Internazionale
Francia

Elezioni regionali e grandi manovre politiche

{Da Lutte de classe n°172 (Dicembre 2015 - gennaio 2016) } Un episodio secondario nella routine del par­lamentarismo borghese avrà fatto da cataliz­zatore per accelerare l'evoluzione della situa­zione politica in Francia. Nell'arco di cinque anni, il numero dei voti per il Fronte naziona­le è passato dai 2.223.808 voti del 2010 ai 6.004.482 ottenuti al primo turno delle elezio­ni regionali del 6 dicembre 2015. Per la pri­ma volta, tranne nella regione Île-de-France (quella di Parigi), il FN nazionale ha anche guadagnato voti al secondo turno. Il sistema elettorale della democrazia parla­mentare borghese in Francia fa sì che l'au­mento del numero di elettori si rifletta ben poco nelle varie istituzioni. Ma ciò non cam­bia nulla al fatto che, da un'elezione all'altra, centinaia di migliaia di persone in carne ed ossa abbiano scelto un partito della destra estrema. Una parte di esse lo fa perché trova nel discorso reazionario, xenofobo, razzista e nella demagogia sulla sicurezza del FN un'e­spressione amplificata dei propri pregiudizi; l'altra parte perché tutto ciò non la scandaliz­za abbastanza da farle rifiutare questo parti­to. La crescita del Fronte nazionale è una delle espressioni elettorali dell'evoluzione reazionaria della società. Il discorso sempre più destro di tutti i partiti della borghesia, dalla destra tradizionale alla sinistra di gover­no, ne è un'altra espressione. Questa evoluzione reazionaria si palesa ben oltre le elezioni in settori così diversi e multi­formi come la progressione delle idee religio­se, l'aumento del numero di donne con il velo o dei segni esteriori d'appartenenza religiosa e/o comunitaria. È ormai ozioso domandarsi se il voto al FN è solo di protesta o traduce una vera adesione. Il FN è diventato una delle principali forze po­litiche di questo paese al di là dei suoi risulta­ti elettorali e al di là del fatto che il FN otten­ga o meno le poltrone a cui ambisce, dai consigli comunali, provinciali o regionali al Parlamento e alla presidenza della Repubblica. Da espressione dell'evoluzione reazionaria delle cose, il FN ne è diventato un fattore ag­gravante. {{L'avanzata del FN, le sue cause ed i suoi effetti}} La base sociale dell'elettorato del FN è sem­pre stata, e resta, la piccola borghesia, quel­la dei piccoli imprenditori, dei dirigenti azien­dali, degli artigiani e dei commercianti, la va­sta classe della piccola borghesia perbene. Una parte certamente maggioritaria della crescita elettorale del FN in queste elezioni regionali viene ancora da questo strato so­ciale e consiste in uno spostamento di voti dai partiti tradizionali della destra verso il FN. In sei regioni del paese il FN è arrivato in te­sta, superando al primo turno la destra tradi­zionale, grazie all'essere riuscito ad attrarre una parte del suo elettorato. Tuttavia, l'aspetto più preoccupante della crescita dei voti a favore del FN riguarda l'e­lettorato popolare che prima votava per il PS o il PC. Qui torneremo solo brevemente sulle cause di questa evoluzione, che non è recente e che le partecipazioni al governo dei grandi partiti riformisti hanno segnata ed accelerata. Dal periodo di Mitterrand a quello del gover­no Jospin e poi della presidenza Hollande, il PS, ogni volta che ha governato, fiancheg­giato o no dal PC, ha deluso e demoralizzato l'elettorato operaio per le sue promesse non mantenute e la sua politica apertamente a fa­vore del grande padronato. Furono proprio i militanti operai, nei posti di lavoro come nei quartieri popolari, militanti del PC, sindacalisti o iscritti ai sindacati, ad essere i più disorientati. Erano loro che dove­vano convincere e mobilitare l'elettorato ope­raio e che, una volta salita al potere la sini­stra, dovevano spiegare a quell'elettorato e a se stessi i tradimenti dei governi che aveva­no tanto aiutato ad arrivare al potere. Ogni passaggio della sinistra al governo si tradu­ceva in abbandoni dell'attività militante e, in particolare, nell'arretramento del PCF, il par­tito che di gran lunga contava il più alto nu­mero di militanti nella classe operaia. Ma la crescita del FN è anche il risultato di un'evoluzione a lungo e a lunghissimo termi­ne. In un certo senso, è l'ultimo regalo avve­lenato lasciato dallo stalinismo. Quando il FN ha deciso di allargare la sua in­fluenza elettorale in direzione degli strati più disperati del proletariato, ha dovuto solo ri­prendere un discorso, una fraseologia, dei ri­ferimenti che erano stati introdotti nel movi­mento operaio dal PC. Fu il PC staliniano, quando esercitava un'in­fluenza maggioritaria nella classe operaia e combatteva con la violenza tutti coloro che lo criticavano alla sua sinistra, ad introdurre nel movimento operaio comunista un gran nu­mero di idee della borghesia, nonché a pre­sentarle come idee di sinistra corrispondenti agli interessi dei lavoratori. La solidarietà na­zionale al posto della solidarietà di classe, il nazionalismo al posto dell'internazionalismo, la bandiera tricolore al posto della bandiera rossa e, più in generale, il "popolo di sinistra" al posto del campo dei lavoratori. Per non parlare dello slogan "produrre francese" o delle mosse demagogiche contro gli immi­grati ai tempi del defunto Georges Marchais. Il PC staliniano ha svuotato la tradizione co­munista del movimento operaio di ogni con­tenuto rivoluzionario, per sostituirla con un brodo riformista che vanta il fascino delle ele­zioni come mezzo per arrivare al governo nell'ambito del sistema democratico borghe­se e senza toccare l'organizzazione capitali­sta della società, cioè il potere della borghe­sia. Il FN non solo ha approfittato delle delusioni causate dal governo di sinistra e dalla demo­ralizzazione dell'ambiente militante operaio, ma ha trovato nei pregiudizi diffusi nel movi­mento operaio dal partito staliniano un lin­guaggio che ha solo dovuto riprendere per presentarsi come un amico degli operai, dei diseredati, capace di sostituire la sinistra screditata. {{Il tripartitismo, nuovo volto di un parla­mentarismo borghese malmesso}} Le elezioni regionali hanno confermato l'in­stallazione di una forma di tripartitismo. Ai due blocchi politici candidati a governare per conto della borghesia, cioè la coalizione delle destre e la sinistra condotta dal PS, si è ag­giunto il FN. Questo tripartitismo, ormai reso più o meno ufficiale, offre al parlamentarismo in declino della borghesia il suo più recente mutamento. Oggi il FN,, appare paradossalmente come il salvatore del parlamentarismo borghese, e sarà così finché rimarrà un grande partito d'estrema destra che accetta il gioco parla­mentare. L'essenza del funzionamento del parlamen­tarismo borghese risiede nella possibilità di un'alternativa. Le elezioni fungono da valvola di sicurezza per consentire al malcontento contro i partiti al potere di esprimersi, dando agli elettori l'illusione che possono cambiare politica votando per quelli che sono all’oppo­sizione. Così funziona da oltre cinquant’anni l'attuale forma del parlamentarismo in Francia, così come è stato introdotto da Gaulle: dalla de­stra alla sinistra, dalla sinistra alla destra, con la sinistra che cerca i voti preferibilmente tra i lavoratori dipendenti e la destra negli ambienti della piccola borghesia possidente. Finché l'economia capitalista funzionava più o meno bene, la borghesia aveva i mezzi per consentire alla sinistra di fare alcuni gesti in direzione dei salariati, in realtà soprattutto in direzione delle burocrazie sindacali. Ormai non è più così, non lo è da quando la crisi dell'economia capitalista ha inasprito la con­correnza tra i gruppi capitalisti. Il ristagno economico mina le basi della de­mocrazia parlamentare. Non solo la borghe­sia non è più pronta a concedere nulla, ma ri­prende ciò che ha concesso in passato. La sinistra riformista ha la funzione di creare illusioni tra i lavoratori dipendenti, base so­ciale del suo elettorato. Ma la borghesia non solo non le dà alcun mezzo per fare almeno qualche mossa in questo senso, ma la co­stringe a portare avanti una violenta politica anti-operaia. L'alternanza può funzionare soltanto se gli elettori vi credono un minimo. La crisi di fidu­cia nei partiti dell'alternanza si trasforma in una crisi di fiducia verso tutto il sistema. Questa crisi di fiducia si palesa soprattutto con l'alto livello delle astensioni. La forma più elementare del rifiuto dei grandi partiti rifor­misti da parte dell'elettorato operaio sta nel voltare le spalle a questi partiti allontanando­si dalla politica. In Grecia, il discredito dei partiti tradizionali della borghesia è andato a vantaggio di Syri­za che si è presentato più a sinistra del Pa­sok, il partito socialista del paese. Si è visto cosa ne è stato dell'esperienza Sy­riza. Tsipras ha finito per diventare l'esecuto­re, presso il suo popolo, delle esigenze della finanza internazionale. Tuttavia, le illusioni che egli è stato capace di suscitare hanno permesso di salvare per qualche tempo il si­stema parlamentare greco. In Francia, coloro che pretendevano di svol­gere il ruolo di Syriza, da Mélenchon al Parti­to di sinistra e al PC, non sono riusciti a capi­talizzare a loro vantaggio la crisi di fiducia nei confronti dei grandi parti riformisti. Ciò per molte ragioni. Un motivo sta probabilmente nel fatto che Mélenchon, questo politico cre­sciuto nell'ambiente del partito socialista, ex ministro, nonostante le sue pagliacciate, non è riuscito a darsi la stessa immagine di rottu­ra di Tsipras, pur restando sulla scena politica. Un motivo ancor più importante è che il PCF, principale componente del fronte di sinistra, quella che gli procura le forze militanti, ha troppo spesso partecipato a governi socialisti per far dimenticare la sua responsabilità nel­la loro politica. Il fatto che Hollande non lo abbia fatto partecipare al governo, cosa che ha permesso al PCF di smarcarsi un po' dal­la politica del potere, non basta a far dimenti­care il passato. Prima di diventare l'ultima ruota del carro di un governo del PS, il PC ha letteralmente salvato quest'ultimo utilizzando la sua forza militante per imporre a suo tempo Mitterrand, un uomo politico di destra diventato dirigente del PS grazie ad un vero colpo di Stato inter­no. Lo ha fatto presentandolo come l'uomo provvidenziale della sinistra. Erano il PCF ed i suoi militanti ad avere il credito politico ne­cessario presso i lavoratori per fare accettare l'arrivo alla presidenza di Mitterrand come l'o­biettivo ultimo proposto all'elettorato operaio. Si conosce il seguito. Il PS aveva cominciato asfissiando il PC. Poi, concedendogli alcune poltroncine ministeriali, lo aveva subordinato alla sua politica. Oggi, lo trascina con sé nel­la sconfitta. Non esiste attualmente, nella sinistra dello scacchiere politico della borghesia, alcun partito che sia in grado di dare il cambio al PS e di offrire una seconda vita al sistema dell'alternanza sinistra-destra. Nell'ambito dell'evoluzione reazionaria della società, il FN ha saputo trasformare in capi­tale politico il fatto che i partiti tradizionali non l'abbiano integrato al loro sistema d'alternan­za, in ogni caso non al livello del potere cen­trale. Il FN, presente da tempo sulla scena politica, con una propria base elettorale nel­la piccola borghesia reazionaria, ha saputo, attraendo una frazione dell'elettorato popola­re, diventare l'ultima boa di salvataggio del parlamentarismo in Francia. Questa boa di salvataggio si sgonfierà rapi­damente se, per caso, il Fronte nazionale ar­rivasse al potere o vi fosse associato. Esso, non più dei partiti tradizionali, non vorrà né potrà dare soluzioni alla crisi dell'economia capitalista ed alle sue conseguenze per le classi popolari. Nel frattempo, la semplice progressione del partito di estrema destra verso il potere spin­ge sempre più avanti le idee ed i pregiudizi più ostili ai valori del movimento operaio. {{L'abdicazione della sinistra di fronte alla destra, ed il vantaggio che ne trae il FN}} Il tripartitismo riproduce in modo originale il bipartitismo di prima. È ormai il FN ad incar­nare la speranza di un'alternanza, con tutte le illusioni che vi si collegano, contro il blocco che riunisce in modo sempre più visibile la destra tradizionale ed il PS. L'emergere di questo blocco avviene sulla base dell'abdicazione della sinistra dinanzi alla destra, sulla base delle idee di quest'ulti­ma che, a sua volta, gareggia con la destra estrema. Il FN,, anche se per ora rimane escluso dal potere centrale, grazie all'allargamento del suo elettorato, offre una moltitudine di posti e di posizioni ai candidati politicanti che lo rag­giungono. Mentre nei partiti tradizionali i vec­chi capi occupano le posizioni più in vista, il FN offre prospettive di carriera e di ascesa sociale a giovani ambiziosi. Ciò, inoltre, dà al Fronte nazionale un argomento in più per presentarsi come il partito del rinnovamento quando, invece, il suo nucleo centrale è una vecchia cricca reazionaria. Il ritiro del PS dalla competizione elettorale in tre regioni al termine del primo turno fa capi­re, in qualche modo, la reazione dei partiti tradizionali di fronte alla minaccia che rap­presenta il FN: una minaccia non tanto per la borghesia e nemmeno per il sistema politico, ma per i posti e le posizioni di quei partiti. Il significato del ritiro nelle tre regioni in cui il FN era arrivato in testa al primo turno è stato ancor di più accentuato dalle dichiarazioni di Valls, che ha chiamato insistentemente a votare senza esitazione per i candidati di destra Bertrand nel Nord-Pas-de-Calais-Picardie, Estrosi nella Provenza-Alpi-Costa azzurra e Richert in Alsazia-Lorena-Champagne-Ardenne nonostante il mantenimento della lista PS del primo turno. Il sacrificio che rappresenta per il PS questa aperta abdicazione dinanzi ai suoi concor­renti di destra, si misura con il fatto che que­sto partito, diventato col passare del tempo, anch'esso come quelli di destra, un club elet­torale, è strutturato intorno ai suoi notabili – senza parlare delle risorse finanziarie che ciò rappresenta per esso. Ma ostacolare la crescita del FN continuerà, anche dopo le elezioni regionali, a fungere da pretesto all'alleanza con la destra, cioè al­l'accodamento dietro di essa. L'appello so­lenne di Valls, all'indomani delle elezioni, a lavorare senza distinzione con tutti i presi­denti di regione, va nella stessa direzione. E alcune dichiarazioni di Bertrand ed Estrosi, nel giurare che le regionali hanno insegnato loro a fare politica in un altro modo, mostrano che non sono insensibili alle occhiate d'inte­sa che fanno loro alcuni dirigenti del PS (Valls e anche Moscovici). I discorsi sempre più frequenti che citano l'e­sempio della Germania e dei suoi governi di coalizione destra-sinistra, non sono casuali. Quanto sono intelligenti i vari esponenti poli­tici tedeschi, che accettano di partecipare ad uno stesso governo sotto la guida della politi­cante di destra Angela Merkel! È inutile oggi fare congetture per sapere qua­le forma potrebbe prendere questo nuovo fronte repubblicano che non si dà un nome. Nemmeno si può ipotizzare se può assumere una forma strutturata e tradursi, ad esempio, in un governo d'unione nazionale che riuni­rebbe destra e PS. L'unica cosa sicura è che ciò può solo significare la quasi scomparsa della sinistra a vantaggio della destra. {{Dal PS al FN: a destra tutta!}} Il futuro dirà per quanto tempo potrebbe fun­zionare questa nuova configurazione politica, ed anche se potrà realizzarsi. L'esclusione di Nathalie Kosciusko-Morizet dalla direzione del partito di destra Les Républicains, esclu­sione voluta da Sarkozy, fautore della linea "né, né", cioè del rifiuto di collaborare sia con il PS che con il FN, mostra che i politici di de­stra sono ben lungi dall'essersi fatta un'opi­nione comune a tale riguardo. Il colmo è che oggi Estrosi, uomo di destra più di qualunque altro, possa apparire, rispetto a Sarkozy, come un uomo aperto a sinistra! Nelle grandi manovre che questo tipo di pre­occupazione suscita, sono in ballo posti, po­sizioni e piani di carriera. Ben oltre le manovre di clan o gli scontri di ambizioni personali, ciò che sarà decisivo però per l'evoluzione delle cose è la gravità della crisi economica e le reazioni che essa potrà suscitare nella classe operaia. Oggi la grande borghesia preferisce far gesti­re i suoi interessi politici nell'ambito del siste­ma parlamentare. Ciò finché i movimenti so­ciali, ed in particolare una mobilitazione mas­siccia della classe operaia non richiederan­no, dal punto di vista dei suoi interessi, la li­quidazione di quel sistema per ricorrere ad un regime borghese più autoritario. Inoltre, ciò le permette, al livello del potere centrale, di fare a meno, per ora, del FN con la sua idea di ritirarsi dall'eurozona o dall'Unione europea. Questo aspetto della demagogia forse piace a numerosi padroncini, ma non a tutti loro, certamente non agli azionisti delle multinazionali. Il FN, man mano che avrà l'impressione di potersi avvicinare al potere centrale, saprà certamente adeguarsi anche da questo pun­to di vista ai desideri della grande borghesia, di quei grandi gruppi industriali e finanziari che sono stati all'origine di questa caricatura d'unificazione dell'Europa qual è l'Unione eu­ropea, gruppi i cui interessi sovranazionali esigono che tale strada non sia abbandona­ta. Nessuno può prevedere, al momento, per quanto tempo potrà funzionare il tripartitismo – in realtà una nuova forma di bipartitismo finché la destra non accetterà di integrare il FN alle sue combinazioni di governo. Ma il suo funzionamento non lascerà altra scelta all'elettorato popolare che votare o la destra, fiancheggiata o meno da una sinistra de­streggiante, o la destra estrema. Dinanzi alle grandi manovre intraprese tanto a destra quanto a sinistra, non si può neppu­re scartare l'ipotesi che il nuovo bipartitismo assuma una forma concreta. Chiaramente, a sinistra è l'orientamento politico di Valls, che trova un riscontro a destra relativamente a Raffarin ed anche a Bertrand, che ha appena accolto calorosamente Hollande, il quale, dal canto suo, ha voluto riservargli la prima delle sue visite ai presidenti di regione recente­mente eletti. Si tratta, insomma, del sogno di un grande partito paragonabile al Partito democratico degli Stati Uniti. Sarebbe un modo per liqui­dare definitivamente ogni legame, anche se lontano e formale, con il movimento operaio da parte di uno dei partiti dell'alternanza. Simmetricamente, il FN chiede soltanto di assumere il ruolo di un partito repubblicano, qualora la borghesia gli desse la possibilità di accedere al potere governativo. L'opposizione tra il FN e i partiti della borghe­sia, quest'ultimi accomunati dalla volontà di sbarrare ad esso la strada, cela allo stesso tempo una complicità profonda. È lo stesso tipo di complicità, in fondo, che collegava e collega ancora destra tradizionale e sinistra. Questa nuova forma d'alternanza, se si rea­lizzasse, rappresenterebbe un altro passo verso l'involuzione a destra della vita politica. {{Il FN, nemico il più minaccioso per la classe operaia}} Nel FN si trova tutto quello che l'estrema de­stra rappresenta in termini di uomini ostili alla classe operaia, pronti a schiacciarla e a per­seguitare i suoi militanti. E ciò nonostante la linea di Marine Le Pen, volta a rendere il suo partito più presentabile agli occhi dell'elettorato deluso dal PS e dal PC, e per quanto i capofila più reazionari del FN siano stati messi in secondo piano. Questa gente garantisce alla borghesia, se necessario, la possibilità di un'evoluzione fascista. I successi del FN, anche se solo elettorali, non possono che dare a costoro coraggio, o almeno la tenacia necessaria ad aspettare il proprio momento, che non dipende tanto dalla loro ambizione, quanto dall'intensità della crisi e dalle reazioni della classe operaia. Il sollievo dei grandi partiti riformisti per avere evitato che il FN conquistasse una o più re­gioni non cambia nulla per quanto riguarda l'influenza crescente del partito d'estrema de­stra nella società. Il FN, senza nemmeno ricorrere alla violen­za, il FN si presenta già come il nemico più minaccioso per gli interessi della classe ope­raia. La crescita del suo peso sociale darà più forza ai pregiudizi più abietti che esprime, dall'odio nei confronti dello straniero alla mi­soginia, al razzismo e alla propagazione del­le ossessioni più stupide sulla sicurezza. Tutta questa pressione reazionaria sarà am­plificata dai partiti tradizionali. Certamente la destra rimarrà propensa, in modo esplicito o meno, a voler contendere il proprio elettorato al FN provando a fare ad esso concorrenza sul suo terreno. Il PS, dal canto suo, seguirà questa dinamica, o la precederà, come ha fatto con la proclamazione dello stato di emergenza. La pressione del FN sulla società e leinquie­tudini che susciterà inevitabilmente tra gli im­migrati, inclusi quelli di seconda o terza ge­nerazione, porterà a riflessi di ripiegamento, anche nell'ipotesi in cui esso, o una sua fra­zione, non eserciti la violenza contro i lavora­tori immigrati stessi. L'influenza crescente del FN rafforzerà nella società le tendenze a rinchiudersi su se stessa. Le due cose si combineranno per dividere ancor di più la classe operaia e indebolire la sua coscienza di classe. Ecco perché è vitale, anche su questo terre­no, condurre una propaganda ed un'agitazio­ne che non siano sul piano della morale o dei buoni sentimenti, ancor meno su quello della grande stupidaggine dei cosiddetti "valori re­pubblicani", ma sul piano della coscienza di far parte della stessa classe operaia, dagli in­teressi fondamentalmente identici al di là del­le origini e della nazionalità. {{La rinascita del movimento operaio rivo­luzionario, sola prospettiva di fronte alla crisi del capitalismo, }} Il PCF constata, in un editoriale de “L'Huma­nité” (16 dicembre 2015) che "il primo mini­stro sembra impegnarsi personalmente in una corsa pazza (...) che somiglia molto ad un tentativo storico di liquidazione della sini­stra". "Si è di fronte ad un tentativo di farla fi­nita con la sinistra intera", constata nelle co­lonne dello stesso giornale uno dei dirigenti del PC, per aggiungere: "noi invece vogliamo metterci al suo servizio". Questa pietosa la­mentazione è ripresa da Pierre Laurent, se­gretario nazionale del PCF che afferma: "proseguire su questa strada sarebbe andare verso nuovi disastri", e propone per l'ennesi­ma volta al PS di cambiare politica! Ma il PS, insediatosi al governo, non potrà né vorrà cambiare politica. La borghesia non glielo permette. Il Fronte di sinistra, riunitosi all'indomani del secondo turno, non ha prospettive. È ridotto ad augurarsi che "emerga un nuovo fronte popolare e cittadino". L'interesse politico della classe operaia non è certamente quello che, al posto della sini­stra tradizionale, che si sta scomponendo vergognosamente, appaiano copioni più o meno conformi dei vari tentativi che, dal Fronte popolare all'Unione della sinistra, sono stati utili soltanto alla borghesia per fuorviare la classe operaia e mantenerla sot­to il suo dominio. La crisi dell'economia e le sue conseguenze deleterie su tutta la società evidenziano il fal­limento del capitalismo. Solo la rinascita del movimento operaio rivoluzionario impedi­rà al capitalismo trascinare tutta la società nel suo collasso. La classe operaia reagirà, presto o tardi. La crisi del capitalismo non le lascerà altra alternativa all'impoverimento crescente che la rivolta. Ma ciò pone il problema della direzione rivo­luzionaria, cioè dell'esistenza di un partito comunista rivoluzionario. La direzione rivolu­zionaria non si può improvvisare. Può ricosti­tuirsi soltanto ricollegandosi alle esperienze del passato, facendo propri gli insegnamenti delle rivoluzioni proletarie che, ai loro tempi, hanno scosso l'ordine capitalista, dalla Co­mune di Parigi del 1871 alla conquista del potere da parte della classe operaia russa nell'ottobre 1917, appropriandosi infine degli insegnamenti di tanti altri eventi rivoluzionari, in particolare, dopo la degenerazione della ri­voluzione russa, gli avvenimenti spagnoli del 1936. {{Di fronte alla confusione ed alla perdita dei riferimenti, affermare l'essenziale: il proprio campo, quello dei lavoratori, ed una politica di classe}} La relativa stabilizzazione del sistema capita­listico in un paese imperialista quale la Fran­cia, stabilizzazione basata sul saccheggio delle sue ex colonie, ha anche reso possibile una relativa stabilizzazione del sistema par­lamentare borghese, ha dato una certa credi­bilità all'elettoralismo e ai partiti che, in seno al movimento operaio, raccomandavano il cambiamento con la via elettorale. Ciò era, anche all'epoca, un'illusione. Ma oggi tale il­lusione si dilegua nella realtà del capitalismo in crisi. E' in coerenza di tale analisi che Lutte ou­vrière ha presentato in queste elezioni regio­nali le liste "dare voce al campo dei lavorato­ri", in 12 delle 13 regioni della madrepatria e nell'isola di La Réunion. E nella stessa coe­renza d'analisi si sono schierate le liste pre­sentate dai nostri compagni di Combat ou­vrier in Guadalupa e Martinica. Non abbiamo cercato alleanze con altre or­ganizzazioni, anche quando erano critiche nei confronti del governo PS e della sua poli­tica. Ovviamente non le abbiamo cercate con partiti o formazioni alcune delle quali, pur es­sendo oggi critiche - ecologisti ma anche PCF e sostenitori di Mélenchon -, si sono al­leate al PS ed hanno la loro parte di respon­sabilità. Sono i nostri avversari politici, anche se, certamente, è indispensabile rivolgersi ai militanti operai del PC. Non abbiamo cercato neppure di allearci ad altri più vicini alle nostre posizioni politiche, ma che non condividono l'essenziale per noi: presentarsi chiaramente in nome di una poli­tica di classe. In questo periodo di confusione e di perdita di riferimenti, la chiarezza nel movimento operaio è essenziale. La nostra campagna è stata condotta in opposizione a tutti i partiti della borghesia, dall'estrema destra al PS. Abbiamo difeso un programma che indica prospettive di classe ai lavoratori di fronte ai principali mali di cui soffrono in questo perio­do di crisi dell'economia capitalista: la disoc­cupazione, i bassi salari e le misere pensioni. Tutte le esigenze portate avanti vanno nel senso di far passare l'idea che esse si pos­sono imporre soltanto chiamando in causa lo stesso sistema capitalistico e dandosi i mezzi per farlo. Abbiamo chiaramente portato avanti l'idea che i lavoratori hanno bisogno di un partito che rappresenti i loro interessi politici a breve e a lungo termine. {{La necessità urgente di un partito operaio comunista rivoluzionario}} Difendendo queste idee le nostre liste hanno raccolto un totale di 320.054 voti (1,5 %) al primo turno, in progresso rispetto alle elezio­ni regionali del 2010 (206.229 voti, ossia l'1,09%). Certamente è poco rispetto alle ne­cessità, ma è confortante perché questo ri­sultato conferma ciò che abbiamo colto du­rante la campagna elettorale, cioè che que­ste idee trovano un riscontro favorevole nel nostro campo, fra coloro che sopportano tut­to il peso del capitalismo in crisi: lavoratori dipendenti, disoccupati, pensionati. La portata della nostra campagna è stata certamente limitata dalle nostre forze e dalla nostra presenza insufficiente nelle imprese, nelle zone popolari e su scala nazionale. Ed anche se durante questa campagna elettora­le abbiamo avuto un accesso ai grandi mass media più importante del solito, questo ac­cesso si è ridotto a pochi minuti in televisione e a qualche riga nella stampa scritta. Non ne dobbiamo essere stupiti, e ancor meno dobbiamo lamentarci. Non c'è alcun motivo perché la borghesia favorisca l'e­spressione di una corrente politica che con­testa radicalmente il suo dominio sulla socie­tà. È per questo che la corrente rivoluzionaria non può mantenersi in vita e svilupparsi se non a patto di darsi mezzi d'espressione au­tonomi come una stampa politica e dei volan­tini d'impresa. Quando la classe operaia rialzerà la testa, saprà darsi un’infinità di mezzi per diffondere delle idee e una politica favorevoli ai suoi in­teressi. Trotsky, nel suo lavoro dedicato alla rivoluzione del 1905, dava una descrizione impressionante del propagarsi dello sciopero generale insurrezionale, di ora in ora, di minuto in minuto, senza alcun bisogno di qualsiasi mass media borghese. Non siamo in un periodo di crescita del movi­mento operaio. Le idee comuniste rivoluzio­narie si diffondono solo con gli sforzi dei mili­tanti e con l'ascolto individuale di quelli che condividono queste idee. È per questo che i 320.054 elettori sono preziosi. Infatti, essi sono altrettanti donne e uomini che hanno colto l'occasione delle elezioni per esprimere la loro adesione alle idee difese dalle nostre liste. Le elezioni e i loro risultati sono fatti politici minori, nel senso che non hanno il potere di rovesciare la società. Ma hanno quello di contribuire alla propagazione delle idee e di verificare quale riscontro hanno queste idee. La frequenza delle elezioni in un paese come la Francia consente anche di misurare la te­nacia di chi difende tali idee, di confermare che la corrente esiste e che la bandiera è sempre alzata. Ciò conta per il futuro. Nessuno può predire se la direzione rivolu­zionaria, che sarà necessaria al proletariato quando ritroverà fiducia nelle proprie forze, giungerà da generazioni del tutto nuove o, al­meno in parte, dalla presa di coscienza di un certo numero di militanti, venuti dal PC o meno, militanti operai che non hanno perso la fiducia, che continuano ad agire in seno alla loro classe. La destabilizzazione sia sociale che politica della nostra epoca li porterà a farsi delle do­mande e a cercare delle risposte? Noi non lo sappiamo. Avremo la risposta solo se agire­mo sulla base di idee chiare e con tenacia. Non c'è altra strada che quella di tornare alle prospettive e ai riferimenti del movimento operaio rivoluzionario. E comunque è la no­stra strada! 17 dicembre 2015

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