Internazionale

Sudafrica: da un sindacato rosso ad un partito rosso?

Pubblichiamo qui la traduzione di un articolo della rivista trotskista Class Struggle pubblicata dai nostri compagni di Workers’Fight (n° 104, primavera 2015).

L’espulsione del sindacato nazionale degli operai della metallurgia del Sudafrica (Numsa) e dei suoi 338.000 membri dalle file della principale confederazione sindacale del paese, Cosatu (congresso dei sindacati sudafricani), il 7 novembre 2014, non ha sorpreso nessuno. Da mesi e anche da anni si parlava di tensioni nelle file di Cosatu. Tuttavia, questa rottura pubblica tra due organizzazioni appartenenti al movimento operaio ufficiale è stata una scossa.

Le sue implicazioni politiche sono importanti poiché si tratta di una scissione nella confederazione sindacale che partecipa al governo del paese come terza componente dell’alleanza tripartita, con il Partito comunista sudafricano (SACP) e il congresso nazionale africano (ANC), le cui strutture da venti anni si confondono con quelle dei suoi due partner.

Numsa è il più importante e più combattivo dei 18 sindacati di Cosatu, che conta 2.200.000 membri. È un sindacato che si proclama "rosso", fa riferimento ai "principi del marxismo-leninismo" ed ha il sostegno ufficiale di sette o otto altri sindacati affiliati a Cosatu. Infatti, dietro Numsa, un po’ meno di un milione di lavoratori tesserati si trovano così in opposizione aperta con la direzione di Cosatu.

Ma Numsa gode anche del sostegno morale di centinaia di migliaia di lavoratori che si sentono abbandonati tanto dalle loro direzioni sindacali quanto dall’ANC. Esso può certamente contare sulla solidarietà dei 50.000 minatori che, dopo essere stati traditi dal sindacato nazionale dei minatori (Num) affiliato a Cosatu, avevano raggiunto l’Associazione sindacale delle miniere e della costruzione (Amcu) anche prima del massacro degli scioperanti del platino a Marikana nel 2012. Fra quelli che esprimono la loro solidarietà con Numsa, c’è anche Nactu (Consiglio nazionale dei sindacati), una confederazione sindacale rivale di Cosatu di cui si parla poco, ma che esiste dal 1985 ed alla quale Amcu è affiliato.

Questa rottura pone un certo numero di questioni: perché i dirigenti di Cosatu hanno deciso di scomunicare Numsa in tale contesto? Ne avranno qualche danno? E quali saranno le conseguenze per la classe operaia sudafricana?

La rottura di Numsa con l’ANC

La ragione principale di tale espulsione è stata la decisione di Numsa di rompere con l’ANC durante una conferenza straordinaria di delegati tenutasi il 20 dicembre 2013, appena quattro mesi prima delle elezioni legislative del 2014 e quindici giorni soltanto dopo la morte di un’icona dell’ANC qual era Nelson Mandela.

Il portavoce di Numsa ha giustificato questa rottura invocando i molteplici casi in cui l’ANC "era andata troppo lontano": la sua responsabilità nel massacro degli scioperanti della miniera di platino Lonmin di Marikana nel 2012; gli scandali di corruzione in cui è stata coinvolta; la sua politica economica descritta come "neo-liberale"; ed infine, il fatto che, secondo i delegati di Numsa, l’ANC ha da tempo rinunciato agli obiettivi della Carta della libertà del 1955, il programma nazionalista e riformista del movimento di liberazione nazionale contro l’apartheid in generale, e dell’ANC in particolare.

Certamente, la Carta della Libertà, per un’organizzazione come Numsa che si presenta come un "sindacato socialista rosso", non ha nulla di rivoluzionario. Ma, come sottolineano i suoi portavoce, molti obiettivi della Carta, che si potrebbero attuare anche nell’ambito del capitalismo, non hanno neppure visto un inizio di realizzazione.

Ironia della storia, l’ANC ha promesso quest’anno, in occasione del 60° anniversario della Carta, di rinnovare il proprio impegno ad attuare i suoi obiettivi. Ma anche nei moderatissimi limiti fissati da questa Carta, rimane ancora molta strada da fare.

Ad esempio, dopo venti anni di regno dell’ANC, solo il 7% delle terre sono state riprese ai proprietari bianchi, "per essere ridistribuite a quelli che la lavorano", per riprendere i termini della Carta. Naturalmente, la gente non ha “il diritto di occupare terre là dove lo vogliono", come prometteva la Carta. Per questo si è assistito ultimamente ad occupazioni "illegali" di terre. Non c’è salario minimo; le agenzie di affitto della manodopera (agenzie d’assunzione private) stanno lì per fare in modo che l’obiettivo di un "salario uguale per un lavoro uguale" non sia raggiunto. E, ovviamente, "le ricchezze minerali del suolo, le banche e l’industria monopolistica" non sono diventate "la proprietà del popolo intero" come la Carta prometteva.

Numsa ha anche annunciato, alla sua conferenza straordinaria del dicembre 2013, che avrebbe esaminato la possibilità di lanciare un nuovo partito operaio. Ciò perché Numsa ritiene che il fallimento morale e politico dell’ANC e del SACP rende questi partiti incapaci di rappresentare gli interessi dei poveri e della classe operaia. È stato, probabilmente, il fatto più importante di questa conferenza. Da allora, Numsa ha fatto ciò che si era impegnato a fare, come si vedrà.

Cosatu, oltre alla rottura di Numsa con l’ANC e alla sua decisione di promuovere la costruzione di un nuovo partito, aveva altri motivi "ufficiali" per espellere il sindacato metallurgico. Ad esempio, Numsa era accusato di aver fatto aderire membri di sindacati rivali. In realtà esso aveva già chiesto al Ministero del lavoro l’autorizzazione di estendere il suo campo di reclutamento ad altri settori, autorizzazione che gli fu effettivamente data appena un mese dopo la sua espulsione.

Infine, c’erano le rivalità di fazioni in seno a Cosatu. La sua direzione è oggi dominata da sostenitori accaniti (almeno per ora) del governo Zuma e da membri del suo ispiratore politico, il tanto staliniano SACP. Questa fazione è diretta da S’dumo Dlamini, un ex infermiere membro di Nehawu (sindacato nazionale dell’istruzione, della sanità e dei settori collegati ) che è presidente della confederazione, e dal suo luogotenente Frans Baleni, il dirigente staliniano del sindacato dei minatori Num. Questo sindacato dichiara sempre di avere 300.000 membri, nonostante abbia pagato caro il suo tradimento dei minatori del platino, sia prima che durante e dopo il massacro di Marikana.

Baleni fa parte del comitato centrale del SACP. S’dumo Dlamini ed il segretario generale dell’ANC, Gwede Mantashe, un ex segretario generale del Num, fanno parte dell’ufficio politico di undici membri del SACP con un altro pilastro del Nehawu, Fikile Majola. E, per ora, sostengono tutto ciò che fa il governo.

Questi fedeli di Zuma e del SACP avevano tentato nel 2013 di sbarazzarsi definitivamente del segretario generale di Cosatu, Zwelinzima Vavi, che, secondo loro, era troppo critico nei confronti del governo. Avevano fabbricato contro di lui un’accusa di stupro, che poi fu ritirata. Era anche stato accusato, a torto, di pratiche fraudolenti in occasione della vendita della vecchia sede di Cosatu. Le accuse di truffa furono abbandonate, ma Vavi aveva ammesso di aver avuto relazioni sessuali con una dipendente consenziente. Per ciò fu sospeso, cosa che provocò tensioni tra i sindacati sostenitori e quelli avversari di Vavi, ossia tra i sindacati che erano pronti ad opporsi alla corruzione del "governo borghese dell’ANC", come lo chiamano i dirigenti di Numsa, e coloro che erano decisi a difenderlo a tutti i costi.

Vavi, a causa delle profonde rivalità interne a Cosatu, continuò ad essere minacciato d’espulsione, mentre il suo caso passava dai tribunali ai mediatori autoproclamati dell’ANC. Numsa ha sempre difeso Vavi, cosa che costituiva un’altra imperdonabile trasgressione, anche se Vavi fu finalmente reintegrato il 7 aprile 2014, poco prima delle elezioni legislative.

In seguito, però, Vavi si rese colpevole di un altro "reato". Anziché dichiarare esplicitamente il suo sostegno all’alleanza ANC-SACP, come avevano sempre fatto i dirigenti di Cosatu in passato, non prese posizione. Se non avesse tanto tenuto a conservare il suo posto alla direzione di Cosatu, forse avrebbe osato aprire bocca e dire ciò che tanti lavoratori pensavano, ma non lo fece. Così come si astenne dall’assistere alla riunione in cui fu decisa l’espulsione di Numsa e, dopo questa , si limitò ad una posizione ambigua, dicendo che sì, certamente, era contrario a tale espulsione ma che, comunque, Numsa aveva agito male invadendo il territorio di altri sindacati...

Occorre anche ricordare che Vavi aveva adottato una posizione altrettanto ambigua su una questione molto più importante: dopo il massacro di Marikana, si era rifiutato di condannare la polizia, il governo, l’ANC o il Num, accontentandosi di stigmatizzare le condizioni d’esistenza dei minatori. Ciò all’epoca gli aveva valso critiche, ma in seguito non aveva mai cambiato posizione. Vavi, non senza cadere nel ridicolo, era già sceso a compromessi con Zuma e soci quando fu sospeso dalla direzione di Cosatu. Tuttavia, è purtroppo lo stesso Vavi che il vice segretario generale di Numsa, Karl Cloete, vorrebbe vedere alla presidenza del Sudafrica, stando alle opinioni da lui espresse in occasione di un’intervista ad una radio locale.

Il processo che doveva portare all’espulsione di Numsa occupò una buona parte dell’anno 2014. Diverse personalità, tra cui rappresentanti del governo, del SACP e dell’ANC, furono invitate a fungere da arbitri. Anche il vice presidente dell’ANC, Cyril Ramaphosa, cercò una mediazione, cosa che fece scandalo fra i membri di Numsa, per motivi di cui parleremo più avanti. Il congresso straordinario, obbligatorio secondo gli statuti di Cosatu in caso d’espulsione di un sindacato affiliato, fu richiesto da nove sindacati della confederazione, ma non fu mai convocato. In altri termini, l’offensiva della direzione di Cosatu contro Numsa era contraria allo statuto. Ma, siccome l’unica controffensiva che le fu opposta rimase sul terreno strettamente legale, essa rifiutò di fare retromarcia.

Meglio meno, ma meglio...

Il confronto finale dei 7 e 8 novembre 2014, dunque, si svolse anche nell’ambito di una riunione straordinaria "antistatutaria" del Comitato esecutivo centrale (CEC) della confederazione, anziché nell’ambito del congresso straordinario necessario per imporre lo statuto.

L’espulsione di Numsa era stata decisa in anticipo. Tuttavia, il segretario generale di Numsa, Irvin Jim, volle mostrarsi più diplomatico che mai, esponendo, per oltre tre ore davanti al comitato, un’argomentazione a favore dell’unità della confederazione. Nondimeno, all’alba del giorno dopo, 33 membri del comitato votarono per l’espulsione e 24 contro. Numsa era ormai fuori da Cosatu.

Oggi, la separazione tra le due tendenze opposte tra i capi del movimento operaio è pubblica e forse definitiva: da un lato "i collaboratori e i venduti" che per ora controllano Cosatu, e dall’altro i "veri rivoluzionari" di Numsa e di sette o otto sindacati più piccoli.

Gli alleati di Numsa sono diretti da Fawu, il sindacato dei lavoratori dell’agroalimentare (con quasi 114.000 membri). Fawu, in realtà, pur rimanendo cauto a questo riguardo, aveva deciso, in occasione di un congresso di tre giorni riunitosi nel febbraio 2014, di dare la consegna di votare per l’ANC.

Gli altri sindacati solidali di Numsa sono il sindacato dei lavoratori del commercio, dell’abbigliamento e settori collegati del Sudafrica (Saccawu, 107.000 membri), il sindacato dei lavoratori della comunicazione (CWU, 18.000 membri), il sindacato dei lavoratori del settore pubblico e collegati del Sudafrica (Sasawu, 144.000 membri), il sindacato dei lavoratori del settore pubblico ed collegati del Sudafrica (Pawusa), l’organizzazione democratica del personale infermieristico del Sudafrica (Denosa, 72.000 membri), ed il sindacato dei calciatori sudafricani (Safpu). C’è anche il caso particolare di un ottavo sindacato, il sindacato dei lavoratori comunali (Samwu, 180.000 membri) che, all’inizio, aveva sostenuto Numsa. Al momento del voto sull’espulsione, tuttavia, tre dei quattro delegati di Samwu ignorarono il loro mandato e scelsero il campo opposto. Nondimeno, numerose sezioni locali di Samwu, come quella della provincia di Città del Capo orientale, continuano a sostenere Numsa.

Una dichiarazione comune del 13 novembre 2014, firmata dalle sezioni della provincia del KwaZulu-Natal di Fawu, Denosa, Pawusa e Numsa, dà un’idea del loro stato d’animo. Dopo avere descritto la situazione economica disastrosa dei lavoratori, essa così continua: "Siamo, quindi, un popolo arrabbiato. Il numero di manifestazioni per abitante è probabilmente il più alto al mondo, con 1882 manifestazioni violente secondo le ultime cifre della polizia (infatti, sono state 2000 nel 2014). Sembra che, in queste manifestazioni, sia quasi sempre la polizia a versare il sangue dei nostri lavoratori. Il Forum economico mondiale, nelle sue tre ultime indagini annuali, ha classificato i nostri lavoratori come i più scontenti del pianeta. Quest’anno, Price Waterhouse Coopers ha ritenuto i nostri circoli d’affari come i più corrotti del mondo."

Nella stessa dichiarazione si aggiunge che Cosatu è stato paralizzato dal suo servilismo politico nei confronti del governo e che "per dire le cose chiaramente, questa paralisi ha condotto i lavoratori ad allontanarsi da Cosatu. Quando i lavoratori sono stati massacrati a Marikana e hanno scioperato nel settore del platino per cinque mesi, quando sono scoppiati scioperi selvaggi a ripetizione in tutto il paese; quando i lavoratori si sono battuti per un salario dignitoso a Doorns (si tratta degli scioperi di lavoratori agricoli del 2012-2013), e più recentemente, quando si battono come fanno oggi nei servizi postali, dov’era Cosatu? Come ha fatto osservare Zwelinzima Vavi, troppi dirigenti fra quelli dei sindacati affiliati a Cosatu sono beneficiari del nuovo apartheid economico. Non hanno il coraggio di cambiare le relazioni di potere".

Oggi, dunque, la lotta si svolge su due fronti. Da un lato, c’è la lotta per l’unità sindacale contro i sostenitori del governo nel movimento operaio; dall’altro, c’è la lotta per un nuovo partito operaio in grado di fare ritrovare alla classe operaia la strada della rivoluzione di cui è stata privata dal regolamento politico che nel 1994 segnò la transizione dopo la fine dell’apartheid. Una rivoluzione sociale destinata, per citare il programma di Numsa, "ad esprimere i nostri obiettivi comunisti: da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo i suoi bisogni".

Inizialmente, Numsa era pronto ad accettare la sua espulsione da Cosatu, perché ben troppa energia e troppo tempo erano già stati sprecati in una battaglia giuridica persa in anticipo, prima contro la minaccia d’espulsione di Vavi e poi contro quella che riguardava Numsa. Era l’opinione espressa dal vice segretario generale di Numsa in un’intervista del dicembre 2014. Ma gli alleati di Numsa, innanzitutto preoccupati di restaurare l’unità della confederazione, ci tenevano a proseguire i ricorsi giuridici, ciò che fu fatto, così come rimane all’ordine del giorno l’esigenza di un congresso straordinario di Cosatu per deliberare sull’espulsione di Numsa.

"Non ci può essere Cosatu senza Numsa", dice il capofila di Fawu, Katishi Masemola, pur aggiungendo che, se necessario, ci potrebbe essere una nuova confederazione.

La storia di Numsa

I membri di Numsa avevano preso la decisione collettiva di rompere con l’ANC appena quindici giorni dopo la morte di Nelson Mandela, capo leggendario di questa organizzazione e della lotta contro l’apartheid. I pianti e i lamenti generali, anche fra numerosi membri di Numsa, non li hanno dissuasi dallo scegliere questa rottura storica con il passato. La maggior parte di loro si rende conto oggi che l’ANC e il SACP hanno cinicamente voltato le spalle all’essenziale delle aspirazioni sociali per cui avevano dovuto lottare, e che ciò che questi partiti chiamano il potere della maggioranza nera è solo il potere del capitalismo, con uno sfruttamento, una povertà ed una miseria sociale appena attenuati dalla scomparsa della segregazione. È successo che, venti anni dopo la trasformazione "pacifica" del sistema dell’apartheid in un regime diretto dall’ANC sotto l’egida di Mandela, senza che venissero toccate le istituzioni statali esistenti , l’unica "eredità" dei decenni di lotte passate è stata quella del governo corrotto ed assassino di Jacob Zuma. Infatti, è stato questo governo a dare il via al massacro degli scioperanti della miniera di platino Lonmin di Marikana, nel 2012. Ed è Cyril Ramaphosa, oggi vicepresidente di Zuma, che più di chiunque altro ha le mani insanguinate, perché costui, all’epoca, era nel contempo alto responsabile dell’ANC, grande azionista di Lonmin ed uno dei più ricchi uomini d’affari del paese.

Questo massacro, infatti, è stato senz’altro la goccia d’acqua che ha fatto traboccare il vaso per gran parte della sinistra sudafricana e dei suoi militanti sindacali. Il fatto di scegliere un campo dopo Marikana ha in qualche modo separato il buon grano dal loglio.

Le origini di Numsa risalgono alle battaglie degli anni 1980, all’epoca dell’apartheid. Fu fondato nel maggio del 1987, a partire dalla fusione di quattro sindacati che organizzavano lavoratori dell’automobile e della metallurgia, minatori e lavoratori di industrie ad esse collegate . Questi stessi sindacati erano nati all’inizio degli anni 1970, in un’epoca in cui dovevano lavorare nell’illegalità, dietro la facciata di "fondi operai di previdenza". Migliaia di lavoratori li avevano raggiunti dopo i grandi scioperi di Durban nel 1972-1973. Così il sindacato dei lavoratori della metallurgia si era costituito nel 1973. Esso aiutò in seguito la creazione, nel 1974, di un consiglio consultivo di coordinamento sindacale, ed infine quella del predecessore dell’attuale Cosatu, la Federazione dei sindacati sudafricani (Fosatu), formatasi nel 1979. Cosatu, quindi, avrebbe cacciato dalle sue file la stessa organizzazione che gli aveva dato vita!

Numsa, come è stato detto precedentemente, si presenta come un sindacato "rosso", diretto dai lavoratori stessi. Essa dà una formazione intensa ad un nucleo di dirigenti scelti tra i delegati sindacali (la "brigata Mbuyiselo Ngwenda", dal nome di un ex dirigente di Numsa nell’automobile) allo scopo di costruire quadri politici in grado di dirigere il sindacato ma anche di promuovere, da allora in poi, il "movimento per il socialismo" ed il progetto di un partito operaio.

Questi delegati sono mandati a frequentare seminari politici affinché studino i classici del marxismo tra cui, ad esempio, l’opuscolo "Che fare?" di Lenin, ma anche testi di Mao, Stalin e rappresentanti contemporanei di varie tendenze post-marxiste o altermondialiste quali Samir Amin, Charles Post, Leo Panitch o Marta Harnecker. Recentemente, si è anche chiesto loro di leggere l’articolo di Ernest Mandel "sui partiti d’avanguardia".

La questione dei movimenti sociali è sempre affrontata con l’obiettivo dichiarato che siano i lavoratori stessi ad assumerne la direzione. E Numsa ha la possibilità effettiva di farlo grazie alla sua rete di organizzazioni locali ed alle competenze organizzative dei suoi delegati.

Numsa, conformemente al suo impegno di costruire un "movimento per il socialismo" e di contribuire alla fondazione di un "vero" partito operaio, ha organizzato, all’inizio del 2014, parecchie conferenze per discutere di queste questioni e del lancio di un "fronte unico". Tali iniziative hanno avuto una certa pubblicità grazie al sostegno portato recentemente da personalità come Ronnie Kasrils, un vecchio dirigente del SACP ed ex responsabile di Umkhonto weSizwe (la punta di diamante della nazione, l’organizzazione militare dell’ANC sotto l’apartheid), che ha fatto appello all’astensione nelle ultime elezioni.

Lo sciopero della metallurgia

Nel luglio 2014, Numsa ha dovuto temporaneamente mettere queste questioni da parte, mentre dirigeva uno sciopero ad oltranza di più di 220.000 operai della metallurgia, della siderurgia, della costruzione elettrica, delle telecomunicazioni e di alcuni settori collegati . Questo sciopero, che coinvolse operai di imprese grandi e piccole, ma anche lavoratori della società nazionale d’elettricità Eskom, prese avvio il 1° luglio 2014 e durò quattro settimane.

Era uno sciopero sui salari. All’origine, la rivendicazione di Numsa era quella di un aumento di salario del 15 %. Ma prima dell’inizio dello sciopero, e dopo due mesi di negoziati con Seifsa, la federazione padronale della metallurgia, Numsa l’aveva portata al 12 %. Il sindacato esigeva anche un accordo che fosse a vantaggio di tutti i lavoratori, che fossero pagati all’ora o al mese, con una clausola di rinegoziazione annuale, ed anche la fine del ricorso alle agenzie di reclutamento (un tipo di agenzie di lavoro interinale che forniscono ai padroni lavoratori soggetti ad una sorta di partita Iva).

Seifsa, da parte sua, voleva un accordo di tre anni, con una clausola per cui, di fatto, il sindacato avrebbe rinunciato allo sciopero, e ci vollero due settimane di lotta per farle accettare l’offerta del 9 %, ma senza rinunciare a quella clausola.

Era uno sciopero ambizioso ed eccezionale. Esso mirava, in particolare, a richiamare all’ordine piccole aziende evidentemente dirette da padroni aggressivi che pagavano salari miseri, e ciò in molteplici industrie, in modo da trascinare gomito a gomito lavoratori di tutte le categorie. Sin dall’inizio fu un movimento militante che coinvolse tutti gli scioperanti nelle sue azioni. Non aveva nulla a che spartire con gli scioperi che si vedono, ad esempio, in Gran Bretagna, dove essi sono semplici gesti di protesta che ben di rado durano oltre 24 ore. Fu uno sciopero ad oltranza fino al soddisfacimento di tutte le richieste, che coinvolse tutto il paese, con picchetti volanti, blocchi stradali, marce e manifestazioni. Lo sciopero perturbò l’approvvigionamento di pezzi alla Toyota, alla General Motors e alla Ford, costringendole a cessare la produzione nelle loro fabbriche di montaggio. Esso paralizzò la costruzione delle nuove centrali di Eskom e, certamente, costrinse migliaia di piccole aziende, depositi e cantieri a chiudere.

Dopo quattro settimane di sciopero, Seifsa accettò di negoziare. Offrì un aumento del 10% annuo per tre anni per i salari più bassi e, per gli altri, aumenti dal 7,5% al 10% annuo per tre anni. Abbandonò anche la sua clausola antisciopero. Fece inoltre altre concessioni su questioni come quella del preavviso in caso di fermata tecnica, dei congedi di maternità, dei tempi di pausa tra due turni, ecc..

Il 29 luglio 2014, Numsa firmò un accordo con Seifsa. Ma non era la fine dello sciopero, poiché questo, per tutta una parte degli scioperanti delle più piccole aziende, si trasformò in una serrata. Queste aziende decisero improvvisamente che non erano più rappresentate da Seifsa e, dunque, non vincolate dall’accordo. Alcune erano effettivamente aderenti ad un’altra organizzazione padronale, la Neasa, ed altre vi aderirono. Dichiararono di non potersi permettere di dare il 10% d’aumento e misero sulla strada i loro lavoratori.

Questa serrata non durò meno di sei mesi. Nel dicembre 2014, una decisione del tribunale del lavoro costrinse queste aziende a porre fine alla serrata e a pagare i salari dovuti ai lavoratori. Ma questa decisione fu seguita da ogni sorta di misure di ritorsione contro i lavoratori e molti furono licenziati per avere scioperato.

Neasa rifiutava sempre l’aumento del 10 %. Fece appello contro l’estensione dell’accordo di Seifsa alle sue imprese aderenti ed ottenne soddisfazione. Alla fine, Numsa fu costretto ad accettare un aumento dell’8% per i suoi iscritti nelle piccole aziende, quelle con i salari più bassi, invece del 10% ottenuto nelle imprese più grandi.

Questo sciopero solleva certamente alcune questioni. Tutti i lavoratori, grazie ad esso, hanno conquistato un aumento di salario ben superiore a ciò che è concepibile in Gran Bretagna. Ma anche i tesserati meglio pagati di Numsa percepiscono solo 5 euro dell’ora, e i peggio pagati 2,50 euro. Un aumento del 10%, quindi, non rappresenta un granché! I migliori salari in questo settore, per gli operai specializzati, rappresentano meno della metà del salario minimo britannico, ma i prodotti alimentari ed i prodotti di base costano solo dal 25 al 30% in meno rispetto alla Gran Bretagna. Ma non è questa la vera questione. Ciò che ci si può chiedere è perché non si era colto in anticipo il problema emerso con Neasa ed i suoi agguerriti padroni. Infatti, l’accordo separato di Numsa con Seifsa offrì ai padroni la possibilità di dividere le file degli scioperanti e di utilizzare l’arma della serrata contro i più vulnerabili. Quanto a Neasa, questa prosegue le cause presso i tribunali. Sembra ovvio, perciò, che Numsa dovrà di nuovo occuparsi degli operai delle piccole aziende nel prossimo futuro.

Nondimeno, fin dalla fine di luglio 2014, Irvin Jim aveva già dichiarato alla stampa che il suo sindacato aveva riportato una vittoria innegabile: "siamo felici di informare il pubblico ed il paese nel suo complesso che l’ultima proposta [quella di Seifsa] è un prodotto del sudore e dell’aspra battaglia combattuta dai nostri lavoratori per un salario decente. È il prodotto di una battaglia di quattro settimane determinata a farla finita con il sistema di salario in vigore nella metallurgia degno dell’apartheid coloniale". Aggiungeva che si trattava di una vittoria determinante, tenuto conto dell’aumento misero proposto dai padroni prima della rottura dei negoziati. Peccato che già alla metà luglio, dopo due settimane di sciopero, questa proposta era stata portata al 9,5%, e quindi Numsa aveva alla fine accettato appena lo 0,5% di più, dopo due altre settimane di sciopero.

Detto ciò, come fecero notare alcuni commentatori, questo sciopero costituì una prova di lealtà e di combattività per i membri di Numsa, tanto più che, in quel momento, il loro sindacato doveva far fronte ad altre molteplici minacce . E il fatto è che hanno largamente superato questa prova.

Ritorno al progetto di partito operaio

Numsa tornò al suo "progetto di partito operaio" nell’agosto 2014 organizzando una riunione ufficialmente intitolata "conferenza internazionale di Numsa: costruiamo il nostro movimento per il socialismo; impariamo dalle lotte degli altri", alla quale furono invitate 81 organizzazioni politiche di 28 paesi diversi. Per la brigata politica dei delegati di Numsa, il nome dato all’evento fu tuttavia più prosaico: "modulo 4 della formazione politica marxista-leninista".

Fra gli ospiti internazionali, tuttavia, solo 40 parteciparono effettivamente. Furono interrogati durante una settimana dai 140 delegati e dirigenti di Numsa presenti. Dovettero rispondere a domande sul modo in cui erano organizzati, spiegare perché ed esporre nei dettagli ciò che erano riusciti a fare per i lavoratori e, più generalmente, comunicare la loro esperienza militante ai membri di Numsa.

In realtà, questi rappresentanti internazionali erano stati scelti secondo alcuni criteri che rivelano in parte il punto di vista politico della direzione di Numsa. Erano stati scelti fra i partiti "di sinistra" al potere, come in Bolivia ed in altri paesi del Sudamerica; quelli che avevano "una certa energia rivoluzionaria", categoria nella quale rientrava Die Linke per la Germania, il Fronte di sinistra per la Francia e, ovviamente, Syriza per la Grecia. C’erano delegati di sindacati che avevano avuto un ruolo nell’organizzazione di partiti operai, come in Corea del Sud, a Trinidad e a Tobago, nello Zimbabwe ed in Zambia. Erano anche rappresentati, tra gli altri, un’organizzazione d’estrema sinistra del Brasile, un’organizzazione di centrosinistra delle Filippine, il Partito comunista indiano marxista e organizzazioni sindacali. Il problema per Numsa era certamente sapere come giudicare le pretese di tutti questi.

Il "fenomeno Lula" e, più recentemente, i "fenomeni" Chavez, Roussef e Morales in Venezuela, in Brasile ed in Bolivia sono di certo considerati tutti come modelli dal movimento operaio ufficiale rappresentato da Cosatu e dal SACP. Tuttavia, la direzione di Numsa (che parla del suo proprio "fenomeno Numsa") se ne serve anche come punto di partenza, pur concludendo in generale, ma in termini abbastanza vaghi, che alla fine si tratta soltanto di "partiti borghesi" e che la classe operaia deve dirigere se stessa in prima persona.

Rimane da sapere quali insegnamenti sono stati tratti da questo congresso internazionale. Per dargli un seguito, dei rappresentanti di Numsa devono andare a visitare varie organizzazioni all’estero. Irvin Jim stesso ha fatto un giro di conferenze presso i sindacati americani, che sarà seguito da visite a Podemos in Spagna ed a Syriza in Grecia.

Progetti di formazione dei lavoratori

La "Ford Indaba", assemblea organizzata il 17 novembre scorso da Numsa nelle fabbriche Ford dopo la sua espulsione da Cosatu, illustra con quale cura l’apparato del sindacato vuole spiegarsi dinanzi alla sua base.

Lo scopo di questa assemblea era spiegare ai delegati ciò che si era prodotto e di rispondere alle loro domande. Irvin Jim, dal palco, cominciò con un richiamo ai principi di base: "Siamo un sindacato rosso perché attacchiamo il carattere di classe del capitalismo; i sindacati crumiri si accontentano di negoziare il miglior accordo per i loro membri pur accettando il sistema capitalista". Poi ricordò il preambolo del programma che precisa che Numsa è un’organizzazione di lotta di classe: "Noi, membri di Numsa, ci impegniamo fermamente a costruire un Sudafrica unito, libero da qualsiasi oppressione e sfruttamento economico. Crediamo che questo obiettivo possa essere raggiunto solo sotto la direzione di una classe operaia organizzata e unita".

Uno dei capitoli della sua relazione era intitolato: "A cosa somiglia la direzione della classe operaia?". Seguiva una spiegazione della coscienza di classe e della necessità di un partito dell’avanguardia operaia. Gli altri capitoli erano: "Perché una direzione della classe operaia: la necessità di una teoria rivoluzionaria; il controllo democratico dei lavoratori" e poi, finalmente, la discussione sull’espulsione. Irvin Jim dichiarò ai delegati: "Dobbiamo essere presenti nelle strutture di Cosatu e rivendicare di esservi in nome della classe operaia".

Altre riunioni di questo tipo sono state organizzate nel paese e Numsa ha anche cominciato a convocare riunioni del suo "fronte unico", benché in realtà con tale definizione esso intenda piuttosto un "fronte popolare". Questo fronte unico è ora destinato a raggruppare i "movimenti sociali", gli oppositori dell’ANC e del SACP e quelli che manifestano contro le deficienze dei servizi pubblici, per provare ad organizzare lotte più efficaci e meglio coordinate. Si vedrà in futuro se i combattenti della libertà economica (EFF) di Julius Malema saranno anche loro inclusi in questo fronte unico. Per ora, tutti dicono di non essere per principio a tale inclusione, pur accusandosi reciprocamente di essere troppo timidi per fare il primo passo. È vero che la direzione di Numsa tratta con un certo disprezzo l’idea che la EFF potrebbe avere qualcosa da vedere con il marxismo-leninismo, come essa pretende, contrariamente a Numsa, che invece capisce Marx e Lenin. Ma è difficile sapere cosa ciò significhi realmente per Numsa: apparentemente si tratta di un miscuglio fatto di un rifiuto di alcuni aspetti dello stalinismo, pur considerando il maoismo come accettabile, di riferimenti alla tradizione della corrente sudafricana degli anni 1970-1980 per la costruzione di un partito operaio (contro i nazionalisti dell’ANC-SACP di allora ), di alcune idee deformate sorte dalla tradizione trotskista e di un discorso che si afferma internazionalista.

Nel gennaio 2015, come detto precedentemente, Irvin Jim è partito per un giro di conferenze negli Stati Uniti, rilasciando interviste a radio alternative e pronunciando discorsi davanti a sezioni sindacali. In essi egli ha confermato pubblicamente l’orientamento "socialista" del suo sindacato (si possono seguire tutti i suoi discorsi su YouTube). Tuttavia, Irvin Jim ha spiegato a militanti del sindacato di servizi SEIU della sanità che: "Nonostante si possa discutere il fatto che la Carta della libertà sia o no un progetto socialista, la sua adozione in occasione di un congresso del popolo nel 1955 è stata il risultato di una decisione collettiva per quanto riguarda il tipo di società che il popolo voleva per il Sudafrica, ed essa trova ancora un riscontro nelle masse". Ma, ovviamente, non è mai stata proposta a queste masse la scelta di un’altra "Carta ", quella comunista , che avrebbe potuto conquistare ancor di più la loro adesione. Ma anche lì Jim si nasconde sostenendo che il Manifesto comunista e la Carta della libertà sono quasi identici! C’è da sperare che i suoi discepoli leggano essi stessi il Manifesto comunista...

In realtà, Irvin Jim è stato anche più esplicito sulla sua fedeltà alla Carta della libertà quando ha lanciato il suo fronte unico dicendo: "Il nostro appello ad un fronte unico della classe operaia e ad un movimento per il socialismo è precisamente un modo di difendere il programma nazionale democratico della Carta della libertà, che resta l’unico programma in grado di porre le basi di una trasformazione socialista della società sudafricana".

Ciò mette in evidenza i limiti principali del "fenomeno Numsa". La Carta della libertà, in realtà, offre solo una prospettiva nazionalista e non quella dell’internazionalismo proletario a cui Jim qualche volta allude. Essa non fa altro che riportare la classe operaia alla teoria della rivoluzione graduale e del socialismo in un solo paese, il programma staliniano che da 90 anni i partiti comunisti staliniani dei paesi sottosviluppati hanno utilizzato per fuorviare la classe operaia e le masse povere.

Certamente, il "sindacalismo rosso" di Numsa, senza parlare del suo progetto di partito operaio, ai lavoratori britannici, anche per quelli di loro che militano nell’estrema sinistra, può sembrare appartenere ad un altro pianeta. Ma nel Sudafrica, nonostante i suoi limiti, ciò costituisce una conferma del fatto che lo spirito di lotta degli anni ottanta è ancora vivo e vegeto.

Per Numsa, però, il futuro non si annuncia semplice, in primo luogo perché l’attuale direzione di Cosatu è in gran parte assoggettata al governo corrotto ed assassino di Jacob Zuma. I lavoratori hanno già visto fino a che punto è capace di arrivare per proteggere i suoi interessi e quelli della sua clientela. Il massacro dei minatori in sciopero di Lonmin nell’agosto 2012 è forse l’esempio peggiore, ma ne ce ne sono molti altri.

I militanti e i dirigenti di Numsa possono aspettarsi - e lo sanno - che i loro avversari siano pronti a tutto per fermarli nella loro impresa. È ciò che dimostra , ad esempio, l’assassinio a sangue freddo di tre delegati di Numsa nell’agosto scorso, vicino al loro domicilio nello KwaZuluNatal. Già si punta il dito sui membri della commissione esecutiva di Cosatu che hanno suscitato la creazione di un sindacato della metallurgia rivale di Numsa, utilizzando apertamente vecchi quadri di questo sindacato passati all’opposizione come Cedric Gina.

Quando Irvin Jim è stato interrogato sulle minacce che potevano pesare sulla sua vita, ha risposto senza ambiguità: "... possono attaccare me come individuo, ma non la classe operaia. Essa ha il numero. E tutto ciò che dobbiamo fare è alzare il suo livello di coscienza di fronte agli interessi dominanti, vale a dire il loro saccheggio, principalmente, ed il loro spreco delle risorse. Penso che dovremmo tutti essere pronti a vivere per fare avanzare l’umanità piuttosto che per favorire la cupidigia. Penso che se mi uccideranno... dal momento che esprimo gli interessi della classe operaia, essa continuerà la battaglia. Non possono ucciderci tutti".

La situazione può essere piena di pericoli per quelli che scelgono di attaccare il potere e il sistema, ma anche ricca di possibilità, precisamente a causa dell’evoluzione politica che si è prodotta dentro ed attorno a Numsa e che l’ha portata al punto in cui si trova oggi.

Verso il partito di cui ha bisogno la classe operaia?

Numsa farà ciò che ha detto? Lancerà un partito operaio con l’intenzione di condurre una lotta politica seria contro l’alleanza ANC-SACP? E non soltanto sul piano elettorale? Le discussioni all’interno di Numsa per sapere se il nuovo partito deve essere un partito di massa o un partito d’avanguardia sono significative, cioè basate su una reale comprensione del leninismo al quale i suoi dirigenti dicono di fare riferimento, oppure sono solo un’astrazione? Numsa si lascerà influenzare e sviare dai suoi obiettivi per le sue relazioni con alcuni riformisti tra i peggiori, dai quali la sua direzione ha scelto "di imparare", o con coloro che pretendono di avere riferimenti rivoluzionari ma non sono ciò che dicono di essere? È impossibile non essere tentati di avere un pregiudizio negativo sul futuro del "momento Numsa". Ciò deriva dalle sue scelte di alleanze politiche e dalle sue reticenze ad impegnarsi con tendenze rivoluzionarie quali il trotzkismo, se non nelle forme derivate che riveste in Sudafrica come, tra gli altri, il Wasp (partito operaio e socialista, la cui politica riflette quella del Socialist Party britannico).

Per ora , Irvin Jim continua, tuttavia, a dare più o meno le risposte giuste e ciò è, di per sé, una fonte d’ispirazione per i potenziali militanti operai.

Ad esempio, quando gli è stato chiesto in un’intervista su Real News (una rete indipendente americana d’informazione di sinistra) se Numsa avrebbe organizzato una nuova confederazione sindacale, ha risposto: "Una cosa sulla quale non faremo mai marcia indietro è la continuazione della lotta per l’unione dei lavoratori sudafricani, perché devono continuare ad essere una bussola, poiché solo la classe operaia è capace di condurre la rivoluzione alla sua conclusione logica... È la più sfruttata. E questa classe operaia, se ha uno strumento politico chiaro, un partito d’avanguardia che alza il suo livello di coscienza a quello della classe che la sfrutta, può essere pronta per la rivoluzione".

Irvin Jim ha anche aggiunto: "Chiediamo ai nostri membri di raggiungere il movimento della classe operaia internazionale, sappiamo che non è sul piano locale che ci scontriamo con il capitale e il capitalismo, ma su quello internazionale".

La direzione di Numsa ha preso una direzione esaltante e coraggiosa, ed era tempo che ciò accadesse in Sudafrica. Questo paese ha una classe operaia organizzata, politicizzata e combattiva che merita molto di più dei dirigenti corrotti, ridicoli e criminali che siedono al governo e nelle direzioni dell’ANC, del SACP e di Cosatu.

L’iniziativa di Numsa condurrà finalmente alla comparsa dello strumento politico di cui la classe operaia sudafricana ha bisogno, un partito rivoluzionario che si ponga l’obiettivo di rovesciare il capitalismo, non solo in Sudafrica, ma a livello internazionale? Lo si saprà in futuro. Ma almeno, col sollevare la necessità per la classe operaia di costruire la propria organizzazione politica, si indica la direzione giusta.

22 febbraio 2015


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