Internazionale

Siria: tregua precaria in un paese distrutto

Nella notte del venerdì 26 febbraio è cominciata in Siria una tregua tra il regime e i vari gruppi ribelli, conformemente al piano annunciato alcuni giorni prima dai rappresentanti degli Stati Uniti e della Russia.

Non si sa quanto tempo tale tregua si potrà mantenere. Comunque non riguarda più della metà del territorio siriano: non le regioni sotto il controllo dei gruppi jihadisti, tra l’altro il fronte al-Nosra (ramo siriano di al-Qaida) e l’organizzazione Stato islamico (Isis). Ma nelle province centrali di Homs e di Hama, Damasco o Aleppo, gli abitanti hanno potuto uscire per tentare di comperare prodotti di prima necessità ed i bambini sono stati autorizzati a correre fuori, anche se lo fanno in mezzo alle rovine. L’ONU ha annunciato l’invio di convogli umanitari per venire in aiuto alle centinaia di migliaia di abitanti rimasti prigionieri nel cuore delle zone di conflitto. Altrove, le incursioni della Russia e della coalizione internazionale dietro agli Stati Uniti continuano i bombardamenti e fanno dei morti.

La tregua si inserisce nei tentativi delle grandi potenze di ritrovare una parvenza di stabilità in Siria ed in questa regione del Medio Oriente dove i loro interventi successivi non hanno fatto altro che peggiorare il caos e causare il rafforzamento dei vari gruppi jihadisti. L’intervento della Russia a fianco del regime di Assad, dall’autunno 2015, è venuto in realtà in aiuto agli Stati Uniti, a cui permette di uscire da una situazione che non controllavano più.

Come Putin con il regime siriano, anche gli Stati Uniti cercano, attraverso questa tregua, di imporre la loro politica ai loro alleati nella regione. Dall’inizio della guerra civile in Siria nel 2011, ognuno degli Stati vicini, oggi riuniti nella coalizione che fa capo a Washington, ha giocato il proprio gioco.

Così l’Arabia Saudita, che si dichiara ora pronta ad un intervento militare a terra, si è soprattutto preoccupata di sostenere i gruppi che si oppongono all’influenza dell’Iran, la potenza rivale. Nello stesso tempo, gli Stati Uniti contavano sempre più sul ristabilimento delle loro relazioni con il regime di Teheran per ristabilire l’ordine in Siria ed Iraq. L’altro alleato di peso degli Stati Uniti nella regione, la Turchia, si è comportato come complice dell’Isis ed ha dato la precedenza alla lotta contro i Curdi della Siria, alleati del PKK col quale è in guerra sul proprio territorio. In questo caso, gli Stati Uniti si sono trovati sul fronte opposto, volendo appoggiarsi alle milizie curde contro l’Isis. Il cessate il fuoco serve anche ad imporre agli indocili alleati degli Stati Uniti di mettere in sordina il loro doppio gioco; ci si può chiedere se vi riuscirà, e per quanto tempo.

Se la tregua, prevista per almeno quindici giorni, dura un po’ di più, sarà almeno un sollievo provvisorio per le popolazioni siriane. Quasi 300.000 persone hanno già perso la vita dall’inizio del conflitto, nel 2011, più di 10 milioni hanno dovuto fuggire da casa e 4,5 milioni partire in esilio all’estero. Molti sono minacciati dalla carestia nelle grandi città dove da cinque anni le varie cricche militari si scontrano per conquistare il potere.

Dalla contestazione sorta nel 2011 a seguito delle “primavere arabe”, non resta nulla se non la scelta tra subire la dittatura infame di Assad o subire le estorsioni di movimenti islamisti che aspirano solo ad imporre un regime ancora peggiore. Ecco qual’è il risultato dell’azione di queste cricche militari, della politica del regime e degli interventi delle potenze imperialiste.

G. B.


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