Internazionale

Francia, la situazione politica interna

Testo votato dal congresso di Lutte Ouvrière di dicembre 2014 (da “Lutte de classe” n° 164, dicembre 2014 – gennaio 2015)

La crisi economica, che il padronato continua a far pagare al mondo del lavoro con licenziamenti di massa e con il peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita, scredita profondamente il governo e minaccia l’esistenza stessa del Partito socialista, in ogni caso la sua esistenza nella forma in cui lo conosciamo da decenni. Nel 2012, la destra ha pagato la crisi con l’eliminazione di Sarkozy. Per i socialisti il costo sarà ben più alto, perché colpendo tutte le classi popolari, operai, impiegati e anche la piccola borghesia, la politica antioperaia di
Hollande mina le basi stesse del suo elettorato.

Per evitare di essere coinvolti in questo crescente discredito, alcuni deputati "ribelli", ex ministri e dirigenti del partito hanno deciso di prendere le distanze dal governo. Senza varcare il Rubicone, il che significherebbe per esempio votare contro la legge finanziaria, essi dicono di "criticare per far riuscire Hollande". È un modo ipocrita di presentarsi come una possibile alternativa di sinistra. Vogliono fare dall’interno del PS ciò che dal 2012 Mélenchon e il Partito comunista stanno cercando di fare dall’esterno.

In questa nicchia, sempre più affollata da personaggi come Aubry e Hamon, si collocano anche i maggiori dirigenti ecologisti, come la Duflot. Ma, lungi dall’unirsi, queste forze sono in competizione, ciascuna cercando di giocare la propria partita. Per Mélenchon, sarà quella del Movimento per la 6a Repubblica. All’interno del PS, la concorrenza è feroce tra gli oppositori, che rappresentano una somma di ambizioni individuali. L’arrivo di Martine Aubry tra i ribelli, portando la sua autorità e il suo peso nel partito, non è tanto un vantaggio per loro, perché vogliono innanzitutto, per ora, rimanere "in proprio".

Questa sinistra del PS vuole mantenere l’illusione che sia possibile fare una "buona politica di sinistra." Ma in un periodo in cui le grandi imprese non vogliono lasciare alcuna briciola agli sfruttati, non ci può essere una "buona politica di sinistra". Hollande non è stata preso da qualche furia social-liberale dopo la sua elezione, né si è trasformato in un ossessionato del pagamento del debito. Egli conduce la politica che corrisponde agli interessi fondamentali della borghesia.

In questo periodo di crisi economica, servire la borghesia significa dare ai padroni i mezzi per peggiorare lo sfruttamento e compensare la diminuzione del mercato, per garantire alla borghesia il continuo pagamento degli interessi sul debito, poiché l’arricchimento del grande capitale risulta dai profitti finanziari almeno quanto da quelli produttivi. Competitività e rimborso del debito sono le due parole d’ordine brandite per attaccare le condizioni di lavoro e di vita delle classi popolari.

I critici di questa politica di austerità sul terreno del capitalismo possono denunciare facilmente il suo effetto recessivo sull’economia, perché, dal FMI al MEDEF, tutti sanno che i miliardi spesi per riassorbire i deficit e pagare il debito sono altrettanto denaro sottratto agli investimenti pubblici - e quindi alle commesse al padronato. Nel merito, la politica di Hollande, con i suoi aspetti contraddittori, non è dettata né da Bruxelles né da Berlino. È il grande capitale stesso a trovarsi in una situazione contraddittoria.

Aumentare le commesse statali per compensare la stagnazione del mercato è stato sempre il mezzo principale per lo Stato della borghesia per venire in aiuto al grande capitale in un momento di crisi.

Durante la Grande Depressione degli anni Trenta, la politica delle grandi opere di Roosevelt e il rilancio dell’industria militare da parte di Hitler ne sono state la dimostrazione. Anche se in modo diverso, questa politica in entrambi i casi fu pagata dal peggioramento dello sfruttamento della classe operaia. Le possibilità finanziarie degli Stati imponevano a questa politica dei limiti, che Hitler cercò di abbattere con le guerre di conquista che conosciamo. Ma al di là della politica del regime nazista, solo con la guerra il capitalismo nel suo insieme riuscì ad uscire dalla Grande Depressione.

Con la finanziarizzazione dell’economia, i limiti della cosiddetta politica di "rilancio" sono ancora più stretti che non a quell’epoca. La finanziarizzazione, che impone agli Stati di pagare un tributo al capitale finanziario anche a scapito di opere pubbliche civili o militari, allo stesso tempo permette alla borghesia di mantenere o aumentare la sua quota nel reddito nazionale, nonostante la crisi. Per la borghesia infatti non è immaginabile mettere in discussione, di propria volontà, i suoi proventi finanziari.

Né Hollande, né un dirigente di un qualsiasi Stato, può cambiare questa realtà. È solo incaricato di gestire politicamente questa contraddizione, cioè di giustificarla con più o meno efficacia agli occhi della popolazione. Queste potenti leggi economiche s’impongono a tutti i governi della borghesia. Finché non sono al potere, i demagoghi le possono negare, come si possono ignorare le leggi di gravità finché non si cerca di volare.

Il dibattito tra i sostenitori di una politica di rigore finanziario e di austerità e quelli di una politica di rilancio o, in gergo economico, tra una politica dell’offerta e una politica della domanda, è fondamentalmente un dibattito di parte. In primo luogo, perché la scelta tra le due cose non dipende dai politici che le sostengono, ma dalle circostanze in cui si troverà la grande borghesia, in caso di peggioramento della crisi. Soprattutto, in questo dibattito è la classe operaia a perdere da entrambi i lati. Qualunque sia la combinazione tra una politica di opere pubbliche e una politica di disciplina finanziaria, è alla classe operaia che verrà addebitato il compito di finanziarla, sotto forma di maggiore sfruttamento, e probabilmente anche all’insieme delle classi popolari con la demolizione dei servizi pubblici utili a tutta la popolazione. Una politica di investimenti pubblici e di lavori pubblici, a condizione che sia fatta sotto il controllo della popolazione, è certamente più utile alla società che il dissanguamento per gli interessi pagati al capitale finanziario.

Qualunque sia il dibattito che agita il Partito socialista, qualunque sia il numero dei ribelli, che ci sia o no un cambio del governo o uno scioglimento dell’Assemblea, i lavoratori devono aspettarsi la continuazione della politica antioperaia e quindi il suo peggioramento. I "ribelli" di oggi o di domani otterranno forse alcune misure, che faranno passare per giustizia sociale, come è avvenuto per la modulazione degli assegni familiari. E il Partito radicale di sinistra continuerà a negoziare il suo sostegno.

La gamma degli attacchi del governo è tanto più ampia in quanto essi possono colpire non solo il proletariato. Il governo può far pagare categorie intermedie, le cosiddette professioni regolamentate per esempio, oppure la parte più pagata dei lavoratori dipendenti. I ministeri studieranno tutte le idee possibili, come dimostrano le proposte per consentire ai farmacisti di effettuare i vaccini, o per dare lezioni di guida su Internet. Perché non esistono piccoli risparmi, tutto sarà sul tavolo, dalle idee più surreali ai tagli più irrisori.

Le innumerevoli esitazioni del governo o il fallimento della “eco tassa”, spesso presentati come altrettante prove di debolezza, in realtà riflettono la moltitudine delle forme possibili di austerità. Ma in ogni caso, i colpi cadranno sull’insieme delle classi popolari. Coloro che non saranno toccati dal ribasso degli assegni familiari lo saranno dai tagli ai bilanci ospedalieri. Coloro che non saranno toccati dall’aumento delle tasse pagheranno di più per il riscaldamento, i trasporti o le case. Nessuno sfuggirà ai 50 miliardi di tagli di bilancio previsti nei prossimi due anni.

Valls è il coordinatore dell’offensiva del governo e se ne assume le conseguenze politiche. Vorrebbe addirittura una trasformazione del suo stesso partito. "Bisogna rigenerarci. Bisogna cambiare metodi. Bisogna cambiare direzione. Bisogna cambiare generazione. Bisogna cambiare il programma. Bisogna cambiare il nome", perché "la parola socialista ormai non ha significato...", spiegava già nel 2009. Di recente, ha ribadito che "bisogna farla finita con la sinistra anacronistica, quella attaccata ad un passato superato e nostalgico, ossessionata dal super-io marxista e dalla memoria del boom del dopoguerra ". Denuncia con le stesse parole della destra le 35 ore, il lavoro domenicale oppure il contratto a tempo indeterminato come i "tabù" e le "vecchie fissazioni" di una sinistra rimasta indietro. Valls circondandosi di persone come Macron, piene zeppe di luoghi comuni padronali, è cosciente che le conseguenze della sua politica portano ad suicidio sul piano elettorale e cerca di rivolgersi a nuovi ceti di elettori.
Non è la prima volta che il PS si assume il rischio di perdere la propria base elettorale per eseguire fedelmente la politica richiesta a quel momento dalla borghesia. Fu questo il caso con l’intensificazione della guerra d’Algeria guidata da Guy Mollet a metà degli anni 1950, un periodo in cui la SFIO (Sezione francese dell’Internazionale Operaia - nome del PS all’epoca), dirigendo il governo con il sostegno del PC, aveva preparato le condizioni del ritorno al potere di de Gaulle. Il crollo elettorale del PS fu allora spettacolare e il suo candidato Defferre a malapena riuscì a superare la soglia del 5% all’elezione presidenziale del 1969.

La rinascita della SFIO sotto il nome di Partito Socialista è interamente dovuta alla politica d’Unione della sinistra portata avanti dal Partito comunista. Mitterrand, che era riuscito a unificare tutte le correnti della SFIO, non avrebbe raggiunto i suoi obiettivi senza il supporto del PC, che fece di quest’uomo di destra l’unica speranza per la classe operaia. Mettendo le sue migliaia di militanti al servizio di Mitterrand, il PC fece uscire l’ex SFIO dalla situazione di morte cerebrale, ma fu al prezzo del proprio suicidio elettorale. E la direzione del PC non fu nemmeno colta di sorpresa, scelse coscientemente di sottomettersi a Mitterrand, mentre questi aveva chiaramente annunciato, prima di arrivare al potere, la sua intenzione di ridurre l’influenza elettorale del PC.

L’elezione di Mitterrand nel 1981, battaglia della direzione del PC, fu al tempo stesso tempo l’acceleratore dell’irrimediabile declino del partito.
Sempre più numerosi dirigenti del PS, e Valls in primo luogo, sanno che non potranno più contare su una tale operazione per rialzarsi. Non solo perché il Fronte Nazionale ha acquisito un’influenza sempre maggiore anche tra gli elettori operai, ma soprattutto perché il PC ha subito parallelamente al PS lo stesso discredito e si è considerevolmente indebolito nella classe operaia, come ha dimostrato nelle ultime elezioni comunali la perdita di suoi feudi tradizionali. Il PC non è più in grado di fare da intermediario per il PS nell’elettorato operaio, anche se la sua direzione non ha altra prospettiva.

Quattro decenni dopo aver contribuito a fare rinascere il PS morente e a farne il partito egemonico della sinistra, l’attuale direzione del PC non ha altra prospettiva da offrire ai propri militanti, peraltro molto meno numerosi rispetto a quell’epoca, che una pietosa riedizione dell’Unione della sinistra. La corte assidua fatta ai ribelli del PS e agli ecologisti ormai fuori dal governo mostra che la direzione del PC metterà tutto il peso che gli rimane al servizio di tutte le ricomposizioni di questo PS scomposto. Tutto questo manterrà una parvenza di vita politica sulle macerie della sinistra riformista.

I dirigenti socialisti stanno cercando di conquistare elettori di ceti meno popolari. Il discorso più destro proposto da Valls risponde a questa necessità. È impossibile prevedere come si risolverà la crisi del Partito socialista, tanto le scelte di ciascuno risultano solo da calcoli personali sulle opportunità di carriera. Può darsi che il Partito socialista accetti la mutazione proposta da Valls. Quest’ultimo si troverebbe allora nella posizione di uno Schroeder in Germania o di un Blair in Gran-Bretagna.
Le guerre interne che si preparano nel PS possono portare sia all’uscita di certe figure per raggiungere il conglomerato costituitosi intorno a Mélenchon, se quest’ultimo non scompare dal paesaggio, sia ad una scissione, dando vita ad un PS "canale storico" sotto la guida di Martine Aubry, per esempio. Tali scissioni si verificarono dopo il passaggio di Guy Mollet al potere e contribuirono alla nascita del PSU nel 1960.

A differenza di organizzazioni come il PC, il Fronte di Sinistra, o su scala minore il NPA, non poniamo alcuna speranza in questi tentativi di ricomposizione che, nonostante le frasi roboanti, non destano altro che il disinteresse, o addirittura il disgusto crescente da parte della classe operaia. Certo possiamo ritrovarci puntualmente, in qualche evento particolare, a fianco dell’uno o dell’altro. Ma sarà senza alcuna partecipazione o sostegno alle varie combinazioni che potranno sorgere nei prossimi mesi o anni.

Non possiamo e non dobbiamo però trascurare quelle migliaia o forse decine di migliaia di militanti politici operai, che vengano o no direttamente dal PC. Nonostante il regresso della militanza nella classe operaia, essi costituiscono ancora la maggioranza di coloro che nelle imprese e nei quartieri militano sul terreno politico. Anche se sono critici nei confronti della direzione del PC e riluttanti rispetto a Mélenchon o a qualche altro che la direzione vorrebbe imporre loro, sono nella stragrande maggioranza profondamente riformisti e non vedono per i lavoratori altro che una prospettiva elettorale. C’è poco da sperare che anche quelli che tra di loro si sentono comunisti e aspirano a una società senza sfruttamento raggiungano il campo dei rivoluzionari comunisti, in assenza di una nuova ascesa delle lotte operaie. Ma è possibile influenzare alcuni di loro con le idee e le parole di lotta di classe e trascinarli con noi in questo campo. In ogni caso, solo su questa base vale la pena avere dei contatti.

Per analizzare la politica delle direzioni sindacali, Trotsky scriveva nel 1940: "C’è un aspetto comune nello sviluppo, o più precisamente nella degenerazione delle moderne organizzazioni sindacali in tutto il mondo: è il loro riavvicinamento e la loro integrazione al potere statale. Il capitalismo dei monopoli non è basato sulla concorrenza e l’iniziativa privata, ma su un comando centrale. (..) (I sindacati) devono confrontarsi con un avversario capitalista centralizzato, intimamente legato al potere dello Stato. Ne consegue per i sindacati, in quanto rimangono su posizioni riformiste – cioè su posizioni basate sull’adeguamento alla proprietà privata - la necessità di adattarsi allo Stato capitalista e di provare a collaborare con lui. Agli occhi della burocrazia del movimento operaio, il compito principale consiste nel "liberare" lo Stato dall’influenza del capitalismo, indebolendo la sua dipendenza dai trust e attraendolo a sé. Questo atteggiamento è in completa armonia con la posizione sociale dell’aristocrazia e della burocrazia operaie, che combattono per qualche briciola nella distribuzione dei super profitti del capitalismo imperialista».

Da quell’epoca, l’integrazione nel capitalismo dei sindacati francesi è aumentata fortemente. L’introduzione dei comitati d’impresa e soprattutto lo sviluppo di organismi paritari di previdenza sociale hanno legato in mille modi i dirigenti sindacali al padronato, dando loro l’illusione di partecipare alle decisioni e, soprattutto, allontanandoli sempre più dalla maggior parte dei lavoratori che dovrebbero rappresentare. Le modifiche delle modalità di rappresentanza sindacale e l’allungamento della periodicità delle elezioni dei delegati dei lavoratori sono altrettante manovre per mettere gli eletti fuori dal controllo della loro base. Così, le elezioni dei delegati dei lavoratori che si svolgevano ogni anno fino al 1993, e poi ogni due anni fino al 2005, adesso si svolgono solo ogni quattro anni. Ne risulta un’autonomia crescente dei vertici sindacali nei confronti della loro base e una maggiore complicità tra loro e l’apparato statale.

Questa complicità oggi fa della CFDT il più sicuro sostegno di Hollande. Il suo segretario generale Laurent Berger si fa carico della promozione della politica di Matignon tra i lavoratori. E questa complicità disarma ugualmente i militanti più combattivi della CGT poiché la Confederazione, dopo aver chiamato a votare Hollande, passa il tempo a dargli consigli e a lamentarsi perché non la ascolta.

Invece di contare sui lavoratori, la loro coscienza di classe e la loro combattività, i dirigenti delle organizzazioni operaie li ingannano ponendo le loro speranze in un "buon governo di sinistra". Questa politica contribuisce alla demoralizzazione dei militanti. E quando i lavoratori ritroveranno la volontà di combattere, lo dovranno fare senza i dirigenti delle confederazioni sindacali e forse contro loro. Ciò sarà decisivo per il futuro.

La destra non è ancora in assetto di battaglia e non approfitta dell’impopolarità del governo. L’elezione del presidente dell’UMP e soprattutto l’entrata in lizza di Sarkozy hanno però lanciato la corsa presidenziale. Nella misura in cui il candidato che sarà scelto dall’UMP è quasi sicuro di diventare presidente, le primarie saranno l’elezione decisiva per la destra.

Nulla è scontato per Sarkozy. Sperava di tornare come il salvatore dell’UMP, in grado di porre un termine alle divisioni che l’hanno paralizzata e ridicolizzata per due anni. Come mostrano i vari sondaggi e la sberla inflitta al suo candidato Raffarin alla presidenza del Senato, Sarkozy è ben lungi dal fare l’unanimità nel proprio campo. Le esitazioni della destra e della borghesia sono visibili anche in alcuni titoli del quotidiano Le Figaro, un giornale che non è più sottomesso a Sarkozy e mantiene un equilibrio tra i contendenti di destra. Contro Sarkozy, ci sono prima i suoi casi giudiziari che vanno dai sondaggi dell’Eliseo ai traffici d’influenza e al caso Bygmalion. Gli ultimi sospetti di corruzione intorno alla vendita di elicotteri al Kazakistan nel 2012 suggeriscono che lì sta una fonte inesauribile di guai per Sarkozy.

Per ora, Sarkozy sta cercando di mettere le mani sull’apparato dell’UMP coltivando la sua immagine di destra. Anche se diventa il presidente del partito, in grado di organizzare le primarie come gli conviene, non è sicuro di vincere contro Juppé, che cerca di darsi un’immagine più unificante strizzando l’occhio verso il centro.

La guerra tra Fillon, Juppé e Sarkozy è dichiarata e fa prevedere momenti sanguinosi. Dal punto di vista dei lavoratori, questi rappresentanti della borghesia sono uguali. Nello stesso modo in cui Hollande ha prolungato le politiche di Sarkozy in peggio per i lavoratori, essi intendono proseguire quelle di Hollande sempre in peggio per gli sfruttati.

Il Fronte Nazionale è l’unico partito a beneficiare del disgusto e della sfiducia esistenti nei confronti dei politici. Per ora, i suoi successi sono essenzialmente successi elettorali. Non sono solo frutto di Marine Le Pen e della sua strategia di sdemonizzazione. La presenza di Le Pen al secondo turno dell’elezione presidenziale del 2002 ne era già l’espressione.

Il padre della Le Pen, un ex paracadutista e torturatore della guerra d’Algeria, fautore della OAS, è riuscito a riunire sotto la sua guida i diversi elementi delle correnti d’estrema destra, cioè una moltitudine di organizzazioni che vanno da gruppetti che rivendicano l’eredità fascista ai monarchici, dalle correnti tradizionaliste della Chiesa all’estrema destra laica, dai gollisti più reazionari ai fautori di Pétain. Questo mucchio reazionario ha formato il primo nucleo del FN, e molti dirigenti e quadri attuali provengono da esso.

Con la sua politica di "sdemonizzazione" Marine Le Pen ha allargato il cerchio, seducendo un segmento dell’elettorato dei partiti della destra tradizionale. In un certo senso, vorrebbe riuscire alla rovescia il processo elettorale che ha permesso a Sarkozy di arrivare al potere nel 2007 grazie ai voti di una parte dell’elettorato FN. Per misurarne la portata bisogna ricordare tuttavia che gran parte dell’elettorato di destra si è già ritrovato dietro un "unificatore" con idee d’estrema destra. Fu il caso in qualche modo di de Gaulle, con il suo partito RPF nei primi anni 1950, poi di Poujade un po’ più tardi, e di Tixier-Vignancourt solo il tempo di una elezione presidenziale.

Per raggruppare più largamente la destra, Marine Le Pen si basa su una nuova generazione rappresentata da quello che è diventato il suo luogotenente, Philippot. Philippot è un tecnocrate e un ex alto funzionario che ha aderito al FN nel 2011, dopo essere stato influenzato da Chevènement. Lui che si presenta come "repubblicano, democratico e patriota" è la nuova vetrina senza macchia del FN. Mentre Le Pen padre loda il regime di Vichy, Philippot va a Colombey per portar fiori alla tomba del generale De Gaulle. Mentre Jean-Marie Le Pen si lascia andare a qualche provocazione, lo prende in contropiede in modo che l’FN non ne sia compromesso.

Periodi di decomposizione e di ricomposizione hanno segnato la storia della destra e dell’estrema destra dopo la guerra. Questa storia è il riflesso della situazione politica in vari momenti. Non c’è alcun fenomeno nuovo. La novità del periodo attuale è l’influenza elettorale crescente dell’estrema destra nel mondo del lavoro.

C’è sempre stato in questo paese un elettorato operaio di destra. La novità sta nel fatto che lavoratori di sinistra che erano legati sia al PS, sia al PC, progettano di dare il loro voto al FN. I numerosi casi di elettori che hanno votato Hollande al primo turno dell’elezione presidenziale e votato FN alle europee dimostrano che gli elettori possono passare dall’uno all’altro senza problema. Era difficile immaginarlo ancora poco tempo fa. Il fatto che molti lavoratori non siano più sconcertati dalla demagogia di Le Pen e che alcuni si ritrovino nel suo populismo illustra al tempo stesso il rigetto violento del PS al potere e una profonda spoliticizzazione.

Il riscontro elettorale della Le Pen nell’elettorato operaio è in qualche modo l’ultima manifestazione delle illusioni elettorali della classe operaia. Disgustati dal risultato disastroso delle loro illusioni elettorali nei partiti di sinistra, in un contesto di generale evoluzione reazionaria, una frazione degli elettori operai si volgono verso "quella che non abbiamo mai provato." Scartando l’FN dalle loro combinazioni politiche, i partiti della destra, e in particolare il movimento gollista e i suoi eredi, gli hanno infine permesso di capitalizzare il rigetto delle cricche politiche che si alternano al potere.

Se l’FN ha guadagnato rispettabilità agli occhi della borghesia, il suo programma non le conviene in questo periodo. La borghesia ovviamente non teme affatto il Fronte Nazionale. Anche le dichiarazioni contro i banchieri non hanno nulla di preoccupante, poiché Marine Le Pen afferma la sua volontà di fare di tutto per rimborsare il debito. Ma il programma proposto dalla Le Pen, incentrato sul protezionismo o l’uscita dall’euro o perfino dall’Unione europea, non corrisponde agli interessi attuali della borghesia. Naturalmente, se il Fronte Nazionale fosse associato al potere, la borghesia lo costringerebbe a cambiare, ma per ora la borghesia preferisce l’UMP.

Nulla dice che Marine Le Pen si accontenterà di successi solo parziali e che si atterrà ai canali istituzionali per avere la sua parte di potere. Nulla dice neanche che riuscirà a controllare tutte le forze che sta mettendo in moto. Dietro i sorrisi della signora Le Pen, un altro mondo si sta muovendo e aspetta la sua ora. Ci sono dei gruppetti neo-nazisti, che hanno già diversi omicidi al loro attivo e la cui specialità è aggredire fisicamente gli immigrati, gli omosessuali e i militanti d’estrema sinistra. Marine Le Pen ne prende le distanze, ma di fatto sono i suoi successi elettorali ad incoraggiarli e rafforzarli.
Gli sviluppi successivi, in ultima analisi, dipenderanno dall’aggravarsi della crisi, del malcontento e della rabbia che sarà in grado di generare. Il semplice rafforzamento del FN come forza elettorale avrà un peso negativo per la classe operaia, le sue organizzazioni e le sue libertà. È un incoraggiamento per le forze che si oppongono più violentemente al movimento operaio e al comunismo, e al tempo stesso offre loro un ambiente di reclutamento.

La nostra esperienza militante, per quanto limitata come lo sono le nostre forze, dimostra però che i lavoratori influenzati dal FN lo sono essenzialmente per il disorientamento, la perdita di punti di riferimento, di cui sono responsabili i partiti in cui sono riconosciuti. È ancora possibile, trattandosi di singoli, di contrastare questa tendenza sostenendo una prospettiva radicalmente opposta a quella del FN e degli altri, che difendono il mantenimento dell’ordine capitalistico. Tuttavia opporsi alla "resistibile ascesa" del FN, anche solo elettorale, e a maggior ragione evitare che la sua influenza esca dal campo elettorale, dipende dallo sviluppo ulteriore della lotta di classe e dalla velocità con cui la classe operaia ritroverà la fiducia nella propria forza e la consapevolezza dei propri compiti politici.

Finché le masse non si muoveranno, finché i lavoratori non si fideranno delle proprie forze, cercheranno tra i politici gli uomini e le donne in grado di rappresentare delle alternative. Lo spettacolo politico e il terreno elettorale fanno da vita politica. Ovviamente non è su questo terreno che i lavoratori possono difendere i loro interessi. Ma un partito comunista rivoluzionario non sceglie le circostanze in cui fa militanza. Ha una politica da difendere in tutte le situazioni, comprese quelle che non sono rivoluzionarie e in cui la combattività è minima.
I molteplici sobbalzi sociali, le loro contraddizioni e i loro fallimenti illustrano in quale vicolo cieco si trova l’organizzazione capitalistica della società nel suo complesso. Non si tratta solo della crisi dei grandi partiti politici, la cui alternanza al potere è l’essenza della democrazia borghese. Questo è solo l’aspetto superficiale delle cose. Al posto dei partiti screditati, la società borghese è perfettamente in grado di farne emergere di nuovi. La crisi dell’economia capitalistica e le sue conseguenze sono indicative dell’incapacità della grande borghesia, non solo di fare progredire la società ma di evitare la sua decomposizione. Invece di aprire una prospettiva alla società, il malcontento, la rabbia, la frustrazione alimentano, al contrario, i ripiegamenti comunitari, etnici o religiosi, l’ascesa della violenza sterile.
La crisi sociale stessa, sulla quale alla fine la crisi economica sboccherà, peggiorerà la decomposizione sociale in mancanza di un partito che rappresenti gli interessi politici della classe operaia fino alla loro ultima conclusione: il rovesciamento rivoluzionario del potere della borghesia e delle sua fondamenta, la proprietà privata, il mercato e la concorrenza.

Le frustrazioni, le rabbie di nuove generazioni di giovani si trasformano, oggi come in passato, in volontà di agire. Ma questa volontà nel migliore dei casi si disperde in lotte parziali, limitate, un giorno contro un aeroporto, un altro contro una diga, per non parlare di coloro che sono disorientati al punto da perdersi volendo servire le cause reazionarie più barbare.

Dobbiamo ridare a questa gioventù la prospettiva della trasformazione della società, che solo con il suo contributo potrà riuscire.

Non c’è niente di più esaltante tra i nostri compiti che quello di dare alle nuove generazioni l’ideale di una società senza sfruttamento, senza oppressione, di una società comunista, e la convinzione che non solo è possibile, è essenziale per il futuro dell’umanità.

7 novembre 2014


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