Internazionale

I rapporti di forza internazionali - La barbarie dell’imperialismo, humus di tutte le barbarie

Testo votato dal congresso di Lutte Ouvrière di dicembre 2014 (da “Lutte de classe” n° 164, dicembre 2014 – gennaio 2015)

Il prolungarsi della crisi dell’economia capitalista mondiale, che dappertutto si traduce con l’inasprirsi della concorrenza tra capitalisti, con il peggioramento delle disuguaglianze, con il regresso delle condizioni d’esistenza di larghe masse sfruttate, rende le relazioni internazionali sempre più tese e caotiche. L’ordine imperialista, rimesso in discussione con la violenza in varie regioni del mondo, esala un forte odore di decomposizione.

Nei grandi paesi imperialisti, i vertici politici a cui i mass-media danno ampia risonanza, alimentano un clima di guerra. Questo processo è cominciato dopo gli attentati del Word Trade Center del 2001. Nei discorsi ufficiali, il terrorismo, e in particolare il terrorismo che fa riferimento al fondamentalismo islamico, ha progressivamente sostituito l’ex Unione sovietica come principale minaccia contro la pace mondiale.

Il moltiplicarsi di queste bande armate, dai talebani dell’Afghanistan ad Al Qaeda, dal Nord del continente africano alla Nigeria, al Camerun e ad alcune regioni del sud est asiatico, ha fornito una base a questi discorsi.

Il rapido sviluppo dello “Stato islamico” (Daesh o Isis) come prodotto della decomposizione dello Stato iracheno e dell’indebolimento dello Stato siriano, anche grazie al quasi aperto sostegno finanziario di alcuni fedeli alleati degli Stati Uniti quali l’Arabia Saudita o alcuni emirati del Golfo, e la sua conquista di una base territoriale, hanno dato alle potenze imperialiste l’occasione di organizzare una coalizione per combatterlo e far intervenire le loro forze aeree.

Presentare lo “Stato islamico” come una minaccia per la pace mondiale è inconsistente e risponde ad un disegno. Ciò nonostante la guerra regionale che si svolge al confine della Siria e dell’Iraq è un’autentica guerra con morti e feriti, vittime sia dei bombardamenti occidentali che dell’azione delle bande armate dello “Stato islamico” con le stragi, le distruzioni, le masse di sfollati che ne risultano.

La coalizione dei paesi imperialisti e lo “Stato islamico” hanno lo stesso disprezzo per le popolazioni. Pretendere che i bombardamenti delle zone conquistate dallo “Stato islamico” siano bombardamenti mirati è una menzogna tanto cinica quanto lo furono le affermazioni analoghe dell’esercito israeliano a proposito dei bombardamenti di Gaza.
Le potenze imperialiste non tollerano la contestazione, anche se, in caso di bisogno, sanno utilizzare, strumentalizzare e addirittura suscitare bande armate o gruppi terroristici. Però queste bande armate, una volta organizzate, hanno la propria esistenza e la propria ragione d’essere. Come spesso succede, i cani addestrati possono rivolgersi contro i loro padroni, provocando la reazione di questi ultimi.

Così fu per i signori della guerra islamisti, che gli Stati Uniti avevano strumentalizzato contro l’esercito sovietico che occupava l’Afghanistan. Così fu, ad un altro livello, con Saddam Hussein: strumento degli Stati Uniti per intervenire contro l’Iran di Khomeini, il dittatore iracheno fu trasformato in una minaccia per la pace mondiale e poi rovesciato dall’intervento delle truppe americane.

La ferocia dimostrata dallo “Stato islamico”, le macabre sceneggiate che accompagnano le decapitazioni e l’importante pubblicità data a queste da Internet, sono l’espressione dello stesso disprezzo dei popoli mostrato dalle potenze imperialiste nella loro guerra. Ma esse hanno anche un obiettivo politico.

Questo obiettivo consiste, innanzitutto, nell’imporsi ai gruppi rivali e nell’attrarre nella propria sfera d’influenza bande armate che imperversano in varie regioni del mondo. Si tratta in qualche modo di imporsi come il successore della nebulosa Al Qaeda del defunto Bin Laden. Ma i metodi dello “Stato islamico”, oltre ad essere utilizzati nel rivaleggiare per il potere, mirano a seminare il terrore tra i popoli che esso intende dominare e a loro imporre sottomissione ed ubbidienza.
I metodi per conquistare il potere annunciano la natura del governo che lo Stato islamico intende esercitare. Si tratta di un potere dittatoriale nei confronti di chi non sarà d’accordo con esso, delle minoranze etniche e religiose, delle donne e degli sfruttati. Gli obiettivi reazionari così come i metodi fanno dello “Stato islamico” e dei suoi adepti dei feroci nemici del proletariato.

I meno guerrafondai tra i politici delle potenze imperialiste denunciano l’inefficacia dei bombardamenti sui territori controllati dallo “Stato islamico” e invocano la necessità di una soluzione politica. Per quanto riguarda l’inefficacia, essa è evidente. Le truppe jihadiste continuano ad avanzare, tanto più che ciò che i politici chiamano eufemisticamente i “danni collaterali” dell’intervento militare occidentale spinge verso i jihadisti nuovi contingenti di reclute.

Per quanto riguarda la soluzione politica, questa non esiste. L’imperialismo è del tutto incapace di garantire senza oppressione relazioni tra i vari popoli, etnie e religioni, e più ancora di porre fine alle disuguaglianze, alla povertà, alla corruzione. Esso vive di queste cose, le inasprisce e le suscita sempre sotto forme nuove.

L’imperialismo francese, facendo intervenire i suoi aerei contro lo “Stato islamico”, compensa il carattere irrisorio dei suoi mezzi con dimostrazioni tanto più strepitose dal momento che il presidente della Repubblica e il governo portano un’etichetta socialista. In Francia è una vecchia tradizione: il Partito socialista al governo è sempre stato un servitore dell’imperialismo francese particolarmente vendicativo. E tanto più esso è portato a fare discorsi sulla “unità nazionale”, oppure sulla “solidarietà nazionale”, eseguendo con servilismo la politica estera della borghesia francese, più può ottenere gli applausi della destra.

I lavoratori coscienti devono respingere con disprezzo ogni tipo di appello all’unione nazionale. La borghesia francese, loro diretta nemica, non diventa una loro amica quando fa guerre di brigantaggio oltre confine.

Il pesante clima bellicoso all’interno delle grandi potenze imperialiste è ancor più accentuato dall’irrigidirsi delle relazioni con la Russia e dal ritorno ad una specie di guerra fredda. Questo irrigidimento, che ha portato ad una serie di misure contro la Russia, ha però alcuni limiti. Le principali borghesie d’Europa, tedesca e francese in particolare ma anche italiana, hanno troppi interessi industriali, bancari e commerciali in Russia per comprometterli davvero, anche sotto la pressione degli Stati Uniti.

Il moltiplicarsi delle bande armate nella parte del mondo dominata dell’imperialismo, -e non tutte fanno riferimento al fondamentalismo islamico- è al tempo stesso la conseguenza e un fattore di peggioramento della disgregazione di un numero crescente di apparati di Stato insediati, protetti o comunque tollerati dall’imperialismo. Questa disgregazione non è di oggi. Oggi, però, essa riguarda, con il Medio oriente, una regione strategicamente ed economicamente importante per le potenze imperialiste.

In Africa i germi della decomposizione erano presenti negli apparati di Stato già a partire dal loro insediamento nel corso della decolonizzazione. Essi risiedevano nella natura stessa di questi Stati, destinati da un lato a dare una soddisfazione simbolica alle masse africane che volevano sbarazzarsi della schiavitù coloniale, e dall’altro a perpetuare il saccheggio imperialista. Fu questo carattere contraddittorio a fare sì che, sin dall’origine, i regimi di tali Stati fossero, nella migliore delle ipotesi, autoritari e, in generale, dittatoriali.
Pur esigendo da questi regimi la loro capacità di controllare i propri popoli, l’imperialismo non gliene dà i mezzi. I rappresentanti locali di questi apparati di Stato hanno come principale compenso il diritto illimitato di derubare il loro proprio popolo. I prelievi della casta dirigente e la sua corruzione si aggiungono al saccheggio imperialista.
Un posto all’Onu, una bandiera nazionale potevano compensare solo per un certo tempo il perpetuarsi della miseria delle massi povere. Un succedersi di colpi di Stato, di golpe militari, ha segnato la storia dell’Africa indipendente. Un sottoprodotto è l’emergere di bande armate. Alcune si accontentano di ricattare la popolazione per assicurare ai capibanda privilegi più o meno importanti e garantire ai loro subordinati il privilegio di disporre di un’arma, nonché dei mezzi di sopravvivenza che ne risultano. Altre cercano appoggi su basi etniche o religiose nella società.

La Somalia non ha mai ritrovato un apparato di Stato centralizzato dopo la caduta della dittatura di Siyad Barré nel 1992.

In Sierra Leone e in Liberia per parecchi anni l’apparato di Stato centralizzato ha lasciato il posto a bande armate rivali.

La Costa d’Avorio è rimasta per parecchi anni tagliata in due, tra il Nord sottomesso ai signori della guerra e il Sud sotto la presidenza di Gbagbo, secessione che fu superata solo dall’intervento delle truppe francesi -già presenti nel paese- che imposero la presidenza di Ouattara.

Più di recente, fu lo Stato maliano a rischiare di scomparire in quanto tale. Anche lì l’esercito francese ha giocato il ruolo di gendarme nel suo ex impero coloniale per ridare una parvenza di solidità all’apparato di Stato, che però non può fare a meno delle truppe francesi.

Nella Repubblica Centrafricana, l’intervento francese non ha fatto altro che aggiungere una banda armata in più a quelle che già si combattevano sul terreno, senza riuscire a porre fine al caos.

Per quanto riguarda la Libia, il processo di decomposizione prosegue dalla caduta di Gheddafi, decomposizione che continua ad avere un ruolo importante nella destabilizzazione di questa parte dell’Africa.
Nel Congo ex Zaire, il più esteso paese del continente, da parecchi anni il potere centrale non controlla più l’insieme del territorio. Le bande armate concorrenti, finanziate da agenzie che rappresentano gli interessi di grandi imprese in rivalità tra loro per il controllo delle immense ricchezze di materie prime di questo paese, hanno fatto più di 3 milioni di vittime, se alle vittime dirette si aggiungono quelle che sono morte di malattie o per malnutrizione derivanti dalla guerra.

La disorganizzazione degli eserciti nazionali di un certo numero di paesi dell’Africa spinge le potenze imperialiste a rafforzare la loro presenza sul continente. I soldati stranieri probabilmente non sono mai stati così numerosi in Africa da quando ci sono state le indipendenze. Spesso sono lì in nome dell’Onu, ma l’imperialismo francese è quello che ha le basi più presenti sul continente e i soldati e formatori di ogni genere più numerosi.

La fragilità dello Stato in Siria e la sua decomposizione in Iraq hanno conseguenze di un ben altro livello che non in Africa, in ragione dell’interesse strategico della regione, interesse dovuto alla ricchezza petrolifera così come alla posizione geografica.

Queste conseguenze minacciano le frontiere stabilite all’indomani della prima guerra mondiale e poi mantenute più o meno con modifiche. La configurazione della regione, stabilita sulle rovine dell’impero ottomano alla fine del conflitto mondiale, il suo frazionamento tra un gran numero di Stati, erano il riflesso di un certo rapporto di forze tra le potenze imperialiste vittoriose d’Europa, più particolarmente Francia e Gran Bretagna. Nonostante la sua durata, questo ordine era già estremamente fragile quando fu stabilito, tanto più che alla rivalità tra questi due imperialismi in declino si sarebbe aggiunta l’influenza crescente degli Stati Uniti.

La rivalità tra potenze imperialiste è rimasta più o meno nascosta ai tempi dell’Unione sovietica, geograficamente vicina e diplomaticamente presente. Dietro la complicità di fronte ad un nemico comune, i grandi trust del petrolio e dell’armamento erano però in permanente competizione tra di loro con il sostegno dei propri Stati. Obiettivo di questa competizione era il controllo sulle ricchezze petrolifere, i contratti d’armamento e, più in generale, le posizioni d’influenza presso i potentati della regione.

Oltre agli elementi di instabilità che derivano dalla rivalità tra potenze imperialiste e dai cambiamenti nei loro rapporti di forza, c’era la volontà deliberata e cosciente dell’imperialismo di servirsi in permanenza della rivalità tra gli Stati di una regione volontariamente frammentata.
Le relazioni tra gli Stati della regione, pur abitati da una popolazione che parla la stessa lingua -Siria, Iraq, Giordania, Libano, Arabia saudita, Yemen, Egitto, i territori coriandoli degli Emirati petroliferi- sono sempre state tumultuose, segnate da alleanze fugaci e soprattutto da antagonismi in procinto di trasformarsi in conflitti armati.
In questo gioco di divisione lo Stato d’Israele ha una parte particolare. Il governo americano, malgrado le reticenze dell’imperialismo inglese, che dominava la Palestina e non voleva provocare tensioni con alcuni dirigenti arabi da esso protetti, ha appoggiato l’istituzione d’Israele, con il sostegno del governo francese, con la prospettiva di prendere il posto della Gran Bretagna nella regione e soprattutto di fare di questo Stato un fedele alleato dell’imperialismo. A differenza degli Stati arabi, dei regimi senza contatto con i loro popoli, corrotti, contestati e suscettibili di essere rovesciati, lo Stato d’ Israele, al momento della sua creazione nel 1948, concretizzava le aspirazioni, il desiderio di darsi un paese di centinaia di migliaia di ebrei sopravvissuti alla barbarie del nazismo che né l’America, né le potenze europee volevano ospitare.

Esisteva la possibilità storica che questo popolo non fosse visto dalle masse arabe come un conquistatore ma come un amico. Le stesse differenze tra queste popolazioni potevano essere accolte come un contributo utile per tutta la regione. Tale possibilità si sarebbe potuta concretizzare solo con una politica coraggiosa volta a conquistare il cuore degli sfruttati e delle masse arabe povere nell’ambito di un’opposizione comune agli sfruttatori e oppressori tradizionali, quali i proprietari terrieri o i capitalisti locali, e soprattutto, nell’ambito di un’opposizione comune alle potenze imperialiste. Questo significava una politica rivoluzionaria di classe.

Ma l’unica politica proposta fu quella del sionismo, che mirava ad imporre lo Stato d’Israele al popolo palestinese con la violenza e con l’esproprio. Questa politica, sin dall’inizio, offriva al popolo ebreo israeliano la sola prospettiva di rafforzare i legami con le potenze imperialiste, di diventare un loro mercenario contro le masse arabe e di trasformarsi in un aguzzino dei palestinesi.

Fondato sull’oppressione del popolo palestinese, Israele è l’alleato e il braccio armato più affidabile dell’imperialismo contro tutti i popoli arabi vicini. Esso consente, inoltre, ai regimi arabi, anche ai più servili all’imperialismo come l’Arabia Saudita o gli Emirati del petrolio, di nascondere le loro politiche reazionarie dietro declamazioni contro Israele. Lo Stato d’Israele, parte essenziale del sistema di dominio dell’imperialismo nella regione, in cambio del continuo sostegno a quest’ultimo nell’oppressione del popolo palestinese, è condannato ad una politica catastrofica per questi due popoli mischiati tra loro, mentre una convivenza fraterna sarebbe nell’interesse della loro stragrande maggioranza.

Pur spezzettando il Medio Oriente, l’imperialismo non ha mai riconosciuto il diritto di alcuni popoli, come i curdi, all’esistenza nazionale nonostante la rivendichino da decenni.

L’atteggiamento delle potenze coalizzate contro lo "Stato islamico" riflette il cinismo con cui esse giocano con le aspirazioni e la vita dei popoli. Utilizzano i Peshmerga curdi in quanto sono l’unica forza armata che si oppone ai jihadisti dopo il crollo dell’esercito iracheno. Ma, allo stesso tempo, rifiutano di consegnare loro le armi necessarie per respingere i jihadisti ben armati. Non vogliono rischiare di dare ai curdi i mezzi che creerebbero problemi agli Stati in cui sono dispersi, in primo luogo la Turchia, un altro importante alleato militare degli Stati Uniti nella regione.

I bombardamenti aerei, l’unica forma di sostegno ai curdi, hanno certamente fatto più vittime tra la popolazione che tra i jihadisti. E l’immagine dei carri armati dell’esercito turco, che rimaneva fermo nell’attesa della presa di Kobané da parte dei jihadisti ma impediva ai curdi di Turchia di unirsi a quelli della Siria per combattere al loro fianco, ha riassunto tutta l’infamia della politica delle potenze imperialiste.
Da questa frammentazione della regione tra Stati rivali derivano necessariamente un nazionalismo virulento e l’oppressione dei popoli, di etnie o religioni minoritarie o semplicemente opposte alla squadra al potere.

Il Medio Oriente è sempre stato una polveriera. Fu la principale potenza imperialista, gli Stati Uniti, ad appiccare il fuoco quando decise di rovesciare Saddam Hussein.

La recente proliferazione di gruppi armati che fanno riferimento all’Islam si colloca nella lunga serie di proteste e rivolte che l’imperialismo ha causato durante tutta la sua storia.

Espressione del dominio di una piccola minoranza privilegiata che saccheggia tutto il pianeta, l’imperialismo può mantenersi solo se cerca di mettere ogni Stato e ogni popolo gli uni contro gli altri, generando, in caso di bisogno, bande armate di cui si serve finché sono utili e che chiama "nemici pubblici" quando non servono più nell’immediato.
I 69 anni che ci separano dalla fine della seconda guerra mondiale hanno visto una moltitudine di guerre locali, regionali, di scontri più o meno violenti.

Prima del crollo dell’Unione Sovietica e della fine della divisione del mondo in due blocchi, molti di questi conflitti s’inserivano nella cosiddetta guerra fredda, che era fredda solo tra i due campi principali. Non lo era in Corea o nel Vietnam, e, più in generale, al limite delle due zone d’influenza. Ben oltre le zone di confine dei due blocchi, i numerosi conflitti locali che laceravano l’Africa o l’Asia davano luogo ad una lotta d’influenza tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, in modo felpato o violento. L’opposizione tra i due blocchi dava una colorazione alla maggior parte dei conflitti, ma senza esserne la ragione di fondo.
La burocrazia spesso cercava di trarre vantaggio, se non altro nel campo diplomatico, dai conflitti locali. Ma era il peso dell’imperialismo, con il saccheggio economico e con il sostegno alle dittature, a suscitare continuamente rivolte e conflitti.

La burocrazia stalinista, da parte sua, conduceva guerre di oppressione nella sua area di influenza (direttamente in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968, indirettamente in Polonia nel 1981 tramite il regime militare di Jaruzelski), per non parlare delle provocazioni come l’installazione di missili sovietici a Cuba o delle avventure militari ai confini della sua area, come in Afghanistan.
Ciò che accade da quando è crollato il blocco sovietico dimostra che la costante rimessa in discussione dell’ordine imperialista non veniva dall’Unione sovietica ma da ragioni inerenti alla dominazione imperialista stessa.

Solo gli imbecilli o i pennivendoli potevano intravedere nella scomparsa della divisione del mondo in due blocchi la promessa di un’era di pace universale! Le tensioni sotterranee che tormentano continuamente l’ordine imperialista sono solo state nascoste per qualche tempo dall’euforia distillata dai dirigenti del mondo imperialista che strombazzavano la vittoria riportata sul campo sovietico. Ma queste tensioni continuavano ad agire, crescevano e si allargavano verso la zona prima controllata dall’Unione sovietica.

Anche i più ingenui di quelli che nelle classi popolari delle ex democrazie popolari si aspettavano dal reinserimento nel campo occidentale di avere i magazzini pieni hanno rapidamente scoperto la disoccupazione che non ne consentiva l’accesso. E quelli che si rallegrarono della fine della dominazione della burocrazia sovietica sulla casta politica locale scoprivano un’altra forma di dominio, quello delle grandi aziende occidentali che si appropriavano di tutto ciò che nell’industria locale poteva essere redditizio, e demolivano il resto.
Non solo per 25 anni il mondo non ha conosciuto un’era di pace, ma ci sono stati altrettanti o addirittura più conflitti, e meno controllabili. Infatti, se la burocrazia sovietica sapeva usare questi conflitti per promuovere i suoi interessi diplomatici, aveva anche la capacità di moderarli o addirittura di soffocarli.

La burocrazia sovietica, mentre appariva come il polo dominante dell’opposizione all’imperialismo, al tempo stesso svolgeva la parte del gendarme nella propria area di influenza. Quando la burocrazia sovietica non ebbe più la volontà, né probabilmente la capacità, di avere questo ruolo nei confronti dei paesi delle democrazie popolari, questi ultimi hanno immediatamente aderito al campo dominato dall’imperialismo.

A sua volta, la disgregazione dell’Unione Sovietica ha aperto un nuovo campo ai giochi d’influenza delle potenze imperialiste, rivali tra di loro ma complici nel prendere il posto lasciato vacante dalla Russia negli Stati che avevano fatto parte del l’Unione.

Prima che i vertici della burocrazia, nella persona di Eltsin e dei suoi compari ucraino e bielorusso, decidessero di sciogliere l’Unione Sovietica, la burocrazia stalinista l’aveva trasformata in una vasta prigione per i popoli e non solo aveva soffocato la speranza immensa aperta dalla Rivoluzione d’Ottobre ai popoli oppressi dallo zarismo, ma aveva suscitato e poi esacerbato le tendenze centrifughe.
Parlando della "questione ucraina" alla vigilia della seconda guerra mondiale, Trotsky affermava: "nonostante il grande passo in avanti fatto dalla Rivoluzione d’Ottobre nel campo delle relazioni nazionali, la rivoluzione proletaria, isolata in un paese arretrato, si è dimostrata incapace di risolvere la questione nazionale, in particolare la questione ucraina, che fondamentalmente ha un carattere internazionale. La reazione termidoriana coronata dalla burocrazia bonapartista ha respinto le masse lavoratrici molto indietro anche nel campo nazionale". E concludeva: "è questo fatto che la politica rivoluzionaria, a differenza del burocrate e del settario, deve prendere come punto di partenza ".

Se lo sviluppo economico in un quadro pianificato ha contribuito a rafforzare l’Unione, l’oppressione del Cremlino poteva solo rafforzare le tendenze centrifughe. La burocrazia non ha risolto la questione nazionale in URSS. L’ha solo soffocata e nascosta, lasciando dietro di sé bombe a scoppio ritardato. Il terreno era stato preparato per le manovre imperialiste.

Lo scioglimento della Jugoslavia e il lungo periodo di scontri armati tra gli Stati che la componevano hanno prefigurato ciò che sta accadendo in Ucraina. Se i clan politici nazionalisti sloveno, serbo, croato, kosovaro, ecc, hanno avuto un ruolo di primo piano nell’ennesima guerra dei Balcani, causando ancora più morti di quelle che precedettero la prima guerra mondiale, gli imperialismi europei, francese, tedesco o inglese, hanno giocato a fare i pompieri piromani.
Due decenni dopo, la popolazione ex jugoslava non ha ancora superato le conseguenze economiche e soprattutto umane di quella guerra. Gli Stati sorti dallo spezzettamento dell’ex Jugoslavia, economicamente e demograficamente deboli, sono strumenti facili da gestire per le potenze imperialiste e, inoltre, sono incapaci di risolvere democraticamente la questione delle minoranze nazionali presenti sul proprio territorio. L’edificio surrealista della Bosnia è l’esempio più evidente della fragilità di questi Stati, ma non è l’unico.

Se, per ragioni sia storiche che di vicinanza geografica e di dimensioni, i tre Stati baltici hanno subito aderito prima al campo occidentale e poi all’Unione europea, il gioco economico, politico e diplomatico delle potenze imperialiste ha seguito percorsi diversi nei confronti degli Stati nati dal crollo dell’URSS.

La fine della dittatura stalinista ha portato a galla una serie di antagonismi precedentemente nascosti (Armenia contro Azerbaigian, secessione di Abkhazia e Ossezia del Sud dalla Georgia, minoranza russa (già!) e ucraina contro lo Stato moldavo, ecc). Le potenze imperialiste, in particolare europee, apertamente o in modo discreto, sono diventate attrici nei conflitti nati da questi antagonismi e quindi li amplificano.

Il conflitto in Ucraina, però, ha assunto un’importanza ben maggiore di ciò che è successo in Georgia. L’Ucraina è un grande paese con una popolazione di oltre 40 milioni. A causa dei legami secolari esistenti con la Russia e dell’interdipendenza economica e demografica dei due paesi, la burocrazia russa, il cui potere si è di nuovo consolidato dopo la sostituzione di Eltsin con Putin, non poteva accettare che l’Ucraina passasse completamente nell’area d’influenza dell’Unione europea e ancor meno che aderisse alla NATO.

L’Unione europea, con l’offrire all’Ucraina una forma di cooperazione economica, senza però dare nulla in cambio, e soprattutto gli Stati Uniti, con il progetto di fare aderire l’Ucraina all’Alleanza Atlantica, hanno giocato con il fuoco. Ma è Putin che essi accusano di piromania.
I due campi - l’imperialismo e il Cremlino - condividono la responsabilità della situazione in Ucraina, le cui conseguenze sono sin d’ora pesanti per la popolazione di questo paese. I morti già si contano a migliaia e le distruzioni si sono aggiunte all’impoverimento di una regione già disastrata dalla rottura di numerosi legami economici in seguito al crollo dell’URSS.

Peggio ancora, il conflitto rischia di aizzare l’uno contro l’altro i popoli della Russia e dell’Ucraina e, all’interno dell’Ucraina, le componenti di lingua ucraina e e di lingua russa della popolazione (per non parlare di altre minoranze nazionali - ruteni, slovacchi, rumeni, ungheresi, cechi – che subiscono anche loro gli effetti del conflitto). Dopo la Jugoslavia, è in un’altra parte importante dell’Europa che la guerra sta dilagando.
La democrazia borghese, che è stata a lungo il regime politico delle potenze imperialiste, era basata sulla schiavitù dei popoli coloniali.
Il nazismo in Germania aveva già mostrato a che punto tale forma di regime era instabile, anche in paesi materialmente e culturalmente sviluppati. Durante la seconda guerra mondiale, tutte queste "democrazie imperialiste" si sono trasformate in regimi militari.

La crisi attuale per ora sta solo accentuando il discredito della democrazia borghese come dimostra, tra le altre cose, la crescita elettorale delle cosiddette formazioni populiste.

I riformisti di ogni genere accusano la "globalizzazione" che, instaurando l’onnipotenza dei mercati finanziari mondiali, avrebbe tolto allo Stato i mezzi d’intervento. È una vecchia abitudine del riformismo nascondere la concreta lotta delle classi dietro astrazioni.

Dietro i "mercati finanziari", c’è la stessa grande borghesia imperialista che è dietro gli Stati imperialisti. I parlamenti nazionali, anche nei paesi più democratici, non sono mai stati altro che camere di archiviazione, e i governi nazionali comitati esecutivi della grande borghesia. Gli attuali sviluppi mettono in luce questo fatto indiscutibile: a dominare il mondo sono il grande capitale e la classe borghese, e lo stanno portando al disastro.

Un’espressione di questa crisi della democrazia imperialista è anche quella di attivare i semi della dissoluzione tra componenti nazionali di paesi in cui sembrava che il problema fosse stato risolto in passato.
Vecchi antagonismi appaiono o ricompaiono: tra Fiamminghi e Valloni in Belgio; Scozzesi e Inglesi in Gran Bretagna; nazionalisti catalani di fronte allo Stato spagnolo.

Tutto ciò rimane ancora, essenzialmente, all’interno del funzionamento della democrazia imperialista. Ma questi fenomeni sono l’espressione di una regressione nel corso della storia. L’imperialismo "fase senile del capitalismo" corrode anche le "unità nazionali" che lo sviluppo capitalistico avviato dalla borghesia aveva istituito nel suo periodo di ascesa.

Per quanto riguarda gli Stati dell’Europa centrale e dei Balcani, essi sono preda delle stesse forze che hanno portato alla dissoluzione della Jugoslavia. L’ascesa dei nazionalismi opposti, dell’irredentismo, delle rivendicazioni territoriali aperte o mascherate, è visibile da più anni, ma è di una virulenza crescente.

In questi paesi dalle popolazioni mescolate, le divisioni territoriali operate durante e dopo la Prima e la Seconda guerra mondiale, offrono un terreno tanto più favorevole alle attività dei gruppi di estrema destra in quanto nessuno dei regimi presunti democratici insediati dopo la fine del controllo sovietico ha potuto o voluto assicurare alle proprie minoranze l’esercizio dei loro diritti nazionali.
Questa regressione appare in una moltitudine di aspetti della vita sociale. Essa si palesa con il rafforzamento delle idee reazionarie, il crescente peso della religione e delle chiese nella società.

Il capitalismo decadente non apre alcuna prospettiva, non offre alcuna speranza alla società. Forse non c’è niente di più emblematico della disperazione suscitata in questa società senza prospettive che l’attrazione esercitata, su una pur minuscola frazione della gioventù, da bande armate che combattono in nome di idee medievali.

Se i gruppi armati fondamentalisti esprimono, anche molto indirettamente, una contestazione dell’ordine imperialista mondiale, è evidente che non aprono alcuna prospettiva e completano l’azione dell’imperialismo per fare tornare indietro la società. L’ordine imperialista delle cose, cioè la legge delle grandi multinazionali capitaliste, si avvale dal caos politico.

L’imperialismo, con i conflitti locali che si moltiplicano, raccoglie la tempesta che ha seminato. Nessuno può prevedere a cosa può portare tale evoluzione.

L’imperialismo, nel gioco di divisioni e antagonismi che ha sollevato tra i popoli, ha lasciato un gran numero di bombe ad orologeria, e nessuno può giurare che l’aggravarsi della crisi, o semplicemente la sua durata, non ne provocherà l’esplosione.

Basti pensare solo alle relazioni tra India e Pakistan, entrambe potenze nucleari! Oppure a quelle tra India e Bangladesh, il cui confine è segnato da un muro di 3.000 km di lunghezza che, in gran parte, taglia in due pezzi la popolazione bengalese. L’esistenza di questo muro, come gli altri simili che si frappongono tra Israele e Palestina, tra il Messico e gli Stati Uniti, intorno a Ceuta e Melilla o che circondano l’Europa di Schengen è una delle espressioni più infami di un ordine imperialista in putrefazione. Mentre la globalizzazione capitalista porta ad un’interdipendenza economica e finanziaria senza precedenti, mentre i mezzi di comunicazione e di trasporto moderni fanno delle frontiere nazionali un doloroso anacronismo, il regno dell’imperialismo spinge la società verso la decomposizione e il caos.

Se è vero che il titolo della copertina della rivista Courrier International "Domani, la terza guerra mondiale?" sa di sensazionalismo giornalistico, forse però si può dire che si sta assistendo alla globalizzazione di guerre locali. Dopo le due guerre mondiali che avevano opposto due campi imperialisti rivali, l’imperialismo sta forse tracciando un altro percorso verso la barbarie.

Solo la rinascita del movimento operaio rivoluzionario potrà aprire una prospettiva all’umanità.

Per oltre un secolo, il movimento operaio politico ha influenzato, direttamente o indirettamente, non solo le relazioni sociali all’interno di vari paesi, ma anche le relazioni internazionali.

Quando nel 1848 Marx affermava nel Manifesto comunista che "uno spettro si aggira per l’Europa," era un’anticipazione. Con la Comune di Parigi, tale anticipazione assunse per la prima volta una espressione concreta.

Meno di mezzo secolo dopo questo primo tentativo del proletariato di strappare il potere della borghesia e dodici anni dopo la rivoluzione del 1905 in Russia, il proletariato prese il potere in questo paese. Ciò costituiva una minaccia per l’ordine capitalista in tutta Europa.
Nonostante il fallimento della rivoluzione proletaria negli altri paesi, nonostante la degenerazione burocratica dell’Unione Sovietica rimasta isolata, l’ottobre del 1917 ha continuato a pesare sulle relazioni internazionali durante tutto il Novecento. Ciò si è verificato in primo luogo per il peso nelle relazioni internazionali dell’URSS burocratizzata che, pur diventata un fattore di stabilizzazione dell’ordine imperialista mondiale, allo stesso tempo rimaneva un polo d’opposizione. La sua semplice esistenza era un incoraggiamento per le masse dei paesi poveri e una specie di riferimento.

Fino ad un certo punto, il terzomondismo con le sue varianti maoista o castrista, lontani discendenti ed echi molto distorti della Rivoluzione d’Ottobre, ancora pesavano sulle relazioni internazionali.

Tuttavia, col tradire l’eredità dell’ottobre 1917, lo stalinismo ha distrutto la filiazione con il movimento operaio rivoluzionario. Così parecchie generazioni sono state tradite e demoralizzate.

Quando la burocrazia ha tirato le somme sciogliendo l’Unione Sovietica, la rottura con il passato fu consumata e aprì lo spazio ad una moltitudine di forze una più reazionaria dell’altra, dalle correnti etniche alle correnti nazionaliste o islamiste, che si sono candidate alla leadership dei movimenti di protesta che l’imperialismo non ha mai cessato di suscitare.

Il Programma di transizione inizia con l’affermazione che "La situazione politica mondiale nel suo complesso si caratterizza innanzitutto con la crisi storica della direzione del proletariato”. E prosegue: "La premessa economica della rivoluzione proletaria ha toccato da tempo il punto più alto che possa essere raggiunto sotto il capitalismo. (...) Le crisi congiunturali, nelle condizioni della crisi sociale di tutto il sistema capitalista, soverchiano le masse di privazioni e sofferenze sempre crescenti. La crescita della disoccupazione approfondisce, a sua volta, la crisi finanziaria dello Stato e mina sistemi monetari scossi. I governi, sia democratici che fascisti, vanno da un fallimento all’altro. La borghesia stessa non vede via d’uscita".

Quanto queste righe scritte da Trotsky alla vigilia della seconda guerra mondiale sembrano descrivere la situazione che oggi si sta delineando!
Da allora, con la complicità della burocrazia stalinista, la borghesia ha evitato una nuova ondata di rivoluzioni proletarie. Il suo regno è stato prolungato per diversi decenni. La crisi attuale, tuttavia, dimostra che essa non ha superato le sue contraddizioni fondamentali.

Durante questi decenni, i cosiddetti partiti comunisti hanno seguito il percorso dei cosiddetti partiti socialisti per inserirsi completamente nel mondo capitalista e diventare parte dei suoi meccanismi prima di scomparire come direzioni delle lotte della classe operaia.

La crisi di direzione del proletariato non è stata superata. Le vecchie direzioni sono morte in quanto tali, senza che una nuova direzione prendesse il loro posto.

Pur sottolineando l’importanza fondamentale "della crisi della direzione rivoluzionaria" per l’umanità, Trotsky tuttavia aggiungeva questa osservazione: "L’orientamento delle masse è determinato in primo luogo dalle condizioni oggettive del capitalismo decadente; in secondo luogo, dalla politica di tradimento delle vecchie organizzazioni operaie. Di questi due fattori, quello decisivo è, ovviamente, il primo: le leggi della storia sono più forti degli apparati burocratici".

L’affermazione conserva tutta la sua attualità. Le leggi della storia continuano ad agire anche se molti fattori, tra cui i successivi tradimenti della socialdemocrazia e dello stalinismo, spiegano perché esse agiscono più lentamente di ciò che i rivoluzionari possano aspettarsi.

Il capitalismo imperialista è in un vicolo cieco e la classe operaia come forza sociale non è scomparsa. È presente in molti paesi dove, ai tempi di Lenin e a maggior ragione di Marx, esisteva solo come embrione, o addirittura non esisteva.

Essa dà prova della sua combattività in un gran numero di paesi, dalla Cina al Sudafrica o al Bangladesh. Una moltitudine di forze politiche ambiscono a canalizzare questa lotta, ma tutte rimangono sul terreno della borghesia, dai riformisti di ogni genere ai più reazionari.
Toccherà alle generazioni future ridare vita alle tradizioni del comunismo rivoluzionario, con le sue lotte del passato e le sue esperienze. Ovunque si pone la questione di ricostruire partiti comunisti rivoluzionari, questione che si intreccia con quella della rinascita di un’Internazionale comunista rivoluzionaria.

Nessuno può prevedere come e per quali percorsi le idee comuniste rivoluzionarie potranno ritrovare la strada verso la classe operaia, classe sociale a cui erano destinate ai tempi di Marx, poi di Lenin e Trotsky. Ma questa classe, ancora oggi, è l’unica che possa, impadronendosi di queste idee, trasformarle in un’esplosione sociale in grado di rovesciare il capitalismo.

13 ottobre 2014


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