Internazionale

Radicare di nuovo le idee internazionaliste

{(Dal comizio di Nathalie Arthaud alla festa di Lutte Ouvrière, 25 maggio 2015)} (…) L'evoluzione del capitalismo, la sua crescente globalizzazione fanno sì che la mescolanza delle popolazioni, fenomeno che concorre al processo di formazione del proletariato, si svolga oggi su una scala ben più larga che ai tempi di Marx e della Prima Internazionale. Il proletariato odierno è composto, qui in Europa come negli Stati Uniti e in tutti i paesi più industrializzati, da uomini e donne venuti da tutti i continenti. La miseria, la fame, come le guerre e i regimi d'oppres­sione, li cacciano a migliaia dai loro paesi d'origine. Queste donne e questi uomini che, al prezzo di sforzi disperati e spesso mortali, provano a raggiungere i paesi più sviluppati dove sperano di trovare lavoro, sono la rap­presentazione sempre rinnovata del­l'espressione del Manifesto comunista: “I proletari non hanno patria”. (…) Sono lo stesso capitalismo, le diseguaglianze e le oppressioni che esso genera incessan­temente, a fare in modo che i lavoratori non abbiano, non possano avere altra patria se non quella dove trovano lavoro. Sì, quando Marx scriveva “i proletari non hanno patria”, c'era già la constatazione di una realtà. Una realtà sempre attuale per un numero incomparabilmente più grande di poveri, di oppressi, costretti a spostarsi da un paese all'altro per trovare di che soprav­vivere. Non si può che essere pieni d'indignazione di fronte alle immagini di donne, di bambini, di uomini che annegano nel Mediterraneo nel tentativo di scappare dai loro paesi, davanti a questi trafficanti di esseri umani che lucrano sulla disperazione. Ma infinita­mente più schifosa è l'organizzazione sociale che conduce a questa situazione, mentre abbondano le ricchezze accaparrate da una minoranza di privilegiati. I governanti possono alzare nuovi muri, raf­forzare il filo spinato, aumentare la sorve­glianza in mare e in terra, fare dell'Europa una fortezza, essi non fermeranno queste migrazioni. Del resto, la borghesia lo vuole realmente? Questi migranti diventati clande­stini le forniscono una manodopera a buon mercato, così sprovvista di diritti come lo era il proletariato all'inizio del capitalismo. Così si chiude il cerchio: la dominazione im­perialista, che impoverisce i paesi sotto­sviluppati, costringe le loro forze vive a partire per diventare carne da sfruttare nelle roccaforti del sistema. Per quanto disumani siano i mezzi di questo traffico di esseri umani che alimenta la schiavitù moderna, la schiavitù salariale, ricordiamoci che così il sistema capitalista sta fabbricando il proleta­riato di oggi e di domani. Tutti coloro che presentano questo movi­mento migratorio, questa mescolanza degli uomini e dei popoli, come una minaccia per i lavoratori, sono tra i nostri peggiori nemici. Il problema, certamente, non deriva da questi futuri proletari, bensì dal fatto che non esiste un movimento operaio vivo, capace di accogliere questi nuovi arrivati e di associarli alle battaglie quotidiane. Il proble­ma è che non ci sono partiti comunisti rivolu­zionari, un'Internazionale rivoluzionaria che li possano integrare nella battaglia della classe operaia per il rovesciamento del potere della borghesia! Coloro che le guerre, le oppressioni o la povertà cacciano dal loro paese possono essere stati contadini, o piccoli borghesi: se riescono a penetrare nelle roccaforti imperialiste, saranno per la maggior parte trasformati in proletari, i nostri futuri compa­gni d'armi. Saranno compagni d'armi con i quali dovremo condurre le nostre battaglie per difenderci contro lo sfruttamento e con cui, spero, sconfiggeremo la borghesia per porre fine alla dittatura del grande capitale. {{La barbarie dei jihadisti e quella dell'imperialismo}} Nessuno può rimanere insensibile di fronte agli attentati terroristici, alle decapitazioni, alle eliminazioni ed alla riduzione in schiavitù delle donne, o anche di fronte agli atti di epurazione etnica e religiosa com­messi da bande armate del tipo Daesh o Boko Haram. Ma la barbarie di queste bande armate, che approfittano della de­composizione di numerosi Stati in Africa o in Medio Oriente per imporre la dittatura ai loro popoli, non fa delle potenze imperialiste e dei loro eserciti dei difensori degli oppressi. (...) Le milizie in Libia e le bande jihadiste di Daesh che terrorizzano una parte del Medio Oriente sono, come al-Qaeda, i frutti diretti o indiretti della politica imperialista, il frutto delle frustrazioni, delle sensazioni d'ingiu­stizia, di rivolta contro la dominazione dei paesi ricchi. La barbarie dei terroristi e la barbarie imposta dalla politica di dominazione econo­mica e militare della borghesia imperialista sono le due estremità di uno stesso bastone. L'una alimenta l'altra e per combat­tere l'una, occorre combattere l'altra. (…) Oggi le truppe francesi fanno la guerra nel Mali, nella Repubblica Centrafricana e partecipano ai bombardamenti in Iraq. Esse mantengono posizioni tali da poter interve­nire in altri paesi africani dove dispongono di basi militari. (…) I lavoratori non devono certamente so­stenere la politica bellica del governo. Non devono rallegrarsi della vendita di macchine di distruzione e di morte a dittatori che se ne serviranno contro i loro popoli. I lavoratori non devono aderire alle manife­stazioni d'unanimità nazionale, anche quando il pretesto è la lotta al terrorismo. A prescindere dai motivi che fungono da pretesto ai politici per chiamare all'unità nazionale, lo si fa sempre per mettere le classi popolari a rimorchio della grande borghesia. Oggi la classe operaia non è in condizione di impedire le guerre di brigantaggio che i dirigenti pretendono di condurre in suo nome. Il suo interesse politico è, però, quello di denunciarle. I nostri sfruttatori non diventano nostri amici quando inviano truppe per garantire il saccheggio delle loro ex-colonie. Allora, abbasso gli interventi francesi, truppe francesi fuori dall'Africa! {{Il capitalismo è la guerra}} La lotta al terrorismo, in ogni caso, non ha completamente sostituito la lotta tra i due blocchi che caratterizzò le relazioni interna­zionali durante tanti decenni. Lo smembra­mento del vecchio blocco sovietico, la scom­parsa delle vecchie democrazie popolari non hanno portato, anche in Europa, ad un'era di pace. Il vecchio blocco sovietico ha solo aperto un campo in più alle manovre delle grandi potenze imperialiste, a volte d’accordo tra loro, a volte in rivalità. Una rappresenta­zione sanguinosa ne viene data dalla guerra che si svolge in Ucraina. Dietro il confronto tra Russia e Ucraina per interposte bande di teppisti ci sono le manovre politiche delle potenze imperialiste occidentali. (…) I due campi che si scontrano in Ucraina sono entrambi nemici delle classi sfruttate. Lo stanno dimostrando in modo sanguinoso. Ma il dramma è che il proletariato del­l’Ucraina non ha la forza di opporre la propria politica sia agli oligarchi locali che alla burocrazia russa ed alle potenze impe­rialiste. (…) A poche centinaia di chilometri dall'Ucraina, la Grecia offre la dimostrazione che l'inte­grazione europea non costituisce affatto un'associazione di popoli uguali. L'appar­tenenza all'Unione europea non pone fine alle relazioni di dipendenza tra la parte orientale povera dell'Europa ed i paesi imperialisti della parte occidentale. Il governo Tsipras, portato al potere alcuni mesi fa dalla volontà dell'elettorato popolare che ne aveva abbastanza della politica d’austerità, è letteralmente strangolato dalle istituzioni della borghesia imperialista. Eppure il programma di Syriza non era rivo­luzionario. Prometteva di migliorare un po' le condizioni d'esistenza delle categorie più povere della popolazione: rialzare il salario minimo, impedire un certo numero di licen­ziamenti derivanti sia dalla politica d’auste­rità stessa, sia dalle privatizzazioni. Esso aveva, soprattutto, l'ambizione di opporsi al fatto che la Grecia fosse considerata come una semi-colonia dalle banche occidentali, che l’hanno legata saldamente con il debito, e dai loro rappresentanti politici. Anche quest'ambizione modesta è tuttavia inaccettabile per le potenze imperialiste che dominano in Europa. Non è possibile, infat­ti, per le istituzioni internazionali della bor­ghesia, dal FMI alla banca centrale europea, accettare di non essere pagate dalle classi oppresse, anche se queste non hanno nessuna responsabilità di questa situazione. {{Non siano tanto sicuri}} La grande borghesia però non sia tanto sicura! Gli sfruttati greci stanno sperimen­tando, nella sofferenza, e forse domani nella delusione, i limiti della via elettorale. Ciò che avviene in Grecia mostra che anche l'elezione di un gruppo governativo ben disposto nei confronti dei lavoratori non può fare nulla per loro nell'ambito del sistema. Ebbene, in questo modo le classi privilegiate finiranno col convincere gli sfruttati che non esiste altra strada per loro che quella di rovesciare il sistema. (…) Allora, ciò che devo dire, in questo periodo di arretramento, a tutti i militanti che condividono la nostra prospettiva, è di non perdere fiducia nelle loro idee, cioè di non perdere fiducia nella classe operaia e nella sua capacità di rovesciare il potere della borghesia. Ciò che voglio dire loro è di non perdere la bussola politica, di non perdere le prospet­tive rivoluzionarie nella ricerca di alcuni successi politici a breve termine. Le idee comuniste rivoluzionarie resteranno mino­ritarie fino al giorno in cui larghe masse si volgeranno verso di esse. Allora, occorre tenacia, perseveranza per conquistare alle idee comuniste rivoluzio­narie lavoratori, giovani, una nuova gene­razione che finalmente assicurerà il trionfo della battaglia fatta dal mondo del lavoro per rovesciare un ordine capitalista ingiusto, anacronistico, marcio. È l’unica strada che possa far uscire la società dall’attuale vicolo cieco e consentire all'umanità di andare verso nuovi progressi.

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