Internazionale
AFERPI – LUCCHINI Piombino

I MESI PASSANO, LE INCERTEZZE RESTANO

Il tempo non porta bene alla tabella di marcia dell’accordo di programma per gli stabilimenti siderurgici di Piombino. Le speranze non bastano, e in realtà non sono bastate mai.

Giovedì 4 agosto si è svolto presso il Ministero dello Sviluppo economico a Roma l’ennesimo incontro ipoteticamente risolutivo tra il Ministro Carlo Calenda, il Presidente della Regione Enrico Rossi, l’Amministratore delegato di Aferpi, Fausto Azzi, i rappresentanti sindacali di Cgil, Cisl Uil e le Rsu dei lavoratori ex Lucchini. Nello stesso giorno i sindacati avevano proclamato uno sciopero di 24 ore dell’intera fabbrica, e organizzato quattro pullman e qualche auto, che hanno portato più o meno duecento lavoratori a manifestare sotto la sede del Ministero per chiedere di rompere gli indugi e dare finalmente chiarezza e certezze per il futuro.
In realtà è stato uno sciopero in sordina, che non ha coinvolto la città più di tanto, e non è stato accompagnato da manifestazioni locali, come era avvenuto in passato in occasioni simili. Anche l’assemblea che i sindacati hanno tenuto il giorno seguente per riferire sull’incontro ha visto la partecipazione di pochi lavoratori. Non è difficile comprendere perché: cosa avrebbero potuto sentirsi dire? La situazione ormai è sotto gli occhi di tutti. Nonostante si continui a confermare l’assunzione dei lavoratori ancora fuori dalla fabbrica entro novembre, per il come – se con contratto di solidarietà o se ancora in cassa integrazione – non c’è risposta almeno fino a settembre. Per i dipendenti dell’indotto, poi, ancora non se ne parla. Da giugno hanno esaurito anche la NASPI (il nuovo assegno di disoccupazione).
L’incontro del 4 agosto era stato preceduto il 1 agosto da un colloquio tra il Presidente algerino di Cevital Issad Rebrab, il Governatore Rossi e Alessandro Profumo, presidente di Equita, banca d’affari che si occupa di finanziamenti alle imprese. Le pressioni dei sindacati negli ultimi tempi si sono concentrate nel chiedere alle istituzioni di intervenire facendosi garanti con le Banche, per rimediare all’inadeguatezza di Rebrab: una “tecnica” sindacale ormai vecchia e a quanto pare non troppo efficace. Il fatto è e resta che all’impresa algerina mancano i fondi anche per pagare i semilavorati che servono alla prosecuzione della regolare attività dei laminatoi, nonostante di recente si sia aggiudicata un’altra gara per la fornitura di binari alle ferrovie italiane.
I comunicati ufficiali continuano ad essere, come sempre, blandamente rassicuranti: “L’azienda è fortemente impegnata nel lavoro di dettaglio necessario alla definizione dei finanziamenti, che per complessità tecnica e dimensione hanno richiesto il coinvolgimento di un advisor finanziario di elevato livello. […] Quanto finora ottenuto non è ancora sufficiente per i livelli ottimali di produzione, ma si è intrapresa la strada giusta […] Rebrab ha già dotato di importanti risorse finanziarie l’azienda, per oltre 90 milioni, ed ha fornito garanzia che apporterà quanto ancora necessario per la finalizzazione dei progetti” etc. etc. Dietro le frasi di rito delle comunicazioni ufficiali, si stenta a vedere qualche realizzazione concreta, e i lavoratori che stazionavano di fronte al Mise il 4 agosto lo hanno capito perfettamente. La tensione e la rabbia erano infatti evidenti, e la sfiducia il sentimento prevalente. Se prima avessero avuto bisogno di qualche dettaglio in più, ci aveva pensato un articolo del solitamente ben informato Sole 24 ore del 22 luglio u.s., che a differenza dei giornali locali non le manda a dire, e descrive chiaramente la situazione. Tra l’altro, dice l’articolo di Claudio Gatti, se Rebrab ha apportato capitali per 90 milioni, “l’algerino, il cui piano prevedeva investimenti superiori al mezzo miliardo, non ha messo né quei fondi né le garanzie ritenute necessarie per le banche, che con la ex Lucchini hanno una lunga storia di perdite”, e – molto semplicemente e senza giri di parole – “la tabellina di marcia dell’accordo di programma firmato il 30 giugno del 2015 non è stata rispettata, l’acquisto dei forni elettrici è ancora in alto mare, i laminatoi lavorano a rilento e Aferpi non ha circolante per comprare l’acciaio semilavorato che gli sarebbe necessario”.
Ancora una volta tutto è rimandato a un tempo successivo, con il ferragosto incombente si presentava più che naturale riparlarne a settembre. E infatti è entro la prima metà di settembre che i Sindacati promettono il prossimo incontro al Mise. Ma i mesi continuano a passare ed è sempre più difficile aggrapparsi alle promesse. E’ sempre più necessario uscire dall’ isolamento e dalla rassegnazione, non limitarsi ad aspettare, cercare collegamenti con altre realtà produttive in crisi, fare delle aziende in crisi un problema di primo piano. Non ci sono scorciatoie, e quelle che vengono suggerite a quanto pare non portano da nessuna parte.

Corrispondenza Piombino


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