Internazionale

Iraq e Siria: Cronaca di una catastrofe annunciata

Da nove mesi l’Iraq è di nuovo in preda alla guerra e da quasi sei mesi, di fronte all’incombente minaccia dei miliziani dello Stato islamico (Isis) sullo status quo regionale, i dirigenti imperialisti, con l’appoggio ufficioso dell’Iran, hanno inviato i loro bombardieri in aiuto ad un esercito iracheno deficitario.

In questo modo, le stesse potenze imperialiste, le cui manovre ed interventi militari successivi hanno messo la regione a ferro e a fuoco, pretendono oggi, con un cinismo totale, di riportare la stabilità con i loro bombardamenti!

Per tentare di legittimare questo nuovo intervento, i governi si servono dell’emozione creata tanto dalle atrocità dell’ Isis diffuse tramite i mass-media, quanto da atti terroristici come quelli che a gennaio del 2015 a Parigi hanno colpito Charlie Hebdo ed il supermercato Ipercosher. Per Obama e Hollande, sono altrettante leve per tentare, pur occultando le responsabilità dell’imperialismo nella catastrofe irachena, di schierare l’opinione pubblica dietro la loro politica guerrafondaia e di sviare così la sua attenzione dal vero obiettivo di questa politica: proteggere i profitti delle società imperialiste presenti nella regione.

Nonostante l’intervento imperialista, questa nuova guerra si è rapidamente impantanata per assumere sempre più la forma di una guerra di posizione, una guerra nella quale tutta la popolazione irachena, sia nelle zone di combattimento che altrove, si trova ancora una volta presa nel fuoco incrociato di una miriade di milizie armate, mentre le sue condizioni d’esistenza si deteriorano a vista d’occhio.

L’articolo di cui pubblichiamo ampi estratti tradotti è stato pubblicato nel novembre scorso dai nostri compagni britannici di Workers’Fight (Class Struggle n°103 – inverno 2014).

Il 1° agosto 2014 è cominciato ufficialmente l’intervento dei "consiglieri speciali" di Obama sul suolo iracheno, intervento presentato come civile in quanto non prevede l’uso di mezzi militari. Ma poco importa il termine impiegato poiché, in ogni caso, con 35.000 uomini armati presenti in Iraq per conto di società private, 17.000 dipendenti all’ambasciata americana di Bagdad (la più importante del mondo!), ed innumerevoli consulenti ed istruttori mobilizzati al fianco delle forze armate irachene, il governo degli Stati Uniti interviene già militarmente su tutto il territorio del paese.

“I bombardamenti chirurgici" occidentali contro le forze dell’ Isis sono cominciati a settembre. Le forze aeree americane hanno aperto le danze all’inizio del mese, seguite dalla Francia il 19 settembre e dal Regno Unito a partire dal 26 dello stesso mese, dopo un voto alla camera dei comuni. Le settimane successive una serie di altri partner si sono aggiunti alla coalizione condotta dagli Stati Uniti.

Da quel momento, i mass media hanno lasciato deliberatamente sotto silenzio il calvario subito dalle popolazioni irachene e siriane, le loro morti ed i loro feriti nonché l’emergenza profonda che vivono le masse in fuga dalle zone devastate dalla guerra, sia che si tratti di persone espulse o di profughi costretti a raggrupparsi nei campi dei paesi vicini.

Ma occorre stupirsene? Quale responsabile politico vorrebbe far sapere al pubblico fino a che punto l’avventura militare occidentale peggiora la situazione di queste popolazioni? In particolare negli Stati Uniti e nel Regno Unito, dove stanno per svolgersi elezioni generali, i responsabili politici temono come la peste un nuovo pantano in Medio Oriente i cui spargimenti di sangue comprometterebbero la loro campagna elettorale.

Ci si può chiedere invece quale sarà il risultato. La catastrofe che si sviluppa nella regione è infatti la conseguenza diretta di vent’anni di manovre ed aggressioni militari da parte dell’imperialismo nella regione. La crescita delle milizie islamiste, e specialmente di quelle dell’ Isis, è il contraccolpo dell’occupazione occidentale dell’Iraq. Quali altre catastrofi questa nuova avventura militare comporterà per il Medio Oriente in generale, e per la sua popolazione in particolare?

È vero che, per ora, ad eccezione degli Stati Uniti che hanno mobilitato mezzi aerei importanti di ogni genere, gli altri membri della coalizione si sono limitati ad un numero di bombardieri relativamente simbolico ed in ogni caso, ben inferiore alle risorse che avevano destinato alle due precedenti guerre d’Iraq, fatta eccezione per la Francia che non aveva partecipato a quella del 2003. Questi bombardieri possono certamente provocare danni considerevoli per chi avrà la disgrazia di trovarsi sotto tiro, ma non sono sicuramente adatti a condurre una guerra su scala di un territorio così vasto come quello che è attualmente controllato dall’ Isis.

Ciò significa con molta probabilità che i dirigenti imperialisti hanno scelto, almeno per il momento, di attenersi alla strategia già utilizzata per liquidare Gheddafi in Libia, cioè quella di una guerra “di bassa intensità" e “a buon mercato" in cui le operazioni terrestri saranno affidate a truppe locali che agiranno come assistenti delle potenze imperialiste, mentre queste ultime utilizzeranno la loro superiorità aerea per aiutare i loro alleati regionali. Ma i responsabili occidentali potranno davvero attenersi a tale strategia? Ciò consentirà loro di controllare le forze che questa guerra avrà messo in campo, direttamente od indirettamente? Oppure si troveranno di fronte ad un’implosione regionale che, minacciando i profitti delle multinazionali occidentali, le costringerà finalmente ad un intervento militare terrestre, con le imprevedibili conseguenze che ne potrebbero risultare?

Una propaganda cinica

Dall’inizio degli eventi che hanno condotto alla guerra attuale in Siria ed Iraq, fino ad oggi, sono state poche le informazioni disponibili su ciò che avveniva davvero sul campo. Infatti, quando qualche evento fruisce effettivamente di un’ampia copertura mass-mediatica, di solito è perché può contribuire a giustificare la politica dell’imperialismo. Tutto ciò che potrebbe rimettere in discussione questa politica è ridotto al minimo, o completamente occultato.

L’isteria mediatica attorno al trattamento degli ostaggi occidentali dell’Isis è utilizzata ad ovvi fini di propaganda. Le atrocità commesse dalla milizia islamica sono tremende ma l’indignazione dei governi occidentali è particolarmente ipocrita considerando le atrocità che essi stessi hanno commesso. Basti ricordare, in particolare, le atroci ferite causate dalle bombe a frammentazione e le granate incendiarie al fosforo bianco utilizzate dalle forze americane e britanniche durante l’assedio di Falluja, nel 2004. Ancora oggi non si sa quante vittime ha fatto questo assedio. Ma si sa che comportò la distruzione di 36000 dei 50000 immobili della città!

Inoltre durante l’estate 2014, una vera operazione di propaganda si è svolta circa la tremenda situazione in cui si trovò la minoranza religiosa yazidi, accerchiata dall’Isis nel suo territorio tradizionale vicino alla città di Sinjar, al nord dell’Iraq nonché alla situazione della minoranza cristiana nella regione di Mosul. Le rivelazioni sulla sorte di queste minoranze hanno creato un’emozione e, nel secondo caso, anche una certa identificazione con le vittime cristiane dell’ Isis: nei calcoli dei dirigenti occidentali ciò avrebbe garantito il sostegno dell’opinione pubblica all’intervento militare che si stava preparando. Del resto, la situazione di queste minoranze fu un elemento centrale nelle giustificazioni presentate da Obama e Cameron per lanciare le loro operazioni di bombardamento.

Ma da quando i dirigenti imperialisti si preoccupano della sorte delle minoranze? Nel 2006-2007 essi non si preoccuparono per la sorte delle stesse quando furono attaccate dalle milizie islamiste sunnite all’apice della guerra civile scatenata dall’occupazione occidentale e non presero neanche in considerazione la possibilità di un intervento per difenderle. All’epoca, per Bush e Blair, ciò avrebbe significato riconoscere una verità tra le più sgradevoli: lungi dall’aver portato al popolo iracheno ciò che chiamavano la democrazia, l’invasione del paese ed il rovesciamento di Saddam Hussein avevano semplicemente aperto la strada allo scatenarsi di forze incontrollabili, reazionarie e settarie.

Dietro il silenzio dei mass media

Infatti, eccetto i quattro mesi di combattimenti attorno alla città di Kobané, nel nord della Siria, che hanno fruito di una certa copertura mediatica, per il resto , questa guerra è coperta da un quasi blackout.

Certamente, i mass-media danno notizia di “minacce terroristiche” che incombono sull’occidente, di arresti di supposti “terroristi” e propinano al pubblico servizi sui giovani nati ed istruiti nei paesi ricchi diventati poi jihadisti. Ma tutto ciò non è per niente nuovo: in sostanza, questa situazione dura dall’inizio della “guerra contro il terrorismo” che seguì gli attentati dell’11 settembre 2001.

È però una guerra vera e propria che si svolge sul terreno, sia in Siria che in Iraq. Poco prima dell’inizio dell’intervento occidentale, si riteneva che un terzo del territorio iracheno sfuggisse al controllo dell’esercito iracheno e delle milizie della regione autonoma curda. Da allora, la situazione è cambiata di poco.

Si può avere un’idea dell’intensità degli scontri nella guerra civile grazie ai dati forniti dall’organizzazione Iraq Body Count. Creata dopo l’invasione del paese nel 2003 allo scopo di registrare il numero di vittime civili della guerra, questa organizzazione ritiene che tra il gennaio e la fine dell’ottobre 2014, ci furono 14000 vittime, di cui il 12% uccise dalle forze governative. Questo numero corrisponde al 65% del picco raggiunto nel 2007, nel momento più violento della guerra civile, e al 170% del livello del 2008, quando la guerra diventò meno intensa.

Queste stime dipendono interamente da dati forniti su base volontaria, poiché gli eserciti non ne forniscono. In altre parole, pur alte che siano, tali cifre sottovalutano necessariamente la realtà della guerra.

Gli esperti militari, come quelli che operano all’istituto americano per lo studio della guerra (Institute for the study of War), recensiscono sistematicamente i principali eventi sul campo a partire da fonti dell’esercito e dei giornali del Medio Oriente. Ecco alcuni degli eventi presi in considerazione dall’istituto nel periodo che va dal 28 ottobre al 2 novembre 2014 :

Azione militare: l’ Isis ha lanciato un attacco a partire dalla zona di Nebai, al nord di Bagdad, contro la zona di Dujail, al sud di Salah ad-Din. Scontri con la polizia irachena e mobilizzazione popolare (milizie irregolari sciite) durante tre ore (15 morti, 25 feriti); l’avanzata dell’esercito iracheno e delle forze irregolari in direzione della zona di Mazraa, a 5 chilometri al sud della zona di Baiji (dove si trova la più importante raffineria del paese, attualmente al centro di combattimenti) è bloccata da ordigni esplosivi improvvisati piazzati ogni 20 metri; l’ Isis si è scontrata con l’esercito iracheno e milizie irregolari al nord-est della base militare di Balad ed al Sud-Est di Samarra.

Esecuzioni effettuate da unità dell’Isis: nove poliziotti iracheni del distretto di Rawa; 150 membri della tribù Albu Nimr nel sotto-distretto di Furat della provincia di Anbar; 30 combattenti della stessa tribù Albu Nimr nel sotto-distretto di Kurat della provincia di Anbar, vicino ad Hit; 67 membri della tribù Albu Nimr, tra cui donne e bambini, nella zona di Ras al-Ma. Arresti effettuati dalle unità dell’ Isis: 70 persone, soprattutto della tribù di Jubur, dopo che dei giovani avevano sostituito le bandiere dell’ Isis con bandiere irachene; 250 membri della tribù Albu Nimr.

Vittime di autobombe: raduno di milizie irregolari ai confini di Jurf al-Sakhar, al nord di Babil (27 uccisi, 60 feriti); posto di controllo della polizia irachena a Yousoufiah, al sud di Bagdad (4 uccisi, 15 feriti); posto di controllo all’entrata sud di Bagdad (24 morti, 52 feriti); gruppo di sciiti nel settore della Via Palestina, ad est di Bagdad (3 morti, 4 feriti); posto di controllo della polizia irachena a Dura, al sud di Bagdad (5 morti, 14 feriti); gruppo di sciiti vicino alla Piazza Darwish della zona Ilam, al sud-ovest di Bagdad (5 morti, 23 feriti); Piazza Nasser, al centro di Bagdad (2 morti, 24 feriti).

In altre parole, succedono ben più cose in questa guerra di ciò che i mass-media occidentali ci mostrano. Ma ciò che è certamente più significativo in questa “istantanea” della guerra, che copre soltanto quattro giorni, è il fatto che una parte importante degli eventi riportati si svolge in zone come Bagdad enel la sua periferia, in cui non vi è presenza militare dell’ Isis.

Quindi le milizie dell’ Isis non solo hanno la capacità di affrontare le unità pro-governative inviate contro di loro, ma sono anche in grado – eventualmente con l’aiuto di alleati – di organizzare attacchi terroristici mortali in zone controllate dal governo e considerate sicure. Ciò significa che l’ Isis può contare, oltre alle sue milizie regolari, su una rete di organizzazioni simpatizzanti, almeno nel nord-est del paese, che sono capaci non solo di condurre attacchi, ma anche di schiacciare ogni tentativo di resistenza all’avanzata delle milizie dell’Isis. Così è stato, ad esempio, il 6 giugno scorso a Mossul: mentre le prime colonne delle milizie regolari dell’Isis erano ancora lontane dai sobborghi, da varie parti comparivano combattenti armati che alzavano la bandiera nera dello Stato Islamico cominciando già ad assalire con potenti esplosivi le caserme delle forze favorevoli al governo, fin anche all’interno della città.

Una bomba a scoppio ritardato

Per quali motivi l’Isis è stato in grado di avanzare così rapidamente? Non tutto si spiega con il crollo iniziale dell’esercito iracheno. Ci sono anche motivi politici e sociali, legati al malcontento generale della minoranza sunnita irachena nei confronti del governo di Bagdad.

Dopo il 2003, le forze d’occupazione occidentali non solo si sono appoggiate ai partiti religiosi sciiti, lasciando alla minoranza sunnita la sensazione di essere stata privata di tutti i propri diritti, ma successivamente, al momento della creazione di un nuovo apparato statale esse hanno reclutato solo fra i membri di milizie sciite . Quest’ultime, appena uscite da una guerra civile erano già abituate a considerare ogni membro della minoranza sunnita come un nemico potenziale e perfino un bersaglio legittimo. Queste pratiche settarie si sono prolungate: oltre alla sua ben nota corruzione, la polizia irachena è anche conosciuta per lo scegliere le sue vittime prevalentemente fra la popolazione sunnita. Fattore aggravante, l’accesso agli impieghi pubblici è praticamente vietato ai sunniti in molte regioni del paese – proprio mentre la disoccupazione raggiunge picchi vicini al 50%!

Se i governi di Bagdad avessero cercato di migliorare la situazione materiale della popolazione, l’abisso tra sunniti e sciiti si sarebbe forse colmato col tempo. Ma questi governi si sono mostrati sempre più corrotti e parassitari. Hanno moltiplicato i comunicati trionfanti sui progressi raggiunti in materia di produzione petrolifera, ma per la popolazione il prezzo della benzina e del gasolio non si è abbassato. Infatti, essa non ha visto l’ombra dei "dividendi del petrolio": i benefici della vendita del petrolio sono andati a riempire le tasche di una minoranza di privilegiati vicini al vertice del potere.

Durante questo periodo, i ministri ignoravano le necessità fondamentali della popolazione, soprattutto nelle zone a maggioranza sunnita, saccheggiando le finanze previste per la ricostruzione delle infrastrutture indispensabili, distrutte durante la guerra. L’approvvigionamento in elettricità e a volte in acqua potabile resta aleatorio. Mentre gli esponenti dei partiti al potere ostentavano la loro prosperità protetti dalle loro guardie del corpo, la maggior parte della popolazione era ridotta a sopravvivere in città o villaggi dove le ferite della guerra non erano per nulla rimarginate.

Si potrebbe dire che l’occupazione occidentale ha piazzato una bomba a scoppio ritardato che non aspettava altro che d’esplodere. In un certo senso, l’Isis non ha fatto altro che anticipare questa esplosione utilizzando questo potenziale a proprio vantaggio – impedendo così alle masse irachene di trovare la propria strada per uscire da questo incubo, spazzando via i signori della guerra ed i politici che prosperano a loro spese e grazie alle loro divisioni.

Una milizia nata dall’occupazione occidentale

Occorre ricordare che l’Isis è una delle milizie islamiste sunnite sviluppatesi poco tempo fa, in occasione della guerra civile siriana esplosa dopo quella che venne chiamata “la primavera araba".

Ma l’ lsis era diversa dalle sue rivali nella misura in cui la maggior parte dei suoi quadri storici erano iracheni, fra questi un certo numero proveniva della provincia irachena di Anbar, abbandonata a seguito della repressione anglo-americana dopo la caduta di Falluja, nel 2004. In Iraq, avevano già acquisito una certa esperienza della lotta armata e della clandestinità. Una volta in Siria, questi quadri cominciarono a reclutare giovani iracheni in attesa di rivalsa, ammassati nei campi profughi. Contemporaneamente si collegarono ai gruppi islamisti siriani clandestini rimasti in paese dopo la repressione organizzata dal regime di Assad.

Dopo l’inizio dell’ondata di manifestazioni del 2011, molte fazioni islamiste siriane scelsero di unificarsi per ottenere più peso sulla scena politica. Ma dopo lo scoppio della guerra civile siriana, iniziarono a dividersi di nuovo, ognuna preferendo costruirsi il proprio feudo territoriale. l’Isis, che non aveva basi geografiche proprie, fece di questo punto debole un vantaggio diventando una delle poche milizie in grado di offrire ai propri sostenitori un obiettivo al livello regionale – una specie di panarabismo islamico che, al di là del suo ciarpame religioso, non era tanto diverso dall’ideologia del partito Baath di una volta. Questa strategia politica sommata alla capacità di trovare finanziamenti, permise all’ Isis di svilupparsi rapidamente, spesso assorbendo i rivali più piccoli, talvolta eliminandoli fisicamente.

Alla fine l’Isis si sentì abbastanza forte da estendere le sue attività verso l’Iraq. Partendo dalle zone della Siria che non erano più controllate dal regime di Assad, le unità dell’ Isis cominciarono la loro marcia verso l’ Iraq nella provincia di Mosul, dall’altro lato della frontiera, dove effettuarono le prime conquiste territoriali – fino all’occupazione della città di Mosul stessa, la seconda per importanza del paese. La tappa seguente fu la provincia di Anbar, con cui i quadri dell’ Isis avevano mantenuto collegamenti. Lì sembra che l’Isis abbia trovato sostegni nella popolazione in maggioranza sunnita, probabilmente grazie al suo odio profondo nei confronti del regime di Bagdad, che veniva da loro considerato come complice dei crimini perpetrati dalle forze occidentali durante l’occupazione della provincia.

A partire dalle province di Anbar e Mosul, per l’ Isis era logico proseguire la marcia verso la vicina provincia di Salah ad-Din, in direzione di Tikrit e della regione intorno a Samarra, zone che avrebbero potuto aprire loro la strada verso Bagdad.

Nello stesso tempo, l’Isis ha potuto stabilire una testa di ponte dall’altra parte del paese, nella provincia di Diyala, lungo il confine orientale tra Iraq e Iran, dove i suoi miliziani riuscirono a prendere il controllo di un certo numero di città. Ciò può essere dovuto al fatto che una parte dei quadri dell’ Isis provengono da un gruppo islamista della provincia di Diyala, gruppo che già nel 2007 aveva proclamato un “califfato” in questa provincia prima di essere rapidamente schiacciato dall’esercito americano e quindi costretto a rifugiarsi all’estero. Si può quindi supporre che l’Isis avesse conservato contatti abbastanza stretti con ciò che restava di questo gruppo tanto da poter organizzare una sollevazione senza che i suoi miliziani attraversassero il territorio iracheno per rendersi sul posto, cosa che in pratica gli sarebbe stata impossibile in quel momento, nonostante la decomposizione dell’esercito iracheno.

Le milizie dell’ Isis controllano quindi il distretto di Bagdad verso tutte le direzioni, eccetto il sud. Tuttavia è difficile sapere in cosa consiste esattamente tale controllo. Sembra che l’ Isis sia stato accolto piuttosto favorevolmente da una parte della popolazione, nonostante il suo oscurantismo ossessivo e brutale in particolare nelle zone rurali e nelle piccole borgate, alla stregua di ciò che fecero i talebani, per ragioni simili, nella loro marcia verso il potere in Afghanistan nel 1996. La ragione di ciò è in parte spiegata dalle misure sociali di emergenza d loro attuate, fra le quali la centralizzazione e la distribuzione di derrate di prima necessità come il pane, ma in parte anche dalla repressione spietata di qualsiasi forma di criminalità, cosa che in un paese avvelenato dalla legge delle gangs da più di un decennio, ha potuto offrire alla popolazione un ingannevole sensazione di sicurezza.

Ciononostante, rimane da sapere per quanto tempo ancora i quadri dell’ Isis saranno capaci di resistere alla corruzione del potere e quanto a lungo potranno ancora mantenere vive le illusioni fra la popolazione beneficiando della loro passiva benevolenza. Un esempio è la situazione a Mosul, seconda città del paese, dove le milizie islamiche si offrono un certo numero di comodità. Secondo informazioni provenienti da questa città, i quadri dell’ Isis si mostrerebbero già corrotti e parassitari così come lo furono i loro predecessori, seppur non ostentando in modo così clamoroso i vantaggi materiali assegnatisi.

Il ritorno del regno delle milizie

Una delle conseguenze della situazione attuale è il riapparire di milizie di ogni genere che impongono la loro legge alla popolazione e rivaleggiano dando vita a scontri spesso sanguinosi.

Il crollo dell’esercito iracheno ha portato numerosi villaggi e cittadine a riattivare le milizie d’autodifesa che erano state inizialmente predisposte durante la guerra civile ed il successivo periodo di caos post occupazione occidentale. Ma ormai il ruolo svolto da queste milizie è cambiato.

L’Isis, il cui numero di combattenti è stimato tutt’al più a 15.000 unità, ha cercato – altra similitudine con i talebani afghani – di assicurarsi la fedeltà di queste milizie locali , corrompendo i loro capi o costringendoli con la forza. Oggi, l’ Isis esercita il suo controllo territoriale principalmente tramite le milizie locali che gli hanno giurato fedeltà. Ma visto il modo con cui l’adesione di queste milizie è stata ottenuta, la loro lealtà è meno che mai affidabile. Ciò potrebbe essere il tallone di Achille dell’Isis, proprio come lo era stato nel caso dei talebani afghani. Per ora tuttavia, queste milizie restano fedeli come assistenti passivi o attivi dell’Isis e reprimono brutalmente la popolazione sotto il loro controllo.

Da parte sua, il governo di Bagdad ha dovuto provare ad arginare il crollo del suo esercito mobilitando nuove forze. A tal fine, ha riattivato ciò che restava delle Sahwa, milizie sunnite organizzate dagli Stati Uniti nel 2007. Ma le loro fila si sono sensibilmente ridotte dopo essersi viste rifiutare l’integrazione nell’esercito iracheno da parte del regime dei partiti sciiti, contrariamente alle promesse fatte dagli Stati Uniti. Molti hanno disertato ed alcuni hanno anche raggiunto le milizie islamiste sunnite. Inoltre, le Sahwa sono unanimemente disprezzate ed odiate, sia dai sunniti che dagli sciiti, a causa della brutalità e della crudeltà di cui diedero prova quando erano al servizio degli occupanti imperialisti.

Se si lasciano da parte le milizie curde, che non obbediscono agli ordini di Bagdad, i principali assistenti militari reclutati dal governo per compensare le debolezze del suo apparato di repressione sono le grandi milizie sciite.

Queste milizie sono comparse appena dopo la caduta di Saddam Hussein, quando i partiti religiosi sciiti ritrovarono un’esistenza legale dopo un lungo periodo di clandestinità. A quell’epoca, tutti questi partiti, come pure un gran numero di candidati ai posti di dirigenti religiosi, cominciarono a costituire milizie armate approfittando del vuoto politico conseguente alla caduta del vecchio regime.

Alcuni di questi partiti, in particolare i due più importanti, il Consiglio supremo islamico iracheno (CSII) ed il partito islamista Dawa, scelsero finalmente di collaborare con gli Stati Uniti. Questi due partiti poterono così ottenere la fetta più grande della torta nelle istituzioni politiche del nuovo Stato (che le forze d’occupazione insediarono nel 2005), potere che conservano ancora oggi. Furono i quadri delle loro milizie a fornire l’ossatura del nuovo esercito iracheno.

Ma alcune forze sciite decisero di opporsi all’occupante. Quella più importante fu l’esercito del Mahdi guidata dal dirigente religioso Moqtada al-Sadr, che organizzò un sollevamento mancato contro l’occupazione nel 2004. Dopo il mancato tentativo di integrare il processo politico in occasione dell’elezione del 2005, l’esercito del Mahdi si ritagliò un ruolo attivo durante la guerra civile. Fu finalmente disarmato nel 2008 e numerosi partiti politici sostenitori di Al-Sadr poterono partecipare così al processo politico. Tuttavia, proprio mentre l’esercito del Mahdi veniva smantellato, al-Sadr creò una nuova milizia, le Brigate del giorno promesso, assicurando così la continuità della tradizione dell’esercito del Mahdi.

In seguito all’avanzata dell’Isis, il governo iracheno chiese ai partiti sciiti di riattivare le loro milizie. Questi ultimi lo fecero tanto più facilmente in quanto i posti occupati dai loro rappresentanti al governo gli davano accesso a fondi importanti e l’Iran offriva loro tutte le armi di cui potevano avere bisogno. Fu così che dal giugno 2014, due milizie derivate dalle Brigate del giorno promesso di al-Sadr, le brigate della pace e la Lega dei giusti, poterono pavoneggiarsi al centro di Bagdad armate di tutto punto. Anche l’organizzazione Badr, la vecchia milizia del CSII, è riapparsa in perfetto ordine di battaglia, come ai tempi della guerra civile. Molte altre milizie sciite sono apparse nel paese, a volte col pretesto di difendere un santuario sciita particolare.

La rinascita del settarismo

Non tutte queste milizie sono state scelte ufficialmente per fungere da assistenti all’esercito iracheno. Il governo ha formato un comando paramilitare centralizzato, la Mobilitazione del popolo, per dirigere le milizie destinate a questo compito, sotto controllo dell’organizzazione Badr. Ma se i membri di questa Mobilitazione del popolo sembrano essere più efficaci dell’esercito iracheno quando si tratta di combattere l’Isis, ogni milizia conserva la propria indipendenza ed agisce in funzione dei propri interessi.

Detto ciò, l’attività delle milizie sciite non si limita al ruolo di assistente dell’esercito iracheno, che esse siano state scelte per questo compito in modo ufficiale o no. Inoltre, le modalità con cui cercano di imporre la loro legge alla popolazione non sono molto diverse da quello dell’ Isis, sia per quanto riguarda i contenuti che per i metodi.

A luglio per esempio, il servizio internazionale della BBC riferiva di un attacco condotto da uomini armati contro due immobili situati in un quartiere di Bagdad abitato da una popolazione piccolo-borghese mescolata, sia sunnita che sciita. Dopo avere assassinato 29 donne, gli assalitori avevano lasciato scritto su un muro: “È la sorte che meritano tutte le prostitute”. Secondo testimoni, questo attacco era stato perpetrato da una milizia sciita. Se così fosse, sarebbe la prima volta da anni che una milizia islamista opera un attentato a Bagdad per imporre il suo ordine morale.

Dal giugno 2014, si assiste ad un aumento del numero di arresti arbitrari, di sequestri, ecc, perpetrati a caso da milizie sciite contro i sunniti, quest’ultimi colpevoli solo delle loro appartenenza che viene iscritta sulle loro carte d’identità e che li identifica come sunniti.

L’ONG Human Rights Watch ha riferito a settembre un esempio che illustra bene l’aumento del settarismo. La città di Latifiya, a 48 chilometri al sud di Bagdad, comporta una popolazione a maggioranza sunnita ma anche un’importante minoranza sciita. Poiché occupa una posizione strategica al crocevia tra quattro province sulla strada di Bagdad, e nonostante l’ Isis non fosse presente da queste parti, milizie sciite presero il controllo della città ancor prima dei primi bombardamenti occidentali contro l’ Isis.

Secondo Human Rights Watch: “le milizie, con la polizia federale e la famigerata 17a divisione dell’esercito iracheno, hanno sequestrato ed assassinato decine di abitanti di Latifiya… Dall’inizio del giugno 2014, le milizie hanno distrutto i quartieri con l’ausilio di bulldozer ed esplosivi. Nonostante la città non si trovi in zona di combattimenti, essi hanno attaccato le case di molti abitanti sunniti. L’11 giugno, un gruppo di miliziani ha sequestrato 137 uomini sul mercato Um Weilha di Latifiya. La polizia ha ritrovato i cadaveri di trenta di loro, ma non si sa nulla degli altri”.

Questi atti di violenza hanno spinto i tre quarti della popolazione di Latifiya che conta sui 200.000 abitanti, a scappare! Fra le principali milizie sciite attive a Latifiya, c’era la Lega dei giusti. I suoi combattenti, che si potevano facilmente confondere per combattenti dell’Isis a causa della loro divisa nera e la maschera sul viso, hanno conquistato una fama terribile dopo avere sequestrato ed assassinato abitanti sunniti in varie città del nord del paese.

Verso la catastrofe?

L’autorità del governo di Bagdad è quasi crollata in numerose parti del paese, e milizie religiose rivali cercano di ritagliarsi la propria fetta di potere politico imponendo la loro legge alla popolazione.

La caduta nel caos che si sta delineando in Iraq e continua in Siria minaccia ora altri paesi vicini, come la Giordania ed il Libano. L’afflusso di profughi dalla Siria e dall’Iraq pesa sulle risorse di questi paesi e le condizioni materiali degradate in cui questi profughi devono sopravvivere non fanno che creare un serbatoio di reclute potenziali per le milizie islamiste sunnite. Allo stesso tempo, la politica espansionistica dell’Isis si traduce con l’inizio di un’offensiva in direzione di questi paesi, sia direttamente, attraverso la loro frontiera con la Siria, sia indirettamente tramite gruppi locali che sostengono i suoi obiettivi politici.

In Libano per esempio, unità dell’Isis si sarebbero infiltrate nel nord del paese venendo dalla Siria e avrebbero reclutato nuove forze tra i due milioni di profughi siriani che vi sono rifugiati. Ci sono stati scontri ripetuti tra truppe sunnite infiltrate dalla Siria e combattenti sciiti di Hezbollah che si oppongono alla loro avanzata verso l’altipiano della Bekaa. A Tripoli, seconda città del Libano situata al nord del paese, i sostenitori locali dell’Isis rialzano la testa. Il 23 ottobre, secondo al Jazeera, questa città è stata il teatro di un’escalation di violenza: “Dopo che una brigata dell’esercito era stata attaccata vicino al mercato, l’esercito libanese ha lanciato incursioni in città, visitando le case di individui sospettati di avere legami con l’Isis. Secondo le dichiarazioni dell’esercito, 162 sospetti armati sono stati arrestati dall’inizio degli scontri. Almeno 42 persone, di cui 11 soldati, sono state uccise, e circa 150 ferite”.

D’altro canto, la Libia dà un assaggio di ciò che potrebbero essere le conseguenze dell’intervento imperialista in Iraq, in Siria e in eventuali altri paesi vicini. Infatti i bombardamenti del 2011 contro la Libia in ultima istanza sono riusciti solo a frammentare il paese in una quantità di feudi, in ciascuno dei quali vige la legge di una milizia locale che non riconosce nessun’altra autorità.

In teoria , la Libia possederebbe sempre un Parlamento eletto ed un governo centrale. Ma i ministri sono regolarmente sequestrati o giustiziati dalle milizie quando osano mostrare qualche velleità di resistenza. Il fallimento dello Stato libico ha raggiunto il suo apice quando nel settembre scorso i membri del suo Parlamento sono stati costretti a scappare dalla capitale Tripoli e si sono riuniti su di una nave al largo della cittadina di Tobruk, all’est del paese. Quanto alla popolazione, che mostrò il suo coraggio nel 2011 scontrandosi con la dittatura nelle piazze, è ora presa in ostaggio da queste milizie reazionarie che devono il proprio successo politico ai bombardamenti occidentali.

Sono proprio queste stesse milizie che hanno inoltre contribuito alla destabilizzazione dei paesi africani vicini, fino al Niger ed alla Repubblica Centrafricana! E non è escluso, a giudicare da dichiarazioni recenti, che alcune di esse supportino l’Isis.

Sulla base di una semplice constatazione dei fatti –cioè che l’avanzata dell’ lsis non è stata arrestata dall’intervento occidentale- girerebbe voce nei cerchi dirigenti delle potenze imperialiste, sia politici che militari, che i bombardamenti attuali non saranno in grado di bloccare l’avanzata dell’Esercito Islamico. Alcune considerazioni si spingono oltre, aggiungendo che l’unica soluzione per l’imperialismo sia un’invasione di Iraq e Siria. Infatti, non fanno altro che constatare ciò che effettivamente si riscontra sul campo : l’avanzata dell’ Isis non è stata fermata.

Ma ciò che nessuno osa dire oggi, è che ogni bomba che cade su Iraq e Siria porta nuove reclute all’Isis e ad altre milizie islamiste. Se l’Isis può reclutare giovani combattenti nei centri urbani in Francia e in Gran Bretagna, presentandosi come un nemico deciso di queste potenze imperialiste che da tempo saccheggiano il Medio Oriente, è ovvio che l’Esercito Islamico può farlo ancora più facilmente sul campo, di fronte ad un’aggressione imperialista di tale livello.

È per questo che, nell’interesse delle popolazioni della regione, occorre porre termine ad ogni intervento militare occidentale in Medio Oriente, qualunque ne sia la forma. Il terrorismo di Stato delle potenze imperialiste ha già causato abbastanza danni. E dichiarare, come fanno alcuni, che le potenze imperialiste potrebbero, o dovrebbero, “riparare” i danni che hanno causato in passato restaurando una sorta di “normalità” per la popolazione, significa nel migliore dei casi cullarsi di illusioni, e nel peggiore, di mentire spudoratamente.

Essendo un sistema il cui ruolo è far perdurare il saccheggio del Medio Oriente a vantaggio dei trust dei paesi più ricchi, l’imperialismo può solo opprimere le popolazioni della regione, mai difendere i loro interessi.

Novembre 2014


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