Internazionale

Stati Uniti: Elezioni, la democrazia per la borghesia

(Da “Lutte de classe” n° 162 – Settembre-Ottobre 2014)

Questo articolo è tratto dalla rivista Class Struggle (agosto-settembre 2014), pubblicato dal gruppo americano The Spark. Per le cosiddette elezioni di medio termine del 4 novembre, i militanti di questo gruppo presentavano cinque candidati nel Michigan, lo Stato del Midwest industriale dove si trova Detroit, capitale storica del settore automobilistico. Due di questi militanti si candidavano all’elezione per la Camera dei rappresentanti (i deputati), tradizionalmente monopolizzata dai due maggiori partiti borghesi, i democratici e i repubblicani: si trattava di Sam Johnson, un lavoratore del settore auto in pensione, sindacalista e militante politico da più di 40 anni, e di Gary Walkowicz, un dipendente della Ford, anche lui militante di lunga data che ha contestato la politica di collaborazione di classe della leadership della UAW, il sindacato dell’automobile. Sam Johnson ha raccolto 3466 voti, pari al 2,06%, e Gary Walkowicz ha raccolto 5039 voti, pari al 2,44% dei voti validi espressi.

Inoltre, tre militanti si candidavano alle elezioni per i consigli delle scuole e dei colleges, istituti che accolgono i giovani di 17-18 anni in generale di ambienti popolari: Mary Anne Hering e Kenneth Jannot, insegnanti, hanno raccolto rispettivamente il 20% e il 10% dei voti espressi. David Roehrig, un giovane lavoratore di Detroit che è stato eletto col 95% dei voti, essendo lui l’unico candidato.

www.workingclassfight.com è il sito web della campagna.

La presenza di candidati che difendono una politica di classe, una politica di lotta per la classe operaia, è però una rarità negli Stati Uniti, dove la borghesia ha in gran parte bloccato il sistema elettorale, come spiegato in questo articolo.

Il 2014 è un anno di elezioni, e i democratici temono che una scarsa affluenza di elettori neri faccia perdere al loro partito elezioni importanti. Nel mese di aprile, il presidente Obama si è rivolto al convegno del National Action Network, una grande organizzazione per i diritti civili nella tradizione di Martin Luther King diretta dal reverendo Al Sharpton, e ha sollevato la questione della partecipazione elettorale: "Il numero delle persone che si astengono volontariamente, mentre hanno il diritto di voto, è molto superiore a quello di coloro che non possono votare a causa di restrizioni legali. Quindi non possiamo fare di questi ostacoli una scusa per non votare. "

Negli Stati Uniti la partecipazione elettorale è bassa: il 53% alle elezioni presidenziali del 2012. Ciò significa che 110 milioni di persone che hanno l’età per votare non lo hanno fatto. E la partecipazione è molto più bassa per le altre elezioni; talvolta è inferiore al 10% per le amministrative. Tutti gli studi dimostrano che soprattutto la classe operaia e i poveri non votano. Gli Stati Uniti si presentano come la prima democrazia del mondo, con la più antica costituzione e le più grandi tradizioni democratiche. Allora perché la gente non fa uso di queste "tradizioni democratiche"? In realtà enormi ostacoli giuridici impediscono alla gente di votare, ostacoli che Obama ha riconosciuto a malapena col suo modo condiscendente.

Nel 2012, circa 20 milioni di immigrati non hanno potuto votare, pur avendo l’età richiesta. Sono immigrati legali e clandestini, che lavorano negli Stati Uniti, vi pagano le tasse e contribuiscono in mille modi al funzionamento della società, ma non hanno il diritto di votare in base alle leggi in vigore in molti Stati. In passato, molti Stati che cercavano di attirare i coloni ammettevano al voto immigrati che non avevano la cittadinanza statunitense. Oggi, dagli immigrati si aspetta un contributo ma in cambio ricevono ben poco, anche per quanto riguarda i diritti politici.

A sei milioni di altre persone viene negato il diritto di voto perché sono in carcere o sono state condannate in passato per qualche reato. Florida e Texas sono in testa per il numero di persone così escluse, di cui la stragrande maggioranza hanno scontato la pena e sono di nuovo uomini e donne "liberi". Data la discriminazione razziale nel sistema giudiziario - tra gli arrestati, accusati, condannati e condannati per un certo reato- questa privazione assume un carattere altamente razziale, riguardando in larga misura immigrati e neri. Ma nel merito, questa esclusione è basata sulla classe sociale. Sono i poveri che popolano le carceri e sono i poveri che la borghesia ha sempre cercato di escludere.

Le stesse leggi che Obama fa applicare escludono dalle elezioni un totale di 26 milioni di persone, ben oltre il 10% della popolazione, in generale i più poveri e disperati.

Altri milioni di persone sono impossibilitate a votare perché spesso le liste elettorali sono in condizioni pessime e comportano numerosi errori, come hanno dimostrato studi sugli Stati Uniti fatti dal gruppo di ricerca Pew Center. L’iscrizione nelle liste non è una responsabilità federale e tocca agli Stati degli elettori. Una conseguenza è che il sistema ha grandi difficoltà a rintracciare un elettore su sei, ossia i 50 milioni di americani che ogni anno cambiano indirizzo. Coloro che non si sono trasferiti da un tempo sufficiente per potere certificare il loro luogo di residenza non possono votare.

Prescindendo da tutto ciò, Obama si è accontentato di criticare gli astensionisti: "Non possiamo far leva sul cinismo come scusa per non partecipare. A volte sento la gente dire, ebbene, non abbiamo tutto quello che ci serve - abbiamo ancora la povertà, abbiamo ancora problemi. Certamente. Queste cose non arrivano dall’oggi al domani". Certamente, questi "problemi" non avvengono dall’oggi al domani. Ma la gente dovrà aspettare eternamente che "problemi" come la povertà siano risolti, se si fida delle politiche dei due partiti che dominano il sistema politico di questo paese, che di solito sono gli unici per i quali può votare.

Gli Stati Uniti esistono da più di due secoli. È il paese più ricco e più potente del mondo, e certamente la sua ricchezza sarebbe sufficiente per porre fine alla povertà "dall’oggi al domani". Ma questa ricchezza è nelle mani dei capitalisti. E i due partiti, democratici e repubblicani, così come la struttura politica che dirigono, li servono. Essi non solo proteggono la ricchezza, lavorano per garantire che i capitalisti possano estrarre più ricchezza ancora dalle classi popolari, peggiorando la povertà e le disuguaglianze anche quando la quantità di ricchezza prodotta dai lavoratori continua di aumentare.

In altre parole, c’è un ostacolo politico al voto: nessuno dei due maggiori partiti, gli unici tra i quali i lavoratori possono scegliere, rappresenta i loro interessi. Non è sorprendente che una parte della popolazione, sempre più importante, dia prova di cinismo nei confronti di questi partiti e quindi per quanto riguarda il voto.

Il monopolio del potere

Dal momento in cui è stato istituito il sistema politico, le classi dirigenti hanno monopolizzato il controllo sul governo.

Il governo degli Stati Uniti si costituì a seguito di una rivoluzione per l’indipendenza dalla Gran Bretagna. Questa rivoluzione fu condotta da due fazioni della classe dominante, gli schiavisti del Sud ed i mercanti del Nord, ma in realtà a combattere furono le milizie composte da piccoli agricoltori e lavoratori. Quando schiavisti e mercanti cercarono di consolidare il loro potere dopo la rivoluzione, i loro interessi contraddittori impedirono loro di stabilire un potere centralizzato. Ciascuno temeva che l’altro potesse utilizzare il governo centrale per avere la meglio, e quindi preferirono lasciare innanzi tutto il potere nelle mani dei singoli Stati. Ma ben presto le lotte sociali li convinsero della necessità di un potere centralizzato.

Dopo anni di combattimenti nella guerra rivoluzionaria, tornando a casa gli agricoltori scoprirono che non beneficiavano della rivoluzione che avevano fatto. Invece, le loro fattorie erano indebitate o addirittura erano perse, mentre i banchieri, i grandi proprietari terrieri e i ricchi speculatori avevano guadagnato. Ancora armati, gli agricoltori organizzarono le proprie milizie, marciarono sui palazzi governativi e costrinsero alcuni responsabili locali e persino alcuni capi di Stato ad approvare leggi a loro favore. Le assemblee di alcuni Stati decisero delle normative, in particolare rispetto alle tasse e ai redditi, in contrasto con gli interessi dei proprietari di schiavi e dei mercanti.

Le rivolte contadine alla fine costrinsero le nuove classi dirigenti a trovare una soluzione. Nell’estate del 1786, un vasto movimento si era sviluppato tra i contadini dell’ovest del Massachusetts. Ora conosciuto come la ribellione di Shays, il movimento cominciò ad organizzare la propria milizia per evitare l’esproprio delle terre dei piccoli agricoltori ed esigere terre per i braccianti che non ne possedevano. Quando alcuni degli agricoltori responsabili di questi avvenimenti furono sotto la minaccia di azioni legali, Daniel Shays e altri marciarono sul tribunale accompagnati da una folla enorme per evitare il processo. Le truppe di Shays furono poi schiacciate, e un certo numero di persone giustiziate, ma parti notevoli della milizia dello Stato del Massachusetts erano passate dalla parte degli insorti. I ricchi, che avevano preso dal governo britannico le redini del comando, furono spaventati dalle difficoltà incontrate per schiacciare l’insurrezione. Inoltre, lotte simili si svolsero negli Stati di Rhode Island e New Hampshire, con contadini armati che marciavano sulle Assemblee di questi Stati. In ognuno di questi tre Stati, i contadini avevano riunito convegni per organizzare il proprio governo.

Henry Knox, un generale della guerra d’indipendenza che ebbe il compito di schiacciare la ribellione dei contadini del Massachusetts, scrisse poi a George Washington che aveva comandato le armate americane contro gli inglesi, per descrivere le richieste di questi agricoltori: "i loro principi sono questi: la proprietà degli Stati Uniti è stata protetta contro le confische della Gran Bretagna dagli sforzi congiunti di tutti, e quindi dovrebbe essere proprietà comune di tutti. Chi cerca di opporsi a questi principi è un nemico dell’equità e della giustizia, e lo si dovrebbe far scomparire dalla faccia di questa terra". Sottolineava anche i pericoli che questi "livellers" americani rappresentavano per le nuove classi dirigenti che non avevano ancora stabilito un forte apparato statale: "La gente che si è sollevata [...] pensa subito alla propria povertà paragonata con la condizione dei ricchi, e per porvi rimedio è decisa a servirsi della forza".

Knox, che aveva fatto ricorso all’esercito e alle esecuzioni pubbliche per schiacciare alcune di queste ribellioni, invitava a costituire un forte governo centrale, con forze armate che potessero essere inviate da uno Stato all’altro e i soldi per finanziarle. Si trattava di difendere gli interessi dei "ricchi” contro i poveri.

Alexander Hamilton, il futuro segretario al Tesoro, uno degli architetti della Costituzione del 1789, spiegava chiaramente nei suoi scritti e discorsi che il suo scopo era di rafforzare il governo per proteggere i privilegi della minoranza dei proprietari contro le esigenze della maggioranza. Scriveva nei Federalist Papers: "Tutte le comunità si dividono tra una minoranza e la moltitudine. I primi sono i ricchi e coloro che sono ben nati, gli altri la massa del popolo. [....] Il popolo è agitato e mutevole; di rado giudica e decide bene. Quindi bisogna dare alla prima classe una parte del governo che sia permanente e distinta".

James Madison, proprietario di schiavi e futuro presidente, spiegò: "In tutti i paesi civili, il popolo si divide in diverse classi che hanno differenze di interessi reali o immaginate. Ci sono i creditori e gli indebitati, agricoltori, commercianti e produttori. Vi è in particolare una distinzione tra ricchi e poveri... Il ruolo del governo è quello di ostacolare le tendenze al livellamento che potrebbero portare ad una legge agraria". In altri termini, le azioni dei contadini poveri portavano al "livellamento" e il governo doveva mirare a proteggere i ricchi contro di esso.

John Jay, il primo presidente della suprema Corte di recente creazione, esprimeva nel modo più diretto l’obiettivo di coloro che si incontrarono nel 1787 per stendere la Costituzione: "gli uomini che possiedono il paese lo dovrebbero governare".

Il mezzo trovato da Hamilton e Madison per "sedare i disordini e l’insurrezione interna" fu un potere centrale con il diritto di organizzare un esercito, di istituire una banca centrale predominante che potesse controllare la massa monetaria. Fu la necessità di proteggere la ricchezza dal "livellamento" a portare le due classi dirigenti a mettere da parte le loro differenze e creare questo potere unico.

Proteggere la minoranza ricca dalla "tirannia" del regno della maggioranza

La Costituzione, che stabiliva i principi di governo, mirava ad impedire ai piccoli agricoltori e operai di imporre la loro politica alle classi dirigenti. Jeremy Belknap, difendendo i delegati che volevano istituire un governo forte e centralizzato, dichiarò: "poniamo il principio per cui il governo emana dal popolo, ma insegniamo al popolo che non può governare se stesso".

Era una chiara spiegazione da parte dei fondatori degli Stati Uniti. Poiché il popolo si comportava come se potesse governare se stesso, toccava alla classe dirigente "insegnare" al popolo che lo non si doveva fare. Il governo "del popolo" - così proclamato nei discorsi della festa del 4 luglio1 e nelle lezioni di educazione civica - fu costituito in modo tale che "il popolo" non potesse decidere nulla.

Qualunque siano state le divergenze che poi si svilupparono tra i rappresentanti degli schiavisti del Sud e quelli dei banchieri, commercianti e produttori del Nord, essi trovarono un terreno comune sufficiente per sviluppare una struttura in grado di difendere gli interessi comuni delle due classi dominanti dell’epoca. Questa struttura fondamentale ha servito la classe capitalista tanto bene che finora non ha subito nessuna modifica essenziale.

Fu stabilito un sistema che aveva l’aspetto di un governo rappresentativo, mentre molteplici sbarramenti rafforzavano la stabilità di un edificio che rappresentava soltanto la classe dominante. Il governo federale fu diviso in tre rami separati, all’interno dei quali i responsabili venivano selezionati in tempi e modi diversi. A questi tre rami fu data la possibilità di porre il veto, di oltrepassare o bloccare l’azione degli altri due. Se uno dei tre rami si spingeva troppo avanti, gli altri lo potevano fermare. Ad esempio, il presidente poteva porre il veto ad una legge, oppure la Corte Suprema la poteva giudicare "incostituzionale". Oppure il Congresso poteva bloccare l’assegnazione di fondi necessari per attuare una decisione della Corte Suprema o del presidente.

L’elezione del presidente - l’unico responsabile scelto dal popolo su base nazionale - mostra come la Costituzione ha impedito al "popolo" di influenzare la politica. Non tocca al "popolo" eleggere direttamente il presidente, ma ad un gruppo di grandi elettori (Electoral college), composto da rappresentanti nominati dai partiti. L’"elezione" da parte dei grandi elettori è di solito una formalità. Ma non lo è sempre, come ha dimostrato l’elezione di George W. Bush a presidente nel 2000. Anche se aveva ottenuto mezzo milione di voti in meno rispetto al suo rivale democratico Al Gore, fu consacrato presidente dal collegio dei grandi elettori. Infatti non tutti i voti sono uguali. Per esempio, un voto in uno Stato molto popolato vale meno di un voto in un piccolo Stato. Nel 2000, ciascuno dei grandi elettori della California rappresentava 658.000 persone, mentre quelli del Wyoming rappresentavano solo 175.000 persone ciascuno. Ma il fatto che i democratici hanno poi fatto tutto il possibile per sedare le proteste dimostra che questa disposizione, in apparenza obsoleta, corrisponde ancora all’interesse della borghesia, e per questo è rimasta intatta per più di due secoli.

Quando la Costituzione fu presentata agli Stati per la ratifica, i sentimenti contrari erano così forti nel popolo che sembrava che diversi Stati non l’avrebbero accettata. Per questo motivo i fondatori fecero adottare il famoso Bill of Rights, cioè i primi dieci emendamenti alla Costituzione, che promettevano di garantire i diritti e le libertà a tutta la popolazione. Il primo emendamento, approvato nel 1791 dal nuovo Congresso, dichiara tra l’altro che "il Congresso non farà alcuna legge ... che limiti la libertà d’espressione e di stampa". Ma ci vollero solo sette anni per avere la prova che questo "diritto" era destinato solo alla pubblica propaganda: il Congresso, costituito da molti degli stessi "padri fondatori", varò una legge che annullava il Primo Emendamento, la legge sugli stranieri e la sedizione del 1798 (Alien and Sedition Act). In base a tale legge, dire o scrivere qualcosa che critichi pubblicamente il Congresso o il Presidente in un modo che può "eccitare la rabbia popolare" contro di essi è un crimine. Il diritto del Congresso di emanare questa legge che limitava la libertà d’espressione e di stampa fu unanimemente riconosciuto dalla Corte Suprema. Questo la dice lunga sul modo in cui tutti questi dieci "diritti inalienabili" sarebbero stati calpestati e buttati a mare durante i due secoli successivi.

La lotta per il diritto di voto

Il diritto di voto è considerato come il segno distintivo della democrazia, il modo in cui "il popolo" ha voce in capitolo nel governo e valuta i suoi dirigenti, che devono render conto delle proprie azioni. Ma in tutta la storia di questo paese, la classe dirigente e i suoi agenti politici hanno più spesso privato di tale diritto grandi frazioni della popolazione.

La Costituzione aveva lasciato gli Stati membri affrontare la questione di chi avrebbe avuto il diritto di voto. Gli Stati limitarono drasticamente tale diritto, concedendolo solo agli uomini bianchi proprietari. Le donne, gli schiavi o schiavi affrancati, gli indiani e i bianchi senza proprietà non potevano votare.

Dopo il periodo rivoluzionario, i contadini senza proprietà e le classi medie urbane ottennero il diritto di voto, ma solo nel 1820 questo diritto fu esteso in parte alle classi popolari, mentre la classe operaia formava le proprie organizzazioni. Ci volle una seconda rivoluzione violenta, la guerra di Secessione, che fu stimolata da un movimento di massa dei piccoli agricoltori e da una rivolta degli schiavi, perché gli ex schiavi ottenessero il diritto di voto e, con loro, i bianchi poveri del Sud. Le due classi povere del Sud fecero uso di questo loro diritto di voto durante il periodo della Ricostruzione, dopo la guerra, per eleggere governi popolari. Ma il diritto di voto fu nuovamente perso con il terrore da parte del Ku Klux Klan, il braccio armato delle classi superiori, che pose fine alla Ricostruzione. Negli anni successivi, nuovi movimenti scoppiarono, compresi movimenti populisti tra i piccoli contadini del Nord e del Sud, così come scioperi esplosivi nella classe operaia. I governi degli Stati del Sud limitarono di nuovo il diritto di voto imponendo condizioni come il pagamento delle imposte locali, le prove di alfabetizzazione, l’introduzione dell’iscrizione nelle liste elettorali, le elezioni primarie tra i bianchi, la riduzione dell’apertura dei seggi elettorali nelle ore diurne, i criteri di residenza, che eliminavano i lavoratori costretti a spostarsi per trovare un impiego o a causa del loro lavoro, ecc. In misura minore, anche gli Stati del Nord e dell’Ovest limitarono il diritto di voto. Solo negli anni 1950 e 1960 il governo federale, di fronte alla mobilitazione dei neri che culminò nelle rivolte urbane, finalmente dovette abrogare le restrizioni legali più odiose, che impedivano di votare alla maggioranza della popolazione nera e ai bianchi poveri.

Per quanto riguarda la metà della popolazione che sono le donne, il loro diritto di voto fu ottenuto su base nazionale solo nel 1920, cioè quasi un secolo e mezzo dopo la stesura della Costituzione, anche se qualche decennio prima ad alcune donne era stato dato il diritto di voto per incoraggiarle a stabilirsi nei territori di frontiera. La lotta delle donne per il diritto di voto era cominciata prima della guerra civile e continuò per quasi un secolo. Un libro scritto pochi anni dopo averlo ottenuto spiegava il tipo di labirinto giuridico in cui il movimento dovette muoversi: "Per rimuovere per sempre la parola "maschio" dalla Costituzione, ci vollero per le donne 52 anni di ininterrotta campagna ... Durante questo periodo dovettero condurre 56 campagne di referendum presso gli elettori di sesso maschile; 480 campagne per ottenere dalle Assemblee degli Stati che sottomettessero emendamenti agli elettori; 47 campagne per ottenere dalle convenzioni degli Stati che iscrivessero il suffragio femminile nella costituzione di questi Stati; 277 campagne per ottenere dalle convenzioni dei partiti al livello degli Stati che iscrivessero il diritto di voto per le donne nella loro piattaforma; 30 campagne per ottenere dalle convenzioni dei partiti per l’elezione presidenziale che adottassero il suffragio femminile nel loro programma; e 19 campagne con 19 Congressi successivi". (Carrie Chapman Catt e Nettie R. Shuler, Woman suffrage and Politics, New York, 1923).

Dopo tutto questo, la ratifica del 19 ° emendamento, che dava il diritto di voto alle donne, non aumentò molto il numero dei votanti. Un motivo importante fu che tutte le donne che facevano parte della classe operaia si trovavano di fronte, e talvolta anche in modo peggiore, agli stessi problemi degli uomini quando cercavano di iscriversi, di superare le prove di alfabetizzazione, ecc. Queste restrizioni furono abolite solo mezzo secolo più tardi.

Così ci sono voluti quasi due secoli per ottenere il semplice diritto di voto "universale", che in realtà ancora non lo è.

Il bipartitismo dei capitalisti

Per le classi popolari, la questione non era solo il diritto di voto, ma decidere per chi votare. Quando una parte significativa delle classi lavoratrici ebbe la possibilità di votare, si trovò di fronte un bipartitismo ben sistemato, in cui i due partiti rappresentavano gli interessi della classe dominante.

Nella Costituzione non era stato scritto niente rispetto ai partiti politici. Niente imponeva l’evoluzione che si è abituati a considerare come normale, vale a dire l’esistenza di solo due partiti che entrambi rappresentano la classe dirigente e si differenziano solo a parole e per la base popolare a cui si rivolgono. Ma il quadro istituito nel 1787 spingeva verso questo Stato monolitico, amministrato alternativamente da due partiti, così come esiste ancora oggi. Quando la classe dominante era divisa tra i proprietari di schiavi e i commercianti, i Repubblicani democratici erano il partito degli schiavisti e i Federalisti rappresentavano i commercianti. Poi i Democratici rappresentarono i piantatori del Sud e i Whigs rappresentarono i commercianti del Nord. Dopo la fine della guerra civile, i capitalisti furono rappresentati da entrambi i partiti, ormai chiamati Democratici e Repubblicani.

Fu la Costituzione a prevedere che le elezioni si sarebbero svolte in base alla regola "chi vince prende tutto" (scrutinio uninominale ad un solo turno, detto winner-take-all). Il candidato che ottiene più voti vince. Coloro che votano per il candidato perdente - per esempio, il 49% dell’elettorato - non ottengono alcuna rappresentanza nel governo. È strano, e davvero non è un modo di esprimere "la volontà del popolo". Questo sistema è ben diverso dal sistema proporzionale esistente in molti paesi, dove un partito che ottiene il 20% dei voti, per esempio, ottiene l’elezione di suoi rappresentanti in assemblea, magari non il 20%, ma almeno un’espressione di coloro che hanno votato questo partito.

Il metodo del winner-take-all ha enormi vantaggi per i due grandi partiti, che entrambi rappresentano la classe dirigente. Anche se il partito meno votato riceve una quota significativa di voti, non ha la possibilità di ottenere seggi. Questo ha reso molto più difficile ai partiti che rappresentavano i lavoratori o i contadini, sviluppatisi in certi periodi, mantenere una presenza elettorale. Nel corso degli ultimi 150 anni, gli stessi due maggiori partiti, i Democratici e i Repubblicani, si sono spartito il monopolio elettorale, tranne molto brevemente durante le campagne dei populisti nel tardo Ottocento, di Eugene Debs e del Partito socialista all’inizio del Novecento, e di tanto in tanto in alcune campagne a livello locale.

La necessità per i lavoratori di costruire il loro proprio partito rivoluzionario

Oggi, le grandi imprese finanziano sia i Democratici che i Repubblicani. Distribuiscono i loro soldi all’uno o l’altro dei due partiti, a seconda delle circostanze. Ad esempio, il settore finanziario è oggi il principale donatore, il che certo non è sorprendente, dato il suo dominio su tutta l’economia, compresa la produzione. Nel 2012, il settore finanziario ha dato di più ai Repubblicani, mentre nel 2008 aveva dato di più ai Democratici. Ma ogni volta, la finanza ha finanziato entrambi i partiti. Questi contributi enormi alle campagne elettorali non solo sono investimenti delle aziende in vista delle "entrate" future, come spesso si dice. Il denaro permette a queste aziende di selezionare e preparare i politici che scelgono. Quando le aziende finanziano le loro campagne, o li circondano di consulenti, dedicano a questo scopo solo una piccola parte delle loro spese. "I politici di loro scelta" sono poco più che burattini.

Ci possono essere grandi differenze tra i due maggiori partiti, in quanto si rivolgono a basi elettorali diverse, utilizzano retoriche diverse, trovano sostegni in settori di popolazione differenti e sembrano proporre politiche differenti. Ma tutti gli attacchi che si lanciano a vicenda mirano innanzitutto a conservare la loro base. Una volta che sono al potere, i politici di entrambi i partiti si allineano gli uni sugli altri. Entrambi servono fedelmente uno stesso padrone, la borghesia, con l’attuazione di politiche coerenti con gli interessi della borghesia, anche se ogni tanto ci sono piccole differenze su questioni che non riguardano gli interessi vitali della borghesia.

Prima di governare, Barack Obama era presentato come l’incarnazione di politiche molto diverse da quelle del suo predecessore impopolare, George W. Bush. Ma una volta al potere, Obama mantenne gran parte della squadra di Bush, tra cui il segretario alla difesa Robert Gates e alti funzionari nominati nei ministeri. Egli ha anche riconfermato Ben Bernanke per un secondo mandato a capo della Federal Reserve, dopo che Bush lo aveva nominato per un primo mandato. Obama ha continuato il programma di Bush: il piano di salvataggio delle banche e delle società automobilistiche, le guerre in Iraq e in Afghanistan, tagli drastici alla spesa sociale, privatizzazione della pubblica istruzione, tagli alla tassazione delle imprese, ecc. Il primo mandato di Obama avrebbe potuto essere il terzo di Bush, tanto le loro politiche erano simili. Anche la riforma del sistema sanitario, che ha contraddistinto il programma di Obama, è stata solo una copia di quella che il repubblicano Mitt Romney aveva instaurato in Massachusetts alcuni anni prima.

Il fatto che una gran parte della popolazione attiva non vota per uno di questi due partiti è in un certo modo il riconoscimento di questa realtà: sostenere i candidati dell’uno o l’altro di questi due partiti non cambia niente di essenziale per la classe operaia.

La classe operaia ha bisogno di un proprio partito per rappresentare i propri interessi, anche nelle elezioni. Un partito operaio potrebbe rompere la morsa dei capitalisti sulle elezioni e dare ai lavoratori una scelta, una vera e propria scelta, che consenta loro di esprimere i propri interessi. Un partito operaio potrebbe servirsi delle elezioni per evidenziare ciò che fanno i capitalisti, come fanno pagare i lavoratori per la loro crisi, le loro guerre e le loro avventure militari, come cercano di dividere i lavoratori e li aizzano gli uni contro gli altri propagando il razzismo, i pregiudizi e l’ignoranza. Potrebbe anche opporvi le soluzioni dei lavoratori ai problemi mentre la crisi peggiora. Soprattutto insisterebbe sul fatto che ci sono ben più ricchezze di quanto sarebbe necessario per risolvere i problemi schiaccianti che i lavoratori si trovano di fronte, ma che le ricchezze vanno strappate alla classe capitalista che oggi le detiene. E sottolineerebbe la necessità per la classe operaia di mobilitare le sue forze e la sua potenza.

Votando per un tale partito, i lavoratori si potrebbero contare. Questo voto potrebbe rafforzare la volontà di condurre una lotta collettiva, ed aiutare a superare la demoralizzazione sentita da tante persone quando cercano di affrontare i loro problemi individualmente.
Un partito operaio basato su un programma che rappresenti gli interessi dei lavoratori certamente avrebbe poche possibilità di ottenere la maggioranza dei voti. Ma un tale partito potrebbe dare a tutti i lavoratori che oggi si astengono un motivo per votare. E potrebbe anche attirare i voti dei lavoratori che votano democratico perché "non vogliono sprecare il loro voto", ma poi si sentono traditi quando i Democratici sono al potere. Ciò potrebbe creare una situazione in cui milioni di lavoratori diventino abbastanza consapevoli da poter dire, come il socialista Eugene Debs (1855-1926), cinque volte candidato all’elezione presidenziale, un secolo fa: "preferirei votare per ciò che voglio e non ottenerlo, che votare per quello che non voglio ed ottenerlo".

Perché i lavoratori ottengano davvero ciò che vogliono, dovranno lottare per questo.

25 luglio 2014


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