Internazionale

L’offensiva del governo francese contro i diritti dei lavoratori

(Da “Lutte de Classe” n° 166 – Marzo 2015)

Il governo francese è preso da una frenesia di “riforma” del diritto del lavoro. La legge Macron che colpirà duramente i diritti operai non era stata ancora votata che già Hollande, Valls e lo stesso Macron moltipli­cavano le dichiarazioni sulla necessità di spingersi oltre. All’inizio del mese d’aprile, il ministro del lavoro Rebsamen faceva arri­vare alle confederazioni sindacali il progetto di legge sulla riforma “del dialogo sociale” che, come la legge Macron, risponde alle domande del padronato e in particolare mira a ridurre in modo drastico il numero dei delegati del personale nei luoghi di lavoro. Infine, all’inizio di maggio, Valls annunciava di aver chiesto all’ex delegato generale al lavoro di Sarkozy, Combrexelles, di acce­lerare la preparazione del progetto di riforma della contrattazione collettiva, in modo tale da impedire ovunque ed in qualsiasi settore che gli accordi aziendali possano rimettere in discussione ciò che esiste nel codice del lavoro. E non è finito, poiché si aspettano altre iniziative dello stesso genere nelle prossime settimane.

Tutte queste cosiddette riforme vanno nella stessa direzione, quella di un’ulteriore ridu­zione delle tutele esistenti per i lavoratori o i disoccupati al fine di soddisfare il più possi­bile l’appetito illimitato del padronato.

I rivoluzionari sanno che i diritti dei lavoratori hanno una lunga storia che, in un certo modo, traduce l’evoluzione dei rapporti di forza tra borghesia e proletariato. Ma, ap­punto, i diritti conquistati non hanno mai un carattere definitivo. Se c’è una lezione che la borghesia ha imparato da tempo, in tutti i paesi, è che ciò che ha dovuto concedere un giorno, lo può riprendere fin dal giorno dopo. I diritti acquisti, come li chiamano i ri­formisti di qualsiasi genere, non sono tali e non lo sono mai stati. Finché la borghesia dominerà la società, la battaglia per limitare i suoi appetiti dovrà sempre ricominciare. E questo concetto di diritto acquisto può avere un carattere ancora più reazionario se viene considerato al livello di tutta la classe operaia mondiale. Infatti, i capitalisti e i loro stati hanno sempre saputo far pagare agli sfruttati dei paesi dominati alcune concessioni fatte nelle roccaforti dei paesi imperialisti, per comprarsi una certa pace sociale.

Ciononostante, i rivoluzionari sono i migliori difensori perfino delle minime conquiste. An­che se sanno che nulla sarà risolto finché la classe operaia non avrà espropriato la bor­ghesia e distrutto il suo stato, comunque sono militanti impegnati nelle lotte per ga­rantire le condizioni d’esistenza della loro classe.

Con la crisi del sistema e la stagnazione economica che la accompagna, si assiste ad un’offensiva in piena regola da parte del padronato e dei possidenti, assecondati dal potere insediato, i quali capiscono che il rap­porto di forza è a loro favorevole poiché la classe operaia, nel contesto di una disoccu­pazione di massa, per ora subisce questa offensiva senza grandi reazioni collettive. La sopravvivenza, il mantenimento o la crescita dei profitti della classe capitalista derivano direttamente dall’aggravarsi delle condizioni di sfruttamento della classe operaia. Si trat­ta, in questa guerra di classe, di ridurre con tutti i mezzi possibili la parte che spetta al mondo del lavoro. Ciò vuol dire abbassare i salari diretti e indiretti, diminuire il numero dei lavoratori dipendenti necessari per ga­rantire la stessa produzione, fare lavorare più a lungo per lo stesso salario. Significa anche ridurre il più possibile la parte che prima veniva ridistribuita alle classi popolari dallo Stato, come i servizi sociali e gli enti locali, in modo che la maggior parte di questi finanziamenti possa tornare alla clas­se capitalista e servire a garantire i suoi red­diti. E ciò implica ovviamente l’eliminazione di tutti gli ostacoli che la storia politica e sociale aveva creato. Ecco il ruolo assunto dal governo socialista francese, come dai suoi predecessori di destra.

In questa offensiva contro la classe operaia, coloro che sono alla guida beneficiano di alleati di peso, le direzioni delle confede­razioni sindacali. L’integrazione degli appa­rati sindacali allo Stato ed i loro interventi per la difesa dell’ordine borghese non sono recenti. Già nel 1936, diedero una battuta d’arresto all’ondata rivoluzionaria del prole­tariato; nel 1968, agirono con tutto il loro peso per contenere il movimento di conte­stazione operaia. Ma, almeno, giustificavano la loro esistenza presentandosi come gli av­vocati dei lavoratori che si dovevano ringra­ziare per le poche concessioni accordate dal patronato.

A quei tempi, per riprendere le parole del capo del sindacato Force Ouvrière (Forza Operaia) Bergeron, il padronato “dava loro grano da macinare”. Ma quei tempi sono passati. Il riformismo, come sostegno del­l’ordine padronale, non ha più nulla nella bisaccia. Con la crisi, non solo il padronato non concede più nulla, anzi è lui che riven­dica sempre nuove concessioni da parte dei lavoratori. Le confederazioni sindacali, per continuare ad avere un ruolo, si sono sempre più adattate a questa nuova situa­zione e da avvocati dei lavoratori sono dive­nute gli avvocati diretti degli interessi padro­nali presso la classe operaia.

Alcune, come il sindacato CFDT, lo procla­mano apertamente e provano anche a fare di più andando incontro e precedendo le do­mande e le attese padronali. Quanto alla direzione della CGT, che organizza ancora la più larga base combattiva, con migliaia di militanti che intendono resistere il più possi­bile all’offensiva dei padroni – una base che può anche esistere in molti altri sindacati –, agisce nello stesso senso, ma in modo più ipocrita. Da un lato, essa lascia fare ed ac­compagna tutta questa regressione, dal­l’altro cerca di non dare questa immagine ai militanti, organizzando alcune proteste che permettono loro di esprimersi. Ma in fondo, si tratta della stessa politica delle altre confederazioni sue compari .

Gli attacchi del governo Ayrault

L’attuale politica d’aggressione ai lavoratori è avvolta tutta in una serie di formule pre­confezionate del tipo “occorre liberare il lavoro” o più precisamente “occorre liberare davvero il mercato del lavoro”, “ridare flessi­bilità alle imprese”, “consentire alle imprese francesi di raccogliere la sfida della competi­zione con le loro concorrenti”, “ricostituire margini per il profitto”, ecc.

La tabella di marcia è stata ricordata dai rappresentanti del padronato, in particolare il presidente del Medef (equivalente della Confindustria – NdT) Gattaz. Per lui e per i suoi, occorre ridurre i salari, aumentare gli orari di lavoro, ridurre al minimo tutti gli aiuti sociali, gli assegni di disoccupazione, le pre­stazioni per la salute, le pensioni, e far sì che la classe operaia nel suo complesso non abbia alcuna scappatoia di fronte alle esigenze dei padroni. Certamente Hollande e il suo governo ubbidiscono agli ordini. Ma di più e come sempre, i dirigenti socialisti ci tengono a dimostrare che quando sono al potere possono fare meglio della destra quando si tratta di servire la borghesia.

Il primo anno del quinquennio di Hollande è stato dedicato innanzitutto a fare regali al padronato, agli aumenti di imposte di ogni genere sopportati dai ceti popolari, alle dimi­nuzioni delle prestazioni sociali, degli aiuti alla casa ed altri. Dal 2013, Hollande ed il suo governo si sono messi al lavoro per ta­gliare con l’ascia i diritti dei lavoratori.

Del resto, bisogna osservare, a proposito delle sceneggiate dell’ex-ministro della ripre­sa produttiva Montebourg (2012-2014), che ha la faccia tosta di presentarsi come un oppositore alla politica del governo, che fu lui stesso a preparare la legge presentata dal suo successore Macron all’assemblea nazionale, legge che segna una nuova of­fensiva contro i lavoratori ed i loro diritti.

Nel 2013, sotto il governo Ayrault, ci fu il varo di due leggi , la prima chiamata falsa­mente “legge di protezione dell’occupa­zione”, e poi la nuova legge sulle pensioni che completava la legge del 2010 varata da Sarkozy, che portava da 60 a 62 anni l’età del pensionamento.

La legge di protezione dell’occupazione, per l’essenziale, riduce le scadenze per proce­dere a licenziamenti per motivi economici, e sopprime una serie di ostacoli predisposti dai giudici attraverso la giurisprudenza. La principale disposizione in questo campo è consistita nel togliere alla giustizia civile la possibilità di annullare un “piano sociale” – un piano di licenziamenti per parlare chiara­mente – in particolare per insufficienza di reinserimenti. La convalida dei piani di licen­ziamenti è stata affidata all’amministrazione, sotto l’autorità del ministro del lavoro e sotto il controllo finale della giustizia amministra­tiva. Ma occorre sapere che i licenziamenti per motivi economici riconosciuti ufficial­mente come tali e che comportano una procedura particolare, se a volte compaiono nelle pagine dei giornali, sono solo una pic­cola parte (meno del 10%) del totale dei li­cenziamenti. Inoltre, in realtà, la maggior parte dei licenziamenti non sono neppure ri­conosciuti come tali poiché appaiono sem­plicemente come la fine di una missione di lavoro interinale o di un contratto a tempo determinato. E ciò senza parlare dei cosid­detti licenziamenti patteggiati, presumibil­mente decisi in modo consensuale tra lavo­ratori dipendenti e datori di lavoro, ma in cui questi ultimi hanno sempre la meglio. Il numero di queste procedure è davvero esploso in questi anni.

Questa legge del 2013 ha anche predi­sposto un dispositivo che consente, se un padrone considera che la sua impresa è in difficoltà, di abbassare i salari dei lavoratori dipendenti pagati oltre 1,2 volte lo smic (sa­lario minimo legale), e di aumentare gli orari senza aumento dei salari per un periodo di due anni. Questa procedura è stata giudi­cata ancora troppo vincolante dai padroni, e soprattutto molto indietro rispetto alla realtà sociale. Infatti, da anni, nelle imprese grandi e piccole, molte direzioni padronali, senza preoccuparsi di sapere se questo era legale o meno, ricattano in questo modo i lavoratori. L’hanno fatto inizialmente, in molti casi, sulla questione dell’aumento degli orari senza dover pagare tale aumento, quindi sul furto dei giorni di ferie, dei tempi di pausa acquisiti dai lavoratori dipendenti, per finire con la modifica del contratto di lavoro con ribasso dei salari.

Questa prima legge riprendeva gran parte dell’accordo firmato da tre confederazioni sindacali (CFDT, CFTC, CGC) e dal padro­nato. Ma essa manteneva alcuni mezzi che permettevano di opporsi alle volontà padro­nali. Ad esempio, dei sindacati che racco­glievano la maggioranza dei voti alle elezio­ni sindacali potevano opporsi alla decisioni padronali. Basandosi sulla legge sulla rap­presentatività istituita da Sarkozy, essi pote­vano legalmente fare fallire qualche propo­sta padronale. Ed è del resto ciò che è av­venuto in molte imprese.

In Francia, per ora, la giustizia non è com­pletamente in armonia con gli arretramenti sociali imposti sul campo dal padronato. Una parte dei giudici, che ci tiene alle pro­prie prerogative e intende giudicare secondo ciò che considera come il diritto, non solo rifiuta di piegarsi alle domande dei padroni, ma ha anche rafforzato la giurisprudenza, che in molti campi è più protettiva della legge, a favore dei lavoratori dipendenti. Quindi, si trattava di affermare pubblica­mente che occorre lasciare le mani libere al padronato e di adeguare la legislazione alla realtà sociale.

La nuova legge sulle pensioni, entrata in ap­plicazione il 1° gennaio 2014, ha completato le disposizioni adottate da Sarkozy. La legge di Hollande ha allungato la durata dei contributi richiesti per il pensionamento, portandola a 43 anni e prevedendo l’aumento quasi automatico di questa durata in funzione dell’aumento della speranza di vita. Si arriverà, per chi non avrà le annua­lità contributive richieste, a dover aspettare fino a 67 anni per non subire penalizzazioni finanziariamente insopportabili sull’ammon­tare della pensione. Ma Hollande, il gover­no e i dirigenti socialisti, con l’ipocrisia e la faccia tosta che li caratterizzano, si sono vantati del fatto che, nella loro legge, non avevano rimesso in discussione il principio della pensione a 60 anni. In realtà, la mag­gioranza dei lavoratori dipendenti non potrà raggiungere gli anni di contributi richiesti prima di avere 63 anni.

Questi primi attacchi sono stati attuati senza alcuna vera opposizione da parte delle direzioni sindacali. CFDT, CGC e CFTC li hanno approvati, FO e CGT hanno prote­stato fiaccamente.

Il governo Valls prosegue l’offensiva

Dopo una prima sberla elettorale alle comu­nali del marzo 2014, seguita a maggio da quella delle europee, il Primo Ministro Ayrault fu scaricato e sostituito da Valls. L’obiettivo ostentato da quest’ultimo era quello di affermare, ancor più del suo predecessore, che il governo stava lì non per soddisfare in qualunque modo le aspet­tative del suo elettorato, ma per servire il pa­dronato e tutte le classi benestanti.

Tutti hanno rincarato la dose nei mass media, in modo che si capisse quanto essi sono responsabili . Dopo il “amo le imprese” di Valls, la legge Macron è venuta ad ag­giungere parole a questa musica.

La legge Macron

La legge Macron mira a “liberare” le im­prese, a partire da quelle più grandi, ed i grandi borghesi, da tutta una serie di ostacoli, o almeno considerati tali, che que­sti potevano incontrare nel loro desiderio di far fruttare il proprio capitale. Questa legge, con i suoi 295 articoli, è una legge acchiap­pa-tutto. Riguarda diverse categorie sociali: notai, ufficiali giudiziari, avvocati, tassisti, ar­chitetti, ecc. Ma è l’insieme della classe operaia, con i suoi diritti e le sue tutele, ad essere bersagliata in primo luogo.

Eppure quelle scese in piazza per mani­festare rumorosamente la loro opposizione sono state le categorie che meno potevano lamentarsi. Da parte delle confederazioni sindacali, c’è stata passività. Queste ultime hanno espresso solo proteste formali, innanzitutto concentrate sul problema del la­voro domenicale. Ciò rappresenta certa­mente un peggioramento per i lavoratori dipendenti interessati, poiché si consente ai datori di lavoro di ricorrere a questa possi­bilità come e quando vogliono, ma resta comunque un problema marginale rispetto al resto.

In fondo si tratta sempre di rendere i licen­ziamenti più facili. Il governo fa sua l’affer­mazione surreale del padronato per cui “facilitando i licenziamenti si facilitano le assunzioni”.

La legge Macron elimina il rischio che i dirigenti aziendali siano condannati penal­mente per le infrazioni gravi al codice del lavoro ed alla tutela dei lavoratori dipen­denti. Toglie agli ispettori del lavoro la possi­bilità di elaborare verbali, e questi ultimi si trovano essenzialmente messi sotto il controllo della loro gerarchia. Al massimo, i padroni potranno subire qualche multa, cosa alquanto improbabile, poiché ciò sarà con­trollato dall’amministrazione.

Questa legge incoraggia la pratica dei piccoli piani di licenziamenti (meno di 10 lavoratori dipendenti), escludendoli da qual­siasi giustificazione e controllo. Libera in parte le imprese multinazionali dal loro obbligo di ricollocamento del personale “in esubero”, contrastando così la giurispru­denza istituita dai giudici. Incoraggia le grandi imprese a servirsi delle dichiarazioni di fallimento delle filiali quando vogliono sbarazzarsi dei loro lavoratori dipendenti. Le società la cui filiale sarebbe in fallimento non avranno più nessuna responsabilità né obbligo di ricollocamento per quanto riguarda i lavoratori dipendenti minacciati di licenziamento, come ciò esiste in teoria oggi. I reinserimenti potranno essere richiesti soltanto nell’ambito della filiale fallita, cosa naturalmente impossibile.

Quanto alle procedure di contestazione dei piani di licenziamento, dopo esser stato tolto nel 2013 il controllo e la possibilità di sanzione ai tribunali civili ed ai tribunali del lavoro, la nuova legge ha decretato una regola che impedisce di riprodurre ciò che un tribunale amministrativo aveva fatto nel caso del piano di licenziamento dell’impresa Mory-Ducros. Nell’ambito della legge del 2013, il governo aveva convalidato il piano di più di 2.000 licenziamenti. Centinaia di lavoratori dipendenti avevano portato la vertenza davanti al tribunale amministrativo, che aveva annullato il piano e quindi i licenziamenti, aprendo un varco sia al reintegro sia ad un molto importante indennizzo. Di colpo la legge Macron stabi­lisce che, qualora i tribunali amministrativi cancellassero un piano di licenziamenti convalidato dall’amministrazione del lavoro, tale cancellazione sarebbe senza effetto, poiché non potrebbe comportare né rein­tegro né indennizzo per i lavoratori dipen­denti. Una legge che istituisce giudizi senza conseguenze, questa sì è una vera inno­vazione “socialista”.

Infine, c’è un’altra innovazione in questa legge rispetto al diritto del lavoro: si per­mette di concludere accordi in deroga ai diritti collettivi a cui si riferisce il contratto di lavoro. Secondo alcuni specialisti del diritto del lavoro, questo potrebbe aprire la strada alla rimessa in discussione del principio stesso di contratto di lavoro e dei diritti col­lettivi che vi sono collegati.

Il padronato ha dato il la spiegando che, a rigor di logica, occorreva sbarazzarsi del contratto a tempo indeterminato e poter licenziare come si vuole, senza dover fornire alcuna giustificazione. Le poche dis­sonanze con il governo non riguardavano il merito, ma la presentazione della cosa. La critica verso Macron, che si era precipitato a dire che nel giro di poche settimane l’ar­gomento sarebbe stato sul tavolo, riguar­dava il suo discorso troppo diretto, che im­pediva l’adesione dei sindacati, i quali chie­devano che almeno le apparenze fossero mantenute e si stabilissero delle regole.

Oggi, è acquisito che la possibilità di abbas­sare i salari e di aumentare gli orari sarà in gran parte ampliata dal governo, e molto rapidamente. Con una nuova legge o sem­plicemente aggiungendo alcuni emenda­menti alla legge Macron prima della sua adozione finale? Una serie di concertazioni è stata prevista dalla primavera, e il go­verno ha affermato la sua volontà di conti­nuare “a riformare” in questo campo.

La presenza sindacale nelle imprese rimessa in discussione…

Questa volontà di “riforme” si è manifestata in occasione dei negoziati, sempre presen­tati nel loro significato opposto “sul migliora­mento del dialogo sociale”, che si sono con­clusi nel gennaio 2015.

I negoziatori del Medef proponevano di mettere a punto un accordo che riduceva in modo drastico il numero dei delegati in tutte le fabbriche, uffici e servizi. Quando si sa che oggi i sindacati spesso mantengono una loro presenza nelle imprese solo grazie a questi delegati, vuol dire che accettare questa prospettiva voleva dire anche accet­tare che tale presenza venisse conside­revolmente ridotta.

… con la tacita accettazione delle confederazioni

Ciò nonostante, le confederazioni CFDT, CFTC e CGC erano pronte a firmare. Quanto a CGT e FO, che si erano dichiarate contrarie al progetto, né l’una né l’altra ave­vano avvertito davvero i loro militanti dei pericoli che li minacciavano in modo imminente qualora l’accordo venisse firmato. Da parte sua, il governo aveva comunicato che sperava in questo accordo ed attendeva la firma per ratificarlo immediatamente dandogli così forza di legge.

L’opposizione, infatti, non è venuta dal sindacato ma dalle file del padronato. Già la CGPME, confederazione padronale delle imprese medie, aveva fatto sapere di essere contraria perché pensava si lasciasse troppo spazio ai sindacati. Ma anche dalle file del Medef si fece sentire un’opposizione decisiva contro i suoi rappresentanti, giudi­cati ancora troppo favorevoli ai sindacati. E così, di colpo, con la sorpresa dei sindacati pronti a firmare e del governo, la delega­zione padronale annunciava, il 22 gennaio 2015, che non avrebbe firmato l’accordo, a testimonianza di qual è lo stato d’animo attuale di buona parte degli ambienti padro­nali.

Dopo ciò il governo ha ripreso l’iniziativa e ai primi d’aprile il ministro del lavoro ha pre­sentato alle confederazioni sindacali il suo progetto di legge sull’argomento. Senza sor­presa, questo progetto riprende l’essenziale degli “ammodernamenti” richiesti dal padro­nato. L’unica modificazione riguarda la di­mensione degli stabilimenti toccati. La nuo­va legge verrebbe applicata automatica­mente a tutti gli stabilimenti con meno di 300 lavoratori dipendenti. I delegati del perso­nale e quelli dei comitati d’igiene, sicu­rezza e condizioni di lavoro (CHSCT) scompa­rirebbero e si manterrebbe solo il Comita­to di stabilimento (o Comitato d’impresa – CE) ai cui delegati si darebbe il compito di assu­mere le mansioni di quelli soppressi. Negli stabilimenti da 50 a 200 lavoratori dipen­denti già esisteva la possibilità per il datore di lavoro di istituire una delegazione unica del personale (DUP), che di fatto eli­minava i delegati del personale. Ma questa volta le soppressioni sono molto più ampie e radi­cali. E per non disturbare troppo i padro­ni, anche la periodicità obbligatoria di queste riunioni sarà ridotta ad ogni due o tre mesi.

Ma la massiccia diminuzione del numero dei delegati porterà innanzitutto alla corri­spondente diminuzione del numero di lavoratori protetti, che i padroni potevano li­cenziare solo nel rispetto di procedure particolari. Ora, in numerose aziende, in particolare laddove i padroni sono più al­l’offensiva, lo sfruttamento è più duro, i capi più arroganti e l’inquadramento più ag­gressivo, dove la semplice dignità dei lavo­ratori è rimessa ogni giorno in discussione, esistono militanti sindacali che provano a resistere all’onnipotenza padronale. Questa protezione legale era infatti l’unico ostacolo al licenziamento seduta stante dei delegati non graditi, licenziamento che poteva avvenire solo previa autorizzazione dagli ispettori del lavoro. L’istituzione della nuova legge avrà quindi effetti catastrofici per decine di migliaia di delegati nel paese, attualmente in forza, offrendo ai padroni la possibilità di metterli sul lastrico senza problema.

Per allettare i burocrati sindacali, il ministro ha affermato che il numero delle ore di per­messo sarà praticamente mantenuto. Ciò apre ad una minoranza di delegati la prospettiva di disporre di posti a tempo pieno o quasi. Il progetto di legge non precisa invece il numero esatto di delegati che sarà mantenuto. Questo numero sarà fissato da un decreto, sotto la sola respon­sabilità del ministro, e quindi, in futuro, potrà in qualsiasi momento essere rivisto al ribasso.

Se si prende come riscontro la regola che istituisce le delegazioni uniche del personale – e non c’è nessun motivo per cui le nuove disposizioni dovrebbero essere più favo­revoli – ciò dovrebbe comportare la scom­parsa di almeno 150.000 delegati in tutto il paese. Di più, queste stesse diminuzioni massicce del numero dei delegati potranno applicarsi in tutte le imprese con più di 300 lavoratori dipendenti. Basterà che un accor­do sia concluso nell’ambito dello stabili­mento.

Ci sono state proteste indignate da parte dei dirigenti sindacali? Per niente. Berger per la CFDT, come era prevedibile, si è congra­tulato per questo progetto. Quanto alla CGT, i cui militanti rischiano di essere le prime vit­time di questa legge, la sua direzione ha fatto sapere che occorreva “tenere conto dei progressi e discutere sui regressi”. Ma quali progressi? Ah sì, c’è l’istituzione di commis­sioni regionali dove i burocrati sindacali potranno parlare di ciò che avviene nelle im­prese in cui non ci sono rappresentanze sindacali. Più che di progressi, si dovrebbe parlare di prospettiva di chiacchiere e di parole a valanga.

I dirigenti sindacali approvano così ciò che considerano essenziale: che la loro esisten­za come apparato sia riconosciuta dal pa­dronato, liberati da una base ancora troppo numerosa ed a volte ancora troppo attiva secondo loro, tanto è grande la loro volontà d’integrazione nel sistema. Si sono tanto abituati a sacrificare la classe operaia agli interessi del padronato che sacrificare una buona parte dei loro propri militanti non li spaventa più di tanto.

Il padronato da parte sua capisce che la si­tuazione gli è favorevole e pensa che bisogna ridurre il più possibile il peso di questi diritti sindacali di altri tempi. È per­suaso che l’epoca della contestazione ope­raia è finita. Ma si sbaglia, poiché questa non è mai finita e non finirà finché esisterà questo regime di sfruttamento. Esisterà, aperta o nascosta. Il sindacalismo è sorto da tale situazione e domani la resistenza alla dittatura padronale troverà forse strade diverse da quelle della collaborazione di classe praticata oggi dai dirigenti sindacali. Il ritorno ai principi della lotta di classe, che hanno aperto la strada al movimento ope­raio e consentono di distinguere i fratelli dai falsi amici e dai nemici, sarebbe allora molto più pericoloso per i difensori dell’attuale ordine sociale.

Diritti operai ed ammortizzatori sociali borghesi fino al 1936

Sin dall’origine, da un lato i borghesi hanno voluto potere sfruttare gli operai a loro piacimento , e dall’altro questi ultimi hanno provato a contestare tale potere “sacro­santo”, a volte in modo stentato, a volte in modo più aperto, provando ad ottenere una limitazione dello sfruttamento ed un miglio­ramento delle loro condizioni di vita e di lavoro.

Da un lato la classe operaia, col dolore e con le lotte, a volte violente e radicali, ha preso coscienza della propria forza ed ha affermato la volontà di combattere l’ingiu­stizia dello sfruttamento; dall’altro, la borghesia ha fatto concessioni ed ha tentato di incanalare questa contestazione su un terreno meno pericoloso per essa.

Così il lavoro minorile è stato il primo ad essere regolamentato e sempre più limitato. Ma oggi l’utilizzo massiccio del lavoro minorile da parte di tutte le multinazionali, in tutti i campi, dal tessile all’alta tecnologia, è lì a ricordare che le concessioni fatte dalla borghesia nelle roccaforti dei paesi imperialisti non sono acquisite per sempre.

L’aumento del livello di coscienza dei lavora­tori e il contributo di intellettuali comunisti nella seconda metà dell’Ottocento hanno portato, nel campo sindacale e politico, alla conclusione che questa lotta incessante contro le malefatte dello sfruttamento poteva finire solo col porvi fine in modo radicale, eli­minandone la causa, portando i lavoratori alla direzione della società per poter dare a ciascuno secondo i suoi bisogni, espro­priando la classe capitalista o, per dirlo con le parole della CGT a partire dal 1906, abolendo il lavoro salariato. Così i militanti operai che chiedevano la giornata di otto ore alla fine dell’Ottocento intendevano unificare le forze di tutta la classe operaia e strappare questa rivendicazione imponendola al padronato.

Fu questa forza crescente del proletariato ad indurre la borghesia ad accettare di fare passi indietro per allentare una conte­stazione che si stava allargando sempre di più. Ma, per provare a contrastare il carat­tere rivoluzionario di questa contestazione, la borghesia e i suoi politici hanno cercato molto rapidamente di incanalare il movi­mento operaio verso il miraggio di una pos­sibile conciliazione tra l’acqua e il fuoco. Così, la sinistra borghese, con Clemenceau, da un lato metteva i sindacalisti rivoluzionari della CGT in carcere (in maniera massiccia nel 1906) o faceva sparare sugli scioperanti, e dall’altro istituiva il ministero del lavoro apparentemente finalizzato ad organizzare una concertazione pacifica tra i lavoratori e i capitalisti. L’obiettivo era sempre lo stesso: contenere la spinta del movimento operaio rivoluzionario.

Del resto, in Francia, la giornata di otto ore non fu conquistata attraverso la lotta, ma introdotta con la legge nel 1919, da una camera ultra reazionaria che così sperava di combattere l’influenza della rivoluzione russa e le aspirazioni rivoluzionarie del pro­letariato. Lo stesso anno, in collegamento con l’alto clero, fu lanciato il sindacato cri­stiano CFTC (che nel 1964 avrebbe parto­rito la CFDT), sindacato crumiro per eccel­lenza, per tentare questa volta di contra­stare l’influenza della CGT. Ma l’aiuto più decisivo per contrastare l’influenza delle idee rivoluzionarie in seno alla classe ope­raia venne dal seno stesso della CGT, che era passata con armi e bagagli dalla parte della borghesia nell’agosto 1914.

Il sussulto operaio del 1936…

Tutto sommato, fino al 1936, l’idea che occorreva sbarazzarsi del sistema capi­talista restava ben ancorata nella classe operaia. E quando scoppiarono i grandi scioperi del giugno 1936, le concessioni fatte dalla borghesia furono commisurate alla sua paura, quella di perdere le proprie fabbriche. Certamente, i dirigenti della CGT e del PCF aiutarono ad incanalare questa rivolta operaia, ma i progressi temporanei imposti allora erano progressi reali che unifi­cavano le rivendicazioni e le battaglie operaie. Così, il principio dei contratti collet­tivi nazionali di lavoro, ugualmente validi per tutti i lavoratori di una stessa categoria a prescindere dalla dimensione della loro im­presa, contribuiva al rafforzamento della coscienza di appartenere ad una sola e me­desima classe dagli interessi comuni, senza preoccuparsi di competitività, d’industria­lizzazione o di altre sciocchezze.

Le presunte conquiste della “liberazione” del 1944, invece, non hanno rappresentato un progresso della coscienza di classe dei lavoratori. Al contrario, hanno introdotto du­revolmente, ed istituzionalizzato, l’idea che padroni e operai avessero un interesse co­mune da difendere. Furono il PCF e la CGT i principali attori di questo arretramento della coscienza operaia. Ciò fu attuato, in parti­colare, con la creazione dei Comitati d’im­presa (CE), strumenti improntati alla colla­borazione di classe, incaricati di discutere dei mezzi migliori per far prosperare l’azienda.

Ciò che poi fu concesso dallo Stato ebbe anche lo scopo di allontanare la classe ope­raia dalla contestazione della politica bor­ghese. Così, la terza settimana di ferie retri­buite fu decisa dal governo socialista di Guy Mollet nel 1956 per placare due radicali movimenti di contestazione manifestatisi nel paese. Innanzitutto la rivolta operaia, che agitò per parecchi mesi del 1955 tutta la regione di Saint-Nazaire e poi quella di Nantes. Scioperi a ripetizione si generaliz­zavano a tutti i lavoratori delle città inte­ressate ed oltre; manifestazioni riunivano decine di migliaia di lavoratori, accompa­gnate da scontri violenti e ripetuti con la polizia, fino all’attacco delle carceri dove si trovavano gli operai arrestati, mentre gli apparati sindacali erano scavalcati dalla base. Su un altro terreno, si svilupparono le opposizioni all’invio del contingente in Alge­ria ed alla decisione dello stesso governo socialista di disconoscere i suoi impegni, rafforzando in maniera massiccia la presen­za militare in Algeria per intensificare la guerra.

La quarta settimana di ferie fu concessa da de Gaulle nel 1963 come via di scampo dopo la sconfessione pubblica di questo co­siddetto potere forte da parte della classe operaia in occasione dello sciopero generale dei minatori in quell’anno, scio­pero che durò oltre tre mesi. Fu uno scio­pero massiccio, deciso, i minatori rifiutarono di rispondere all’ordine di precettazione firmato da de Gaulle, sfidando così il potere e dimostrando la forza e la potenza della classe operaia in lotta. La lezione non andò perduta e cinque anni più tardi scoppiò il maggio 1968.

… e quello del 1968 e le sue conseguenze

L’essenziale dei diritti, oggi rimessi in di­scussione, è la conseguenza indotta dal maggio 1968 e dallo sciopero generale che durò parecchie settimane.

Pur arretrando dinanzi alla mobilizzazione operaia, la borghesia a suo modo ci tenne a ringraziare gli apparati sindacali di CGT e CFDT per avere saputo contenerla. I diritti sindacali nell’impresa furono considere­volmente allargati. Successivamente, nel 1973, fu riformato a fondo il diritto di licen­ziamento.

Prima di questa data, si poteva licenziare un dipendente quasi senza motivo. Quanto ai tribunali del lavoro (prudhommes) il loro ruolo era piuttosto ridotto. È dal 1971 che furono generalizzati lo stipendio mensile, il diritto ad un compenso integrale in caso di malattia, che regole più rigorose furono stabilite per tutelare la salute dei lavoratori, ecc. Furono anche abbandonati i contratti a tempo determinato, che tendevano a gene­ralizzarsi per le assunzioni del periodo precedente. L’orario di lavoro effettivo fu fortemente ridotto senza diminuire il salario, per tornare finalmente alle quaranta ore… del 1936.

I contraccolpi del 1968 si fecero ancora sen­tire dopo il 1973 con la lotta radicale dei lavoratori della Lip contro i licenziamenti, ma anche con l’istituzione da parte di Chirac e Giscard del pagamento integrale dei salari per un anno in caso di licenziamento.

Più vicino a noi, la sommossa dei siderurgici nel 1978-1979 e i movimenti radicali che eb­bero luogo, come avvenne nelle miniere negli anni successivi, spinsero padronato e governi, di destra e di sinistra, a prevedere una serie di ammortizzatori sociali miranti a far scendere la pressione. Fu tra l’altro il sistema dei prepensionamenti, che consentì a molti lavoratori di continuare a percepire lo stipendio dopo aver lasciato il lavoro a 50, 45 anni ed anche meno in certi casi.

Il ritorno della sinistra al potere nel 1981

Tornati al potere nel 1981, i politici di sini­stra, dopo un breve periodo d’entusiasmo, si impegnarono in una politica dalle conse­guenze disastrose per la classe operaia e demoralizzanti per i suoi militanti.

Da decenni, generazioni di militanti operai erano state educate nella prospettiva del "vero cambiamento", cioè dell’arrivo della sinistra al potere che avrebbe risolto tutti i problemi. Centinaia di migliaia di militanti, sotto la direzione di PCF e CGT, avevano dato l’anima per convincere i loro compagni di lavoro e delle zone popolari: "vedrete cosa succederà quando si sarà eliminata la destra". Infatti si videro... licenziamenti di massa, a cominciare dalle imprese a parte­cipazione statale, blocco dei salari, peggio­ramento dello sfruttamento, ecc. I militanti, più ancora degli altri, furono presi dallo sconforto per questo tradimento delle loro speranze. Così Marchais per il PCF, Séguy e poi Krasucki per la CGT hanno causato la demoralizzazione di generazioni intere di loro seguaci che hanno lasciato per sempre il terreno militante, lasciando fino ad oggi un vuoto che non è stato riempito, con effetti devastanti a cascata.

Si possono illustrare le conseguenze del­l’arrivo della sinistra al governo e della colla­borazione degli apparati sindacali con una cifra, quella dell’evoluzione del numero dei membri della CGT. Nel 1981 la CGT dichia­rava due milioni di membri. Cinque anni dopo questo numero era già dimezzato, e successivamente sarebbe ancora diminuito di continuo.

Il governo Mitterrand-Mauroy, con i suoi quattro ministri del PCF, a partire dal 1982 attaccò i diritti dei lavoratori. Il governo decise il passaggio dell’orario legale da 40 a 39 ore settimanali per decreto, ma senza compenso salariale per impedire che questa diminuzione dell’orario di lavoro si realiz­zasse senza diminuzione di salario. Annun­ciò anche l’istituzione di una quinta setti­mana di ferie, ma dando la possibilità ai padroni di eliminare tutti gli altri permessi retribuiti esistenti (anzianità ed altro), così come quella di dedurre dall’orario di lavoro le pause pasto, le pause sulle catene, tutte le conquiste dei lavoratori in questo campo. Inoltre, i decreti aprivano la possibilità di concludere accordi peggiorativi rispetto alla legge e a tutte le conquiste esistenti nei contratti collettivi nazionali di lavoro ed accordi collettivi. Infine, istituivano una deroga alla legge che imponeva di calcolare le ore di lavoro su base settimanale e così legalizzava la possibilità di introdurre la flessibilità dell’orario di lavoro su base annuale. Tutto ciò era la rimessa in discussione di ciò che era stato conquistato nel 1936.

Se questa offensiva in piena regola contro i diritti operai fu fermata per qualche tempo, questo fu dovuto ad un evento imprevisto. Un’ondata di scioperi si estese sponta­neamente nel paese tra febbraio e marzo del 1982, coinvolgendo centinaia di migliaia di lavoratori in tutte le regioni ed in tutte le categorie , dai metalmeccanici ai super­mercati.

Si decise che le 39 ore sarebbero state pagate 40 e gli attacchi in procinto di es­sere sferrati furono rimessi in armadio per un tempo abbastanza lungo. Fu l’irruzione della classe operaia sulla scena a risolvere il problema. Dopo il 1997, sarebbe toccato a Martine Aubry, ministra del lavoro del governo Jospin, il compito di rilanciare con la legge delle 35 ore gli attacchi sospesi dopo gli scioperi del 1982.

Radicare di nuovo la coscienza di classe, ricollegarsi alla speranza rivoluzionaria

L’approfondirsi della crisi, l’integrazione sempre più profonda degli apparati sindacali, la demoralizzazione dei militanti operai che scompaiono dalle fabbriche e dai quartieri, conseguenza dei passaggi disa­strosi della sinistra al governo, hanno certa­mente contribuito allo stato in cui si trova oggi la classe operaia . Nessuna grande lotta si è verificata al fine di invertire questa dinamica . I lavoratori ed i militanti che tentavano di resistere hanno conosciuto per anni solo arretramenti su arretramenti. La borghesia, da parte sua, vi ha preso gusto e crede che ciò sia irreversibile

Ma ciò non sarà. Ciò non è mai accaduto, il risveglio operaio verrà proprio grazie a questa arroganza senza limiti.

La crisi e la disoccupazione che l’accom­pagna, con la minaccia permanente della perdita del posto di lavoro da parte del padronato e dei governi, fanno certamente gravare sui lavoratori un peso che essi non si sono ancora sentiti la forza di sollevare. Ma ancor più gravi sono i danni che derivano dalla politica dei partiti di sinistra e, ancor di più, di quella delle confederazioni sindacali.

Certamente, non è da oggi che tutti questi apparati burocratizzati provano una paura folle dell’espressione diretta dei lavoratori. Il riformismo del partito socialista e degli apparati sindacali e, più ancora, lo stali­nismo, hanno profondamente pervertito il movimento operaio organizzato. Per gene­razioni, i militanti, deformati dai loro diri­genti, ritennero di essere loro stessi la classe operaia . Loro erano i capi illuminati e i lavoratori li dovevano solo seguire, senza contestazione. Infatti, li si sentiva dire ovunque: “Noi militiamo tutto l’anno, loro (i lavoratori), non ci devono dire cosa si deve fare quando si svegliano".

Questo disprezzo per la base, questa auto soddisfazione, questo spirito da élite buro­cratica sono stati distillati dall’alto da parte dei dirigenti, da decenni, per costruire appa­rati il meno sensibili alle spinte contestatrici della massa dei lavoratori. I dirigenti sinda­cali sapevano molto bene che erano là per la preservazione dell’ordine sociale, chec­ché ne pensassero i loro militanti.

Ciò vuol dire che si era lontani dallo spirito delle generazioni all’origine del movimento operaio organizzato che, all’opposto, aveva­no come preoccupazione principale, nella propaganda come in tutte le lotte e in tutte le occasioni, di aumentare il livello di co­scienza dei lavoratori. I militanti operai agi­vano per ridare fiducia nelle proprie forze ai più disprezzati, ai più sfruttati. Si trattava di dare ai lavoratori l’orgoglio di appartenere alla classe che portava in sé il futuro della società. In breve, per riprendere le parole di Fernand Pelloutier, si trattava di insegnare ai lavoratori la scienza della loro disgrazia.

Il crimine peggiore dello stalinismo, ai tempi in cui esso dominava il movimento operaio, è di aver demolito questa eredità trasmessa da generazione in generazione. Lo ha fatto mettendo il movimento operaio a rimorchio della borghesia e dei suoi politici: de Gaulle durante e dopo la guerra, Mitterrand un quarto di secolo dopo. Lo ha fatto sosti­tuendo i valori del movimento operaio rivolu­zionario con i valori della borghesia, l’inter­nazionalismo con il nazionalismo, la rivo­luzione sociale con l’elettoralismo.

Eppure, nonostante tutte le deformazioni burocratiche, la sensazione di appartenere ad un campo, la coscienza di classe si erano più o meno mantenute nell’ambiente operaio, con decine di migliaia di militanti attivi, ovunque nelle imprese e nei quartieri. Il 1981 ha aperto la strada alla scomparsa generalizzata della presenza militante,oggi ridotta al minimo.

Nondimeno, esistono nel paese migliaia di militanti operai, di lavoratori, che sono pieni d’indignazione per gli incessanti arretra­menti imposti alla classe operaia. Forse non sono rivoluzionari, almeno per ora, ma continuano a dare grande valore al futuro della loro classe, ed hanno la volontà di opporsi con tutti i mezzi agli arretramenti che si vogliono imporre loro, ai lavoratori.

Molti rimpiangono il tono combattivo, il linguaggio della lotta che erano loro propri e che potevano ancora sentire nella bocca dei loro dirigenti alcuni anni fa. Ma il linguaggio stesso ha finito per seguire la realtà sociale. E non è un caso se gli unici che difendono ancora le idee di base della lotta di classe, la necessità di far fronte comune contro i padroni, l’idea che la classe operaia ha propri interessi da difendere, sono i rivoluzionari.

L’alternativa, quella che permette di rifiutare la rassegnazione e di difendere gli interessi ed i diritti elementari dei lavoratori, si trova nei militanti rivoluzionari che restano fidu­ciosi nelle capacità della classe operaia di sconfiggere i capitalisti ed il loro Stato, ma anche di cambiare il mondo. Occorre una ripresa della combattività della classe operaia affinché queste idee si radichino di nuovo, occorre che la classe operaia torni ad aver fiducia in se stessa, occorre un contesto politico e sociale che non può essere creato dai soli militanti rivoluzionari. Sarà la lotta di classe condotta dalla borghesia stessa, aggravata dalla crisi dell’economia, a provocarlo infine.

Tocca tuttavia ai militanti rivoluzionari della classe operaia mantenere alta la bandiera della lotta di classe proletaria e trascinare con loro, verso quel contesto e quando lo si può fare, i militanti operai che oggi sono sconcertati, ma che non hanno perso la volontà di agire per il riscatto della propria classe.

5 maggio 2015


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