Internazionale

Francia: un attacco in piena regola contro i lavoratori

Il 9 marzo numerose manifestazioni e scioperi si sono svolti in Francia, con centinaia di migliaia di partecipanti, sia lavoratori che giovani e studenti, per chiedere il ritiro del progetto di legge sulla riforma del codice del lavoro presentato dal governo. Si tratta di una brutale rimessa in discussione delle condizioni di retribuzione e di lavoro, e di alcuni diritti elementari dei salariati.

I sostenitori del progetto di legge parlano di “modernità”, ma si tratta, sotto certi aspetti, di un ritorno all’Ottocento. Contrariamente a ciò che hanno potuto dire Hollande e il suo primo ministro Valls, questo progetto non garantisce né il salario, né la durata del lavoro, né il contratto di lavoro. Al contrario, mira ad eliminare il principio dei diritti collettivi dei lavoratori, sostituiti dal contratto individuale tra il datore di lavoro ed il suo lavoratore dipendente. Quando uno detiene l’impresa e l’altro solo le sue braccia per lavorare, chi è che può dettare il contratto?

La misura più significativa, quella che giustamente ha causato più reazioni, è l’idea che la settimana di lavoro potrebbe arrivare fino a 60 ore, anche oltre le regole europee che la limitano a 48 ore. Il progetto di legge prevede anche la possibilità di ridurre il riposo tra due giorni di lavoro, che oggi è al minimo di 11 ore.

Il tasso di maggiorazione degli straordinari potrebbe essere riportato al 10%, mediante accordo. Ciò implicherebbe un ribasso del salario per milioni di lavoratori che oggi lavorano oltre le 35 ore legali con una maggiorazione del 25%.

Già la precedente legge del ministro Macron prevedeva la possibilità di abbassare i salari ed aumentare le ore di lavoro senza pagarle per un periodo di cinque anni, col pretesto di difficoltà economiche dell’azienda. Ora il progetto di legge permetterebbe di farlo col pretesto di sviluppare l’occupazione e senza limite di tempo.

Il calcolo delle ore di lavoro su tre anni permetterebbe anche di pagare gli straordinari soltanto al termine di questi tre anni. A condizione che durante questi anni il lavoratore sia riuscito a fare il conto delle ore effettuate, e che sia ancora presente nell’impresa.

D’altra parte le piccole imprese potrebbero mettere tutti i lavoratori dipendenti al forfait: gli orari quotidiani sarebbero fissati secondo la volontà del datore di lavoro, sulla base del salario mensile convenuto, senza alcun straordinario pagato.

Infine, il progetto prevede che ogni lavoratore dipendente che rifiuta le modifiche e il peggioramento del suo contratto di lavoro definiti da questa nuova legge potrà essere licenziato con giusta causa.
Inoltre, il diritto di licenziare, senza possibilità di ricorso legale da parte del lavoratore licenziato, è riconosciuto ai datori di lavoro anche nel caso di un ribasso del fatturato di una determinata unità produttiva per un periodo di tre trimestri o anche meno. Tale giustificazione è facile da fornire per qualunque padrone.

Le indennità in caso di licenziamento senza giusta causa saranno fissate al minimo. Il diritto di licenziare, tanto richiesto dal padronato, ha trovato la sua piena traduzione giuridica nel progetto del governo.
Il progetto di legge rimette anche in discussione il pagamento dei giorni festivi per tutti i lavoratori dipendenti che non sono in contratto a durata indeterminata. Questo vuol dire ancora un ribasso del salario per milioni di lavoratori. Si consente al datore di lavoro di dare solo dodici giorni consecutivi di ferie, senza contestazione possibile, e di fare lavorare dieci ore al giorno gli apprendisti di meno di 18 anni.

Infine, sarebbe predisposto un contratto a durata indeterminata… intermittente. Il lavoratore dipendente avrebbe un numero molto limitato di ore garantite dal datore di lavoro, senza orario definito. Potrebbe essere chiamato dal padrone per fare queste ore o altre ore in complemento. Non resta più che reinventare la schiavitù!

Lasciati a sé stessi, impresa per impresa, officina per officina, i lavoratori avrebbero difficoltà a resistere al ricatto patronale. I referendum previsti dalla legge, se ci saranno, si faranno sotto la pressione padronale.

Altre giornate di manifestazione sono state previste, entro la fine di marzo, per rispondere all’arroganza di questo cosiddetto governo di sinistra, sempre disponibile a soddisfare le domande padronali. Questo attacco in piena regola non deve passare.

P.S.


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