Internazionale

Stati Uniti: Mohamed Ali, pugile e combattente contro l’oppressione dei neri

Articolo tradotto da The Spark, giornale trotskista americano

Con la morte di Mohamed Ali, all’età di 74 anni, i mass media sono pieni di inni al suo “umanesimo”, al suo “coraggio”, al suo stile, ed anche alla sua insolenza famosa. Paradossalmente, coloro che oggi fanno il suo elogio sono della stessa specie di quelli che nel 1967 lo volevano mandare in carcere e lo hanno proprio privato della sua licenza di pugile.

Nel 1964, quel giovane e sfrontato pugile chiamato Cassius Clay fece irruzione sulla scena pubblica sfidando il campione Sonny Liston per il titolo di campione dei pesi massimi. Nonostante una quota di otto contro uno a suo svantaggio, Clay dominò l’incontro e, all’inizio del quinto round, poteva proclamarsi vincitore.

Clay aveva già indisposto molti giornalisti con il suo stile diretto e sicuro al di fuori del ring ma, poco dopo questa schiacciante vittoria, annunciò, con Malcolm X al suo lato, che aveva raggiunto la Nazione dell’Islam. Poco tempo dopo rese noto al pubblico che aveva cambiato il suo nome in Mohamed Ali.
I razzisti lo attaccarono, nella stampa e fuori. Ma diventò un eroe per i neri e per tutti quelli che si sentivano legati alle loro lotte.

A differenza di altre stelle dello sport, che avevano solo fini individuali, Ali utilizzava la sua celebrità per difendere la causa dei neri. Quando nel 1966 rifiutò di essere arruolato nell’esercito perché era contrario alla guerra del Vietnam, si rivolse a tutta una generazione. Molti non hanno mai dimenticato la sua dichiarazione: “Non ho rimproveri da fare ai Vietcong. Mai nessun vietcong mi ha dato del negro”. E l’anno successivo aggiunse: “Perché mi chiedono di mettere una divisa e di andare a 10.000 miglia da casa mia per lanciare bombe e tirare pallottole sulla gente di colore in Vietnam, mentre a Louisville i neri sono trattati come cani e privati dei diritti umani elementari? Non andrò a 10.000 miglia da casa per aiutare ad uccidere e bruciare un altro popolo povero semplicemente per mantenere la sovranità dei padroni di schiavi bianchi sui popoli di colore in tutto il mondo. Oggi, tali misfatti devono cessare. Sono stato messo in guardia che tenere questa posizione mi costerà milioni di dollari. Ma quel che ho detto una volta lo ripeterò ancora: il vero nemico del mio popolo è qui. Non disonorerò la mia religione, il mio popolo o me stesso diventando uno strumento per ridurre in schiavitù coloro che lottano per la giustizia, la libertà e l’uguaglianza. Se pensassi che la guerra potesse dare la libertà e l’uguaglianza ai 22 milioni che sono il mio popolo, non avrebbero bisogno di arruolarmi, fin da domani io ci andrei. Non ho nulla da perdere a mantenere le mie convinzioni. Ciò mi condurrà in galera? E allora? Da 400 anni siamo in prigione”.

Il suo rifiuto di essere arruolato rafforzò i giovani soldati sorti dalla classe operaia che, all’interno dell’esercito, si opponevano già alla guerra. Incoraggiò anche altri atleti a prendere posizione, in particolare il grande giocatore di pallacanestro Kareem Abdul-Jabbar.

Nell’aprile del 1967, Ali fu privato del suo titolo di campione dei pesi massimi per avere rifiutato l’arruolamento. Il 20 giugno, fu dichiarato colpevole di tradimento. Per avere preso posizione, nel fiore degli anni gli fu proibito tirare di boxe.

E ne pagò il prezzo: quando ritornò al pugilato, di tre anni e mezzo più vecchio, aveva perso parte della sua forma atletica. Tre anni ancora dopo, riacquistò il suo titolo di campione, ma lo riperse in occasione del combattimento di Manila.

Tutti si ricordano come Ali aveva qualificato il suo modo di tirare di boxe: “Volare come una farfalla e pungere come un’ape”. Ma questo non lo protesse e, come tanti altri pugili, l’accumulo dei colpi lo portò a contrarre il tipo di morbo di Parkinson di cui ha sofferto, e che alla fine fece tacere la sua voce.

Anche prima di abbandonare il pugilato, aveva difficoltà a parlare, diventò incapace di esprimere le proprie idee e spesso altri parlarono per lui. Dopo l’11 settembre 2001, denunciò coloro che avevano condotto questi attacchi come indegni di essere musulmani, e aggiunse: “qualunque cosa decida (il governo americano), sono al cento per cento con lui”. Questa sua dichiarazione fu utilizzata dal potere per giustificare le guerre condotte nel Medio Oriente.

Mohamed Ali fu allora ufficialmente riabilitato, trasformato in un ambasciatore mondiale degli Stati Uniti: una triste fine per uno che precedentemente aveva sostenuto coloro che, in altri paesi, si battevano contro il dominio statunitense.

Ciò nonostante, Mohamed Ali avrà un posto nella memoria di molte generazioni per le quali l’unica scelta ragionevole fu di lottare contro il razzismo e la guerra.

The Spark


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