Internazionale

Grecia - prova di forza dopo la vittoria di Syriza

(Da “Lutte de Classe” n° 166 – Marzo 2015)

Il presente articolo è stato scritto il 18 febbraio, cioè due giorni prima della riunione dell’Eurogruppo in cui la delegazione del governo greco ha in sostanza accettato le condizioni poste dai ministri dell’economia della zona euro. Questa accettazione risponde ad un certo numero di domande dell’articolo sulla capacità del governo Tsipras di resistere alla pressione delle grandi potenze imperialiste.

Invece ignoriamo tutto del modo in cui Tsipras si spiegherà presso gli elettori delle classi popolari che hanno portato Syriza al potere, e soprattutto della loro reazione. Questo elettorato accetterà i passi indietro di Tsipras? In cosa consisteranno questi cedimenti, e in quale misura riguarderanno le promesse fatte ai lavoratori durante la campagna elettorale? I prossimi giorni risponderanno a queste domande. È di queste reazioni delle classi popolari – rivolta o accettazione rassegnata? desiderio di reagire all’atteggiamento provocatorio delle istituzioni europee o demoralizzazione?– che dipenderà la situazione politica in Grecia, compresa la possibilità che l’estrema destra fascista di Alba dorata approfitti della situazione per rafforzarsi.

(21 febbraio 2015)

Con la vittoria di Syriza alle elezioni legislative del 25 gennaio, per la prima volta in un paese europeo dopo la crisi finanziaria del 2008, il malcontento popolare si è tradotto sul piano elettorale con uno spostamento dei voti verso sinistra.

Syriza è una coalizione di una decina di organizzazioni di sinistra e di estrema sinistra, costituitasi all’inizio degli anni 2000 per motivi innanzitutto elettorali. La maggior parte proviene da una scissione del KKE (il partito comunista greco) che raggruppava gli “eurocomunisti”, contrari a rimanere un feudo di Mosca e favorevoli a un avvicinamento alla socialdemocrazia. L’attuale dirigente di Syriza, Alexis Tsipras, ha cominciato la sua militanza nell’organizzazione comunista giovanile.
Alle elezioni legislative del 2009, Syriza aveva raccolto soltanto il 4,6 % dei suffragi. Il partito socialista greco Pasok aveva vinto, ottenendo più del 44% dei voti. Il suo dirigente di allora, Giorgio Papandreu, aveva proclamato la sua volontà di cambiamento, ma poco dopo il suo arrivo al potere, la Grecia entrava nella tempesta della crisi del debito.

Papandreu non esitò a voltare le spalle a tutte le sue promesse e si sottopose ai diktat dei dirigenti europei, che imposero alla Grecia piani di economie drastiche in cambio del loro “aiuto”. Screditato, il Pasok dovette cedere la guida del governo alla destra, che proseguì la stessa politica con il sostegno dei Socialisti, sempre in nome della necessità di rimborsare il debito. Oggi questi partiti si trovano respinti da una frazione crescente della popolazione.

Nelle ultime elezioni, il principale partito di destra Nuova democrazia, il cui dirigente Antonis Samaras era il Primo Ministro uscente, è riuscito a limitare il suo regresso rispetto alle precedenti elezioni legislative, perdendo solo due punti ed ottenendo un po’ più del 27% dei voti. Invece il Pasok è crollato, passando dal 12% al 4,6% dei voti. L’elettorato degli ambienti popolari lo ha abbandonato in maniera massiccia. Con il 36 % dei voti, cioè più di 2,2 milioni di elettori, Syriza ha molto chiaramente superato tutti gli altri partiti. I suoi candidati hanno vinto nettamente in zone popolari che erano roccaforti del partito socialista.

Un voto contro l’austerità

Syriza ha fatto campagna elettorale contro i piani di austerità, contro le privatizzazioni, contro “la crisi umanitaria” subita dalla popolazione greca.

Questo piccolo paese di 11 milioni di abitanti è stato completamente devastato dalla crisi e brutalmente riportato indietro di anni. Secondo statistiche della federazione dei commercianti ed artigiani greci pubblicate nel dicembre 2014, un’impresa su quattro ha cessato la sua attività, cioè 230.000 imprese, con 750.000 licenziamenti conseguenti. Secondo le cifre ufficiali, il tasso di disoccupazione supera un quarto della popolazione attiva, il 15 % delle famiglie hanno tutti i loro membri disoccupati.

Del milione e quattrocentomila disoccupati circa, ufficialmente registrati nel dicembre 2014, solo 110.000 hanno percepito un’indennità, mediamente di 350 euro, per un periodo da cinque a dodici mesi. Più della metà dei disoccupati si trova in questa condizione da oltre due anni e non percepisce più niente. Alla fine dell’indennità di disoccupazione, hanno perso anche qualsiasi tutela sociale. Secondo Médecins du monde, un terzo dei greci sarebbero in questa situazione, e sono sempre più numerosi coloro che si recano nelle strutture di questa ONG per ricevere le cure di base. Tanto più che gli ospedali, a cui mancano del resto anche i mezzi e il personale, sono sempre più incapaci di garantirle.

Nel febbraio 2012, il governo ha ridotto il salario minimo del 22%, ed anche del 32% per le persone al di sotto di 25 anni. Secondo il principale istituto di previdenza sociale del paese, l’IKA, tra il 2009 e il 2013 il salario medio nel settore privato sarebbe passato da 1.014 a 817 euro al mese, un ribasso del 20%. Un rapporto dell’Istituto greco di statistica del settembre 2014 confermava che i salari si erano abbassati di un quarto in quattro anni. Ottocentomila lavoratori dipendenti del settore privato, cioè il 57% del totale, percepirebbero lo stipendio solo dopo un ritardo compreso tra tre e quindici mesi. La deregolamentazione del mercato del lavoro ha causato un aumento degli impieghi precari, molti dei quali non sono neanche dichiarati.
Uno studio della commissione finanziaria del Parlamento che cerca di stabilire il numero delle persone che vivono sotto la soglia di povertà o comunque sul punto di scendere sotto questa soglia, è arrivata alla cifra di sei milioni, cioè più della metà della popolazione greca. Secondo il portavoce per l’infanzia, il 40% dei bambini sarebbero in situazione di povertà o minacciati di esserlo. Ad Atene, circa la metà delle case non sarebbero state riscaldate quest’inverno, in mancanza dei mezzi necessari. In effetti ci sono tutte le ragioni per parlare di una catastrofe sociale ed umanitaria.

Quindi è questa situazione che Syriza ha denunciato durante la sua campagna elettorale. Ha contestato un certo numero di misure d’austerità decise dal governo di destra, promettendo in particolare di ristabilire il salario minimo al suo livello precedente, di aumentare le pensioni, di riassumere alcune categorie di lavoratori statali recentemente licenziati. Votando in modo massiccio per Syriza, le classi popolari hanno affermato che non ne potevano più ed hanno espresso il loro rifiuto delle politiche di austerità. Hanno rifiutato di cedere al ricatto dalla maggior parte dei Governi degli Stati e degli organismi europei, che preannunciavano il caos in caso di vittoria di Syriza. Il caos, il fallimento di un sistema economico incapace di garantire il minimo vitale, come le cure mediche e la casa, è esattamente quello che i lavoratori e la parte più povera della popolazione hanno conosciuto da sei anni a questa parte!

Il debito greco: fatto dai banchieri, riacquistato dagli Stati....e pagato dalla popolazione!

Portando Syriza al potere, che ne abbiano coscienza o meno, le classi popolari hanno innescato una prova di forza. Tutte le politiche di austerità derivano dalla volontà della borghesia di far pagare la crisi ai lavoratori, e la borghesia non arretrerà senza essere costretta. Per questo il voto non è mai bastato, né in Grecia né in nessun altro paese.
Questa prova di forza con i dirigenti dell’Unione europea è cominciata sulla questione del debito. Nei giorni successivi alla loro vittoria elettorale, Tsipras e il suo ministro delle finanze Yanis Varufakis hanno cominciato un giro delle capitali europee. Hanno potuto verificare che non si potevano aspettare alcun regalo da parte dei dirigenti degli Stati europei. Alcuni si sono certamente mostrati più cordiali degli altri. Hollande ha accolto Tsipras affermando che occorreva rispettare “il voto del popolo greco che è stato chiaro, forte ed ha voluto avvertire che l’austerità come sola prospettiva non era più tollerabile”. Ma si trattava di una semplice premessa, per concludere mettendo l’accento sul “rispetto degli impegni che sono stati assunti, in particolare rispetto ai debiti che riguardano gli Stati”.

Il debito greco, che ammonta a 320 miliardi di euro in totale, è detenuto per l’80% dagli Stati – per 52 miliardi di euro nell’ambito di prestiti bilaterali – e soprattutto dalle istituzioni pubbliche europee; fra le altre dal MES, il meccanismo europeo di stabilità istituito dopo la crisi dell’euro, che ne ha acquisito più di 141 miliardi di euro. Anche il fondo monetario internazionale (FMI), invitato a partecipare alla risoluzione della crisi del debito greco, ne possiede titoli per un valore di 35 miliardi di euro.

Ma in origine questi titoli di debito erano detenuti dalle banche, soprattutto francesi e tedesche. Per tutte queste banche e per i fondi finanziari, il debito dello Stato greco è stato una fonte di arricchimento per molti anni. Le banche avevano emesso prestiti a tutti gli Stati che necessitavano di finanziamenti, in particolare gli Stati della zona euro. Anche i titoli degli Stati più fragili apparivano come piazzamenti sicuri, dato che si dava per scontato il loro rimborso da parte degli Stati senza problemi di bilancio. Dopo il 2007 e la crisi dei subprimes, di fatto le banche sono state inondate di liquidità ad opera degli Stati, che hanno aperto i loro rubinetti per evitare il crollo del sistema finanziario.

Nel 2009, davanti alle difficoltà incontrate dallo Stato greco, i mercati hanno cominciato a dubitare della sua capacità di rimborsare il debito. Per finanziarsi, la Grecia doveva assumere prestiti a tassi sempre più elevati - fino al 20%, mentre in precedenza erano soltanto al 4%. Le banche prestavano a tassi da usurai il denaro che prendevano in prestito a tasso nullo presso la banca centrale europea (BCE). Una vera manna...che non poteva tuttavia durare in eterno, perché lo Stato greco si è trovato rapidamente sull’orlo del default. Questo rischio ha costretto i governanti dell’Unione europea ad intervenire per prestare alla Grecia il denaro che i mercati si rifiutavano di fornire. Così facendo, non “salvavano la Grecia”, bensì i loro banchieri, fortemente impegnati in questo paese. Alla fine, nell’ottobre 2011 i dirigenti degli Stati della zona euro hanno deciso di ristrutturare il debito privato della Grecia e di rilevarne la maggior parte.

In questa operazione i creditori privati, cioè le Banche, hanno dovuto accettare un ribasso dal 50 al 70% sul valore dei buoni del tesoro che detenevano. Ma anche questa si è rivelata una buona operazione, perché questi titoli sui mercati erano molto più svalutati. Così il carico del debito privato è stato trasferito sugli Stati europei, e i contribuenti europei invitati a pagare per salvare i profitti dei banchieri.
Ovviamente i dirigenti dell’Unione europea non hanno mancato di imporre le loro contropartite per “l’aiuto” fornito alla Grecia. I due piani di “salvataggio” del 2010 e del 2012 sono stati accompagnati da “memorandum”, cioè testi che esponevano dettagliatamente le misure volte a far pagare la popolazione greca. Il finanziamento europeo era ritagliato in sezioni, ed ogni pagamento dipendeva dall’avanzamento dell’applicazione di questi memorandum, valutato ogni tre mesi da esperti della troika, il trio costituito dalla Commissione europea, da BCE e FMI.

Con accanimento, senza preoccuparsi per le conseguenze, i rappresentanti della troika hanno imposto sempre più austerità, come i medici di Molière che uccidevano il loro paziente più che curarlo. La Grecia infatti è entrata in recessione, e il suo Pil è arretrato del 25% rispetto al 2008. Per rimborsare il suo debito, la Grecia è stata costretta a contrarre ancora prestiti, e il vortice dell’indebitamento non ha fatto altro che aumentare: il debito rappresentava il 113% del Pil all’inizio del 2009; nel 2015 ne rappresenta più del 176 %. La Grecia è vittima di un capitale finanziario arrivato ad una fase di parassitismo tale da dissanguare la sua vittima fin quasi a farla morire.
In molti paesi europei è cominciata una campagna sul costo che rappresenterebbe per i contribuenti la cancellazione del debito greco.

In Francia, presunti esperti lo hanno stimato in 600 euro, altri in 1.000 euro per ogni francese. Coloro che tengono questo genere di discorsi sono gli stessi che giustificano i sacrifici imposti ai lavoratori di Francia, Spagna e di tutti i paesi d’Europa, sempre in nome del pagamento del debito. Ma da nessuna parte, e non in Grecia più che altrove, i lavoratori sono responsabili di questo debito, e non dovrebbero essere loro a pagarlo! I lavoratori greci hanno affermato con il loro voto che non volevano più sopportare questa imposizione.

Quali sono gli obiettivi di Syriza?

Tsipras e Syriza non hanno mai messo in discussione l’ordine capitalista. Non pretendono di combatterlo ed ancora meno di cercare di rovesciarlo. Rimangono interamente sul terreno della borghesia. Tuttavia non fanno parte delle figure politiche alle quali la borghesia greca è legata da rapporti economici e personali. Fosse solo per questo, la borghesia imperialista come la grande borghesia greca li osservano con diffidenza. La borghesia lo ha dimostrato chiaramente servendosi del suo denaro come di una gigantesca scheda elettorale, e ritirando più di venti miliardi di euro dalle banche greche per trasferirli all’estero.

L’originalità del gruppo Tsipras rispetto ai suoi predecessori è di avere annunciato in anticipo che non accetterà di passare sotto le forche caudine della troika, diventata il simbolo dell’austerità. Ma, dietro questo simbolo, c’è la realtà delle potenze imperialiste d’Europa che dominano l’Unione, e le cui banche hanno incatenato la Grecia col debito e l’obbligo di pagare gli interessi. Allo Stato greco viene impartito l’ordine di farsi l’usciere delle istituzioni internazionali della borghesia nei confronti del proprio popolo.

Tsipras ha voluto incarnare una politica di rifiuto di questa sottomissione, o almeno di un suo alleggerimento.

La storia del capitalismo imperialista è ricca di questi conflitti che oppongono alcuni Stati dei paesi non imperialisti e qualche paese sottosviluppato all’imperialismo ed alla sua legge della giungla, per guadagnarsi un piccolo posto al sole o semplicemente per sopravvivere. Anche nella giungla, le prede attaccate dai predatori cercano di scappare e a volte di difendersi. Ma l’imperialismo è legge della giungla e così rimarrà fino alla sua distruzione, cioè la fine del capitalismo. In questa giungla, il destino riservato dall’imperialismo non solo ai paesi arretrati ma anche ai paesi capitalisti semi-sviluppati, è di accettare il dominio sulla loro economia dei grandi trusts e delle banche dei paesi imperialisti, di rassegnarsi al saccheggio delle proprie risorse, e anche di accettare che le potenze imperialiste calpestino la loro sovranità statale. Il dominio coloniale è oggi sostituito da forme più sottili, ma altrettanto selvagge. Il ruolo attribuito dall’imperialismo ai gruppi dirigenti di questi paesi è quello di burattini, la cui funzione si limita a dare un colore locale alle decisioni prese altrove. Innumerevoli sono i regimi di paesi non imperialisti che accettano questo ruolo, e in realtà acconsentono volentieri, almeno nella misura in cui l’imperialismo lascia loro la possibilità di arricchirsi derubando il loro proprio popolo.

Ma non è sempre così. Può capitare, anche se raramente, che regimi che non hanno nessuna intenzione di rovesciare l’imperialismo e le sue leggi provino ad evitare il più possibile di esserne vittime.

Così è stato il caso di alcuni Paesi, dalla Cina di Mao alla Cuba di Castro e al Vietnam di Ho Chi Minh, portati al potere da potenti movimenti di emancipazione nazionale o da rivoluzioni contadine, che sono riusciti a sfuggire al dominio politico diretto dell’imperialismo. Oltre a queste situazioni, i regimi di un certo numero di paesi sottosviluppati o semi-sviluppati, dal Messico di Lazaro Cardenas negli anni 1930, al Venezuela di Chavez e all’Egitto di Nasser, hanno dato prova in passato di una capacità più o meno grande, più o meno duratura, di opporsi alla pressione dell’imperialismo.

Non si tratta ovviamente di confondere queste situazioni, tra loro anche molto diverse. Alcuni di questi regimi sono stati portati al potere da elezioni più o meno democratiche, altri da colpi di Stato militari. Alcuni di loro sono stati regimi paternalistici nei confronti delle classi sfruttate, capaci di adottare misure che ne miglioravano le condizioni, e perfino di appoggiarsi alle organizzazioni operaie riformiste.

L’integrazione della Grecia nell’Unione europea e nella zona euro non deve occultare il fatto che questa integrazione non ha messo fine, all’interno di questi limiti, alle relazioni reali tra paesi imperialisti e paese semi-sviluppato. L’Unione europea resta un condominio di imperialismi, soprattutto quello tedesco, francese e britannico, che sottopongono alla loro legge la parte orientale dell’Europa, dalle ex Democrazie popolari alla Grecia e a Cipro.

Al momento nulla permette di prevedere fino a che punto Tsipras voglia e possa andare, fosse anche solo per far rispettare un minimo di sovranità rispetto al suo Stato; a maggior ragione, fino a che punto sia pronto a far fronte alla pressione dei briganti del gran capitale per difendere le misure favorevoli che aveva promesso alla maggioranza povera della sua popolazione. Per il momento, di fronte alla coalizione unanime dei ministri dell’economia, la principale argomentazione di Varufakis, il ministro greco dell’economia, è stata in sostanza di affermare che la zona euro è un castello di carte e che se si toglie la carta greca, è l’insieme che rischia di crollare.

In effetti, il principale -se non il solo - motivo suscettibile di indurre alla moderazione le istituzioni rappresentative della borghesia imperialista è il fatto che un default della Grecia nel pagamento del suo debito e degli interessi rischia di innescare movimenti speculativi incontrollabili, che non si fermerebbero ai confini di questo paese e rischierebbero di riprodurre, forse in forme più gravi, la crisi dell’euro del 2010-2011.

Syriza e la borghesia greca

Prima del loro arrivo al potere, i dirigenti di Syriza hanno proclamato la volontà di attaccare “l’oligarchia greca”, indicando così la minoranza privilegiata che controlla la maggior parte delle grandi imprese del paese e che ha saputo trarre vantaggio dalla crisi per continuare a prosperare. I Latsis sono considerati la famiglia dal patrimonio più ingente, stimato in circa tre miliardi di euro. Questa ricca famiglia di armatori ha saputo diversificare i suoi investimenti. Così Spiro Latsis controlla la più grande raffineria della Grecia, Lamda Development, che ha appena riacquistato parte del sito del vecchio aeroporto di Elliniko, a sud di Atene, che dovrebbe essere trasformato in un grande centro di svago e di turismo, con la costruzione di alberghi, di abitazioni di lusso, di un casinò. È anche azionista della banca EFG Eurobank, uno dei quattro istituti bancari che controllano oggi il 90% del mercato, dopo avere assorbito i loro concorrenti, vittime della crisi. Queste grandi banche, che sono state ricapitalizzate grazie alle decine di miliardi di euro versati da fondi europei, non hanno certo avuto di che lagnarsi per l’operato della Troika.

Tuttavia, dopo i suoi primi successi elettorali, Syriza si è impegnata ad apparire come un’alternativa credibile, e come un partito pronto a governare. Ha smesso di rivendicare l’annullamento del debito. Nel programma reso pubblico alla fiera di Salonicco nel settembre 2014 – da cui il nome, che gli è rimasto, di “programma di Salonicco” – Syriza si limita ad esigere la sua riduzione per renderlo “accettabile”.
Questo testo parla di “ricostruire l’economia”, di “ritorno alla piena occupazione” tramite investimenti pubblici, e nessuna delle misure dà prova di un grande radicalismo. Tsipras non si azzarda a mettere in discussione le istituzioni dell’Unione europea. Si accontenta spesso di criticare il dominio della Germania, “l’Europa della Merkel”, indicata come responsabile dell’austerità subita dai popoli d’Europa. I sentimenti anti-tedeschi sono frequenti in un paese che ha pagato un forte costo umano per l’occupazione tedesca durante la Seconda guerra mondiale. Facendo leva su questi sentimenti, Syriza situa la sua battaglia nel campo del nazionalismo e si erge a campione dell’indipendenza nazionale della Grecia.

Ciò gli ha permesso di giustificare l’alleanza con il partito dei Greci indipendenti, un partito apertamente xenofobo, antisemita e omofobo, il cui principale dirigente occupa il posto di ministro della difesa nel governo Tsipras.

Ma non per questo Tsipras è necessariamente pronto a farsi esecutore dei desiderata delle grandi potenze imperialiste contro il suo popolo. Per questo i rivoluzionari devono dichiararsi solidali con Tsipras quando, per dedicare più soldi alla Sanità e alla casa, rifiuta di obbedire.

Tsipras ha annunciato l’intenzione di uscire dal piano di “aiuti” in corso e rinunciare al pagamento dell’ultima tranche di sette miliardi di euro, previsto alla fine di febbraio. Desiderando trovare un margine di manovra nelle sue decisioni, vorrebbe negoziare un nuovo piano di aiuti, senza le contropartite che imponevano ai governi precedenti una politica drastica di tagli di bilancio e di privatizzazioni.

Impegnato in un confronto con le borghesie imperialiste che dominano l’Unione europea, Tsipras cerca di trovare soluzioni di compromesso. Per quanto riguarda ad esempio le privatizzazioni, ha annunciato la fine del programma di vendita delle imprese pubbliche. Il direttore di Taiped, l’agenzia greca di privatizzazioni, è stato dimesso. Ma, nello stesso tempo, il ministro delle finanze Varufakis ha moltiplicato le dichiarazioni volte a rassicurare gli investitori, affermando che “non sarebbe saggio tornare indietro sulle privatizzazioni effettuate”. In un’intervista al giornale Le Monde, portando come esempio il porto del Pireo, concesso in parte al gruppo cinese Cosco, Varufakis ha dichiarato che gli investimenti di quest’ultimo “sono molto positivi per la Grecia”. E Varufakis terminava l’intervista con un appello agli investitori stranieri, rassicurandoli con la garanzia che si trovano di fronte “animi aperti”.

Tsipras non chiede la luna. Non cerca di ledere gli interessi imperialisti. In passato, molti paesi hanno beneficiato della riduzione o della cancellazione del loro debito, una volta accertato che un rimborso integrale sarebbe stato impossibile. Dopotutto, non è nell’interesse dell’usuraio uccidere il suo debitore. Occorre lasciarlo in vita perché possa continuare a pagare...

I Governi europei possono certamente accettare di non usare più i termini di Troika o di memorandum. Però non vogliono dare l’impressione che Tsipras li abbia costretti ad arretrare. Non vogliono che, dopo Tsipras, altri possano sentirsi incoraggiati a contestare il pagamento dei loro debiti; e soprattutto, temono che i popoli comincino a credere che questa contestazione possa essere vittoriosa.
Per questa ragione, la BCE ha cominciato a chiudere uno dei rubinetti dei finanziamenti delle banche greche. Queste non potranno più contare sui prestiti della BCE per comprare titoli del debito di Atene e finanziare lo Stato greco. L’obiettivo di questa decisione non è di costringere le banche al fallimento, poiché queste potranno ancora finanziarsi presso la BCE, anche se con tassi certamente più alti. È sul governo di Tsipras che la BCE intende far pressione, riducendo le sue possibilità di finanziamento.

I dirigenti dell’UE non vogliono spingere la Grecia a lasciare la zona euro. Le conseguenze potrebbero essere gravi per la stabilità dell’insieme dell’armatura comunitaria, e le borghesie europee ne hanno bisogno. I dirigenti greci sono coscienti di questo vantaggio.
I rappresentanti della borghesia imperialista si mostrano prudenti. Sanno che non controllano le reazioni della loro classe, e in particolare i comportamenti di quelli che speculano sui mercati finanziari, capaci di dare prova di un’irresponsabilità totale. Molti gesti e dichiarazioni dei responsabili europei sono destinati a “rassicurare” , e per ora ci riescono. Le borse europee, che avevano avuto il tempo di prepararsi alla vittoria di Syriza, non hanno dimostrato alcuna emozione quando si è prodotta. E per il momento, i negoziati in corso non le allarmano particolarmente. Anche la borsa di Atene ha conosciuto solo una o due giornate un po’ agitate. Ma nulla garantisce che sarà sempre così.
Tsipras ha proclamato la sua intenzione di lottare contro l’evasione fiscale. Sotto questa forma generica, è un’intenzione che trova l’approvazione dei responsabili europei. Dall’inizio della crisi, ampiamente appoggiati dai mass media, questi hanno diffuso l’idea che i greci rifiutassero di sottoporsi alle tasse, e che questo fosse una delle cause principali dei loro problemi. Ma se questo è vero per una parte della grande borghesia e per la Chiesa, non è vero per le classi sfruttate, costrette a pagare tra l’altro l’IVA che i memorandum hanno fatto passare dal 19 al 23%. I lavoratori dipendenti greci non hanno la possibilità di sottrarsi all’imposta sul reddito, che viene prelevata alla fonte dalle imprese per conto dello Stato, direttamente sulla loro busta paga. I greci sono stati sottoposti ad una tassa fondiaria, la EFIA, pagata insieme alla bolletta dell’elettricità, che colpisce duramente gli ambienti popolari, in un paese dove la maggioranza della popolazione è proprietaria della prima casa.

Tsipras si mostra per ora di una moderazione estrema nei confronti della grande borghesia, nonostante l’ostilità dimostrata da quest’ultima, tra l’altro con la fuga dei capitali.

Eppure, secondo una stima realizzata dall’agenzia Bloomberg nel dicembre 2012, il totale dell’evasione fiscale ammontava a 54 miliardi di euro, due terzi dei quali dipendevano dalla responsabilità di solo 1.500 persone.

Tsipras non ha neppure evocato per il momento l’eventualità di porre fine all’esenzione fiscale di cui godono gli armatori greci, che non pagano l’imposta sulle società pur essendo proprietari della prima flotta mondiale. Neanche ha previsto di far pagare la chiesa ortodossa, che sfugge anche all’imposta fondiaria, pur essendo intestataria di un importante patrimonio immobiliare.

La forma del conflitto tra il governo di Syriza e le istituzioni internazionali della borghesia sa per ora di poker di bugie. Nondimeno è in fondo una prova di forza. In questa prova di forza, anche solo per frenare il tentativo della borghesia imperialista di trattare lo Stato greco come una semi-colonia, la grande borghesia greca è in campo insieme alla borghesia imperialista, alla quale è legata da mille legami. Né l’una né l’altra faranno regali al nuovo governo. Tsipras avrà il coraggio politico di affrontare la sua borghesia e di ledere anche in minima parte i suoi interessi? Avrà il coraggio di utilizzare per farlo tutto il credito di cui gode nella parte maggioritaria della popolazione greca, che ha sofferto per la politica imposta dalla grande borghesia? E fino a quale punto? Questa è la questione-chiave delle prossime settimane.

I lavoratori devono organizzarsi per difendere i propri interessi e trasformarsi, nella lotta, in una forza politica indipendente

Se i lavoratori vogliono che i loro interessi siano considerati, in questa prova di forza che è solo all’inizio, devono intervenire sulla scena politica come forza autonoma, difendendo in particolare le rivendicazioni che li riguardano direttamente.

Il programma di Salonicco comportava molte misure tese “ad affrontare la crisi umanitaria”, destinate “a stabilire un argine di protezione per gli strati sociali più vulnerabili”. Prometteva loro l’elettricità gratuita, un programma di pasti sovvenzionati, la garanzia della casa, la gratuità delle prestazioni sanitarie, mediche e farmaceutiche. Si impegnava ad abolire la EFIA (la nuova tassa fondiaria), “ad estendere all’infinito la sospensione dei sequestri di residenze principali”.

Altre misure riguardano direttamente i lavoratori. Così Syriza ha promesso di annullare il ribasso del salario minimo deciso nel febbraio 2013 e di riportarlo a 750 euro (è di 427 euro per i giovani, di 586 euro per gli altri). Si è anche impegnato a ristabilire tutta la legislazione del lavoro rimessa in discussione in questi ultimi anni, in particolare i contratti collettivi nazionali di lavoro.

È interesse dei lavoratori non accontentarsi di aspettare passivamente che il governo Tsipras rispetti le sue promesse: potrebbe anche non considerarle più una priorità. Nel suo discorso di politica generale pronunciato dinanzi al Parlamento, che evoca l’aumento del salario minimo, Tsipras ha già cominciato a parlare di “un ristabilimento graduale”. Nulla garantisce che i lavoratori non siano invitati alla pazienza, giusto il tempo che il governo trovi un finanziamento... sempre che lo trovi! Nulla garantisce ai lavoratori che i compromessi raggiunti da Tsipras e dal suo gruppo con i finanziatori internazionali non siano realizzati proprio a spese di ciò che è stato promesso alle classi popolari.

Inoltre, anche se Tsipras rispettasse - ad esempio - il suo impegno di aumentare il salario minimo, sicuramente il padronato greco non accetterebbe di farlo. Occorrerà che i lavoratori si diano i mezzi per imporlo e controllarne l’applicazione. Ma come?

Sarebbe presuntuoso e assolutamente impossibile prevedere quale strada prenderà la mobilitazione delle classi sfruttate greche, e neppure se si produrrà con l’ampiezza e l’intensità necessarie. Le manifestazioni che si sono svolte puntualmente per sostenere il governo Tsipras non permettono di distinguere tra l’illusione che tocchi solo al governo agire e la capacità di mobilitazione propria degli sfruttati. Inoltre, il grado di determinazione può aumentare di fronte all’atteggiamento provocatorio della borghesia imperialista.

L’unica cosa che si può affermare è che questa mobilitazione autonoma delle vittime delle politiche di austerità è indispensabile. Assumerà la forma di comitati d’azione per il controllo dell’applicazione dell’aumento del salario minimo, come pure altre misure favorevoli ai lavoratori, ai disoccupati ed ai pensionati? Nella storia delle lotte operaie, i lavoratori mobilitati hanno saputo creare molte forme di organizzazione con cui hanno potuto dispiegare la loro energia, dai semplici comitati di sciopero o comitati d’azione emersi alla base, fino ai consigli operai.

Anche se danno credito a Tsipras e sono pronti a sostenerlo, i lavoratori devono organizzarsi in modo da poter contrastare la prevedibile opposizione della borghesia e dei suoi rappresentanti politici, che cercheranno di aizzare contro il governo frazioni della piccola borghesia e tutto ciò che il paese esprime quanto a correnti reazionarie. Queste ultime hanno numerosi sostegni nell’apparato di Stato, nella polizia e nell’esercito. Ma, con il loro numero ed il loro posto nella società, i lavoratori sono capaci di rappresentare una forza ben più grande di tutte queste categorie. Hanno lasciato intravedere questa forza in occasione delle numerose mobilitazioni e nei giorni di sciopero generale organizzati dal 2010 per opporsi agli attacchi governativi. I lavoratori dei trasporti, della Sanità, i marinai e quelli di molti altri servizi pubblici hanno dato prova di combattività e di determinazione, anche quando, nel 2013, hanno dovuto affrontare la polizia inviata contro di loro per porre fine allo sciopero, dopo che il governo aveva deciso la precettazione del personale.

L’interesse dei lavoratori, che hanno espresso la loro rabbia votando per Syriza, è di darsi i mezzi per continuare a farsi sentire.

È una necessità oggettiva quella di poter lottare, appoggiando il governo di Tsipras finché si atterrà alle misure favorevoli che aveva promesso ai lavoratori, e contro di lui se volterà le spalle alle sue promesse. In ogni caso è questa la politica che dovrebbero portare avanti i militanti preoccupati di difendere gli interessi politici e materiali dei lavoratori.

18 febbraio 2015


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