


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