Internazionale

Russia: miniere mortali

Giovedì 25 e domenica 28 febbraio, tre esplosioni di metano in una miniera del grande Nord russo, vicino alla città di Vorkuta, hanno fatto 36 morti e 11 feriti fra i minatori ed i soccorritori. Immediatamente, le autorità regionali hanno decretato tre giorni di lutto ed annunciato che le famiglie colpite avrebbero ricevuto un milione di rubli ciascuna (11 000 euro). Il presidente russo Putin ha nominato una commissione per indagare su eventuali violazioni delle regole di sicurezza.

Si tratta di uno scenario ben orchestrato: mentre le catastrofi minerarie si succedono, le autorità si inchinano dinanzi alle vittime, dichiarano che i parenti saranno risarciti e suggeriscono che i lavoratori o i quadri subalterni delle miniere hanno avuto una responsabilità in questo dramma trascurando la sicurezza. Questa presentazione ha un vantaggio enorme: risparmia i padroni delle miniere, la loro logica del profitto ad ogni costo ed i loro protettori al vertice dello Stato.

In questo caso, la miniera Severnaja, fiore all’occhiello del gruppo del carbone Vorkutaugol, una filiale del gigante russo dell’acciaio Severstal, appartiene al magnate degli affari Mordashov. Questo personaggio vicino al Cremlino ha dichiarato ad un’agenzia finanziaria americana, poco prima del dramma mortale di Severnaja, che nelle sue imprese poteva ridurre ancora i costi. Si può immaginare che per lui i costi umani sono la variabile con cui si adeguano i profitti.

A conferma della cosa, i servizi televisivi hanno mostrato minatori e membri delle loro famiglie che raccontavano quanto, nei pozzi del bacino di Vorkuta, gli impianti di sicurezza sono insufficienti, mal mantenuti o inesistenti.

Ed il risultato, terribile, è questo. Anche secondo le statistiche ufficiali russe, il numero delle vittime di catastrofi minerarie e la frequenza di queste ultime sono molto cresciuti. Sul periodo 1980-1990, ai tempi dell’Unione sovietica, gli incidenti con più di 50 vittime rappresentavano una catastrofe mineraria su 313; dal 1991 al 2000, quindi dopo la fine dell’URSS, rappresentavano una catastrofe su 86; e nel periodo 2001-2010 erano uno su 33. In altre parole, la frequenza delle catastrofi maggiori è stata quasi moltiplicata per dieci in trent’anni!

Non è sorprendente. Certamente, all’epoca sovietica, la vita dei minatori e quella dei lavoratori in generale importava poco ai burocrati delle miniere e delle loro regioni, ma almeno avevano qualche conto da rendere, almeno per tutto ciò che intralciava la fornitura di carbone e d’acciaio al paese, secondo uno slogan di allora. Sapevano che la loro carriera e quindi i loro privilegi potevano soffrire di tali difficoltà e quindi che era meglio garantire un minimo di sicurezza nei pozzi.
Ma da quando le miniere dell’ex-URSS sono state privatizzate e i vari “clienti” del potere le hanno potute acquisire a prezzo di favore, gli investimenti nelle attrezzature previste per garantire la sicurezza sono scesi a zero. Risulta dalle statistiche ufficiali che in trent’anni il coefficiente di pericolo mortale del lavoro di minatore è aumentato di quasi due volte e mezzo.

Nello stesso tempo in cui la produzione mineraria è crollata, il numero delle sue vittime non ha smesso di crescere, in seguito a catastrofi come quella di Severnaja. Così, in un’altra miniera di Vorkuta, si sono contati 18 morti appena tre anni fa. Il mese precedente, otto persone erano morte in una miniera della regione siberiana di Kemerovo. E l’incidente più grave di questi ultimi anni ha ucciso almeno 73 minatori in un altro pozzo del bacino di Kemerovo.

Di fronte a questo macello, nessun padrone di miniera è stato mai indagato, ed ancora meno condannato. Nel sistema russo attuale, si tratta di fare soldi in tutti i modi, anche con la pelle dei lavoratori. Quanto alla loro morte, fa parte dei rischi della produzione.

P.L


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