Internazionale
ACCIAIERIE DI PIOMBINO

Segnali di allarme per Aferpi

Ritardi, incertezze, indecisioni, dubbi: infine le preoccupazioni sempre più forti, che ancora non si evolvono verso forme di lotta concrete. L’algerino di Cevital non sarà il “salvatore” della siderurgia piombinese?

Che i tempi slittassero, per il faraonico progetto che Issad Rebrab aveva promesso per Piombino, si era capito già da molto tempo: bastava guardare la tabella di marcia. L’acquisto dello stabilimento piombinese da parte dell’industriale algerino non avrebbe dovuto solo salvare il salvabile dell’acciaieria, ma avrebbe dovuto costituire addirittura il rilancio dell’intera economia piombinese, con investimenti nel porto e nel settore agro-alimentare. Quanto c’era di vero e quanto di semplicemente ipotizzato nel progetto sarebbe risultato evidente dai progressi sul campo. Senonchè di progressi da due anni a questa parte se ne sono visti pochi, e pochissimi continuano a vedersi. Gli elementi di preoccupazione sono molti, e si sono alimentati negli ultimi mesi con le notizie (ufficiose, ma non tanto) diramate dagli organi di informazione, in particolare da un’inchiesta apparsa sul 24 Ore del 5 febbraio 2016.

Il quotidiano di Confindustria, solitamente ben informato sulle vicende e sui retroscena delle acquisizioni industriali e dei processi correlati, ha pubblicato un reportage impietoso sull’operazione Aferpi, dando un volto concreto alle incertezze degli ultimi mesi e tracciando un quadro certamente non ottimistico sulla figura di Issad Rebrab, della sua impresa di riferimento in Algeria, la Cevital, dei suoi traffici, delle sue disponibilità economiche effettive, dei suoi rapporti con il potere politico algerino, delle sue manovre speculative in relazione alla vicenda della fabbrica piombinese.

Malgrado i sindacati confederali abbiano bollato l’articolo di un approccio “scandalistico e gossipparo”, le ipotesi espresse dal Sole 24 Ore meritano almeno un minimo di attenzione. E’ vero – e perfino ovvio - che la siderurgia italiana ha accolto con evidente ostilità l’inserimento di capitali stranieri nell’industria del ferro. C’erano state una serie di offerte in competizione con quella algerina, anche di provenienza nazionale, peraltro tutte poco convinte e molto al ribasso; d’altra parte Confindustria non vede ovviamente di buon occhio nemmeno i fondi che lo Stato intenderebbe mettere a disposizione per l’operazione Aferpi.

Di fatto ogni incontro congiunto tra Ministero dello Sviluppo Economico, istituzioni locali, Regione, Sindacati e rappresentanti della Cevital viene ormai abitualmente preceduto dal relativo articolo sul quotidiano confindustriale, quasi sempre con accenti di velato scetticismo. Quindi, quanto ci sia di vero in quel che dice Il Sole 24 Ore, e quanto somigli a un’ingerenza interessata, non s’ha da sapere. Ma fatto sta che la situazione descritta dal quotidiano assomiglia molto alla realtà, per lo meno nei tempi di realizzazione: “E’ impensabile che le promesse fatte dall’imprenditore algerino nella primavera scorsa si realizzino nella tempistica prevista.”

A quanto pare, la situazione finanziaria di Rebrab non sarebbe delle migliori, soprattutto sul piano della liquidità; ci sarebbero problemi consistenti a ottenere credito dalle Banche, e in aggiunta l’impossibilità di utilizzare capitali propri, per il divieto di esportare capitali all’estero. Il quotidiano dice anche molto sui presunti rapporti tra Rebrab - e l’imprenditoria algerina in genere, strettamente connessa ai finanziamenti statali – e il nuovo corso politico-militare.

La fazione a cui Rebrab era legato sarebbe stata estromessa dal potere dall’ex capo dei servizi segreti algerini; e proprio in vista di una probabile caduta in disgrazia Rebrab avrebbe investito nella fabbrica piombinese, contando sia su futuri finanziamenti pubblici italiani, sia sulle pressioni italiane nei confronti di Algeri per consentire l’invio di capitali per investimenti in Italia. Secondo Il Sole 24 Ore, Rebrab avrebbe anche la capacità di muovere i lavoratori del suo gruppo per manifestazioni pubbliche in suo favore, come già successo nelle strade della città portuale di Bedjaee, dove Cevital ha gli stabilimenti.

Comunque stiano le cose, l’ordine del famoso forno elettrico, che dovrebbe entrare in funzione nel 2017, non è ancora operativo. Nemmeno le bonifiche, che avrebbero dovuto sgomberare l’ex area a caldo per ospitare i nuovi stabilimenti collegati all’agroalimentare, sono progredite granché, a quanto pare perché il calo di prezzo del rottame rende l’operazione costosa. Anche per le infrastrutture ci vorrebbero i soldi che non ci sono: la società Autostrade, nonostante accordi già stipulati, non ha alcuna intenzione di realizzare la strada 398 a proprio carico nell’ambito del progetto dell’autostrada tirrenica, e quindi servono almeno 100 milioni di euro pubblici da investire.

Per finire, voci ancora più allarmistiche ipotizzano la dismissione e lo smontaggio dello stabilimento, con il trasferimento degli impianti all’estero.

I sindacati sperano di ottenere il prolungamento degli ammortizzatori sociali, anche per i lavoratori dell’indotto. La cassa integrazione ha permesso a molte famiglie di sopravvivere, e allo stesso tempo ha anche fornito a sindacati e istituzioni l’opportunità di temporeggiare. Ma il tempo passa e le speranze che hanno alimentato l’attesa dei lavoratori di Piombino sono sempre più confuse.

Corrispondenza Piombino


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