Internazionale

L’economia capitalistica in crisi: Nuovi passi verso il precipizio

Testo votato dal congresso di Lutte Ouvrière di dicembre 2014 (da “Lutte de classe” n° 164, dicembre 2014 – gennaio 2015)

L’economia capitalistica, malgrado alcuni rimbalzi, reali o immaginati, non riesce ad uscire dalla fase di aggravamento della crisi scatenata dalla crisi finanziaria del 2008.

Nell’Unione Europea, il tasso di crescita medio del prodotto interno lordo (PIL) su sei anni è vicino allo zero. Questa media nasconde delle disparità anche tra i paesi imperialisti dell’Europa occidentale: il PIL dell’insieme della zona euro, ad esempio, nel secondo trimestre 2014 è ancora del 2,5% inferiore al suo livello di inizio 2008. In Spagna e in Italia l’arretramento è rispettivamente del 9,1% e del 6,3% (Alternatives économiques – ottobre 2014). Poiché il PIL è una nozione vaga, ancora più importanti sono gli indici che misurano la produzione industriale. Essi sono ancor più nettamente al di sotto del livello ante 2008. Gli investimenti delle imprese private hanno subito un colpo di freno brutale dopo la crisi finanziaria da cui non si sono ancora ripresi. Contrazione «senza precedenti dalla creazione della zona euro» (Centre d’Etudes Prospectives et d’Informations Internationales – CEEPII). Lo stesso CEEPII aggiunge che «l’Europa non è la sola regione coinvolta. La debolezza mondiale degli investimenti è stata evidenziata dalla presidenza australiana del G20 nel 2014. Essa è stata ugualmente rilevata dal FMI come una fonte (...) d’indebolimento della crescita potenziale nel mondo sviluppato.». E il coro dei dirigenti politici e dei commentatori economici rincara la dose: «Rilanciare gli investimenti resta dunque nel 2015 una posta in gioco di politica economica maggiore...». Sì, ma come? Le imprese non investono perché non credono in un ampliamento del mercato. In quanto agli Stati, essi non possono farlo perché sono indebitati fino al collo. Al contrario, questi sono impegnati a tagliare le proprie spese, comprese quelle per gli investimenti indispensabili nei servizi pubblici, nelle infrastrutture.

Se, per qualche anno, la Germania ne è uscita meglio degli altri paesi dell’Unione Europea, nel 2014 essa sta precipitando verso la recessione. Anche negli anni in cui il suo PIL era ancora in crescita relativa in rapporto agli altri paesi d’Europa, e in cui la capacità d’esportazione tedesca era presa ad esempio in Francia – principalmente per giustificare i discorsi sulla necessità di una maggiore competitività per i salari francesi –, la Germania stava accumulando ritardo in materia di investimenti. Il tasso d’investimento del settore privato è passato, tra il 2000 ed il 2013, dal 21% al 17% malgrado l’accumulazione ottenuta grazie alle esportazioni. L’arretramento degli investimenti pubblici è ancora più grave. Nel 2013, la loro parte nel PIL non rappresenta che l’1,6%, nettamente inferiore alla media della zona euro (2,1%). Il colmo è che la parte degli investimenti pubblici in rapporto al PIL della Germania è persino inferiore a quella della Polonia o della... Grecia! (statistiche Eurostat). Il risultato è un rapido deterioramento delle infrastrutture in Germania che sta diventando un handicap per l’economia tedesca. Come lo riassume la pubblicazione Der Spiegel: «Gli industriali tedeschi vendono vetture e macchine d’eccellente qualità nel mondo intero, ma, quando una scuola subisce un deterioramento, sono i genitori che devono finanziare i lavori. Le imprese e le famiglie possiedono miliardi di euro ma un ponte autostradale su due ha un gran bisogno d’essere rinnovato» (citato da Courrier international).

La Germania può vantare ancora un tasso di disoccupazione che resta inferiore alla media della zona euro. Almeno una parte di questo basso livello di disoccupazione, tuttavia, è dovuta alle leggi Hartz che riducono la durata dei versamenti e l’ammontare delle indennità di disoccupazione, e che obbligano a fare assunzioni sottopagate, mini lavori a tempo parziale. La pretesa vittoria sulla disoccupazione consiste essenzialmente nel liberare una manodopera a buon mercato a beneficio del padronato tedesco.

La ripresa dell’economia degli Stati Uniti, presentata degli economisti borghesi come una speranza, lo è davvero solo per i profitti delle imprese. Questi sono ritornati al livello più elevato dal 1947. Le imprese hanno utilizzato i loro profitti record per arricchire i propri azionisti distribuendo 900 miliardi di dollari in dividendi nel 2013, circa 100 miliardi in più di quelli che esse avevano distribuito negli anni fasti prima della crisi. Le 30 società dell’indice Dow Jones hanno riacquistato 211 miliardi delle proprie azioni nel 2013, per la felicità dei venditori e degli altri azionisti.

Ben più importante per le masse operaie, nel bilancio degli ultimi anni di crisi, è la disoccupazione. L’amministrazione Obama si è vantata di una riduzione della disoccupazione negli Stati Uniti: il 5,9% nel settembre 2014 che rappresenta un calo del 1,3% in un anno. Ciò vuol dire nondimeno 9,3 milioni di disoccupati nella principale economia capitalistica del mondo. In realtà, anche le statistiche ufficiali riconoscono che ci sono più di 7,1 milioni di salariati a tempo parziale obbligatorio – nei fatti, disoccupati parziali – e che il numero di coloro che, scoraggiati, non cercano più il lavoro, è di 2,2 milioni. Il tasso di disoccupazione reale è il doppio del6% dichiarato. Più significativo del tasso di disoccupazione è l’evoluzione del numero di salariati a tempo pieno. Nel 2007 ce n’erano 121 milioni. Nel settembre 2014 erano 119,8 milioni, cifra in calo mentre la popolazione americana è aumentata di 18 milioni di persone. Al di là delle manipolazioni statistiche – di cui gli Stati Uniti non hanno certamente il monopolio –, la realtà è che la proporzione degli americani in età lavorativa che occupano un impiego non è mai stata così debole dal 1978.

Un certo numero di paesi emergenti, per molti anni, sono stati presentati come il motore della crescita mondiale. Presentati sotto l’acronimo BRICS, che sta per Brasile, Russia, India, Cina, Africa del Sud – ai quali a volte si aggiunge la Turchia, l’Indonesia, e persino la Corea del Sud -, essi stanno smentendo gli ottimisti che vedevano in loro una speranza per l’economia capitalistica mondiale. Il tasso di crescita ufficiale in Cina resta ancora elevato. Ma è in diminuzione. Di circa il 10% tra il 2000 ed il 2010, esso orbita quest’anno intorno al 7%. Qual è, in tale crescita del PIL, la parte di sviluppo industriale – reale – e quale dell’immobiliare con i rialzi di prezzo e la speculazione che la circondano? Il tasso di crescita elevato del PIL della Cina, per molti aspetti, ricorda quello della Spagna di qualche anno fa,quando quel paese caracollava in testa in Europa occidentale... Fino allo scoppio della bolla immobiliare, il crollo del settore, l’arresto delle costruzioni che trascinò nella recessione tutta l’economia spagnola. Ora, nell’immobiliare, che conta per circa il 15% nel PIL cinese, la crisi sembra essere già iniziata. In un gran numero di città importanti, il volume delle transazioni si è ridotto brutalmente nel primo trimestre del 2014, ponendo fine alla frenesia di costruire. Dato il pesante indebitamento delle amministrazioni locali, che hanno largamente finanziato questa febbre immobiliare, si profila la minaccia di una grave crisi finanziaria e bancaria.

La Cina gioca da molti anni un ruolo di trascinamento in particolare nei confronti dell’Africa sub sahariana e del Brasile. Una parte importante delle esportazioni delle materie prime d’Africa si è fatta per rispondere alla domanda cinese (50% per i minerali, 25% per il petrolio grezzo). Quanto al Brasile, poiché il 20% delle sue esportazioni è diretto verso la Cina, il semplice rallentamento della crescita cinese si traduce automaticamente in un rallentamento più grave. Questo motivo, insieme ad altri, fa sì che il Brasile sprofondi nella recessione.
Ecco che quest’anno, i BRICS mostrano le crepe... Il Brasile è in recessione, l’economia russa è nel contempo colpita dal calo del prezzo del petrolio, la sua principale risorsa, dallo stato di guerra con l’Ucraina e dalle conseguenze delle misure punitive occidentali. E in India, la crescita cala al suo livello più basso da dieci anni.

L’arretramento mondiale della produzione si traduce in un ribasso dei prezzi delle materie prime. L’indice dei prezzi dei metalli ha perso il 9,6% in un anno. Il prezzo del minerale di ferro è sceso quest’anno del 41%, il suo livello più basso da 5 anni (statistiche MineralInfo). In questi settori, la produzione è sotto il controllo dei grandi trust internazionali, di cui l’industria petrolifera è l’archetipo. Questi trust reagiscono con una politica malthusiana che provoca chiusure di miniere, in particolare quelle di ferro, e licenziamenti che affliggono l’economia dei paesi produttori.

Le grandi imprese capitalistiche, i cui profitti sono elevati ma che non investono, sono ricolme di liquidità. Le Monde Économie, qualche tempo fa, ha stimato a 2000 miliardi di dollari (1443 miliardi di euro) l’ammontare delle liquidità accumulate in questi ultimi anni dalle 2300 più grandi imprese americane non finanziarie. Cifra che, afferma Le Monde, «dà le vertigini... (poiché) rappresenta l’equivalente del prodotto interno lordo della Russia. Un bottino di guerra gigantesco che non chiede oggi che di essere investito». Soltanto che non si tratta d’investimenti nel senso della creazione di nuovi mezzi di produzione ma, nel migliore dei casi, di riacquisizioni di imprese esistenti, e, nel peggiore, di investimenti speculativi. L’evoluzione della realtà economica è dissimulata dallo slittamento semantico.

Oltre all’infinita diversificazione della produzione e dei consumi fin da Marx, oltre la sofisticazione del mercato finanziario, l’economia capitalistica si scontra con la contraddizione fondamentale del suo funzionamento: quella tra la capacità di accrescere la produzione che è illimitata ed i limiti del mercato, vale a dire dei consumi solvibili. Le imprese capitalistiche possono anche avere di che investire largamente, possono anche avere, con un numero crescente di disoccupati, manodopera disponibile, esse non investiranno se non possono vendere la merce prodotta con profitto. Ora, il mercato globale non si amplia più da decenni, o si amplia molto poco. E dall’aggravamento della crisi a partire dal 2008, l’aumento della disoccupazione e le molteplici misure che attentano al potere d’acquisto delle masse popolari riducono ancor di più la capacità di consumo solvibile delle grandi masse.

Le stesse leggi fondamentali del funzionamento capitalistico dell’economia spingono permanentemente la classe capitalistica a trasformare i profitti accumulati in capitali suscettibili di produrre nuovi profitti. Dal momento che la saturazione dei mercati del consumo popolare non spinge ad investire nella produzione, i profitti accumulati nel capitale si orientano sempre di più verso l’utilizzo finanziario. Le offerte aggressive finalizzate a tentare di mettere le mani sulle imprese concorrenti ne sono parte. Il giornale Les Échos constata che «le OPA: gli attacchi ostili, raggiungono un picco storico nel mondo. Attaccare per difendersi, è la regola che s’impone sul mercato delle fusioni acquisizioni. Dall’inizio dell’anno, 545 miliardi di dollari di valori combinati di imprese sono stati orientati verso le acquisizioni aggressive. Mai i tentativi ostili di assumere il controllo hanno raggiunto questa scala, neppure negli anni 2000 o addirittura negli anni 70».

Tali operazioni hanno per conseguenza, come in tutte le crisi dell’economia capitalistica, un aumento della concentrazione dei capitali. Questa concentrazione non si traduce in una razionalizzazione della produzione. Essa è, essenzialmente, finanziaria. Secondo Attac, 147 multinazionali controllano il 40% dell’economia mondiale. La capacità di esibire la propria potenza finanziaria assorbendo i propri concorrenti diventa un elemento della speculazione borsistica.
L’accumulazione del profitto delle imprese, che le pone così alla testa di liquidità considerevoli, è tratta dallo sfruttamento rafforzato dei lavoratori: dalla compressione dei salari, dalla flessibilità, dall’aumento dei ritmi di lavoro. Per la grande borghesia che monopolizza la proprietà delle fabbriche, delle macchine e dei mezzi di produzione, demolire le condizioni di vita dei lavoratori è un imperativo finalizzato a salvaguardare e ad accrescere la sua fortuna malgrado la crisi. Per gli azionisti delle grandi imprese, la crisi non è una calamità, ma una opportunità da cogliere. E’ grazie alla crisi che le imprese più potenti mettono le mani su quelle più deboli per concentrare il potere economico nelle mani di un numero ristretto di grandi borghesi.
L’impossibilità per l’economia capitalistica di superare la propria crisi, ecco la ragione fondamentale dell’aggravamento della guerra di classe portata dalla classe capitalistica contro i lavoratori e dell’impoverimento delle classi popolari che ne deriva. In questa guerra di classe, gli Stati sono interamente al servizio degli interessi della grande borghesia: non soltanto essi danno alle imprese private ogni mezzo per aggravare lo sfruttamento riducendo i pochi benefici di legge concessi nei periodi più prosperi dell’economia capitalistica per salvaguardare la pace sociale, ma assumono loro stessi la funzione di commessi per prelevare sulla classe operaia, e più in generale sulle classi popolari, di che alimentare la finanza. Tutti gli Stati del mondo capitalistico conducono una politica d’austerità. Dietro le molteplici forme sotto cui questa politica è condotta e la varietà delle «giustificazioni» menzognere dei dirigenti politici che l’impongono, c’è lo stesso meccanismo fondamentale che drena somme crescenti dalle tasche delle classi popolari a quelle del grande capitale. «pagare il debito», assicurare il versamento continuo degli interessi, è il leitmotiv di una economia capitalistica decadente e in crisi, un leitmotiv imposto dagli Stati e ripreso in coro come una verità elementare dai politici e dai media. Dietro ad esso c’è il capitale finanziario che preleva con brutalità la sua decima su tutta la società senza nemmeno passare attraverso la produzione e lo sfruttamento diretto.

La prima conclusione da trarre per i lavoratori è che l’aggravamento dello sfruttamento, coniugato alla crescente pressione finanziaria degli Stati, è una vite senza fine. Nulla può frenare tutto ciò tranne esplosioni sociali che minaccerebbero l’ordine borghese nel suo complesso. Ogni programma di difesa per i lavoratori deve riposare sulla chiara consapevolezza che, in questo periodo di crisi, la classe capitalistica è spinta, a causa del funzionamento stesso della sua economia, ad attaccarsi sempre più violentemente alle condizioni di vita della classe operaia. Non c’è nulla da aspettarsi dalla borghesia e da nessuna corrente politica che si pone nel quadro del capitalismo. La classe operaia non potrà difendere il suo diritto legittimo ad un posto di lavoro e ad un salario dignitoso che imponendolo con la lotta contro il grande padronato e lo Stato. Il Programma di transizione enunciato da Trotsky più di sette decenni fa, in un altro periodo di grave crisi dell’economia capitalistica, conserva tutta la sua attualità. Contro la disoccupazione, ripartizione delle ore di lavoro tra tutte le braccia disponibili, senza diminuzione di salario. Contro la riduzione del potere d’acquisto, scala mobile dei salari e aumento automatico in rapporto agli aumenti dei prezzi. Dal momento che queste rivendicazioni tirano direttamente in ballo la dittatura del capitale sulle imprese e, con ciò, la proprietà privata dei grandi mezzi di produzione, esse hanno un carattere eminentemente rivoluzionario. Ecco perché sono avversate dagli aperti difensori della proprietà capitalistica e trattate come utopiche dai difensori critici del capitalismo.

Oltre alla necessità di difendere le proprie condizioni di vita contro la guerra sempre più feroce condotta dalla grande borghesia in tale contesto di crisi, per la classe operaia si pone un altro problema ben più grande. La crisi finanziaria del 2008, che ha rischiato di sfociare in ciò che i dirigenti politici di questo mondo chiamano una «crisi sistemica», non è che l’ultimo in ordine di tempo dei sussulti dell’economia capitalistica. E’ ormai da quarant’anni che l’economia capitalistica va in crisi finanziaria nei periodi di recessione. Le crisi sono sempre più frequenti e gravi. Gli Stati sono impotenti e i loro governanti disorientati. Ogni iniziativa politica destinata a superare un problema ne provoca uno nuovo. Non si è avuto un crollo brutale come nel 1929. La crisi, tuttavia, non è stata superata, ma solo protratta nel tempo.

Iniettare del credito, vale a dire accrescere l’indebitamento, è stato il filo conduttore di tutte le iniziative destinate a supplire alla stagnazione del mercato. La finanziarizzazione continuamente crescente dell’economia che ne è risultata soffoca l’economia capitalistica. L’ammontare dell’indebitamento assume proporzioni che superano l’intelletto. E’ la misura del parassitismo del grande capitale.
«La consistenza del debito mondiale supera la soglia dei 100000 miliardi di dollari», segnalava il giornale Les Échos nel mese di marzo 2014, citando un rapporto della Banca dei regolamenti internazionali (BRI), una specie di banca centrale delle banche centrali. A questo livello, le cifre perdono ogni significato. Su questi 100000 miliardi il debito degli Stati rappresenta da solo 43000 miliardi. Esso è stato moltiplicato per 2,5 in appena 12 anni! In altri termini, il debito pubblico di ogni essere umano di questo pianeta ammonta a 6142 dollari! Ogni nuovo nato, compresi quelli più poveri dei paesi più poveri, viene al mondo con questo indebitamento! E nel frattempo, i dirigenti politici pontificano sulla necessità di «rimborsare il debito»...

Quest’ammontare mondiale del debito sembra irreale tanto è evidente che non potrà mai essere rimborsato. Al punto che alcuni economisti si stanno domandando se non sia meglio per il sistema annullarlo totalmente o parzialmente. Insomma, generalizzare su scala globale ciò che era stato fatto per un certo numero di paesi nel passato e per l’Argentina recentemente. Poiché lo Stato argentino aveva dichiarato il fallimento, i creditori – le grandi banche – avevano finito, dopo parecchi anni di trattative, per mettersi d’accordo sul «ristrutturare» il debito dell’Argentina ed accettare di veder ridotto del 70% il valore dei loro crediti. Meglio recuperare il 30% che niente del tutto. Inoltre, il fallimento dell’Argentina rischiava di trascinarne altri e di sfociare in una catastrofe finanziaria. Ma se dei creditori, detentori del 93% del debito hanno accettato questo accordo, alcuni fondi speculativi l’hanno rifiutato. Almeno uno di loro ha i mezzi di mobilitare un esercito di avvocati con competenze in diritto societario per esigere il rimborso dei propri crediti al loro valore nominale. Il colmo è che il fondo in questione non ha neppure fatto prestiti allo Stato argentino, esso ha riacquistato sul mercato finanziario dei titoli di debito per 50 milioni quando il prezzo di quei titoli aveva toccato il fondo. Dal momento che il valore nominale di questi riconoscimenti di debito era di 800 milioni di dollari, ciò ha rappresentato un profitto «modico» del 1500%! Quale produzione, quale investimento produttivo può rendere tanto? Questo «fondo avvoltoio», per quanto sia totalmente irresponsabile, persino nei confronti dell’interesse generale del sistema capitalistico, incarna le leggi e i valori di un sistema economico dove il profitto è re e dove l’interesse privato capitalistico è sacro. Quando Lenin affermava che un capitalista è capace di vendere la corda per impiccarlo, sapeva ciò che diceva.

Questo indebitamento mondiale gigantesco è stato accumulato nel corso dei sussulti della crisi economica di cui l’ultimo episodio è il credito illimitato aperto al sistema finanziario da tutti gli Stati imperialisti nel momento in cui, nel 2008, il sistema bancario mondiale minacciava di affondare (sotto forme differenti, questi crediti continuano ad essere erogati tanto dalla Banca federale degli Stati Uniti quanto dalla Banca centrale europea). Esso è mortalmente pericoloso per la società e non ha alcuna utilità per la stessa economia capitalistica. A giudicare dai piagnistei dei detentori di piccoli e medi capitali, ottenere del credito è più difficile che mai, mentre, nel contempo, mai il mondo capitalistico ha avuto a disposizione tanto denaro e credito di ogni genere. Ma solo i più potenti sono ammessi a giocare nella corte dei grandi. Il mercato del debito e delle moltitudini di titoli che lo rappresentano – titoli di debiti sovrani dei vari Stati, obbligazioni, ecc. - è diventato, per coloro che ne hanno accesso, un gigantesco mercato di sostituzione dei mercati dei prodotti materiali e dei servizi reali.

Dopo aver compiuto, più di un secolo fa, la sua opera storica sviluppando l’economia ad un grado mai raggiunto prima, il capitalismo di oggi sta ritrovando alcuni aspetti del suo funzionamento precapitalistico del capitale. L’usura sta prevalendo sulla produzione. Non si tratta del comportamento particolare di questo o di quel fondo, definito avvoltoio da coloro che non criticano il capitalismo ma i suoi «eccessi». Si tratta di una tendenza fondamentale del capitalismo odierno. Un’evoluzione fondamentale che fa sì che le crisi non giochino nemmeno più il ruolo di un tempo, quello di regolatrici dell’economia, regolatrici brutali, ma comunque regolatrici. Il fatto è che dalla prima crisi di sovrapproduzione che è seguita alle crisi monetarie dell’inizio degli anni ’70, l’economia non ha conosciuto un periodo di vera ripresa. I dibattiti attuali che oppongono coloro che insistono sulla necessità di fare economie di bilancio per rimborsare il debito e coloro che predicano un rilancio degli investimenti produttivi sono in larga misura teorici. Se è possibile che gli Stati consacrino una gran parte dei bilanci a grandi opere a favore del grande capitale, questo è altrettanto interessato al flusso finanziario che gli vale il rimborso del debito. Il grande capitalismo non sceglie tra i due. E procedere contemporaneamente a dei grandi lavori statali e rimborsare con gli interessi le somme che gli Stati devono ai finanzieri non si può fare che in limiti stretti, poiché ciò si tradurrebbe in una pressione fiscale maggiore. Tutto ciò non sfocerà in un ritorno alla piena occupazione e ad un nuovo ciclo di crescita dell’economia produttiva.

Anche se alcuni di questi economisti deplorano il soffocamento dell’economia produttiva da parte della finanza, alla grande borghesia non interessa nulla. Poco importa che il grande capitale ricavi più nella finanza che nella produzione, dal momento che ricava! E quale che sia la forma sotto cui appare il grande capitale, si ritrova la stessa grande borghesia dietro alle grandi imprese di produzione come dietro alle banche e al «mercato finanziario». Alla grande borghesia non importa un granché se questa finanziarizzione, se l’importanza presa dai crediti e dalle sovvenzioni statali provochino degli storpi anche tra i ranghi della piccola e media borghesia. Alla guerra come alla guerra, l’economia capitalistica è sempre stata la giungla, anche tra i possessori di capitali. Ciò che inquieta, se non la grande borghesia almeno i suoi portavoce che provano a ragionare in funzione degli interessi generali della loro classe, è che tale accumulazione di debiti e crediti finisca in una crisi finanziaria, questa volta sì «sistemica». In altri termini, temono che l’economia capitalistica reinterpreti il copione catastrofico del famoso Giovedì nero del 1929, in peggio.

Tutti, o quasi, i commentatori dell’economia si attendono un crac senza aver, tuttavia, la minima idea del settore dove scoppierà per prima una delle numerose bolle create dalle iniezioni massicce di liquidità ad opera delle banche centrali. Nel settore dei mercati obbligazionari? Delle azioni? Della speculazione sui cambi? Del mercato dei debiti sovrani? Dei «prodotti derivati», vale a dire di quella specie di contratti d’assicurazione contro i rischi della speculazione, divenuti col passare del tempo un supporto della speculazione tra i più pericolosi? O di quello dell’immobiliare, già punto di partenza della crisi finanziaria del 2008? E chi, di nuovo, a forza di attirare i capitali speculativi fa volare i prezzi dell’immobiliare? I valori immobiliari passano da tempi immemorabili per «valori sicuri», e «investire nel mattone», è da sempre considerato l’investimento del «buon padre di famiglia». E’ precisamente questo che ne fa degli oggetti di speculazione nell’economia finanziarizzata dove capitali considerevoli si spostano quotidianamente alla ricerca di collocazioni che rendano. Il mercato immobiliare, con la globalizzazione della finanza, è anche aperto ai capitali internazionali come tutti gli altri mercati, e le società d’investimento immobiliare si sono moltiplicate, con titoli che si acquistano, si vendono e diventano supporti della speculazione. Pure senza lo scoppio di una bolla speculativa nell’immobiliare, le classi popolari pagano care le conseguenze della speculazione che fa salire i prezzi. Il capitalismo non è mai stato capace di dare una risposta soddisfacente alla «domanda abitativa», così vitale per i lavoratori. Ma la finanziarizzazione dell’economia e i rialzi dei prezzi che la speculazione provoca danno a questa domanda un carattere drammatico.

Già circa un secolo fa, nel momento in cui le rivalità imperialiste facevano sprofondare il pianeta nella Prima Guerra mondiale, Lenin definiva l’imperialismo lo «stadio senile del capitalismo».Non essendo stato distrutto dal proletariato rivoluzionario, questo capitalismo senile continua a sopravvivere. Le leggi della biologia non sono adattabili alla società umana: una forma di organizzazione sociale, pure anacronistica da lungo tempo, non sparisce se non dopo che la classe privilegiata che ne è beneficiaria è rovesciata da una classe sociale portatrice di una nuova forma, superiore, di organizzazione sociale. L’umanità avrà pagato il ritardo della rivoluzione sociale con la crisi del 1929, con la barbarie nazista, con una seconda guerra mondiale, poi, dopo tre decenni di calma relativa, con una nuova crisi economica e con la crescita straordinaria del parassitismo della finanza con tutte le minacce che essa nasconde.

Il problema che si pone alla società supera, e di gran lunga, la necessità di difendere le condizioni di vita della classe operaia, la principale classe produttiva dell’economia. Esso è quello del futuro dell’umanità. La società non si sviluppa più sulla base del capitalismo. L’avvenire dell’umanità dipende dalla capacità della classe operaia di elevarsi al livello del compito storico che le spetta e nel quale nessuna forza sociale può rimpiazzarla: quello di rovesciare il dominio della grande borghesia e sostituire l’economia capitalistica con un’organizzazione economica che permetta all’umanità di riprendere il suo cammino in avanti.

21 ottobre 2014


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