Internazionale

Caduta del prezzo delle materie prime e rallentamento dell’economia cinese, nuove manifestazioni della crisi mondiale

Da Lutte de classe 170 (settembre-ottobre 2015)

Quest’estate la Cina è stata al centro delle preoccupazioni economiche per i crac borsi­stici a Shanghai, che hanno portato alla ca­duta delle borse mondiali, alla svalutazione del yuan e al rischio di una guerra delle mo­nete, nonché alla caduta dei prezzi delle materie prime e perfino alla revisione al ri­basso della crescita mondiale da parte del FMI.

Il fatto più evidente, ma anche in realtà il più vecchio, è la caduta del prezzo delle materie prime. Tra il 2011 - data in cui i loro prezzi sono arrivati al massimo - ed oggi, il ribasso del prezzo del carbone, del ferro, del rame, del nichel e del petrolio, tra gli altri, è stato del 50 % circa. Più che un crac, si tratta in realtà di una lunga tendenza al ribasso, con prezzi che tornano ai livelli di prima della crisi del 2008. Questa tendenza si è accelerata nei mesi scorsi. Così i prezzi del carbone sono passati da 117 dollari la tonnellata nel 2011, a 66 dollari nel 2014. Il ferro è passato da 170 a 60 dollari la tonnellata. Per il rame, la tendenza al ribasso è continua, dal picco di 10.000 dollari la tonnellata nel 2011, ad un corso che oggi è intorno ai 5.000 dollari. Il ni­chel è caduto più ancora, da circa 26.000 dollari la tonnellata nel 2011 a meno di 10.000 dollari. L’esempio più lampante di questa accelerazione è il petrolio, di cui il corso del barile di Brent è passato da 120 dollari nel 2011 a 110 dollari nel 2014, e poi a meno di 50 dollari nell’estate 2015.

Questa caduta è stata interpretata comples­sivamente come una conseguenza del cedi­mento della crescita dell’economia cinese, ultimo dei cosiddetti paesi emergenti che i di­rigenti e i responsabili del sistema ci presen­tavano come capace di "tirare" la crescita mondiale, cioè capace di offrire mercati e sbocchi ai trust occidentali. I paesi emer­genti, aureolati poco tempo fa di tutte le virtù, sono ora puntati a dito come responsabili della crisi mondiale!

La caduta dei prezzi rischia di essere dram­matica per i paesi poveri produttori di materie prime, per i quali questa produzione costitui­sce una fonte di reddito in dollari. Si parla già nella stampa di un rischio sul debito di questi paesi: le assicurazioni sul debito (le CDS) della Russia, del Venezuela e di alcuni altri paesi, come il Brasile, crescono per paura di un mancato pagamento. Quindi il cedimento della crescita cinese minaccerebbe tutto il pianeta, compresi i paesi industrializzati, per i quali gli economisti hanno di nuovo evocato la minaccia di deflazione. L’economia mon­diale in realtà è sempre impantanata nella crisi, e la caduta dei prezzi delle materie prime non è altro che una nuova e spetta­colare manifestazione di questo fatto.

Le materie prime, colpite dalla sovrapproduzione

La caduta dei prezzi delle materie prime è infatti tanto impressionante quanto lo fu la loro crescita, a partire dall’inizio degli anni 2000. Il massiccio afflusso di capitali specu­lativi, che scommettevano su un aumento sostenuto, ha in gran parte contribuito a tale aumento. La massa di capitali in cerca di sistemazione ha creato una vera e propria "impennata della domanda", facendo così nascere e crescere la bolla che adesso si sta sgonfiando. Nel 2008 i corsi delle materie prime, dopo essere cresciuti negli anni pre­cedenti, hanno cominciato a calare insieme con tutta l’economia, ma hanno rapidamente ripreso a crescere, avendo le materie prime seguito il settore immobiliare come terreno di gioco della finanza. Così il rame è passato da 4.000 dollari la tonnellata nel 2005 a 8.500 dollari nel 2008, prima di sprofondare a meno di 3.000 dollari la tonnellata, nel periodo fine 2008 - inizio 2009, e di avvi­cinarsi ai 10.000 dollari nel 2011. Dietro tutti questi movimenti, c’è molto di più che il solo rapporto tra la domanda e l’offerta. C’è anche, e forse soprattutto, la speculazione: il 98% delle operazioni sulle materie prime sono operazioni puramente finanziarie, e solo il 2% corrisponde a scambi concreti. Dopo il 2008, la bolla speculativa sulle materie prime si è gonfiata di una parte delle centinaia di miliardi di dollari e di euro iniet­tati dagli Stati per salvare il sistema finan­ziario. Le popolazioni hanno allora pagato caro la salita dei prezzi, in particolare sulle materie prime alimentari, come il grano, il riso, il granoturco, con la penuria e la care­stia derivanti dai prezzi troppo alti.

Uno dei motivi che all’inizio degli anni 2000 aveva orientato gli speculatori verso le mate­rie prime era stata la percezione che queste ultime disponessero di un mercato in espan­sione sul lungo periodo. Gli speculatori stessi, con i loro capitali, hanno contribuito a creare questa percezione. Ma si trattava anche di un’impressione che sembrava basarsi sui fatti, ed in particolare sulle capa­cità di produzione inferiori ad una domanda crescente, domanda che veniva in partico­lare dai cosiddetti mercati emergenti, come il Brasile, l’India o la Cina. In ogni caso, il note­vole aumento dei prezzi ha indotto numerosi capitalisti ad investire nella produzione di materie prime.

Ad esempio, se il mercato del rame è stato deficitario nel 2010 e nel 2011, l’aumento dei corsi ha spinto all’apertura di nuove miniere, e di conseguenza alla comparsa di un’ecce­denza, che secondo gli specialisti durerà fino al 2018 – sempre ammesso che tutti i pro­getti minerari vadano a buon fine, cosa di cui oggi si può dubitare, data la caduta dei prezzi. Anche nel carbone, l’aumento dei prezzi ha suscitato ambizioni. Così la banca Goldman Sachs ha investito 600 milioni di dollari in miniere in Colombia tra il 2010 ed il 2012. Il 13 agosto scorso, ha venduto queste miniere per 10 milioni soltanto, disimpe­gnandosi alla fine da ogni produzione di materie prime.

Il petrolio è un altro esempio. L’alto prezzo del barile ha permesso alle compagnie petro­lifere di sviluppare e rendere rapidamente redditizi sia il petrolio che il gas di scisto. Lo sfruttamento del petrolio di scisto ha così fatto crescere la produzione di petrolio negli Stati Uniti del 70% dal 2008, mettendo il paese all’altezza di Arabia Saudita e Russia, e conducendo a un’eccedenza di petrolio che sarebbe, secondo la stampa, da 2 a 3 milioni di barili al giorno, avendo i paesi dell’OPEP deciso, nel luglio scorso, di non diminuire la loro produzione, per non lasciare i benefici ai concorrenti.

Nel settore del ferro, il secondo dopo il petro­lio, l’aumento del prezzo aveva aperto ottime prospettive ai tre trust che monopolizzano un terzo della produzione mondiale. Ciascuno di questi tre trust aveva deciso piani d’investi­mento, che consentivano un aumento delle proprie capacità di produzione dal 50% al 100 %. Il gruppo brasiliano Vale si dette l’o­biettivo di aumentare la sua produzione del 50 %, da quasi 300 milioni di tonnellate nel 2008 a 450 milioni di tonnellate nel 2012. Il gruppo australiano Rio Tinto pianificò il rad­doppio della sua produzione, da 191 milioni di tonnellate nel 2008 fino a 360 milioni di tonnellate nel 2017. BHP Billiton, un altro gruppo australiano, progettava di aumentare la sua produzione da 127 milioni di tonnellate nel 2008 a 290 milioni di tonnellate nel 2017. Le imprese di minori dimensioni hanno tutte aumentato la loro produzione per le stesse ragioni. Oggi, con il ribasso dei corsi, un buon numero di progetti sono fermi, ma la sovrapproduzione di ferro si aggirerebbe in­torno a 100 milioni di tonnellate all’anno.

Oltre alla speculazione e al rapporto tra la produzione e la domanda, le posizioni di mo­nopolio e la potenza finanziaria di alcuni attori sono elementi determinanti per i prezzi. Nel settore dell’alluminio, le autorità ameri­cane hanno concluso che JP Morgan Chase, Goldman Sachs e Morgan Stanley, dal 2010 al 2012 si sono trovate nella condizione di governare i mercati a loro vantaggio, tra l’al­tro con lo stoccaggio di grandi quantità di certe materie prime. A tal punto che, nel set­tembre 2010, il prezzo dell’alluminio ha subito un’impennata, mentre la Goldman Sachs toglieva alluminio dal mercato, con l’aiuto della Deutsche Bank, per creare una mini-penuria, che si è tradotta con un allun­gamento da venti giorni a quattro mesi del periodo necessario alla consegna del metallo agli industriali.

Ma anche lo sviluppo delle capacità di produ­zione è andato oltre alla domanda reale di materie prime. La speculazione finanziaria può auto-mantenersi per un certo periodo, mentre i finanzieri si scambiano tra di loro i titoli di proprietà senza che la merce si muova dai depositi. Ma, nell’ambito dell’eco­nomia capitalista, occorre comunque che ad un certo momento le materie prime prodotte cambino effettivamente di mano e trovino un acquirente. Se non trovano acquirenti, sono dal punto di vista del mercato “inutili”, ed il loro prezzo diminuisce. Infatti le sovra capa­cità pesano da quattro anni sui prezzi, il che ha portato molti speculatori a scommettere al ribasso.

La notizia di una crescita cinese più debole del previsto è stata infine solo il colpo di gra­zia. Tutto ciò non fa che sottolineare l’assur­dità di un sistema regolato dal mercato, cioè a posteriori, sulla base dei bisogni solvibili. Questa assurdità si trasforma in una cata­strofe per i popoli che ne subiscono le conse­guenze, ciascuno a sua volta, con l’aumento dei prezzi per alcuni e il ribasso per altri.

Il ribasso dei corsi dovrebbe essere l’occa­sione per i più grandi capitalisti di ogni set­tore di eliminare i loro concorrenti. Così, nel settore del ferro, il presidente di Fortescue, terzo produttore australiano, ritiene che i tre maggiori produttori del settore abbiano deli­beratamente inondato il mercato mondiale di minerale metallifero per amplificare la caduta dei prezzi del ferro ed eliminare i loro concor­renti, poiché questi giganti potevano permet­tersi di perdere in valore ciò che guada­gnavano in volume. In Africa o in Cina, dove una serie di nuove miniere sono state aperte quattro o cinque anni fa, con costi di produ­zione più alti di quelli dei tre giganti, la caduta dei corsi è stata inevitabile.

La domanda cinese in materie prime

Il giornale economico francese Les Echos titolava il 1° settembre: "Cina, il grande cedi­mento che preoccupa il mondo", lasciando intendere che la crescita cinese in forse minaccerebbe di recessione tutta l’economia mondiale. Questo argomento si basa su una statistica, per cui la Cina sarebbe il primo consumatore mondiale di materie prime: il 40% del consumo industriale mondiale di metalli è cinese, come più del 20% del consumo di materie prime alimentari ed il 20% del consumo d’energia non rinnovabile (petrolio e carbone in particolare).

Altre statistiche segnalano tuttavia che il consumo dei metalli in Cina non è diminuito: secondo la cronaca della radio RFI, dedicata alle materie prime, "21 materie prime hanno visto le importazioni cinesi aumentare di più del 20% a luglio, rispetto all’anno scorso." Quindi ciò che ha orientato gli speculatori ed i corsi al ribasso non è stata tanto la diminu­zione in sé della domanda cinese di materie prime, quanto la congiunzione di sovra capa­cità mondiali di produzione e di una crescita cinese più bassa del previsto: gli speculatori si sono resi conto che l’economia cinese non era in condizioni di assorbire la sovrappro­duzione mondiale.

Infatti il rallentamento dell’economia cinese sembra essere il risultato di una situazione in cui la sovrapproduzione ha coinvolto anche alcuni settori, in particolare il settore immo­biliare e le infrastrutture, che sono stati i settori motori in Cina dal 2008. Nel 2013, alcuni osservatori ritenevano che il 20% delle case (e questo potrebbe rappresentare parecchie decine di milioni di case) erano disabitate. Dei quartieri, o addirittura città intere, sono spuntati dal nulla, ma restano deserti, fantasmi, nonostante tutti gli sforzi delle autorità. Secondo Les Echos del 1° set­tembre, le sovra capacità sono tanto più evidenti in quanto riguardano anche lo stesso settore dei beni di produzione: ad esempio, gli industriali cinesi avrebbero prodotto 2,5 volte più escavatori di quanti sono stati venduti, le vendite di macchinari di costruzione sono la metà di ciò che erano nel 2011...

Da ciò derivano le discussioni e le esorta­zioni del FMI, dei finanzieri occidentali e delle autorità cinesi, affinché la Cina "cambi modello", cominci ed attui con successo la sua "transizione".

Transizione cinese o fuga in avanti?

Gli industriali occidentali, i fornitori di materie prime, ma soprattutto coloro che cercano disperatamente un futuro al capitalismo, contano dal 2008 sulla Cina ed il suo mercato. E dinanzi ai segni evidenti del ral­lentamento dell’economia cinese, tutti spe­rano in una "transizione", un "cambiamento di modello", che consenta di passare da un’economia cinese finora volta verso le esportazioni, il settore immobiliare e le infra­strutture, ad un’economia orientata verso il consumo interno, di cui le centinaia di milioni di consumatori, ancora in buona parte solo potenziali, fanno sognare i capitalisti di tutti i paesi.

La crescita cinese è stata innanzitutto, dagli anni ‘80 agli anni ‘90, il risultato di investi­menti in strumenti di produzione di merci destinate all’esportazione. Ciò ha trasformato la Cina, se non nella "officina del mondo", come alcuni dicono, almeno in un centro di produzione importante, che ha preso il posto di una parte della produzione dei paesi occi­dentali (nel tessile, per esempio) e ha con­centrato la produzione di nuovi settori, come l’elettronica. Così una parte non trascurabile delle importazioni ripartiva immediatamente dal paese come componente dei prodotti esportati. Ma questa dipendenza dal mercato mondiale non è senza conseguenze: a par­tire dal 2007 e dalla crisi finanziaria, queste attività hanno smesso di crescere, cosa che ha fatto dire ad alcuni che "l’officina del mondo gira al minimo". 20 milioni di lavora­tori migranti che hanno perso il loro posto di lavoro nelle industrie esportatrici sono tornati a casa, nelle campagne.

Per evitare ogni disordine sociale, ed innan­zitutto allo scopo di sostenere la nuova classe ricca cinese, le autorità hanno allora deciso di iniettare 586 miliardi di dollari in un "piano di rilancio" delle attività, esattamente come facevano i governi occidentali a favore della loro borghesia. Questo piano era con­centrato sul settore immobiliare e le infra­strutture: una politica che ha fatto la fortuna degli operatori immobiliari, ma è stata al­l’origine della bolla immobiliare attuale. Que­sta politica ha anche soddisfatto un buon numero di capitalisti occidentali, offrendo loro degli sbocchi ed un terreno di speculazione, in particolare sulle materie prime che la Cina ha importato nell’ambito di questo piano.

Come si è visto, questa politica economica mostra i suoi limiti, e si traduce nella diminu­zione dei tassi di crescita ufficiali. Il ribasso della crescita reale è molto più importante: così l’FMI avrebbe chiesto alle autorità cinesi come potevano giustificare una crescita del 7%, mentre la produzione di elettricità del paese era rimasta ferma nel corso degli ul­timi dodici mesi (Les Echos del 4 settembre). Ma minaccia anche di trasformarsi in un au­tentico crac, poiché la febbre immobiliare ha generato un indebitamento colossale (2,5 volte il PIL del paese, debiti privati e pubblici accumulati) che non è senza pericolo, così come lo è l’importante stock di case non oc­cupate. Da qui gli interventi ripetuti delle au­torità cinesi sulle Borse del paese, ed i ripe­tuti piani d’aiuto alle banche, i ribassi dei tassi d’interesse e le facilità di credito per i privati. Da qui anche le speranze delle auto­rità cinesi e dei capitalisti occidentali in un cambiamento di modello.

La scommessa - o il sogno - di tutti questi responsabili è che la Cina si trasformi, da un paese principalmente rurale, in un paese urbanizzato, come hanno fatto il Giappone nel Novecento o i paesi occidentali nel­l’Ottocento. Questa trasformazione corri­sponderebbe alla creazione di un vasto mercato interno, che compenserebbe le de­bolezze dei mercati occidentali. L’esodo rurale di centinaia di milioni di contadini, che uscirebbero dalla loro autarchia, li trasfor­merebbe in consumatori di prodotti mani­fatturieri.

È fuori dubbio che la Cina si è trasformata negli ultimi 40 anni. La popolazione urbana rappresentava solo il 20% del totale negli anni ‘70. Rappresenta certamente il 40% o il 50% oggi, cosa che vuol dire decine di mi­lioni di cittadini in più. Ciò rappresenta certamente un mercato per i capitalisti, per le case, i trasporti, l’alimentazione, ma un mercato che sembra loro ancora troppo stretto. E siccome il settore della produzione sembra fermo, alcuni ora sognano la tran­sizione verso un’economia di servizi. Para­dossalmente, tutti questi fautori del capitalismo e della libera impresa contano sul fatto che l’economia cinese è ancora in parte diretta dallo Stato, e sulle riserve di valute dello Stato, per investire nei sistemi sanitari, le pensioni o l’istruzione, che secondo loro sarebbero la condizione sine qua non perché i lavoratori cinesi consumino i loro salari invece di risparmiarli. "La transi­zione verso un’economia sempre più volta verso il mercato e lo scioglimento dei rischi accumulati in questi anni è complessa, e potrebbe quindi essere un po’ agitata", ha di­chiarato Christine Lagarde, direttrice gene­rale del FMI. "Detto ciò, le autorità dispon­gono degli strumenti politici e degli ammor­tizzatori finanziari per gestire questa tran­sizione", ha aggiunto.

Ma finora solo una piccola parte di cittadini, alcune decine di milioni di cinesi, si sono arricchiti con i miliardi iniettati nell’economia ed hanno acquisito un modo di vita che si avvicina a quello dei paesi occidentali, con­sumando automobili e viaggi, e offrendo sbocchi a compagnie come la PSA, la Renault o la Airbus. Questo rimane ben lungi dal compensare il ribasso delle esportazioni e il ribasso degli investimenti nelle infra­strutture o nel settore immobiliare, di cui nes­suno può prevedere gli esiti.

La transizione sognata dai capitalisti per la Cina si è svolta in occidente perché la bor­ghesia europea aveva prima saccheggiato per secoli il mondo intero, e perché la bor­ghesia stessa era in posizione dominante alla fine dell’Ottocento, e poteva imporre la sua legge, i suoi capitali e le sue merci a tutto il pianeta. La Cina possiede di tutto ciò solo il suo 1,4 miliardi di abitanti, cosa che certamente non è poco. Ma come si vede, non basta costruire case perché siano abi­tate. Tanto più che l’urbanizzazione non vuol dire né un mercato ampio, né delle classi popolari con un tenore di vita elevato: le fa­velas delle città del Brasile, urbanizzato all’85 %, o del Messico (al 78 %) sono lì a ri­cordarlo.

Il solo risultato tangibile, e davvero portatore di un futuro, dell’evoluzione della Cina in questi ultimi trent’anni, è la crescita di un pro­letariato cinese numeroso, giovane e dina­mico, che a sua volta, non abbiamo dubbi, saprà trovare - come fece all’inizio del Nove­cento - la strada verso le idee della sua classe, le idee comuniste rivoluzionarie.

15 settembre 2015


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