Internazionale

Turchia: lo sciopero dei metalmeccanici

Da Lutte de classe n°169 (Giugno 2015)

Per la prima volta dall’arrivo al potere del­l’AKP nel 2002, le elezioni legislative tur­che del 7 giugno 2015 sono state un falli­mento relativo per il partito del presidente Recep Tayyip Erdogan. Il partito procurdo HDP, che si è presentato come il porta­voce dei numerosi movimenti di conte­stazione che attraversano la società tur­ca, ha raccolto il 13 % dei suffragi, riu­scendo a superare la soglia del 10% necessaria per essere rappresentato in Parlamento. La crisi economica, la poli­tica del governo Erdogan, compromesso nel sostegno alle truppe dell’Isis in Siria ed Iraq, il suo autoritarismo crescente segnato in particolare dalla repressione violenta delle manifestazioni del 2013 al parco Gezi di Istanbul, la sua corruzione, hanno evidenziato un’usura del potere che i risultati elettorali hanno mostrato a loro volta. Ma l’aumento degli scioperi durante la primavera del 2015 ne è stata un’altra prova.

Le settimane che hanno preceduto le ele­zioni del 7 giugno sono state caratte­rizzate infatti da un’onda potente di scioperi dei lavoratori della metallurgia, che ha costretto il padronato di questo settore a mollare ed ha segnato anche la fine di un lungo periodo di stabilità sociale.

Alla metà di maggio è cominciato un movi­mento di sciopero nella zona industriale di Bursa che si è rapidamente esteso nella città, poi ad altre fabbriche della metallurgia della regione industriale di Istanbul, e in se­guito ad altre regioni come quelle di Ankara o Izmir.

Bursa, a circa 150 chilometri a sud di Istanbul, concentra gran parte dell’industria automobilistica turca, dominata da asso­ciazioni tra gruppi capitalistici del paese e multinazionali del settore come Renault e Fiat, ma anche Ford, Mercedes o Toyota. A Bursa si trovano anche importanti fabbriche della componentistica automobilistica, situate attorno alle grandi fabbriche per fornire direttamente le catene di montaggio.

In realtà, l’insoddisfazione cresceva da mesi fra i lavoratori della fabbrica Renault-Oyak, frutto della collaborazione tra il produttore francese ed il gruppo di partecipazioni Oyak costituito attorno ai fondi pensioni e previ­denza dell’esercito turco. Infatti, se il primo periodo di governo del partito AKP è stato per la Turchia un periodo di crescita e di pro­sperità economica, che si è tradotto con l’im­portante progressione dei salari, oggi non è più così.

Alla crisi internazionale del 2008 si sono ag­giunte le difficoltà specifiche del Medio Oriente, che hanno fatto perdere ai capitalisti turchi gran parte dei loro mercati in Iraq e Siria. La svalutazione della lira turca, che dal 2011 ha perso il 50% del suo valore rispetto all’euro, si è accompagnata ad un’inflazione ormai pari al 25% annuo. I lavoratori hanno dovuto constatare un deterioramento rapido del loro potere d’acquisto che rimetteva rapi­damente in discussione i progressi registrati nel periodo di prosperità.

Se il periodo precedente l’arrivo al potere dell’AKP era stato segnato dall’instabilità e dalle crisi finanziarie, con il nuovo governo il potere d’acquisto dei salari bassi era quasi raddoppiato in dieci anni, passando dal­l’equivalente di 175 euro mensili nel 2002 a 350 euro circa.

Questa prosperità relativa spiega il credito che Erdogan ha potuto conquistare in seno alla popolazione. Ma da un anno i lavoratori hanno perso il 25% del loro potere d’acqui­sto. Pare che quasi cinque milioni di lavo­ratori dipendenti siano nell’incapacità di pa­gare i loro debiti, di cui più di 350;000 ri­schiano il carcere per questo motivo.

I primi lavoratori a rivendicare un forte au­mento dei salari nella zona industriale di Bursa, dove operano 360.000 salariati, erano stati quelli della fabbrica Bosch, vicina alla fabbrica Renault. La direzione della Bosch aveva tuttavia ceduto rapidamente di fronte alla loro mobilitazione ed accettato ciò che, tutto sommato, era solo un adeguamento dei salari all’inflazione. Ma nelle fabbriche vicine le cose non furono così semplici.

Verso lo sciopero alla Renault-Oyak

Il 17 dicembre 2014, il sindacato Türk-Metal-Iş, un sindacato dalle pratiche mafiose affi­liato alla confederazione Türk-Iş, pienamente complice del gran padronato e legato al­l’estrema destra, aveva firmato con la confe­derazione padronale della metallurgia MESS un accordo consistente in un irrisorio au­mento di salario. L’accordo era valido per tre anni, contrariamente alla pratica che è di due anni per questo genere d’intesa. Ovviamente i 110.000 membri di Türk-Metal-Iş non erano stati consultati.

Il sistema sindacale turco è costruito sul mo­dello del cosiddetto sistema americano del closed-shop, per cui in un’azienda un solo sindacato può essere riconosciuto come rap­presentativo ed ammesso a trattare con il padrone. In tal modo, i beneficiari dei risultati del negoziato sono solo i suoi tesserati. Ci si aggiunge una legislazione che inquadra strettamente l’esercizio del diritto di sciopero, praticamente subordinato allo svolgimento dei negoziati con il padronato, e dà alla buro­crazia sindacale la possibilità di opporsi ad ogni movimento rivendicativo che non avreb­be deciso. Ma c’è un momento in cui l’effetto di tale diga può trasformarsi nel suo opposto, quando cede e apre la strada al dilagare del­le rivendicazioni.

Infatti, l’accordo firmato a fine 2014 da Türk-Metal-Iş portò a manifestazioni d’insod­disfazione sempre più numerose. In alcune fabbriche, in particolare alla Renault, i diri­genti sindacali e l’inquadramento subirono le critiche di lavoratori che non esitavano a far sapere che per loro un tale accordo era inaccettabile, allorché i salari non permettevano più di arrivare a fine mese e di pagare il mutuo. Come unica risposta i lavoratori ottennero un rinvio della ridiscussione dell’accordo al prossimo negoziato, tre anni più tardi, tanto varrebbe dire alle calende greche.

L’assenza di risposta non fece altro che au­mentare l’insoddisfazione. Di fronte al clima repressivo imposto dal padronato nelle im­prese, il malcontento si espresse prima con gesti di ribellione come il farsi crescere la barba, il boicottare la mensa aziendale op­pure il manifestare rumorosamente battendo le stoviglie durante il pranzo.

Fu in questo clima sempre più caldo che il 15 aprile la protesta dei lavoratori della fabbrica Bosch fece un salto di qualità con l’interru­zione del lavoro nonostante il divieto legale. Ottennero rapidamente un aumento supe­riore al 20% dal momento che il loro padrone aveva preferito oltrepassare i termini del­l’accordo generale per far riprendere rapida­mente il lavoro, come avvenne. Tuttavia, nonostante la discrezione dei mass media su questo successo dei lavoratori, l’informa­zione circolò molto rapidamente nelle fab­briche vicine, in particolare alla Renault-Oyak.

L’agitazione si estese per un mese nelle due zone industriali di Bursa, quella che com­prende la fabbrica Renault-Oyak e quella dove è situata la fabbrica Fiat-Tofaş, que­st’ultima il risultato di una collaborazione tra Fiat ed il gruppo capitalistico turco Koç. In parecchie decine di fabbriche, in particolare quelle del settore del subappalto automobi­listico come Coşkunöz, Mako, Ototrim, Delfi, Valeo, SKT, Farba, un totale di 20.000 lavo­ratori circa partecipò ad azioni di protesta quali il boicottaggio della mensa o i concerti di stoviglie.

Il 21 aprile, il movimento prese più forza. Alla Renault-Oyak e alla Fiat-Tofaş in particolare, centinaia di lavoratori approfittarono del cambio turno per gridare slogan ostili a Tür­k-Metal-Iş, esigendo le stesse concessioni di quelle ottenute alla Bosch.

Pochi giorni dopo, ai primi di maggio, lavo­ratori di queste fabbriche decisero di ritirare collettivamente l’adesione a Türk-Metal-Iş. La notte del 5 maggio, all’entrata del turno di notte della Renault, i lavoratori constatarono che il loro badge era stato disattivato. Non potevano quindi più entrare nella fabbrica ed erano licenziati!

In altre parole, la direzione della Re­nault-Oyak aveva scelto di rispondere al mal­contento, come aveva fatto di fronte a movi­menti precedenti, licenziando i lavoratori identificati come capi della protesta e pen­sando così di scoraggiare gli altri.

Ma questa volta i lavoratori non si erano fatti cogliere impreparati. Da parecchi giorni essi si riunivano davanti alla fabbrica prima di en­trare, passando insieme i controlli per accer­tarsi collettivamente che non c’erano licen­ziati. Vedendo che due di loro lo erano stati, il turno di notte non prese il lavoro, mentre il turno del pomeriggio a cui si doveva dare il cambio rifiutò di lasciare l’impresa.

Di fronte a questa reazione di massa, due ore di fermo della produzione bastarono per convincere la direzione a mollare e ad an­nunciare l’annullamento dei due licenzia­menti. Alla notizia del blocco della fabbrica, il direttore dovette muoversi in piena notte per comunicare alle duemila persone riunite davanti ai cancelli il ritiro del provvedimento.

Solo allora il lavoro riprese, ma gli operai della Renault avevano potuto prendere coscienza della propria forza e verificare quanto questa potesse essere efficace per far cedere una direzione.

Dieci giorni di uno sciopero condotto dai lavoratori stessi

Per quanto riguarda i salari, niente però era risolto. La direzione locale chiese due settimane per poter consultare quella generale. Questa non aspettò tanto a lungo: già il giovedì 14 maggio riuniva il turno del mattino per annunciare che non avrebbe derogato all’accordo del 17 dicembre 2014. Ma anche questa volta la reazione fu rapida.

Fin dalla sera dell’indomani, il turno di notte al completo rifiutò di entrare in fabbrica e si raccolse all’esterno, mentre il turno del pomeriggio vi rimaneva per occupare le officine. Il giorno dopo, venerdì 15 maggio, il turno del mattino rifiutò a sua volta di entrare in fabbrica.

Fin da quel giorno, quindi, i tre turni erano in sciopero e la produzione ferma. La fabbrica era occupata dal turno di notte mentre gli altri due turni si raggruppavano ai cancelli. La direzione tentò un diversivo annunciando che avrebbe dato a tutti un congedo fino al lunedì. Questa trappola grossolana non funzionò e tutti restarono sul posto.

Un altro conflitto si era già svolto alla Renault tre anni prima, in occasione della negozia­zione del contratto collettivo nazionale di lavoro. Parecchie centinaia di lavoratori, scontenti dei salari e delle condizioni di lavoro, avevano espresso la volontà di la­sciare il sindacato Türk Metal-Iş perché indif­ferente ai loro problemi. Ma la legge esige che la scelta sia fatta da almeno il 50% dei lavoratori.

I lavoratori, peraltro, avevano tentato senza successo di ottenere il sostegno del sinda­cato Birleşik-Metal-Iş, legato alla confe­derazione sindacale concorrente DİSK, con­siderata come riformista. Questo movimento di protesta si concluse con parecchie decine di licenziamenti. Questa esperienza, per quanto fosse stata costosa, era stata piena di insegnamenti per i lavoratori, dimostrando la necessità di un’azione ben preparata per la riuscita delle loro rivendicazioni.

Per mesi, e in particolare durante le setti­mane precedenti al movimento del maggio 2015, i lavoratori della Renault si erano or­ganizzati in segreto. In particolare scelsero tra di loro lavoratori rappresentativi. Ogni unità di 20 operai scelse un delegato, e cia­scuno di questi partecipò alla designazione di delegati di comparto. Così, nel complesso, i vari comparti di questa fabbrica, che conta 5.700 lavoratori, si dotarono di un comitato di otto delegati. Quest’ultimo fu incaricato di rappresentarli presso la direzione e le diverse autorità quali la prefettura.

La direzione e le autorità, pur con pressioni e manovre, non riuscirono a far riprendere il lavoro. Al termine di vane riunioni in prefet­tura, gli otto delegati esasperati dichiararono che, da quel momento in poi, se il prefetto avesse voluto incontrarli, avrebbe saputo dove trovarli: doveva soltanto venire in fab­brica. In quanto agli scioperanti, per sventare le provocazioni e i tentativi d’infiltrazione della direzione e delle autorità, essi deci­devano di controllare tutte le entrate ed uscite, permettendo l’ingresso solo a coloro che disponevano di una tessera della fab­brica.

Successivamente, controllarono anche il re­quisito di operaio dei titolari della tessera. Così, in seguito alle assemblee generali, riunioni di reparto permisero di scovare sei individui in possesso di una tessera ma estranei alla fabbrica. Questi informatori infil­trati furono dunque pregati di uscire.

A supporto degli scioperanti, si videro arri­vare le famiglie e gli amici che portavano cibo e conforto. I lavoratori delle imprese cir­costanti, generalmente del subappalto auto­mobilistico, si fecero artefici di un sostegno importante. Rifiutarono ogni straordinario, boicottarono le mense e si recarono al­l’assemblea dei lavoratori della Renault da­vanti allo stabilimento, nonostante le minac­ce del prefetto e della polizia. Una folla di cartelli appesi ai cancelli affermava questo sostegno, dimostrando la popolarità del mo­vimento e l’inizio del contagio ad altre fab­briche della metallurgia.

Lo sciopero si estende nell’automobile

L’esempio della Renault fu seguito anche nell’altra grande fabbrica automobilistica di Bursa, la Fiat-Tofaş. I suoi 6.500 lavoratori e più scioperarono a loro volta per i salari, come pure i 2.000 operai della fabbrica Coş­kunöz, poi i 1.200 operai della Mako, quelli della Valeo e della Delfi. Dal 15 maggio, il numero di scioperanti a Bursa arrivava a 16.000.

Il contagio si estese rapidamente alle altre zone industriali dell’ovest della Turchia, attor­no ad Istanbul ed Izmit, prima nel settore au­tomobilistico, poi in altri settori della metal­lurgia. Il movimento si estese ad Ankara, alla Türk Traktör, un’altra fabbrica del gruppo Koç. In quest’ultima, un comitato di delegati diresse lo sciopero sotto tutti i suoi aspetti, pasti compresi, e ciò nonostante le molteplici pressioni e i tentativi d’intimidazione della direzione. Gli 8.000 lavoratori della Ford Otosan di Izmit, a loro volta, cominciarono a scioperare il 18 maggio sulle stesse rivendi­cazioni della Renault, eleggendo i propri de­legati e ritirando l’adesione a Türk-Metal-Iş.

Il padronato della metallurgia provò allora a far cessare lo sciopero con un inganno: il 22 maggio, la stampa riportava a grandi titoli la falsa notizia della ripresa del lavoro alla Oyak e alla Tofaş. Ma padronato e governo esita­vano a fare appello alle forze di polizia, inviate però nelle vicinanze delle fabbriche.

Il movimento si sarebbe ancora esteso ad altre città quale Izmir, dove gli operai della fabbrica di ruote CMS ottennero un premio di 1.000 lire (330 euro) dopo la sola distri­buzione di un volantino che minacciava lo sciopero. In quanto ai 1.900 lavoratori della raffineria Petkim, essi rifiutarono l’irrisorio 5% di aumento proposto dal padrone e ottennero soddisfazione dopo una settimana d’occu­pazione del sito. Poi, a loro volta, lavoratori delle quattro zone industriali della città scio­perarono per le stesse rivendicazioni. Sem­pre a Izmir, i 3.500 lavoratori di Izenerji, società d’elettricità e gas dipendente dal municipio, manifestarono per aumenti di salario immediati – due anni di negoziati in previsione del contratto nazionale di lavoro non avevano portato ad alcun risultato – e iniziarono a scioperare il 7 giugno. Dopo­diché, lavoratori di IDC e di Ege Çelik, sempre ad Izmir, ebbero la sorpresa di ve­dere il loro conto bancario accreditato di 1.000 lire, come risposta alla crescente effer­vescenza in queste aziende.

A dimostrazione dell’estensione del movi­mento, oltre alle grandi città furono toccate alcune città di medie dimensioni come Eskişehir, dove, questa volta, la fabbrica di elettrodomestici Arçelik, in sciopero il 26 maggio, fu sgomberata dalla polizia.

Il padronato costretto a fare concessioni

Gli scioperanti della Oyak Renault ripresero il lavoro il 27 maggio mattino, dopo un accordo in nove punti che comprendeva, tra l’altro, l’assenza di sanzioni, il riconoscimento dei delegati eletti dagli operai come i soli interlo­cutori validi, il fatto che Türk-Metal-Iş, al quale comunque non restavano più di 60 membri sui 5.700 lavoratori, non era più il sindacato rappresentativo.

Sul piano salariale, la direzione annunciava 600 lire (200 euro) di premio annuale garan­tito, 1.480 lire (480 euro) alla ripresa lavora­tiva, il pagamento dei giorni di sciopero e l’impegno che i salari sarebbero stati rine­goziati prima della fine di giugno.

Il lavoro riprese allora nelle fabbriche che erano state toccate dal movimento, per le quali lo sciopero alla Renault era stato un punto di riferimento. Praticamente tutti avevano ottenuto almeno un premio di 1.000 lire ed avevano imposto al padrone di non considerare più il sindacato Türk-Metal-Iş come loro unico rappresentante.

Certamente non tutto era risolto, poiché ov­viamente il padronato non si dava per scon­fitto. Così, pochi giorni dopo l’accordo alla Renault, la direzione della fabbrica tentava ancora di licenziare due operai che erano stati in testa durante il movimento. Ma, an­cora una volta, dovette fronteggiare una rea­zione unanime e ritirare immediatamente il provvedimento.

Poi, alla fine di giugno, si ebbe notizia delle proposte salariali della direzione di Renault-Oyak, riguardanti anche i 110.000 lavoratori interessati all’accordo del dicembre 2014 tra il MESS e il sindacato Türk-Metal-Iş. La dire­zione proponeva, d’accordo con il MESS, un premio totale di 3.500 lire su tre anni (1.200 euro), di cui 1.400 lire nel 2015, 1.400 lire nel 2016 e 700 lire nel 2017. Davanti a queste proposte chiaramente insufficienti, il malcontento ricominciò immediatamente a manifestarsi alla Renault.

Quasi subito, la direzione, che evidente­mente aveva poca voglia di vedere lo scio­pero ripartire, annunciò nuove misure sala­riali in pratica equivalenti ad un raddoppio, differenziato secondo il livello del salario, delle 3.500 lire annunciate alcuni giorni prima.

I tentativi di controffensiva patronale, tuttavia, erano certamente solo all’inizio. Se alla Re­nault la direzione dovette temporaneamente rinunciarvi, non fu così in altre fabbriche, in particolare alla Tofaş, dove il 23 giugno si venne a sapere che la direzione aveva deci­so di licenziare 82 operai, a cui seguirono decine di altri licenziamenti nelle imprese del subappalto.

Il conflitto, d’altra parte, non era finito tra, da un lato, lavoratori che in alcune settimane avevano fatto l’esperienza della lotta e grandi passi in materia d’organizzazione, nonché avevano preso coscienza della forza che rappresentavano, dall’altro lato un padronato che era stato costretto a fare concessioni pur volendo conservare le proprie prerogative e restaurare un’autorità diminuita. In partico­lare, il fatto di aver forzato il patronato a ne­goziare con delegati scelti dai lavoratori stessi nel corso del movimento, non soltanto alla Renault ma anche in altre imprese, metteva in discussione il ruolo delle buro­crazie sindacali. Quella della Türk-Iş risultava ormai troppo compromessa per poter control­lare realmente la classe operaia nel momen­to in cui entrava in lotta, mentre quella della DİSK era troppo poco presente per poter svolgere questo ruolo. Orbene, di fronte a questi apparati lontani dalle preoccupazioni dei lavoratori, questi dimostrano sempre più che vogliono la libertà di organizzarsi e, addi­rittura, che se la prendono.

Una maggioranza dei lavoratori, anche tra quelli entrati in lotta, continuano a ricono­scersi nei partiti tradizionali, e in primo luogo nel partito al potere da tredici anni, l’AKP di Erdogan. Ma si constata anche quanto, in certe circostanze, la classe operaia può ricollegarsi rapidamente a tradizioni di lotta che le appartenevano negli anni 1970. Quegli anni erano stati segnati da molti scioperi, massicci e determinati, che non esitavano ad affrontare la repressione poliziesca o l’azione dei gruppi d’estrema destra, lotte durante le quali si erano forgiate relazioni di solidarietà tra lavoratori delle varie imprese, e finalmente una vera coscienza politica di classe. Oggi emerge che né gli anni di dittatura militare, né quelli del governo islamista di Erdogan, hanno fatto davvero scomparire quelle tradizioni e quella coscienza. Nel periodo di crisi politica e sociale che si apre in Turchia, la classe operaia può ridiventare l’attore di peso che è già stata.

25 giugno 2015


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