Internazionale
Iniziava ottant’anni fa l’ultima avventura coloniale dell’imperialismo italiano

L’invasione dell’Etiopia e l’Impero senza futuro

La violenza, la barbarie, il terrore, sono mezzi di lotta politica di cui si sono sempre serviti le classi dirigenti di tutti i paesi del mondo, specie se si tratta di politica estera, talvolta appoggiandosi sulle aspirazioni al potere di gruppi d’opposizione di altri paesi, di correnti nazionaliste, religiose, di clan e tribù, talvolta suscitando queste aspirazioni, talvolta schiacciandone senza pietà i combattenti e i sostenitori.

L’Italia non è estranea a tutto questo. Ripercorrere, anche sommariamente, la storia del tentativo di costruirsi un proprio impero, da parte di Mussolini e dei gruppi capitalistici che lo appoggiavano, può aiutarci a comprendere qualche cosa di più dei rapporti fra grandi potenze e del grado di violenza che sono sempre state disposte a mettere in atto per raggiungere i propri obiettivi.

Primi passi del colonialismo italiano

Al momento dell’invasione dell’Etiopia, nell’ottobre di ottant’anni fa, l’Italia era già una potenza coloniale.

In seguito all’apertura del canale di Suez, la compagnia di navigazione Rubattino comprava la baia di Assab in Eritrea per farne una base dei propri commerci, siamo nel 1869. Con un intreccio fra capitali privati e intervento statale che sarà tipico del capitalismo italiano, il porto di Assab sarà rivenduto tredici anni dopo allo stato per un prezzo quindici volte superiore! Nel 1885 truppe italiane occupano il porto eritreo di Massaua e si fanno i primi tentativi di penetrazione in Etiopia.
Una dichiarazione di Francesco Crispi, alla Camera dei deputati, subito dopo lo sbarco a Massaua può aiutarci a capire quanti padri abbia la politica del terrore: “Qual è il nostro scopo? Uno solo: affermare il nome dell’Italia nelle regioni africane e dimostrare anche ai barbari che siamo forti e potenti! I barbari non sentono se non la forza del cannone; ebbene, questo cannone tuonerà al momento opportuno”.

Nel 1889 viene creato il corpo degli ascari eritrei, truppe indigene inquadrate, con uno statuto specifico, nell’esercito italiano. Nel frattempo l’iniziativa diplomatica punta a fomentare l’inimicizia fra i vari ras etiopi. Un anno dopo viene costituita la colonia italiana di Eritrea, mentre si stabilisce il protettorato di alcune provincie della Somalia. Ma il colonialismo italiano si avvia verso una prima dolorosa batosta. Nel dicembre 1895 vengono attaccati e sterminati duemilacinquecento ascari e il loro comandante, Pietro Toselli, presso l’Amba Alagi, nel nord dell’Etiopia. Nel marzo dell’anno successivo si chiude la guerra d’Abissinia (con questo nome si indicava l’Etiopia) con la sconfitta di Adua, vicino al confine eritreo. Muoiono cinquemila soldati italiani e mille ascari. Il comandante, generale Baratieri, si garantisce la ritirata prima del grosso delle truppe e viene in seguito processato per codardia, anche se prosciolto per non compromettere lo Stato maggiore.

Al disastro di Adua segue un trattato di pace, che fissa, tra l’altro la linea di confine fra Eritrea e Etiopia o Abissinia e sarà rimesso in questione quarant’anni dopo.

La corsa alle colonie, in ogni modo, non si fermò. Talvolta con l’accordo delle altre potenze, in primo luogo Francia e Regno Unito, talvolta contro di esse, o meglio, contro qualcuna e con l’appoggio di altre, l’imperialismo italiano andava definendo una propria sfera d’influenza alternando l’iniziativa diplomatica, quella economica e quella militare. Così, per esempio, la conquista della Cirenaica e della Tripolitania (ribattezzate con il nome romano di Libia), nel 1911-1912, strappate all’impero turco, fu preceduta da una penetrazione economica che vedeva protagonista soprattutto il Banco di Roma, legato al Vaticano.

Non si fecero attendere, in questa come in tutte le altre imprese coloniali, le atrocità dei “portatori di civiltà”.

Tra le due guerre

Mussolini va al potere nel 1922, a quattro anni dalla fine della Prima guerra mondiale. L’Italia del primo dopo-guerra conosce le grandi speranze accese nel proletariato dalla Rivoluzione russa e la corrispondente Grande paura delle classi borghesi. Il movimento fascista discende sia dalle correnti interventiste e nazionaliste che già avevano dato prova della loro aggressività nel corso della guerra italo-turca, sia da una quota di transfughi del sindacalismo rivoluzionario, del partito repubblicano e di quello socialista divenuti a loro volta interventisti dopo il 1915. Da movimento di avventurieri violenti e confusionari, il partito fascista si trasforma in forza politica ben strutturata. Si conquista appoggi e finanziamenti, fino a rappresentare, agli occhi della grande borghesia, dei vertici della polizia, dell’esercito, della casa regnante e della magistratura, nonché di una parte rilevante del clero, la soluzione politica migliore per sconfiggere definitivamente il movimento operaio e ristabilire l’ordine borghese.

Dal punto di vista della politica estera, Mussolini si fa interprete del risentimento dei circoli dirigenti per la “Vittoria mutilata” che metterebbe l’Italia ai margini nella spartizione delle sfere d’influenza fra vincitori.

Tutto il periodo fra le due guerre mondiali è contrassegnato da continue tensioni fra le potenze europee e da repentini mutamenti di fronte nelle alleanze. L’invasione dell’Etiopia del 1935 avviene in questo quadro. Mussolini crede di poter manovrare sfruttando le rivalità e le paure degli altri capi di governo. Ottiene, di fatto, il via libera inglese e francese alla nuova avventura coloniale, assumendo una posizione antitedesca di fronte alla minacciata annessione dell’Austria da parte di Hitler. Le truppe italiane vengono fatte concentrare al confine austriaco come chiara minaccia nei confronti della Germania.

La crisi economica

L’invasione dell’Etiopia, che sfrutterà il pretesto di un incidente di frontiera, è stata preparata fin dal 1932. Nei gruppi dirigenti italiani si fa strada l’idea di una grande impresa coloniale, portata avanti con uno spiegamento di uomini mai visto e con gli equipaggiamenti più moderni. In qualche modo, è la versione militare del New Deal di Roosevelt. Le conseguenze della crisi del 1929 si fanno ancora sentire anche in Europa. In Italia le cifre ufficiali parlano di un milione di disoccupati e di una riduzione drammatica del potere d’acquisto dei salari.

Il regime fascista, mentre da un lato aveva reso illegale qualsiasi manifestazione di lotta di classe da parte dei lavoratori, imprigionandone i militanti migliori, oppure ammazzandoli, o ancora costringendoli all’esilio o riducendoli alla fame, tentò fin dall’inizio di conquistarsi il consenso popolare presentandosi come una sorta di “socialismo nazionale”, una “terza via” tra socialismo e capitalismo liberale. Gli effetti drammatici della crisi annullavano tutta la demagogia sociale di Mussolini e smascheravano la ridicola pretesa di un potere che imponeva le regole del corporativismo all’economia capitalistica.
Una nuova grande avventura coloniale sembrò il classico uovo di Colombo.

Assieme alla macchina militare, si mise in moto quella della propaganda, con al centro la rivendicazione del posto al sole per la “Nazione proletaria”, cioè per l’Italia e la suggestione di una specie di nuovo Far West che aspettava solo i badili dei contadini italiani per essere dissodato.

La barbarie imperialista

La guerra con l’Etiopia durò sette mesi. Nel maggio del 1936 fu proclamato l’Impero e il Re divenne anche imperatore. Tutto questo sulla carta. In realtà l’Etiopia non fu mai interamente conquistata e gli incessanti episodi di resistenza della popolazione etiope furono repressi con un grado di ferocia che non aveva nulla da invidiare né alle altre potenze coloniali, né alle successive stragi di cui la Germania di Hitler divenne il simbolo nella Seconda guerra mondiale.
L’impiego dei gas vescicanti, detti anche “gas mostarda” per il caratteristico odore, fu generalizzato. L’aviazione italiana li lanciava indifferentemente sulle truppe abissine e sui villaggi.

L’odio religioso fu ampiamente sfruttato. Paradossalmente, lo Stato maggiore italiano fece leva sull’orgoglio musulmano, scatenando gli ascari libici in una jihad contro gli etiopi che erano prevalentemente di tradizione cristiano-copta.

Tra gli episodi criminali di cui furono responsabili il governo fascista e il suo esercito c’è il linciaggio di massa che si scatenò ad Addis Abeba nel febbraio del 1937, in seguito ad un attentato a Graziani ad opera di nazionalisti eritrei. Nessuno sa quanti civili morirono in quella carneficina. Di sicuro migliaia, senza distinzione di età o di sesso.
Ma l’ondata di terrore sfociò in un secondo episodio di barbarie il maggio seguente: il massacro dei monaci e dei diaconi di Debrà Libanos, una città-monastero sacra ai cristiani etiopi. Le stime più recenti parlano di un numero di trucidati fra i 1500 e i 2000. Scrive lo storico Angelo Del Boca: “Mai, nella storia dell’Africa, una comunità religiosa aveva subìto uno sterminio di tali proporzioni”.

La leggenda degli “italiani brava gente”, abilmente elaborata e diffusa dopo la Seconda guerra mondiale, esce completamente sfatata dai fatti storici. Una leggenda dura a morire perché, come spiega lo stesso Del Boca, gli archivi delle colonie italiane sono stati a lungo monopolizzati dagli stessi militari che erano responsabili degli eccidi e che per questi stessi eccidi, naturalmente, non furono chiamati a pagare.

I successivi sviluppi, la rottura fra monarchia sabauda e fascismo dopo l’8 settembre 1943, l’allineamento di gran parte dei vertici militari al rovesciamento di alleanze, favorì in seguito una ricostruzione storica del tutto infondata. L’”onore” dell’Esercito italiano si era salvato. Il fatto che un buon numero di criminali e massacratori in divisa italiana negli anni ’30 divenisse poi alleato del fronte anglo-americano contro i tedeschi, autorizzò tutte le forze politiche a stendere un velo sulle atrocità del colonialismo italiano. Questo fronte compatto della menzogna e del silenzio coinvolse, in varia misura, tutti i partiti. La storiografia italiana ha rispecchiato per lunghi anni questa condizione di fatto. Tuttora non esiste alcun Giorno della memoria per le tante vittime del genocidio colonialista italiano.

R.Corsini


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