Internazionale
Siria

grandi manovre russe ed occidentali attorno ad un paese devastato

(Da “Lutte de Classe” n° 171 (Novembre 2015)

All’inizio di settembre 2015, François Hollan­de si è lanciato in una nuova avventura guer­resca ordinando bombardamenti aerei con­tro lo Stato islamico (Isis o Daech in arabo) in Siria, quando fino ad ora l’imperialismo francese si era limitato a combattere questo gruppo armato in Iraq. I motivi invocati sono sempre più ipocriti. Lottare contro il terrori­smo? Ma è precisamente il terrorismo di Sta­to delle grandi potenze a creare l’humus nel quale cresce il jihadismo. Si dice di voler aiu­tare le popolazioni siriane che fuggono la barbarie di Daech e nel contempo le si bom­barda. Chi può ancora credere ai “bombar­damenti chirurgici”, che ucciderebbero i jiha­disti e risparmierebbero i civili? Senza di­menticare il fatto che, nella stessa Francia, il numero di migranti che il governo si vanta di accogliere è irrisorio in proporzione alla cata­strofe in corso in Siria.

Lo Stato che ha potenziato il suo intervento militare e diplomatico in Siria non è la Fran­cia ma la Russia. Quindi, se si organizza una nuova coalizione, dichiarata o ufficiosa, e se ci si avvia verso una composizione politica della questione siriana, l’imperialismo france­se vuole essere presente per poter difendere i propri interessi. Questa è la vera ragione dell’intervento militare francese, anche se concretamente questo incida ben poco.

Se i mass media hanno presentato il poten­ziamento militare russo in Siria come una sorpresa, non era di certo tale per i dirigenti delle grandi potenze, a cominciare dagli Stati Uniti. Far passare per settimane, attraverso lo stretto del Bosforo, decine di navi militari in transito dal Mar Nero alla base russa di Tar­tus, situata sulla costa mediterranea della Si­ria, inviare decine di caccia e bombardieri sull’aeroporto di Lattaquia a nord di Tartus, evidentemente non è stato possibile senza che i servizi d’informazione americani, di cer­to avvisati in anticipo, lo sapessero o lo avessero approvato.

Quando, lunedì 28 settembre, Obama ha ri­cevuto Putin a New York, in occasione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite, lo ha immediatamente e apertamente trattato come alleato potenziale nel conflitto militare siriano.

Le dichiarazioni esasperate di dirigenti ame­ricani e francesi in occasione dei primi bom­bardamenti russi contro “l’opposizione siria­na” al dittatore Bachar Al-Assad sono stati solo di facciata. Se tali bombardamenti aves­sero realmente scontentato gli Stati Uniti, questi non si sarebbero limitati a semplici di­chiarazioni. In realtà, l’intervento russo si col­loca in un riorientamento della strategia del­l’imperialismo americano, iniziato da almeno due anni. L’imperialismo USA, per tentare di risolvere il problema creato dal caos in Siria ed Iraq, di cui tra l’altro è all’origine, cerca di appoggiarsi a forze che aveva precedente­mente combattuto: alcune milizie integraliste sciite irachene e l’Iran che le sostiene, le mili­zie curde della Siria e, infine, lo stesso regi­me di Bachar Al-Assad. Ed esso conta sul contributo delle forze militari dispiegate da Putin.

Le relazioni della Siria con la Russia e le po­tenze imperialiste

I legami dei dirigenti della Russia, e di quelli dell’URSS prima di loro, con la dittatura siria­na risalgono a tempi lontani. I regimi nazio­nalistici arabi di Siria, Iraq, come pure dell’E­gitto, avevano stabilito legami economici e diplomatici con l’URSS fin dagli anni ’50. Così, all’inizio degli anni ’70, sotto la dittatura di Hafez Al-Assad, padre di Bachar, il porto di Tartus, alla cui ristrutturazione l’URSS aveva contribuito, diventò una base navale sovietica.

Allorché nel 2011, sullo slancio di quella che fu detta “la primavera araba”, Bachar Al-As­sad fu contestato da manifestazioni popolari, quei legami di lunga data fecero sì che la Russia votasse sempre contro qualunque in­tervento ONU in Siria. Già all’epoca, questa posizione russa, in realtà, conveniva ai diri­genti occidentali, che potevano così permet­tere alla dittatura di reprimere la contestazio­ne popolare senza dover giustificare la loro complice passività di fronte alla propria opi­nione pubblica.

Una volta schiacciato il movimento popolare, la contestazione del potere siriano prese la forma delle milizie armate, di cui alcune ultra reazionarie, sostenute da potenze regionali quali la Turchia, l’Arabia Saudita, la Giorda­nia e il Qatar. Gli Stati Uniti, e nella loro scia le altre potenze imperialiste occidentali, col­sero l’occasione per provare a sbarazzarsi di Bachar Al-Assad. Il regime siriano, pur non avendo più nulla delle caratteristiche anti-im­perialiste del nazionalismo arabo degli anni ’50, non era neppure completamente sotto­messo alla politica dell’imperialismo nella re­gione.

Questo tentativo fu un fallimento. Il regime di Assad, anche se molto indebolito, riuscì a re­stare in piedi. Dalla miriade di milizie finan­ziate ed armate direttamente dalle potenze regionali ed indirettamente da grandi potenze quali gli Stati Uniti e la Francia, non emerse alcuna forza capace di rappresentare un’al­ternativa ad Assad… se non alla fine l’Isis, che risultò ancora meno controllabile dall’im­perialismo che non il regime siriano.

Quindi, anche se gli Stati Uniti hanno conti­nuato a condannare a parole la dittatura di Assad e a finanziare e ad armare gruppi mili­tari che gli si opponevano, hanno cominciato a preparare una politica alternativa impernia­ta su Russia ed Iran, i due alleati di Assad. Così, nella primavera del 2015, venne orga­nizzata un’offensiva militare contro l’Isis in Iraq con l’avallo degli Stati Uniti, che raduna­rono truppe del governo ufficiale iracheno e milizie sciite che precedentemente si erano opposte alla presenza americana in Iraq. Tutto ciò si svolse sotto la direzione di un generale iraniano, capo delle brigate speciali iraniane al Qods.

Questo mutamento repentino di atteggia­mento nei confronti del dittatore siriano non è davvero tale. Da quando gli Stati Uniti, alla fine della seconda guerra mondiale, divenne­ro l’imperialismo dominante in questa regio­ne del mondo, essi non smisero di cercare fra le forze presenti quelle su cui potevano fare affidamento per affermare la loro politica del momento e per combattere quelle che ci si opponevano. Per decenni, il regime siria­no, a causa del suo nazionalismo e dei suoi legami con l’URSS, venne messo all’indice. Ciò non impedì agli Stati Uniti di sollecitarlo quando ne avevano puntualmente bisogno. Fu con il beneplacito del governo americano che le truppe di Hafez Al-Assad entrarono nel Libano nel 1976 per stabilizzare la situa­zione in questo paese. Fu sotto la pressione degli Stati Uniti che le stesse truppe lasciaro­no il Libano nel 2005.

Dal 2008 al 2011 la dittatura siriana fu di nuovo considerata rispettabile. Bachar Al-As­sad fu invitato da Sarkozy a Parigi per la sfi­lata del 14 luglio 2008, e fu concluso un trat­tato di libero scambio tra la Siria e la Turchia di Erdogan nell’ambito della “nuova politica ottomana” di quest’ultimo. Le scelte dell’im­perialismo, a cominciare da quelle dell’impe­rialismo americano, contribuirono ogni volta a suscitare tali cambiamenti.

Per quanto riguarda la Russia, è stata di cer­to la minaccia di un’avanzata delle milizie an­ti-Assad su Tartus, la sua ultima base nava­le in Mediterraneo, a spingerla ad intervenire. Ma i suoi obiettivi vanno ben oltre. Putin, in­viando una forza militare importante, si pro­pone di svolgere un ruolo centrale nella lotta contro l’Isis, cercando di promuovere contro di essa una nuova coalizione con le truppe di Assad, del governo iracheno, dell’Iran e con le milizie curde. Così, alla fine di settembre, la Russia ha creato a Bagdad un gruppo di coordinamento in materia di informazioni e sicurezza che comprende, oltre ad essa, l’Iraq, l’Iran e la Siria.

La Russia, pur cercando di difendere i propri interessi nella regione, si prepara dunque a svolgere il ruolo di coordinatore della lotta anti-Isis, ben conscia che così assume un compito svolto fino ad allora esclusivamente dall’imperialismo americano, quest’ultimo surclassato dalla situazione che esso stesso ha creato. I dirigenti americani non ritengono affatto di inviare le loro truppe sul terreno. La loro ultima spedizione militare del genere, quella in Iraq nel 2003, riuscì soltanto a ge­nerare caos, confusione e soprattutto a far emergere forze che, dal punto di vista degli interessi imperialisti, erano molto meno con­trollabili
di quelle che ci si era prefissi di com­battere con tale intervento.

In Siria, la Russia e gli Stati Uniti, pur re­stando rivali, sono innanzitutto complici ed i loro interessi sono più convergenti che con­traddittori.

Il quotidiano Le Figaro ha recentemente pub­blicato le dichiarazioni di una fonte anonima vicina ai servizi d’informazione americani, contattata il 4 ottobre, poco dopo i primi bom­bardamenti russi. Essa affermava, secondo il giornale, che la speranza di una cooperazio­ne con i russi è al centro della strategia americana. “Tutti i clamori che sentite sul fat­to che gli americani si sono fatti prendere di sorpresa da Mosca sono falsi!” così diceva la fonte, che spiegava come gli Stati Uniti avessero iniziato “da mesi” conversazioni con i russi e come, nonostante il disaccordo sulla sorte di Assad, “ Mosca e Washington abbiano interessi comuni” che “gli americani provano a sfruttare per risolvere il conflitto”. “È molto difficile, ci vorranno sette a dieci anni. Ma non dimenticate che i russi li hanno aiutati con l’Iran. Il gruppo 5 + 1 (Stati Uniti, Francia, Regno Unito, Russia, Cina e Ger­mania, NDLR) è sempre attivo, l’idea è di uti­lizzarlo per risolvere la crisi siriana, portando attorno allo stesso tavolo i paesi del Golfo, la Turchia e gli altri. I francesi ci aiutano” conti­nuava questa fonte.

La barbarie delle milizie islamiste

I primi bombardamenti russi hanno toccato solo molto parzialmente l’Isis, hanno invece colpito soprattutto le altre milizie dell’opposi­zione ad Assad, perché minacciavano più di­rettamente il dittatore siriano, e di conse­guenza le basi dell’esercito russo in Siria. Ciò ha dato luogo alle dichiarazioni irritate degli occidentali, a cominciare dai dirigenti francesi. “I russi colpiscono i resistenti ed i ci­vili”, ha detto Laurent Fabius, ministro degli esteri francese: “ Sostenere la lotta contro l’I­sis, sì lo facciamo! I nostri aerei sono andati laggiù per bombardarlo. Ma se si tratta, come risulta dalle informazioni ricevute, di sottolineare falsamente di lottare contro l’Isis per colpire i resistenti e consolidare Bachar, allora no!”

Fabius, da buon professionista della diplo­mazia, ovviamente non si fa alcun scrupolo ad ergersi a difensore delle popolazioni civili siriane nello stesso momento in cui l’esercito francese impegna la sua aviazione in bom­bardamenti che uccideranno anche i civili. D’altra parte, i gruppi che Fabius chiama pu­dicamente “resistenti” sono in realtà, nella loro grande maggioranza, delle milizie islami­ste. Le milizie che combattono il regime di Bachar Al-Assad sono tanto rivali quanto al­leate e non hanno nulla da invidiare all’Isis per quanto riguarda sia la barbarie di cui sono capaci sia le idee reazionarie a cui fan­no riferimento.

In questa opposizione così tanto rispettabile agli occhi di Fabius, i gruppi militari più im­portanti oltre all’Isis sono il Fronte al-Nosra, legato ad al-Qaida, il gruppo Jaysh Al-islam (“armata dell’islam”) e il gruppo Ahrar al-Sham di cui alcuni responsabili sono stati, per un periodo della loro carriera di jihadisti, nel gruppo Stato islamico in Iraq, antesigna­no dell’Isis.

Agli occhi delle grandi potenze occidentali, la cosa che rende più accettabili questi “resi­stenti”, per riprendere l’espressione di Fa­bius, è il fatto che, a differenza dell’Isis, essi affermano di voler limitare alla Siria la propria battaglia e giurano che non porteranno la ji­had fuori da questo paese. In ogni caso, non cambia molto per la popolazione siriana.

Così, all’inizio della primavera 2015, il Fronte Al-Nosra ed il gruppo Ahrar al-Sham si sono coalizzati con altre milizie per formare l’Eser­cito della conquista, in occasione di un’offen­siva che ha portato alla presa della città di Idlib nel nord-ovest della Siria. Il sistema di vita creato da questa coalizione somiglia tre­mendamente a ciò che l’Isis impone nelle re­gioni che cadono sotto il suo controllo: impo­sizione forzata della sharia, obbligo per i ne­gozi di chiudere durante la preghiera, perse­cuzione delle coppie infedeli, adulteri lapidati in pubblico. In giugno, una ventina di perso­ne di confessione drusa sono state assassi­nate in un villaggio in seguito ad un semplice alterco con membri di Al-Nosra. Qatar e Ara­bia Saudita, che finanziano questo esercito della conquista, temendo che esso sfugga dal loro controllo o addirittura che faccia al­leanza con l’Isis, prevedono di appoggiarsi ad una terza milizia, l’esercito dell’islam, pre­sente soprattutto nei sobborghi di Damasco e diretto da Zahran Allouch, un salafista con­vinto.

I gruppi militari dell’esercito siriano libero (ASL) non si sono mai unificati davvero ed hanno sempre costituito un insieme molto di­sparato. In alcune regioni, dietro a questa etichetta agiscono truppe molto vicine alle milizie islamiste. In occasione dell’offensiva su Idlib, truppe dell’ASL sono confluite nell’esercito della conquista. In altre regioni, al contrario, esse vengono annientate dalle milizie jihadiste. Nel corso dell’autunno 2014 e dell’inverno 2015, il Fronte al-Nosra ha così sterminato due gruppi dell’ASL.

Nel febbraio 2015 gli Stati Uniti avevano an­nunciato di aver predisposto, in Turchia e in Giordania, un programma d’addestramento e di formazione per 15000 combattenti siriani ad opera di istruttori americani . Nel settem­bre 2015, solo 54 combattenti erano stati for­mati. Un generale americano ha anche uffi­cialmente riconosciuto che solo “quattro o cinque” combattenti erano permanentemente attivi in Siria. Infatti, la cinquantina di soldati inviati durante l’estate per combattere l’Isis, la cosiddetta Divisione 30, fu attaccata e cat­turata dal Fronte Al-Nosra, per poi raggiun­gere le truppe della milizia jihadista con sei autocarri carichi di missili e munizioni.

Gli Stati Uniti, di fronte a questa situazione uscita dal loro controllo, hanno scelto di so­stenere le milizie curde siriane, le Unità di protezione del popolo curdo (YPG), che con un certo successo combattono l’Isis nel nord-est della Siria. Questo appoggio è cominciato a Kobane, città curda a ridosso della frontie­ra turca e accerchiata dall’Isis nel settembre 2014. I bombardamenti degli Stati Uniti han­no aiutato in extremis le milizie curde a re­spingere l’offensiva islamista. Gli Usa hanno poi continuato a sostenerle quando tali mili­zie hanno ripreso all’Isis la città siriana di Tal Abyad confinante con la Turchia e punto di passaggio delle armi, del petrolio e delle re­clute per l’organizzazione jihadista.

Non c’è ovviamente alcuna ragione umanita­ria nelle scelte americane. Fra i gruppi armati esistenti, le YPG sono le uniche capaci di fronteggiare l’Isis con una certa efficacia mili­tare. D’altra parte, gli Stati Uniti sono riusciti a negoziare il proprio sostegno grazie alla mediazione dei dirigenti curdi dell’Iraq, inter­venuti al momento dell’assedio di Kobane. Questi ultimi sono alleati degli Stati Uniti dall’intervento del 2003 in Iraq, anzi, si può dire dall’intervento precedente, durante il quale gli Stati Uniti hanno dato loro la possi­bilità di controllare in modo quasi autonomo il Curdistan iracheno e le sue riserve petrolife­re.

Il governo turco ha ovviamente difficoltà ad accettare il sostegno americano alle milizie curde. Per il presidente Erdogan, le YPG sono gli alleati siriani del partito dei lavoratori del Curdistan (PKK) turco, ritenuto l’organiz­zazione terroristica numero uno da schiac­ciare. Del resto, esso stesso fa di tutto per in­debolire le YPG, continuando a fornire aiuti all’Isis attraverso la frontiera turco-siriana.
La scelta americana di permettere alla Rus­sia di organizzare una nuova coalizione con­tro l’Isis, appoggiandosi al regime di Assad, all’Iran, alle milizie irachene sciite e alle mili­zie curde, ha spiazzato molti alleati tradizio­nali degli Stati Uniti. La Turchia, l’Arabia Sau­dita e il Qatar, oltre al sostegno alle milizie curde, non vedono di un buon occhio l’inte­grazione di Assad ad un fronte anti Isis, così come il fatto che i loro alleati sul campo mili­tare siriano, queste milizie islamiste che essi stessi hanno contribuito ad organizzare, sia­no bersagli al pari dell’Isis. E non piace loro nemmeno il ritorno in primo piano dell’I­ran, potente rivale regionale. È probabile tut­tavia che, visti gli interessi economici e politi­ci che legano questi paesi agli Stati Uniti, pur ten­tando di continuare a difendere sottoban­co i propri interessi, dovranno finire per in­goiare il rospo e adeguarsi al nuovo orienta­mento americano.

La sollecitudine francese verso le monarchie petrolifere

Le contraddizioni della diplomazia america­na hanno avuto un’altra conseguenza. Han­no aperto nuove opportunità all’imperialismo di second’ordine qual è la Francia. I dirigenti francesi non hanno perso l’occasione di farsi interpreti delle proteste dell’Arabia Saudita, in particolare quando gli Stati Uniti hanno ini­ziato a negoziare con l’Iran il suo programma nucleare. È per questo che Hollande, Valls e Fabius sono stati fra quelli che hanno più protestato contro i bombardamenti russi sulle milizie sostenute dall’Arabia Saudita.

Accontentarsi degli avanzi della diplomazia americana può fruttare. Gli affari sono andati a gonfie vele, dai cantieri del mondiale di cal­cio nel Qatar assegnati a Bouygues, Vinci e soci, agli aerei Rafale di Dassault venduti al Qatar ed all’Egitto grazie ad un finanziamen­to saudita, così come i portaelicotteri Mistral,. E non è finita. In occasione dell’ultimo spo­stamento di Valls nel Medio-Oriente a metà ottobre, erano in gioco 50 miliardi di contratti e investimenti riguardanti i settori dell’indu­stria militare, del nucleare e dell’aeronautica. Per il settore nucleare c’è un progetto di co­struzione di due reattori EPR per Areva e EDF, per quello dell’aeronautica si punta alla vendita di Airbus A350 ed A380 per la flotta di Saudia Airlines. Vi è pure un’offerta di Thales, del valore di 4,5 miliardi di dollari, per l’ammodernamento dei sistemi di difesa anti­aerea dell’esercito saudita. Un’offerta che era stata respinta tre anni fa a vantaggio di un concorrente americano, ed ora tornata di nuovo a galla. Cosa non farebbero gli straric­chi principi sauditi per ingraziarsi l’imperiali­smo francese quale portavoce delle loro am­bizioni contrastate dagli interessi superiori dell’imperialismo americano nel Medio-Orien­te...!

L’imperialismo francese, infine, appoggian­dosi alle monarchie petrolifere, cerca di otte­nere dei punti di sostegno nella prospettiva di un’eventuale soluzione politica per quanto ri­guarda la situazione siriana. Tutti gli attori sono consapevoli che occorrerà accordarsi con il regime di Assad per tentare di porre fine al caos ed instaurare un potere politico di transizione. Ma con quali altre forze? E quali legami avranno le diverse potenze re­gionali e imperialiste con questo nuovo pote­re? La posta in gioco, per l’imperialismo fran­cese. è l’accesso alle risorse della regione come, ad esempio, il petrolio, ma anche agli eventuali mercati che si creeranno con la ri­costruzione. In questa prospettiva, i sostegni saudita e qataro possono essere importanti.

***
L’intervento della Russia riuscirà a stabilizza­re realmente la situazione in Siria e più glo­balmente in una regione dove milioni di don­ne e di uomini, nell’arco di pochi anni, hanno visto la loro vita piombare nell’inferno della guerra civile? Le ingerenze accumulate dalle potenze imperialiste negli ultimi decenni han­no introdotto un tale livello di caos in questa regione, e, d’altra parte, l’economia capitali­sta si trova in un tale ristagno che ci si chie­de se davvero, in tale contesto, ci potrà mai essere una stabilizzazione duratura. Tanto più che tutte le potenze fanno il doppio gio­co, da un lato partecipando alla lotta contro l’Isis, e dall’altro muovendo come pedine pure le proprie creature. E c’è da scommet­tere che le ultime manovre degli uni e degli altri non porranno fine al caos, tuttalpiù modi­ficheranno la ripartizione dei ruoli sviluppan­do nuove forze sempre più reazionarie.

Molti presentano l’opposizione tra il campo di Assad, dell’Iran e dei curdi da un lato, e quel­lo dell’Isis, delle milizie islamiste, dell’A­rabia Saudita, del Qatar e della Turchia dal­l’altro, come un’opposizione fondamental­mente tra un campo sciita ed un campo sun­nita. Questo è confonde­re la sostanza con la forma, e significa anche attribuire la respon­sabilità della barbarie alle popolazioni che la subiscono ed al loro sup­posto settarismo reli­gioso. In molte regioni della Siria, ancora po­chi anni fa, le popola­zioni vivevano mescola­te senza problema. È stata la politica dell’im­perialismo a produrre queste divisioni e ad inasprirle. È sempre stato un principio di base della politica impe­rialista aizzare le popolazioni le une contro le altre al prezzo di far scorrere fiumi di sangue.

Finché le relazioni capitalistiche domineran­no l’organizzazione sociale, quelle imperiali­ste domineranno i rapporti tra i popoli. Non si elimineranno le une senza eliminare le altre. Per questo la sorte dei popoli del Medio-O­riente e la situazione degli sfruttati sono qui strettamente collegate.

17 ottobre 2015


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