Internazionale

Medio Oriente: I Curdi nella strategia dei Governi occidentali

(Da “Lutte de classe” n° 162 – Settembre-Ottobre 2014)

Forti delle loro conquiste territoriali in Iraq e Siria orientale, i jihadisti dell’Isis, lo “Stato islamico in Iraq e nel Levante”, hanno adottato semplicemente il nome di “Stato islamico” e proclamato un "califfato" che mira ad estendere il suo territorio a gran parte del Medio Oriente. I governi occidentali, insieme a quelli della Turchia e degli Stati del Golfo, che non hanno esitato ad appoggiare questi gruppi fondamentalisti islamici quando si trattava di creare difficoltà ai regimi siriano e iraniano, ora sono allarmati per il successo di questi eserciti, che gli sono sfuggiti di mano e ormai lottano per proprio conto. Così ora vediamo i dirigenti dei paesi imperialisti, Barack Obama in testa, cercare febbrilmente di elaborare una strategia per affrontare le bande dell’Isis.

Evidentemente non preparati a questa nuova situazione, questi stessi dirigenti hanno però scoperto un alleato provvidenziale: i curdi. I combattenti “peshmerga” delle milizie curde sono stati lodati e forniti di armi, in particolare quelli nel nord dell’Iraq, nella speranza che siano un baluardo contro l’avanzata jihadista.

Eppure se c’è un popolo le cui aspirazioni nazionali sono state ignorate e calpestate senza che i leader dei paesi cosiddetti democratici ne fossero preoccupati, è il popolo curdo. Per un secolo, i governi occidentali hanno assistito in silenzio alla repressione che i curdi hanno sofferto per mano degli Stati della regione. Invece oggi forniscono ai peshmerga armi e sostegno militare, aereo o terrestre, anche se è vero che li forniscono in modo controllato e limitato.

Una storia di aspirazioni calpestate

Questo improvviso interesse per i curdi mostra in quale misura i dirigenti imperialisti possono prendere in considerazione le aspirazioni nazionali di un popolo: nella misura in cui possono essere utilizzati, soprattutto come carne da cannone. I curdi, almeno quelli in divisa e agli ordini di partiti disposti a collaborare, si ritrovano improvvisamente degni di tutti le lodi. Il loro primo vantaggio è stato quello di essere presenti in un’area geografica dalla quale le truppe regolari irachene si erano ritirate, incapaci di opporsi al progresso dei jihadisti. Il secondo sono state le loro qualità come combattenti, risultato di una lunga storia e di ripetuti tentativi di costituirsi un territorio.

La popolazione curda, spartita dopo la fine dell’Impero ottomano, al termine della prima guerra mondiale, tra le frontiere di quattro paesi diversi, è stimata oggi da 30 a 40 milioni di abitanti. Ma dopo un secolo non ha ancora ottenuto né di essere raggruppata in uno stesso paese, né il riconoscimento delle sue aspirazioni più elementari. Ha dovuto affrontare i poteri dei quattro stati tra cui è stata divisa. Per i dirigenti di Turchia, Iran, Iraq e Siria, il diritto dei popoli non esiste e, secondo il momento e le scelte politiche, hanno tollerato, ignorato, represso o massacrato le popolazioni curde. Ne risulta che, se il Kurdistan è un’area geografica ai confini di questi quattro paesi, non ha mai potuto costituirsi come stato. La situazione della popolazione curda è rimasta strettamente dipendente dalla politica di questi regimi, ma anche dai loro conflitti e dalle loro relazioni con le grandi potenze.
Stimati intorno a 15 milioni in Turchia, i curdi sono tra 7 e 9 milioni in Iran, cinque milioni circa in Iraq e due milioni in Siria. In Turchia, le rivolte degli anni 1920 e 1930 sono state annegate nel sangue dal regime di Mustafa Kemal. Dal 1984, con la nascita del movimento di guerriglia del PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), 45.000 soldati turchi e combattenti di questa organizzazione sono morti prima che recentemente l’attuale governo di Erdogan cominciasse delle trattative, ancora ben lontane dall’essere concluse.

In Iran, i curdi rappresentano un sesto dei 78 milioni di abitanti. Nonostante le speranze suscitate dalla rivoluzione del 1979 contro lo Scià, non hanno ottenuto l’autonomia che volevano, e neanche un semplice riconoscimento della loro specificità nazionale. Ci vollero a suo tempo solo un paio di mesi, prima che una fatwa di Khomeini dichiarasse la "jihad contro i curdi", scatenando la repressione su di loro. I curdi rimangono disprezzati, come altre minoranze etniche. Subiscono periodicamente arresti e assassinii politici. Le aree curde dell’Iran, quattro province del nord-ovest, sono ancora tra le più povere del paese e la disoccupazione si attesta intorno al 50%.

La progressiva autonomia del Kurdistan iracheno

Anche la storia della popolazione curda dell’Iraq è segnata dalle lotte per l’indipendenza, che le autorità coloniali - e quelle dei regimi successivi di Baghdad - le hanno sempre rifiutato. I suoi tentativi di ottenere l’indipendenza sono stati sempre strettamente dipendenti dal sostegno che il regime iraniano le concedeva, a seconda dello stato delle relazioni tra Teheran e Baghdad. Ancora una volta nel 1988, alla fine della guerra tra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran di Khomeini, le regioni curde subirono una violenta repressione. Cinquemila abitanti del comune di Halabja furono uccisi durante un bombardamento di gas letale da parte dell’esercito di Saddam Hussein.

Solo dopo le guerre scatenate dagli Stati Uniti a partire dal 1991, le regioni curde dell’Iraq poterono arrivare ad un’autonomia di fatto. Ma nella primavera del 1991, alla fine della guerra condotta dagli Stati Uniti contro l’Iraq dopo l’occupazione del Kuwait da parte dell’esercito di Saddam Hussein, la popolazione delle regioni curde fece l’errore di fidarsi degli appelli alla rivolta e delle promesse di protezione di George Bush e dei dirigenti americani. Quando un’insurrezione si sviluppò nella regione curda contro il regime di Saddam Hussein, gli Stati Uniti preferirono lasciare all’esercito iracheno forze sufficienti per schiacciarla, come era successo con la rivolta sciita che si era sviluppata nel sud del paese. Tra la dittatura di Saddam Hussein, che avevano sconfitto militarmente, e il potere rivoluzionario che avrebbe potuto sorgere dalle ribellioni contro di lui, i leader americani preferirono la prima.

Tuttavia, dopo aver lasciato cinicamente reprimere dal regime la ribellione curda che avevano suscitata, dopo aver assistito ad un esodo di massa della popolazione curda verso il confine turco, gli Stati Uniti capirono che avevano comunque tutto l’interesse a presentarsi ancora come protettori del popolo del Kurdistan. La coalizione occidentale impose nel nord dell’Iraq una “no-fly zone”, vietando le incursioni militari di Saddam Hussein al di là del 36° parallelo. Questa misura, consentendo il ritorno delle popolazioni, permetteva anche l’installazione di un potere politico gestito dai due partiti curdi dell’Iraq: il PDK di Massud Barzani e l’UPK di Jalal Talabani. Questo potere di fatto, beneficiando del sostegno degli Stati Uniti, apriva uno spiraglio nell’Iraq di Saddam Hussein ed era un’arma di ricatto contro di lui. Esso godeva anche dell’accordo della vicina Turchia. Infatti, PDK e UPK, a patto di essere autorizzati a gestire il Kurdistan iracheno, erano pronti ad opporsi ai guerriglieri curdi della Turchia guidati dal PKK, per evitare che utilizzassero il loro territorio come base per operazioni in territorio turco.

È in queste circostanze che un’autorità autonoma ebbe la possibilità di insediarsi nella zona curda dell’Iraq, che godé di una certa prosperità mentre il resto del paese, soggetto all’embargo occidentale, sprofondava nelle privazioni e la povertà. Nel 2003, la nuova guerra lanciata da George Bush Junior contro l’Iraq portò questa volta al rovesciamento di Saddam Hussein e alla creazione a Baghdad di un nuovo potere sotto la protezione americana. La nuova costituzione riconobbe formalmente l’autonomia del Kurdistan iracheno. Rimanendo fuori dagli scontri tra milizie che infierivano nel resto del paese, saldamente controllata dai peshmerga di UPK e PDK, rifornita dalle notevoli risorse petrolifere della regione di Kirkuk, sviluppando il commercio con la vicina Turchia, la zona curda diventò un’isola di prosperità, godendo di una certa pace in contrasto con le altre parti devastate dell’Iraq.

Diciassette università aperte in dieci anni, ospedali, aeroporti, autostrade, riflettono uno sviluppo economico che ha notevolmente arricchito la piccola borghesia curda dell’Iraq e consolidato la base sociale dei due partiti autonomisti storici della regione. A lungo concorrenti e nemici, formatisi attorno a due clan di famiglie curde, il PDK del clan Barzani e l’UPK di Jalal Talabani accettarono di condividere il potere, e in particolare i ricavi provenienti dall’arricchimento della classe dominante. Di fronte ad un potere centrale sempre più debole, il governo autonomo curdo poté concludere accordi con le compagnie petrolifere occidentali senza consultare il governo di Baghdad, e senza l’obbligo di concedergli parte dei ricavi.

I Curdi della Siria e il regime di Bashar Al-Assad

Più di recente, una zona autonoma curda è riuscita a collocarsi anche in Siria, come conseguenza della guerra civile.

In Siria, i curdi costituiscono oltre il 10% dei 22 milioni di abitanti del paese, ma sono ufficialmente privi dei diritti culturali e in molti casi privi addirittura della nazionalità: ma la ribellione iniziata nel 2011 contro il governo di Bashar al-Assad ha dato loro una possibilità.

Infatti, la tattica del regime è sempre stata quella di approfittare delle divisioni nell’opposizione. Da un lato, il regime di Assad ha evitato di combattere i gruppi fondamentalisti islamici, sapendo che si sarebbero scontrati con quelli della cosiddetta opposizione democratica. Ma poi, nelle regioni curde, ha accettato di lasciare il potere alle milizie del PYD (iniziali curdi per Partito di Unità democratica), partito nazionalista curdo legato al PKK di Turchia. In questo modo Assad evitava di dover combattere una ribellione curda, mentre era impegnato a difendersi su molti altri fronti. Era anche un modo di rendere pan per focaccia al regime turco di Erdogan, che da parte sua permetteva l’infiltrazione di combattenti anti-Assad in Siria. Il controllo da parte del PYD delle aree curde lungo la frontiera turca gli permetteva di collegarsi con le aree della Turchia controllate dal PKK, creando seri problemi ai militari di Ankara.

Alla fine del 2013, il PYD ha potuto istituire un’amministrazione autonoma nella regione curda. Ci si può chiedere quanto tempo durerà questa indipendenza, conquistata dai curdi siriani facendosi scudo della guerra civile che infuria in quel paese. Tuttavia, aggiungendosi ai cambiamenti verificatisi negli ultimi vent’anni nel Kurdistan iracheno, questo tende a creare una zona autonoma curda estesa dal nord della Siria al confine Iran-Iraq, in una situazione di quasi-continuità. D’altra parte, va considerato che, pur essendo tutti autonomisti curdi, i partiti politici che governano il Kurdistan in Siria e in Iraq non sono affatto amici.

Nell’estate 2014, quando le milizie dello Stato Islamico hanno travolto l’esercito di Baghdad, lo stato curdo del nord dell’Iraq è apparso come un possibile rifugio per le popolazioni perseguitate, e le sue armate come le uniche in grado di bloccare il progresso delle forze jihadiste.
Per l’imperialismo, nonostante i discorsi dei dirigenti occidentali, la preoccupazione principale non è il destino delle popolazioni minacciate dalla barbarie dello Stato islamico, ma lo sviluppo di un potere politico che sfugge dal suo controllo e complica ulteriormente la situazione. Ma dopo le disastrose avventure in Afghanistan e Iraq, i dirigenti americani vogliono evitare l’invio di truppe terrestri, con il costo finanziario e umano che ne deriva. Quindi per loro l’esistenza dei combattenti curdi, costretti a combattere le milizie islamiste per difendere il proprio territorio, è la soluzione migliore. Rifornendoli di armi, e a condizione poterli controllare, i peshmerga possono sostituire vantaggiosamente le truppe occidentali.

Da parte loro, per i leader del Kurdistan iracheno questa è l’occasione di dimostrare la loro capacità di difendere le popolazioni contro la minaccia islamista e di conquistarsi il riconoscimento internazionale. Il PYD di Siria ha fatto la stessa cosa, aprendo un corridoio al confine siro-iracheno per aiutare ad evacuare la popolazione cristiana e altre minoranze, minacciate dall’avanzata delle truppe dell’Isis.

Uno stato curdo è ancora un miraggio

Si potrebbe immaginare a questo punto un vero e proprio riconoscimento dell’identità nazionale dei curdi e la loro costituzione come Stato, cancellando le frontiere che li dividono da un secolo? In realtà è un’eventualità tutt’altro che certa, e per molte ragioni.
In primo luogo, le organizzazioni curde sono ampiamente divise, seguendo i contorni dei confini che le spartiscono. Tra PDK, UPK, PYD e PKK, sono già scoppiati veri e propri conflitti. Poi, se esiste ora un’autonomia curda in Iraq, e anche in Siria, non ne esiste l’ombra nei due altri paesi.

Il regime di Teheran esclude completamente tale autonomia. Per quanto riguarda il regime turco, il processo di soluzione della questione curda, verso cui il governo Erdogan dice di orientarsi, non mostra segni di progresso. Erdogan voleva probabilmente verificare la possibilità di assicurarsi il sostegno di una parte della piccola borghesia delle regioni curde, concedendo alcuni incentivi economici e concessioni politiche. Ma si aspetta ancora di sapere quali saranno queste concessioni, se potranno effettivamente soddisfare una parte significativa dei curdi, e se potranno ottenere l’approvazione dei leader del PKK. Allo stesso tempo, questa semplice ipotesi d’accordo suscita molte resistenze all’interno dell’esercito e dell’apparato statale, e tra i leader politici turchi. Infine, sarebbe difficile per i leader imperialisti, anche se ne avessero l’intenzione, costringere un regime come quello di Ankara a fare le concessioni necessarie per arrivare ad una soluzione della questione curda.

Ma appunto, i dirigenti imperialisti non vogliono una simile soluzione, né nel Kurdistan turco, né nel Kurdistan iracheno, per non parlare di quelli di Iran e Siria, dove hanno ancora poche possibilità d’intervento. Gli interventi imperialisti in Medio Oriente, le loro manovre per utilizzare un particolare gruppo etnico, una particolare comunità religiosa contro altre minoranze, si basano sul fatto che non esiste una soluzione, e neanche un processo di soluzione. È questo che porta ad una crescente frammentazione della regione, ormai divisa tra aree dominate da varie milizie sunnite fondamentaliste, altre dominate da milizie sciite, alcune influenzate da Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Turchia o Iran, aree tra le quali si svolgono lotte di potere o guerre quasi permanenti. Questa frammentazione è ora diffusa in Iraq, Siria e Libano, per non parlare della Palestina la cui divisione ha una lunga storia, ma non per questo è meno esplosiva.

Il sostegno concesso a ciascuno, o all’uno contro l’altro, l’intervento dei servizi segreti, il traffico di armi organizzato dietro le quinte, sono i mezzi utilizzati quotidianamente per mantenere un controllo sulla regione. Questo è vero anche se, come si vede con il successo dello Stato islamico, le creature dell’imperialismo a volte sfuggono di mano al punto da diventare incontrollabili. A questo punto si cerca di ristabilire l’equilibrio, eventualmente col ricorso ai bombardamenti e ad aiuti militari, favorendo una forza o l’altra, come Obama cerca di fare chiamando queste operazioni “strategia”.

È in questo contesto che l’autonomia curda irachena è utile all’imperialismo, ma non al punto da darle un riconoscimento internazionale ufficiale. Al contrario, per l’imperialismo risulta più conveniente mantenere una situazione che costringa i leader curdi a cercare continuamente un sostegno, il che li rende ancora più disponibili e soggetti agli interessi delle società occidentali.
Quasi un secolo dopo lo smembramento dell’impero ottomano e la grande divisione dei curdi, l’imperialismo non ha ancora da offrire loro nient’altro che la divisione tra varie entità, e nella migliore delle ipotesi un surrogato di esistenza nazionale, condizionato al fatto che si mostrino buoni amministratori dei pozzi di petrolio e disponibili, se necessario, a combattere ovunque i leader imperialisti preferiscano evitare l’invio di truppe; sempre ammesso, inoltre, che sappiano limitarsi alle zone loro assegnate. In cambio, ad un sottile strato di notabili curdi può essere concesso il diritto di arricchirsi con le ricadute della produzione petrolifera o dei vari traffici.

Per il popolo curdo, come per gli altri popoli della regione, la questione del diritto ad un’autentica esistenza nazionale, nell’ambito di una convivenza fraterna con i suoi vicini, rimane del tutto irrisolta. Una vera soluzione ci sarà solo con la fine della dominazione imperialista, nel quadro di una federazione socialista dei popoli della regione.

15 settembre 2014


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