Internazionale

Turchia: la guerra sporca del Kurdistan

L’attentato del 12 gennaio a Istanbul, che ha causato la morte di 10 turisti, ha reso evidente la situazione di forte tensione esistente in Turchia e descritta dal seguente articolo, tradotto dal giornale dei nostri compagni di Sinif Mücadelesi (Lotta di classe – Turchia – UCI) del 1° gennaio 2016.

Nelle scorse settimane, la guerra si è intensificata nelle regioni curde, a Diyarbakir, Silopi, Cizre, Mardin, causando la morte di centinaia di curdi ma anche di poliziotti e soldati, numerosi feriti e la distruzione di quartieri interi, con enormi danni. In seguito al coprifuoco 200.000 persone in pieno inverno devono sopravvivere senza elettricità e senza acqua.

Perché questi omicidi, queste distruzioni, queste sofferenze? Dopo che il governo AKP di Erdogan aveva iniziato un “processo di pace”, i combattimenti si erano interrotti. Sembrava che accettasse di riconoscere alcuni diritti al popolo curdo, come quello di parlare la propria lingua. Sembrava che i negoziati con il partito pro-curdo HDP dovessero portare al riconoscimento di una certa autonomia per queste regioni. Prima delle elezioni generali del 7 giugno, l’accordo in dieci punti di Dolmabahçe sembrava annunciare una soluzione definitiva.

Tuttavia, poca prima dell’elezione, il presidente della repubblica Erdogan ha iniziato a dire che non sapeva nulla di tale accordo, né se egli lo poteva accettare. Il dirigente del HDP Demirtas ha allora informato Erdogan che non avrebbe più sostenuto i suoi progetti politici.

La tensione è cresciuta dopo il 7 giugno, quando l’HDP è riuscito a superare la soglia elettorale del 10%, superando la quale si ha diritto ad una rappresentanza parlamentare. Erdogan ha visto cadere le sue speranze di ottenere la maggioranza necessaria a instaurare un sistema presidenziale. Ad aggravare le sue preoccupazioni, pende su di lui la minaccia di un rinvio alla Corte suprema per un processo di corruzione.

Erdogan è ricorso dunque a tutti i mezzi per impedire l’insediamento di un governo di coalizione e per andare verso nuove elezioni. Nel frattempo si sono verificati gli attentati di Suruç, a luglio, e di Ankara, ad ottobre, in cui l’Isis ha ucciso più di cento manifestanti di sinistra. Ma è stata la morte di due poliziotti il pretesto alla ripresa della guerra nel Kurdistan.

In questo clima di guerra civile, l’AKP nelle nuove elezioni svoltesi il 1° novembre ha ottenuto attorno al 49% dei voti e la maggioranza assoluta al Parlamento. Ma il popolo turco ed il popolo curdo lo pagano caro. Se sono anzitutto i curdi a subire la guerra, tutta la popolazione subisce questa situazione d’insicurezza e paga le sue conseguenze negative sull’economia. Solo i venditori d’armi possono rallegrarsi, come in tutte le guerre!

Non pare che il governo AKP voglia fermare questa guerra a breve termine. Lo si è visto recentemente con l’atteggiamento di Erdogan nei confronti del Primo Ministro Davutoglu. Quest’ultimo voleva incontrare l’HDP, ma ha dovuto annullare l’appuntamento con le scuse. Erdogan al suo solito modo aggressivo, se l’è presa con Demirtas e le sue posizioni sull’autonomia accusandolo di tradimento e di provocazione.

Perché il popolo curdo non dovrebbe avere diritto all’autodeterminazione e ad avere il proprio governo? Come tutti i popoli, deve avere il diritto di governare sé stesso. Certamente, l’autonomia non porrebbe fine allo sfruttamento, all’ingiustizia ed alle diseguaglianze, e neanche alla discriminazione. L’HDP è un partito della borghesia curda e non vuole rimettere in discussione l’ordine borghese.

Per quanto ci riguarda, come comunisti rivoluzionari siamo solidali con il popolo curdo e sosteniamo la sua aspirazione all’autonomia, perché non c’è alcuna ragione per cui ai curdi non si debbano riconoscere gli stessi diritti degli altri popoli. Ma non dimentichiamo che la classe operaia della Turchia si compone di lavoratori turchi e curdi, spesso sfruttati fianco a fianco nelle stesse imprese. E siamo anche convinti che insieme, sono loro che debbono esercitare tutto il potere politico.

Sinif Mücadelesi


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