Internazionale

Iraq – Una guerra civile, prodotto di decenni di manovre imperialiste

Da "Lutte de classe" – N.161 (Luglio-Agosto 2014)

È una vera catastrofe che si abbatte sull’Iraq. Il paese minaccia d’implodere. L’offensiva lanciata a partire da gennaio nell’ovest del paese dalle milizie integraliste sunnite dello Stato Islamico di Iraq e del Levante, l’ISIS, ha visto un’accelerazione il 10 giugno con la presa di Mossul, seconda città del paese con i suoi due milioni di abitanti e capoluogo della provincia di Ninive. Essa è proseguita nei giorni seguenti in direzione della capitale. L’ISIS è giunta fin d’ora alla formazione di fatto di un territorio sunnita, controllato dalle sue milizie da una parte all’altra della frontiera tra Iraq e Siria. Di fronte a queste milizie che s’impongono con il terrore, l’esercito iracheno si è disgregato facendo emergere tutta la fragilità dell’apparato dello Stato centrale ereditato dall’occupazione imperialista. La regione autonoma del Kurdistan iracheno, approfittando di questo crollo, pare voler dichiarare la propria indipendenza. Nel frattempo, a Bagdad e nel sud del paese, le milizie sciite moltiplicano le dimostrazioni di forza preparandosi a resistere contro l’avanzata di quelle sunnite. L’Iraq non solo minaccia d’implodere, ma rischia di sprofondare nella guerra con imprevedibili conseguenze di destabilizzazione di tutta la regione.
I dirigenti imperialisti ora si preoccupano che la minaccia di destabilizzazione possa colpire i profitti dei loro trusts. Gli Stati Uniti, pur ricorrendo a bombardamenti aerei, per bocca di Obama hanno considerato la possibilità di un aiuto dell’Iran, facendo balenare possibili concessioni in cambio di accettare lo sporco compito di aiutarli a ristabilire l’ordine nella regione. L’Iran, tuttavia, non è sembrato disposto a cooperare così facilmente.

Ma sono proprio le potenze imperialiste le responsabili di tale situazione catastrofica, prodotto dei molteplici tentativi d’imporre il loro dominio su questa parte del mondo, in particolare per assicurarsi il controllo delle sue risorse petrolifere. Non si può fare a meno di constatare che oggi le forze scatenate da decenni di interventi dei paesi imperialisti, e del più potente di questi, l’imperialismo americano, diventano per loro incontrollabili.

L’offensiva dell’ISIS

Da più di un anno i combattenti dell’ISIS combinano gli attacchi contro le forze governative nella provincia di al-Anbar, ad ovest del paese, moltiplicando attentati-suicidi e sequestri di persona, nonché commettendo i peggiori soprusi. Nel gennaio scorso, essi prendevano Falluja, poi alcuni quartieri di Ramadi, città sunnite situate in quella provincia, rispettivamente di 320.000 e 400.000 abitanti. Questa vittoria è stata senza dubbio facilitata dall’ostilità di una parte della popolazione sunnita nei confronti del potere corrotto del Primo ministro Nouri al-Maliki, accusato di promuovere gli interessi delle popolazioni sciite e curde a discapito dei sunniti, nonché dalla disperazione di una parte della popolazione, in particolare tra i giovani, che il crollo economico del paese ha privato di ogni prospettiva.

Questa milizia integralista sunnita, creata nel 2003 dopo l’invasione americana in Iraq, afferma di voler instaurare, da una parte all’altra della frontiera con la Siria, un «nuovo califfato» in nome della sharia. Di fronte alla rapida avanzata dell’ISIS, ufficiali e soldati iracheni hanno disertato in massa, non avendo alcuna motivazione per rischiare la propria vita al fine di difendere il potere centrale, tanto più che molti non si sono arruolati nell’esercito se non per sfuggire alla miseria.
La popolazione civile si ritrova una volta di più stretta in una morsa tra le truppe del potere di Bagdad e le milizie. Si stima che gli scontri di questi ultimi mesi abbiano costretto 500.000 abitanti della provincia di al-Anbar (quasi un terzo) a fuggire dalle zone di combattimento. Nel solo mese di maggio almeno un migliaio di persone sono state uccise, tre quarti negli attentati terroristici e il resto nelle operazioni militari. E ciò fa seguito ad un anno, il 2013, che ha avuto le maggiori uccisioni dopo i picchi raggiunti nel 2006 e nel 2007 sotto l’occupazione americana.

Obama, nell’annunciare il ritiro delle forze americane dall’Iraq dopo nove anni di guerra e di occupazione, nel dicembre del 2011 si era vantato di lasciare uno Stato sovrano, democratico e stabile. Vediamo quello che ne è oggi.

Il ruolo dell’imperialismo dalla guerra Iran-Iraq all’invasione

Milizie come quelle dell’ISIS, che pretendono di rappresentare la minoranza sunnita, come del resto quelle, più o meno potenti, che pretendono di rappresentare la popolazione sciita, non avrebbero mai visto la luce se l’imperialismo non avesse aperto loro la via attizzando, direttamente o indirettamente, le divisioni in seno alla popolazione irachena e addirittura utilizzando queste divisioni per imporre il suo dominio.

Senza dubbio l’Iraq, creazione artificiale dell’imperialismo britannico al momento dello smantellamento dell’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale, non è molto omogeneo con il 54% di arabi sciiti, il 22% di arabi sunniti e il 24% di curdi, questi ultimi in maggioranza sunniti. Tali divisioni, tuttavia, non avevano impedito alle diverse componenti della sua popolazione di convivere senza mai conoscere guerre civili per più di 80 anni, fino a quando le potenze imperialiste si sono servite dell’Iraq come di una pedina del loro gioco regionale.
L’imperialismo, dopo il 1979 e la caduta dello scià d’Iran che ad esso era servito da pilastro regionale da più di un quarto di secolo, incaricò Saddam Hussein di punire il nuovo regime iraniano dei mullah per aver osato prendere il potere senza il suo consenso. Seguirono, tra il 1980 ed il 1988, otto anni di un conflitto sanguinoso tra i due paesi, che fece un milione di morti e condusse l’Iraq sull’orlo della rovina. Fu durante questa guerra che Saddam Hussein, credendo che la frazione sciita della popolazione irachena manifestasse il proprio malcontento per essere stata trascinata in una guerra contro l’Iran sciita, cercò sempre di più l’appoggio della minoranza sunnita.

A quell’epoca, colui che stava per diventare un dittatore da abbattere era, per i dirigenti imperialisti, americani come francesi, uno dei propri strumenti nella regione. Ma nel 1990, ai loro occhi, Saddam Hussein ebbe il torto d’invadere il Kuwait come risarcimento del servizio che aveva reso loro facendo guerra all’Iran. I dirigenti imperialisti scelsero di non tollerare ciò che rischiava d’apparire come un gesto di sfiducia e una manifestazione d’indipendenza nei loro riguardi. Nel 1991, come misura di ritorsione, una coalizione diretta dagli Stati Uniti, comprendente la Francia, diede il via allora alla prima guerra del Golfo. Saddam Hussein dovette andarsene dal Kuwait. Pur sconfitto, fu nondimeno lasciato al potere dal momento che Washington lo riteneva ancora utile a reprimere le popolazioni, quelle sciite al sud e quelle curde al nord, che si erano sollevate contro di lui. La repressione, tuttavia, scavò ancora un po’ di più il fossato tra queste popolazioni ed il regime.

Vennero poi dieci anni di embargo occidentale che avrebbe causato la morte di mezzo milione di bambini iracheni. Saddam Hussein, al fine di consolidare il proprio potere indebolito da tale embargo e dalle sue conseguenze catastrofiche sul piano sociale, moltiplicò le concessioni ai religiosi, in modo particolare a quelli sunniti.

Il prezzo dell’occupazione imperialista

L’imperialismo americano voleva però risolvere il problema iracheno in modo definitivo. Esso puntava ad avere il totale controllo su questa regione ricca di petrolio, ma anche a riaffermare il proprio dominio su di essa mostrando quale sorte attendeva i regimi tentati di dar prova di velleità d’indipendenza.

Il clima politico creato dagli attentati dell’11 settembre del 2001 fornì il pretesto al presidente americano George W. Bush di provare a dimostrare di essere in grado di ottenere tutto ciò. Le menzogne sulla presunta presenza di armi di distruzione di massa e di commandos di Al-Qaida in Iraq servirono da giustificazione per l’inizio di una nuova guerra.

Il 20 marzo del 2003, i primi missili americani cadevano su Bagdad nel quadro di un’operazione soprannominata con cinismo «libertà per l’Iraq». Un mese dopo l’inizio dell’offensiva, nell’aprile del 2003, il regime di Saddam Hussein era rovesciato. In maggio, il presidente americano proclamava la fine delle operazioni di combattimento in Iraq.
Cominciò allora un’occupazione, approvata subito dall’ONU, sotto la cui responsabilità si proseguì una vera guerra che sarebbe durata ancora altri otto anni. Le truppe anglo-americane cambiarono nome, divennero una «forza multinazionale» occupante l’Iraq su richiesta di un governo iracheno provvisorio... che esse stesse avevano appena insediato.
L’occupazione americana, tuttavia, non riuscì mai ad imporsi davvero. Se, all’inizio dell’intervento, alcuni iracheni poterono vedere di buon occhio la caduta di Saddam Hussein, le loro illusioni svanirono rapidamente. L’occupazione americana fu presto detestata provocando esplosioni di collera della popolazione. Rivolte furono represse, come a Falluja nel 2004, dove l’esercito americano massacrò la popolazione sunnita insorta provocando una vasta ondata di profughi verso la vicina Siria.

L’ascesa delle milizie

Dal luglio del 2003, gli Stati Uniti presiedettero la creazione di un consiglio di governo transitorio che doveva servire d’interfaccia tra le forze d’occupazione e la popolazione. Esso raggruppava tutte le forze d’opposizione al vecchio regime. Oltre a vecchi dignitari tornati dall’esilio, erano presenti partiti religiosi sciiti come il partito Da’wa, che nondimeno era stato sulla lista delle organizzazioni terroristiche, o come il Consiglio supremo della rivoluzione islamica (CSRI) sostenuto dall’Iran. Vi erano anche partiti sunniti, partiti curdi e turkmeni, partiti laici e persino il Partito comunista iracheno.

Ma la situazione non si stabilizzò. E ciò per una semplice ragione: l’esercito e il partito Baath, che erano stati i pilastri del regime, erano virtualmente crollati e l’amministratore americano Paul Bremer aveva eliminato ciò che ne restava dissolvendo l’esercito e i servizi di sicurezza, nonchè vietando il Baath.

Il vuoto lasciato dalla distruzione dell’apparato statale di Saddam Hussein ad opera delle forze d’occupazione e la lotta per il potere che ne era seguita avevano portato allo sviluppo di milizie di cui le più importanti si collocarono su un terreno religioso o etnico. Alcune, come i peshmerga curdi o le milizie del CSRI sciita, avevano già stabilito una loro presenza durante la clandestinità all’epoca di Saddam Hussein. Altre si erano formate giocando sull’odio suscitato dalle forze d’occupazione.

Tutte queste milizie usavano gli stessi metodi – quelli del terrore – per epurare i loro «territori» dagli elementi «stranieri» con il pretesto di proteggere la parte di popolazione di cui esse pretendevano di rappresentare gli interessi, ma in realtà per esercitare la paura nei suoi ranghi. Tutto ciò per occupare il massimo del terreno al fine di essere nella migliore posizione per rivendicare il potere a livello locale o a quello nazionale. Così la milizia del dirigente integralista sciita Moqtada al-Sadr, costituita da 60.000 membri, si radicò solidamente nel quartiere povero di Sadr City a Bagdad e nelle città di Karbala e Najaf a sud della capitale.

I conflitti tra queste milizie non tardarono a trasformarsi in vera guerra civile, in particolare tra Sunniti e Sciiti, quando sotto il regime di Saddam Hussein, uno dei più laici del mondo arabo, questi erano coesistiti.

La politica delle autorità d’occupazione non fece che inasprire le cose. Al fine di tentare di ristabilre l’ordine, nell’intento di proteggersi dalle forze sunnite legate al vecchio regime di cui diffidavano, esse crearono un nuovo apparato di Stato a partire dalle milizie religiose sciite e dai peshmerga curdi.

La minoranza sunnita, emarginata nelle nuove istituzioni statali, lo fu anche nelle istituzioni politiche create dagli occupanti. A partire dalle elezioni del dicembre del 2005, queste istituzioni furono controllate di fatto da una coalizione disparata di partiti sciiti e curdi sotto la presidenza del Primo ministro Nouri al-Maliki, numero due del partito religioso sciita Da’wa. I governi successivi, paralizzati dai litigi interni, persero rapidamente tutto il credito a forza di negligenze e corruzione.
Quest’anno, al fine di tentare di riguadagnare terreno nelle elezioni del 30 aprile, le prime dalla partenza dell’esercito americano, al-Maliki ha ripreso ad usare l’arma della divisione, facendo arrestare alcuni politici sunniti. Ma egli, pur arrivando anche questa volta in testa, non ha ottenuto che 92 seggi su 328. Questo gioco politico non sarà servito che a far crescere in proporzione l’esasperazione nella minoranza sunnita.

L’Iraq minaccia d’implodere

Un altro espediente utilizzato dalle forze d’occupazione per ristabilire una parvenza di normalità fu quello del federalismo introdotto nella Costituzione irachena del 2005. Si trattava di tentare di neutralizzare le fazioni rivali facendo loro balenare la possibilità di ottenere il proprio territorio, in alcuni casi con una possibile redistribuzione dei profitti derivanti dal petrolio. Ma ciò sfociò nel risultato opposto.

La zona curda, al nord del paese, era già autonoma di fatto ancor prima dell’invasione del 2003. La Costituzione del 2005 trasformò questa situazione in stato di diritto, ma lasciò molteplici contenziosi tra il governo autonomo curdo e quello centrale. Ad esempio, le tensioni sono salite a più riprese quando le autorità curde si sono arrogate il diritto di commercializzare le loro risorse energetiche senza passare prima da Bagdad. C’è poi il problema del controllo delle regioni di Mossul e di Kirkuk, il cui sottosuolo trabocca di petrolio, problema che i dirigenti curdi potrebbero ben risolvere a loro modo approfittando del disgregamento dell’esercito di Bagdad di fronte all’offensiva dell’ISIS. Grazie ai loro 250.000 combattenti ben equipaggiati di veicoli blindati, essi hanno fermato l’avanzata nemica verso il nord e occupato Kirkuk il 12 giugno. Rimane da sapere quale reazione tale espansione della zona curda provocherà da parte di Bagdad e delle milizie interessate al petrolio di Kirkuk.

Fin da ora, in molte altre parti del territorio iracheno, altri governi locali e altri partiti in ogni provincia, sono stati tentati di seguire l’esempio curdo. E’ il caso della provincia di Bassora, nel sud del paese, il cui governo locale è dominato da un partito sciita integralista, il partito della virtù islamica o al-Fadhila. Uno dei suoi dirigenti così dichiarava nel 2007: «Noi, in quanto Fadhila, vogliamo fare della nostra procincia la nostra regione. Disponiamo di due milioni d’abitanti, di un aeroporto, di un porto e di petrolio, tutto ciò che ci occorre per essere uno Stato».
Le potenze imperialiste, ancor prima di lasciare l’Iraq, avevano dunque incoraggiato lo sviluppo di forze centrifughe che, non potendo prendere il potere centrale, non chiedevano che di appropriarsi di una parte del paese se mai ne avessero avuto l’occasione. Queste forze potrebbero approfittare del crollo del potere di Bagdad per occupare il territorio che si sono scelte, facendo salire di tanto la posta in gioco nella guerra civile e il rischio di una deflagrazione dell’Iraq, dalla quale la popolazione irachena non avrebbe nulla da guadagnare.

La destabilizzazione di un’intera regione

La guerra civile che si sviluppa in Iraq non è che l’ultimo episodio di una crisi che minaccia tutta la regione a causa della politica delle potenze imperialiste.

Durante l’occupazione dell’Iraq, la fuga dei gruppi integralisti sunniti iracheni verso la Siria giocò un ruolo importante nella ricomparsa di questa corrente in un paese dove era virtualmente scomparsa dopo essere stata annientata dal regime di Bashar al-Assad. Le manifestazioni popolari di inizio 2011 finirono per sfociare in una guerra tra bande militari che offrì un terreno di reclutamento e di addestramento alle milizie integraliste sunnite sia siriane sia irachene. L’imperialismo scelse di non intervenire direttamente al fine di non rischiare un crollo della dittatura di al-Assad, che avrebbe potuto essere pericoloso in questo paese confinante con quell’altra polveriera che è la Palestina. Esso non mancò tuttavia di approfittare di questa occasione per tentare di indebolire il regime siriano quel tanto appena sufficiente a renderlo più malleabile, in particolare permettendo ai propri alleati regionali di fornire armi alle milizie integraliste sunnite.
Oggi si assiste ad un vero e proprio capovolgimento di fronte. Le milizie sunnite irachene, che ieri erano passate in Siria, si sono rafforzate nella guerra contro Assad e hanno finito per riattraversare la frontiera. Sono state loro che hanno iniziato con il destabilizzare la regione irachena di confine di al-Anbar prima di sferrare l’offensiva verso la provincia di Ninive e, di là, contro il potere di Bagdad.

La crisi attuale ha evidentemente un carattere regionale. Nessuno può dire con certezza, per il momento, quali saranno le conseguenze della guerra civile in Iraq e, in particolare, se essa porterà ad un’implosione del paese. Di certo, la guerra civile destabilizza ancora un po’ di più una regione già devastata da una moltitudine di conflitti in Siria, nel Libano o in Palestina. I tentativi delle potenze imperialiste per imporre il loro dominio non avranno fatto altro che scatenare forze sempre più incontrollabili.

Nel mezzo del caos gli affari continuano

Né l’insicurezza di questi ultimi anni né la guerra civile hanno impedito ai trusts imperialisti di depredare sistematicamente il petrolio iracheno, anche se, nel momento in cui scriviamo, la raffineria di Baiji, la più importante del paese, è la posta in gioco di una prova di forza tra le milizie dell’ISIS e le forze governative.

Fu per proteggere i profitti dei trusts che l’esercito americano, dopo il suo ritiro dall’Iraq nel dicembre del 2011, lasciò dietro di sé 35.000 mercenari così come lasciò a Bagdad l’ambasciata degli Stati Uniti più grande del mondo con non meno di 17.000 funzionari. L’Iraq poteva anche essere diventato un pantano, ciò non avrebbe impedito ai «grandi» del petrolio ed alle banche che li sostengono di ottenere i benefici che si aspettavano dall’intervento imperialista mettendo le mani su una parte molto importante della futura produzione petrolifera irachena.

L’insicurezza di questi ultimi anni, ciononostante, ha creato qualche problema al buon andamento degli affari pur non impedendo ai trusts di trarre profitti considerevoli da questo caos. L’inasprimento attuale della guerra, evidentemente, potrebbe crearne altri minacciando le infrastrutture della produzione e dell’esportazione, nonché impedendo ai profitti del petrolio di andare ad arricchire gli azionisti occidentali.

La popolazione continua a pagare il prezzo più alto

La popolazione irachena ha pagato con un prezzo esorbitante la politica dell’imperialismo. E continua a pagarla. Il degrado delle condizioni di sicurezza in tutto il paese è il primo problema, con il rischio permanente di essere uccisi in un attentato o nel corso di un intervento militare.

Gli anni di guerra e di occupazione hanno spinto quasi cinque milioni di Iracheni a fuggire, sia fuori dell’Iraq – soprattutto in Siria, ma anche in Giordania, Turchia o Libano – sia all’interno del paese. Gran parte dei profughi all’interno del paese sono ammucchiati in circa 400 campi senza accesso all’acqua né impianti sanitari sufficienti, senza cure mediche e scorte alimentari.

Gli Iracheni che sono fuggiti nei paesi vicini hanno un po’ di speranza di inserirsi, di ottenere un permesso di soggiorno e un lavoro. Per quanto riguarda quelli che si trovano in Siria, con l’aumento della violenza sono di nuovo cacciati e costretti a cercare un nuovo rifugio.

Il petrolio rappresenta il 65% del PIL iracheno ed il 90% delle entrate del paese. Ciò frutta certamente denaro allo Stato, ma assolutamente nulla alle classi popolari, in particolare a causa della corruzione statale. La disoccupazione interessa almeno la metà dei lavoratori iracheni, in realtà indubbiamente di più. Quelli che hanno un lavoro si confrontano con la precarietà e con i bassi salari, e i prezzi sono esplosi.

Movimenti di collera esplodono periodicamente, come avvenne nel 2011 tra gli operai del petrolio in lotta contro i bassi salari, per il pagamento dei premi o per un’occupazione stabile. «Siamo noi che produciamo la ricchezza di questo paese che va poi nelle tasche dei responsabili e dei deputati. Noi siamo come i cammelli che trasportano oro e mangiano spine», dichiarava un rappresentante del sindacato dei lavoratori del petrolio e del gas di Kirkuk durante una manifestazione.

La popolazione si confronta quotidianamente con la mancanza di acqua e di elettricità. Ciò significa, quando le temperature superano i 40°C, nessun frigorifero, nessun ventilatore. La rete idrica a Bagdad è quasi fuori uso. Il sistema sanitario, per quanto uno dei più sviluppati del Medio Oriente fino agli anni ’70-’80, ha conosciuto una regressione catastrofica. Nelle zone più svantaggiate di Bagdad si assiste ad una recrudescenza del colera e della tubercolosi.

Ma tale regressione va ben al di là delle condizioni materiali. I religiosi guadagnano sempre più influenza controllando la vita quotidiana, mentre le milizie continuano ad imporre la propria legge. La corrente politica del leader integralista sciita Moqtada al-Sadr si è infiltrata nel ministero dell’educazione per pesare sull’orientamento dei programmi scolastici e far presa sulla gioventù.

Questo degrado sociale, tanto materiale quanto morale, tocca particolarmente le donne. Dagli anni ’60, rispetto agli altri paesi del Medio Oriente, le Irachene beneficiavano di qualche libertà in più. Tuttavia, con l’irruzione delle milizie integraliste nella vita sociale e politica, le donne hanno perduto quasi tutti i diritti. Per le Irachene, ancor più che per il resto della società, l’intervento imperialista si è tradotto in un ritorno ad un mezzo secolo indietro.

Abbasso l’imperialismo!

La guerra condotta dall’imperialismo per rafforzare il suo dominio nella regione, ne ha fatto al contempo una polveriera. L’imperialismo è intervenuto per decenni nel Vicino e nel Medio Oriente, dallo smembramento dell’Impero ottomano dopo la Prima guerra mondiale e la sua spartizione tra la Francia e la Gran Bretagna , fino all’influenza progressiva stabilita dagli Stati Uniti dopo la Seconda guerra mondiale. I legami storici esistenti nel mondo arabo sarebbero potuti servire come fondamenta di un vasto insieme politico ed economico in grado di limitare le possibilità di sfruttamento da parte delle potenze imperialiste. L’interesse di queste era perciò di dividere la regione per meglio impadronirsi delle sue ricchezze. Tale politica è stata condotta fino in fondo, al punto che gli Stati creati artificialmente dopo il primo conflitto mondiale sembrano essi stessi sotto la minaccia d’implodere. La guerra civile che dilania la Siria e l’Iraq minaccia i paesi vicini, dal Libano alla Giordania, paese, quest’ultimo, confinante con l’Iraq che oggi teme l’avanzata dell’ISIS. Ma tutti gli altri paesi della regione rischiano di essere destabilizzati, senza dimenticare gli scontri che sfociano periodicamente in una guerra aperta tra lo Stato d’Israele ed i Palestinesi da più di sessant’anni.

Il caos creato dall’imperialismo americano minaccia ormai una regione intera. Gli Stati Uniti condividono questa responsabilità con gli altri paesi imperialisti, dalla Gran Brretagna alla Francia. Se è vero che quest’ultima si è opposta nel 2003 all’operazione militare decisa da George Bush, essa nondimeno ha partecipato a tutta l’operazione di smembramento del Medio Oriente.

Il sistema di dominio imperialista costruito sullo sfruttamento, sulla guerra e sul sangue dei popoli porta ad una barbarie di cui la situazione mediorientale offre una terribile immagine. Rovesciarlo è una necessità per tutta l’umanità.

26 giugno 2014


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