Internazionale

Spagna: Dalle mobilitazioni degli indignati alle ambizioni elettorali di Podemos

Nei prossimi nove mesi la vita politica in Spagna sarà segnata da una successione di scrutini. Il 22 marzo si sono svolte le elezioni per il Parlamento autonomo dell’Andalusia. Il 24 maggio in tutto il paese si svolgeranno le elezioni comunali e quelle che riguardano la maggior parte dei Parlamenti delle altre grandi regioni, tranne quelle della Catalogna fissate alla fine di settembre e quelle del paese basco previste per il 2016. Il 2015, infine, si concluderà con lo scrutinio più importante, quello che riguarda il rinnovo del Parlamento dello Stato spagnolo, i cui membri eleggono il Presidente del governo, capo dell’esecutivo.

Dal 1978, quando la monarchia parlamentare subentrò al franchismo, numerosi partiti politici sono sorti in Spagna. Alcuni esistono a livello nazionale ed altri sono solo partiti regionali, ma i due principali, che da trentasette anni si alternano al potere, sono il partito popolare (PP) per la destra ed il Partito socialista operaio spagnolo (PSOE) per la sinistra. L’uno e l’altro hanno costituito a turno una maggioranza attraverso alleanze su scala nazionale o regionale. Ma ambedue hanno condotto al potere la stessa politica al servizio dei capitalisti, politica responsabile del regresso della società. Quest’anno, un nuovo partito intende mettere in questione tale rituale politico e rivendica il potere a livello nazionale. Si tratta di Podemos (“possiamo”), il cui dirigente più conosciuto è Pablo Iglesias. Creato meno di un anno fa, Podemos ha conquistato alle elezioni europee del maggio 2014 quasi l’8% dei voti e cinque seggi, ed ha deciso di lanciarsi alla conquista del potere politico in occasione delle elezioni del 2015. I suoi recenti risultati alle elezioni regionali di Andalusia, in cui ha appena ottenuto il 15% dei voti e 15 deputati, mostrano che il suo progresso elettorale sconvolge i tradizionali rapporti di forza.

Ma cosa propongono Pablo Iglesias e i suoi alle classi popolari che continuano a subire tutti gli effetti della crisi economica? Quali prospettive egli apre a quelli che ha saputo sedurre grazie ai suoi interventi nei dibattiti organizzati dalla rete televisiva La Sexta?

Pablo Iglesias denunciava, attaccava i potenti, faceva tacere i suoi avversari. Osava, e ciò ha fatto il suo successo. Ma la popolarità di questo giovane capo non veniva dal nulla. Pablo Iglesias ha espresso una sensazione di rabbia ed una volontà di cambiamento condivise da milioni di persone. E la sua rapida ascesa, senza promesse né programma che rispondesse ai bisogni delle classi popolari, rifletteva la rabbia non solo di queste classi più toccate dalla crisi, ma anche della gioventù e di tutta una piccola borghesia che si sente senza presente né futuro ed aspira ad un cambiamento. Questo sbocco elettorale, però, si apre dopo otto anni in cui la società spagnola è stata il teatro di lotte, di mobilitazioni e di scioperi.

Un partito che ha saputo appoggiarsi sul crescente malcontento

Occorre tornare ad almeno otto anni addietro per capire attraverso quale percorso Podemos ha conquistato il suo ruolo odierno. Nel 2007 la crisi economica mondiale cominciò a scuotere la società in tutti i paesi, in particolare quelli caratterizzati dallo sviluppo più recente e più fragile come la Spagna. Il crollo drammatico, che toccò particolarmente il settore immobiliare, l’insieme dell’edilizia, il settore bancario e progressivamente tutte le sfere d’attività, mandò in rovina il mito della cosiddetta epoca “del benessere", di cui avrebbe beneficiato tutta la società per quasi quarant’anni: tutta la società, si diceva, anche gli sfruttati, i malpagati ed i disoccupati. Da quel momento, in attesa di un’improbabile ripresa economica, il gran padronato, i banchieri, le grandi società capitaliste salvarono i profitti attingendo dalle casse dello Stato e facendo pagare la crisi alle classi popolari.

La diminuzione degli organici, il ribasso dei salari, lo sviluppo dei tempi parziali e dei contratti precari ridussero i redditi dei lavoratori dipendenti. Milioni di lavoratrici e lavoratori, nelle città e nelle campagne, furono condannati alla disoccupazione, il cui tasso passò dal 10% nel 2007 a più del 25,5% nel 2014 e oggi sarebbe "solo" del 23,7%, cosa di cui si rallegra il capo del governo di destra Rajoy! Ma egli dimentica di precisare che le ultime riforme del codice del lavoro hanno moltiplicato i contratti precari.

Così, un lavoratore dipendente con un contratto di una, due o quattro ore al giorno, ad esempio, è considerato come occupato; un’occupazione che perde molto spesso, soprattutto se è giovane, se rifiuta di fare straordinari gratuiti. Le pensioni sono state riviste al ribasso ed i salari tagliati. Chi non può più pagare il mutuo perde la casa e l’acqua, il gas o l’elettricità vengono tagliati a chi non ne può pagare le bollette. Milioni di persone sono ridotte a rivolgersi alle associazioni di beneficenza per poter mangiare. Potremmo pensare di essere tornati ai tempi del franchismo, dicono alcuni. Senza dimenticare che tutti i finanziamenti dei servizi pubblici sono stati fortemente rivisti al ribasso, in particolare quello, particolarmente vitale, della sanità.

Bisogna dire che la rivolta contro questa situazione non ha atteso la creazione di Podemos per esprimersi. Il cosiddetto movimento del 15 maggio, che occupò le piazze a partire dal maggio 2011, fu un movimento dettato dalla rabbia. E non si può capire cos’è Podemos se si dimenticano i movimenti di protesta e le lotte suscitate dalla violenza di questa crisi sia sotto il governo di sinistra di Zapatero (2004-2011) sia, in seguito, sotto il governo di destra di Mariano Rajoy.

Dal "15M" alla creazione del partito di Pablo Iglesias

La prima risposta globale contro questa regressione sociale fu la mobilitazione del 15 maggio 2011 che diede vita al "15M". Diversi settori della gioventù, giovani studenti senza futuro o giovani senza diploma né impiego, lavoratori e disoccupati, si mobilitarono. All’inizio, essi occuparono siti simbolici, “prendendo la piazza" nelle grandi città o campeggiando in alcuni luoghi. Poi organizzarono assemblee che durarono parecchie settimane, a volte mesi o anni. Alcune continuano ancora oggi.

Il movimento coinvolse progressivamente centinaia di migliaia di donne e uomini. Tutte e tutti partecipavano ad azioni locali, in particolare contro le espulsioni di lavoratori che si erano indebitati per decine di anni allo scopo di acquistare la casa e non potevano più pagare il mutuo.

Si ritrovarono gomito a gomito “indignati" che non avevano mai fatto militanza in nessun luogo, ma non solo. Lì si ritrovarono anche militanti dei grandi sindacati in disaccordo con la politica di collaborazione di classe dei loro dirigenti. C’erano militanti dei sindacati minoritari, c’erano socialisti furiosi per la politica di Zapatero, comunisti, anarchici, militanti di associazioni di quartiere. Queste assemblee si riunivano, discutevano per fare il bilancio del movimento, decidevano di manifestare o partecipare ad azioni organizzate da lavoratori. Fu un momento forte di subbuglio e di agitazione. Tuttavia, in questa mobilitazione che si definiva “di cittadini", molti si imponevano come capi e si dichiaravano ostili a qualunque riferimento alla classe operaia ed anche a ogni tipo di discorso politico. Il rifiuto dei partiti e della politica in generale segnava i limiti del movimento. Ma i dibattiti, le discussioni e le iniziative si diffondevano ovunque.

La mobilitazione del 15M diede vita ad una rete di assemblee cittadine o di quartiere che rimasero in vita per parecchi mesi. Questo movimento andò di pari passo con le mobilitazioni di lavoratori che si organizzavano nelle "maree" dei servizi pubblici, della sanità e dell’istruzione, o per la lotta contro le espulsioni oppure per i diritti delle donne, fra cui quello all’aborto. Il movimento era vivo e vegeto.

Le "maree", come si chiamavano queste mobilitazioni specifiche, si succedevano periodicamente nelle piazze. Durante le manifestazioni, gli striscioni erano numerosi e di colori diversi secondo i settori d’attività. Madrid, la capitale, ebbe una grande importanza nella mobilitazione del settore sanitario. La "marea bianca" costituì la punta avanzata della mobilitazione contro i tagli al bilancio ed i tentativi di privatizzazione della sanità decisi da una parte del governo della Comunità autonoma di Madrid. I contestatori, alla fine, ottennero parzialmente soddisfazione.

Gli organizzatori di tutti questi movimenti cercavano di coordinare ed unificare le azioni. Le due iniziative di sciopero generale del 2013 furono molto seguite. Ma il successo più impressionante lo ebbero le "marce della dignità" come quella che riunì probabilmente più di un milione di persone il 22 marzo 2014 a Madrid.

Il numero dei dimostranti era impressionante. Ma il dato più significativo era costituito dall’organizzazione militante rivelata da questo successo. In tutte le regioni, in tutte le città si erano organizzati gruppi di dimostranti. I partecipanti si muovevano a piedi, in pullman, in treno. Alcuni passavano da una città all’altra per riunire ed organizzare i dimostranti. Ad ogni tappa, militanti riunivano lavoratori, giovani, famiglie che, pur non volendo fare tutto il viaggio, partecipavano alla mobilitazione. A Madrid, tutti coloro che intervennero parlarono in nome della classe operaia della loro città o della loro regione. La rivendicazione ripresa da tutti era espressa dallo slogan "Pane, lavoro e un tetto!".

Ciò rappresentava uno slancio, una speranza, un modo di protestare che si rapportava al movimento operaio, e non era quello di Podemos.

Podemos in cerca di un’alternativa politica

Nel contempo,il rifiuto di una parte delle classi popolari di pagare la crisi si esprimeva nelle piazze, nei quartieri, nelle imprese e, all’avvicinarsi delle elezioni europee del 2014, un’altra forma di contestazione prese il posto delle piazze. Essa venne da un movimento politico che manifestò chiaramente i suoi progetti all’avvicinarsi del periodo elettorale. Il suo nome, Podemos, era anche il suo programma e voleva affermare che un’altra politica era possibile. Era la traduzione, voluta, della formula portata avanti da Obama negli Stati Uniti: "yes we can".

Podemos, ossia possiamo... ma come fare e come lottare? La risposta del suo capofila Pablo Iglesias fu chiara. Egli si collocava nel campo democratico delle elezioni. Pablo Iglesias spiegò subito che non intendeva appoggiarsi su lotte sociali o sull’intervento della classe operaia. Il suo obiettivo si limitava alla creazione di un partito per vincere le elezioni ed accedere ad incarichi di responsabilità. E partendo da lì, si trattava di istituire ciò egli che chiamava una democrazia diretta. Ma per fare quale politica? Ciò rimaneva volontariamente confuso.

La contestazione sorta dal 15M prendeva un nuovo corso, come spiegarono i nostri compagni di Voz Obrera (Voce operaia) nella loro rivista Lucha de Clase: "la comparsa di Podemos nel campo elettorale ha significato una modifica rispetto alla mobilitazione di piazza. Questa è diminuita via via che le attese elettorali aumentavano dopo le elezioni europee (del 2014), il primo obiettivo del partito fondato da Pablo Iglesias. Il fenomeno mediatico rappresentato da Pablo Iglesias si è trasformato in un fenomeno politico, che raccoglie gli effetti dell’indignazione crescente e della rabbia causate dalla corruzione del regime, dalla disoccupazione e dal furto sociale attuato dai capitalisti. Tutte le mobilitazioni e le azioni organizzate durante questi mesi sono state imperniate sull’immagine di Pablo Iglesias e del suo partito. Le indagini d’opinione mostravano che la sua fama ed i sondaggi elettorali progredivano".

"Il lato positivo di Podemos sta nell’esprimere la rabbia della gente che ne ha abbastanza di questa crisi ed ha voglia di votare per altro" aggiungevano i compagni "ma questo partito determina tutti i suoi obiettivi, tutta la sua strategia, tutto il suo contenuto in una prospettiva elettorale che si colloca nell’ambito della democrazia capitalista", cioè una democrazia in cui la borghesia rimarrebbe al suo posto ma si sottoporrebbe alla volontà del popolo. Pablo Iglesias non ignora però la funzione dell’apparato di Stato, la forza di cui dispone ed i suoi punti d’appoggio in tutta la società. La sua preoccupazione è di accreditare l’idea che il cambio di potere sia possibile senza rimettere in discussione l’onnipotenza economica e politica dei capitalisti e dei banchieri, pur dando loro tutte le colpe.

In realtà, Iglesias non cerca di condurre una battaglia sociale al servizio delle classi popolari contro la borghesia.

Podemos, un’evoluzione fuori del movimento operaio

Podemos prende le radici in correnti critiche della socialdemocrazia spagnola, di cui il PSOE era la base intorno alla quale si era articolata la "transizione". Così fu chiamato in Spagna il periodo che seguì la morte di Franco, nel 1975, in cui si è potuto vedere come la borghesia può attraversare periodi spinosi senza essere minacciata, ciò grazie ad una collaborazione con partiti legati al movimento operaio come era il caso del PSOE. Pablo Iglesias gioca la sua carta politica sulla scia delle correnti socialdemocratiche che si presentano come più radicali dei politici del PSOE, oggi compromessi dopo aver esercitato il potere per anni.

Una parte dei responsabili di Podemos sono sorti dall’ambiente di ATTAC, dalla gioventù comunista, da vari movimenti della cosiddetta democrazia diretta, o da una militanza cominciata nel sindacalismo studentesco radicale, molto attivo a Madrid. Alcuni fanno anche riferimento a movimenti politici o sociali di vari paesi dell’America latina. Molti militanti di Podemos vengono dal trotskismo, in particolare da Izquerda anticapitalista (sinistra anticapitalista), il fratello spagnolo del Nuovo partito anticapitalista francese (NPA).

Il successo di Podemos deve molto al successo mediatico di Pablo Iglesias, che ha saputo esprimere con entusiasmo ed umorismo il crescente malcontento sociale e lo schifo di fronte ai molteplici scandali in cui sono coinvolti responsabili politici, banchieri, notabili, ed anche la famiglia reale.

I talenti di polemista di Pablo Iglesias hanno contribuito alla sua audience, in particolare attraverso programmi regolari sulla rete televisiva La Sexta in cui, ogni giorno, per molti mesi, Pablo Iglesias ha potuto fare sentire un’altra voce, che appariva stonata a confronto dei discorsi tradizionali dei politicanti. Nessuno gli chiedeva di più, né di avere un programma, né di assumere impegni precisi: bastava che le sue denunce avessero un tono autentico, e i suoi attacchi contro l’ordine stabilito, la corruzione, le menzogne, le ingiustizie gli valevano una popolarità crescente. Attirava gli schifati dalla sinistra e dalla destra e i delusi dalla sinistra estrema.

In realtà, Pablo Iglesias seppe cristallizzare, tre anni dopo, il vuoto politico lasciato dal 15M. Egli è andato avanti senza un programma preciso e senza promesse ma è riuscito ad attirare a sé un elettorato composito. Voleva essere una star popolare e lo fu. Come dirigente politico non ha scelto il campo della classe operaia e degli sfruttati. Ma il successo chiama successo ed è diventato il simbolo del cambiamento possibile. È quest’aspirazione al cambiamento che gli funge da programma.

Podemos e la classe operaia

Nel luglio 2014, Pablo Iglesias ed i suoi più vicini collaboratori hanno chiaramente mostrato che, dopo il loro successo alle elezioni europee, la direzione di Podemos sarebbe stata una direzione centralizzata attorno alla persona di Iglesias ed alle sue concezioni organizzative e politiche.

Iglesias, in occasione del congresso fondatore di Podemos dell’ottobre 2014 a Madrid, come aveva annunciato fin dall’estate, presentò una lista bloccata di dirigenti del movimento. Izquierda anticapitalista, che aveva contribuito largamente alla campagna delle europee e contava almeno due eurodeputati, fu così allontanata dalla direzione fin tanto che avrebbe mantenuto una struttura di partito diversa da quella di Podemos. Questo era anche valido per i partiti che difendevano una politica diversa da quella di Iglesias e di chi gli era vicino.

Occorreva, per Iglesias, costruire il nuovo partito creando ovunque dei "circoli Podemos". Trovò un reale riscontro in vari ambienti. I dirigenti di Podemos invitarono quindi le vecchie assemblee del 15M che ancora esistevano a trasformarsi in circoli Podemos. Ma la funzione di questi circoli era innanzitutto quella di organizzare le liste delle future campagne elettorali. Le discussioni sulla politica e sulle azioni da fare non erano al centro delle loro preoccupazioni.

Le riunioni non erano la cosa più importante: le adesioni, i dibattiti, i voti si potevano fare tramite Internet. Questo modalità di funzionamento esisteva già al momento del 15M, ma ora veniva sistematizzata e le riunioni di quartiere persero la loro importanza. Così come sparì progressivamente la pratica di discutere di tutto nelle riunioni.

La direzione di Podemos, una volta eletta tramite Internet, precisò rapidamente che, per la costituzione delle liste per i Parlamenti autonomi, si escludeva di fare riferimento ad una doppia appartenenza. Più nel complesso, i partiti che avevano collaborato alla costruzione ed allo sviluppo di Podemos dovevano quindi sciogliersi in quanto tali e rinunciare alla loro etichetta. Da questo punto di vista, Izquierda anticapitalista non era la sola corrente bersagliata.
Pablo Iglesias accettava che i candidati facessero riferimento all’appartenenza ad un’associazione, ma non a partiti politici. Izquierda anticapitalista accettò di sciogliersi e costituirsi in associazione sotto il nome di "Anticapitalistas" (anticapitalisti). Pablo Iglesias ed i suoi vicini collaboratori volevano riservarsi il potere di decidere sulle relazioni politiche con gli altri apparati. Intendeva essere padrone delle posizioni politiche e degli orientamenti programmatici, senza controllo e senza una possibile contestazione statutaria. E, su questo terreno, gli andirivieni della direzione di Podemos sono significativi.

Per Podemos, politicamente, il riferimento alla classe operaia è superato. Iglesias parla del popolo. Per esso, ciò che distrugge la società non è il potere di una classe sociale, la borghesia, ma il fatto che il potere sia nelle mani di una "casta" incontrollata che occorre allontanare dal potere stesso sostituendola con una "democrazia dal basso" che la saprà eliminare.

Per i dirigenti di Podemos il riferimento alle idee di lotta di classe, così come l’idea del comunismo, è cosa di altri tempi. Il sindacalismo è irreversibilmente pervertito dalla corruzione degli apparati dirigenti. Il problema chiave della società non è quello della dittatura dei capitalisti, ma quello della putrefazione di questa "casta" dirigente incontrollata che domina la società. E il ruolo di Podemos, se vincesse le elezioni e arrivasse al potere, sarebbe quello di instaurare una democrazia in cui il popolo, decidendo su tutto, controllerà e dirigerà la marcia della società.

Iglesias, tuttavia, rimane nel vago sulla marcia da seguire. Si conserverà la monarchia? Iglesias non esclude nulla. Del resto egli ha chiesto un incontro al nuovo sovrano Filippo VI, figlio del re corrotto che ha abdicato alcuni mesi fa. Pablo Iglesias vuole dirgli che sarebbe un buon capo di governo se accettasse di farsi eleggere. Egli ha certamente idee ed umorismo.Rimane nel vago anche per quanto riguarda gli statuti delle autonomie, come è il caso del paese basco o della Catalogna. Afferma solo che, se sarà alla testa del governo, consulterà la popolazione e si adeguerà alle sue scelte.

Nonostante tutto ciò, fino ad oggi l’elettorato di Podemos non si disgrega, come dimostrano i sondaggi. Infatti, le classi popolari vogliono il cambiamento e molti pensano e dicono che occorre provare Podemos.

Quali prospettive per il campo dei lavoratori?

I dirigenti di Podemos, all’indomani delle elezioni regionali di marzo 2015 in Andalusia, si sono detti delusi di aver raccolto solo il 15% dei voti e di non aver sconfitto la candidata del PSOE che, con il 35,5%, ha perso soltanto il 4%.

Questa reazione la dice lunga sulla concezione della politica dei dirigenti di Podemos. Oggi, ciò che conta per loro sono i successi elettorali e la partecipazione agli organi del potere. Essi hanno pensato che, per vincere, bastasse cavalcare le mobilitazioni popolari, sedurre gli elettori e conquistare posti e incarichi di responsabilità. La loro ascesa, all’iniziofacile, risulta più complicata di quanto forse credevano. Ma le illusioni che tentano di seminare sulla loro capacità di cambiare la società senza rovesciare il capitalismo sono trappole per la classe operaia. E ciò che occorre sperare è che dalla loro politica non derivino poi delusione e scoraggiamento.

Esiste un certo scetticismo per quanto riguarda la politica e dubbi sugli obiettivi di Podemos e sul suo impegno nei confronti degli sfruttati in seno agli ambienti militanti o simpatizzanti legati alla classe operaia che tradizionalmente hanno votato e fatto votare PSOE o Izquierda unida (Sinistra unita, legata al Partito comunista spagnolo), o che da tempo militano al livello sindacale.

Tali dubbi sono fondati perché non è sulla scia di Podemos che occorre ricostruire il movimento operaio. Molti lavoratori sanno che la classe operaia ha bisogno di organizzarsi e difendersi più che mai in questo periodo di crisi. Ma ha anche bisogno di un partito che miri ad un altro futuro per la società, quello di rovesciare il sistema capitalista.

Esiste in Spagna un movimento operaio che, nel corso degli ultimi cinquant’anni, ha vissuto esperienze politiche che hanno segnato tutta la società. Queste esperienze hanno anche evidenziato tutti i limiti delle riforme democratiche che, lungi dal rimettere in discussione il sistema capitalista, mirano solo ad imporre alle classi popolari di sottomettersi. Tanto meglio, dunque, se il 15M e Podemos hanno ridato speranza. Ma oggi bisogna fare di tutto perché la classe operaia, i militanti di lunga data ed i giovani si interroghino sulla possibilità di imboccare un’altra strada, quella delle lotte sociali e politiche che propongono di sbarazzarsi di questo sistema.

Questa prospettiva viene espressa in Spagna dai compagni di Voz obrera, che fanno parte della nostra corrente internazionale, l’Unione comunista internationaliste (UCI). Citiamo, al riguardo, un estratto della loro stampa:

“ per un’alternativa operaia e lotta di classe.

La sola prospettiva per i lavoratori è la lotta e la costruzione di organizzazioni operaie, di un partito politico operaio che denunci chiaramente il sistema capitalista e la barbarie che spunta all’orizzonte, di un partito che proponga una prospettiva socialista, comunista e rivoluzionaria.Noi militanti comunisti siamo perciò coscienti che è il movimento operaio ad avere nelle mani la possibilità di cambiare il corso della storia, perché è la classe operaia che produce tutto ed organizza tutta la vita sociale. E, infatti, il problema sta nel fatto che la maggioranza dei politici sono al servizio degli sfruttatori ed utilizzano le mobilitazioni dei lavoratori per fuorviare la loro energia verso illusioni senza via d’uscita e/o verso gli interessi della classe capitalista.

Perciò, il primo compito dei militanti che vogliono preparare le lotte operaie di domani, qualunque siano le loro forze, è quello di intervenire nella classe operaia per sostenere e sviluppare la coscienza che i lavoratori hanno della propria forza e delle proprie possibilità. È urgente creare e consolidare nuclei di militanti operai che difendano un programma politico imperniato su obiettivi che permettano di ostacolare lo sfruttamento padronale. È altrettanto urgente ed indispensabile difendere l’idea che questo sistema di sfruttamento, il capitalismo, può essere combattuto e rovesciato.

Fidarsi dei lavoratori è vitale. Il nostro principale compito, partendo da questa fiducia, sta nel fare in modo che i lavoratori capiscano qual è il loro ruolo fondamentale nella società, che prendano coscienza di loro stessi come lavoratori sfruttati. Il plusvalore prodotto dal lavoro dipendente è il furto sociale operato sulla classe operaia da parte dei capitalisti, non solo di un’azienda o di un cantiere, qualunque ne sia l’importanza. È per questo che occorre combattere lo sfruttamento, i licenziamenti, la disoccupazione e la precarietà. Per questo occorre spiegare che è necessario e possibile, se la classe operaia lo impone, spartire il lavoro senza diminuzione del salario, vietare i licenziamenti ed espropriare le banche ed i mezzi di produzione. Sarebbe un passo avanti per tutta la società.”

I compagni poi, dopo aver accennato alla necessità per i lavoratori di farsi sentire a tutti i livelli della vita sociale e politica, concludono:

“È vero che i politici abili sono a caccia delle possibilità di fuorviare i movimenti sociali per sottometterli agli interessi degli sfruttatori. In tale situazione, i militanti della classe operaia devono sviluppare le discussioni e le mobilitazioni nelle piazze e nelle imprese. Poiché se la classe operaia non si batte per i propri interessi, per essa niente cambierà, qualunque sia il processo di democratizzazione sociale e politica.

Per questo è importante che i militanti della classe operaia, qualunque sia la loro tradizione politica, dibattano del futuro del movimento operaio. Ed è urgente che la gioventù sappia che si può costruire una società diversa da quella di oggi. Qualunque sia la nostra forza nella situazione attuale o in altre situazioni simili, i militanti rivoluzionari hanno solo quella che risulta dalla coscienza di classe dei lavoratori. Non abbiamo altro futuro che quello che si può preparare quando i lavoratori decidono di cambiare il mondo”.

Per preparare questo futuro non bastano lotte, anche radicali, non bastano successi elettorali. Occorre costruire un partito capace di difendere in ogni momento gli interessi economici, morali e politici della classe operaia, a lungo come a breve termine. Un partito comunista rivoluzionario.

27 marzo 2015


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