Internazionale

Francia: il movimento socialista e le tasse

(Da “Lutte de classe” n° 157 – Febbraio 2014)

La denuncia delle imposte è il terreno tradizionalmente privilegiato dalla destra. Essa si fa portavoce degli strati più agiati. La sinistra riformista, a sua volta, presenta l’imposta come un mezzo atto a correggere le diseguaglianze grazie ad una politica di redistribuzione. In Francia il dirigente del Partito di sinistra Jean-Luc Mélenchon ha fatto appello ad una «rivoluzione fiscale»e il Partito comunista, anch’esso, conduce una campagna per la «giustizia fiscale».

Questo ruolo di uno Stato che redistribuisce la ricchezza appartiene alla mitologia dei riformisti di ogni genere, dapprima i socialisti, poi il Partito comunista, quest’ultimo da quando, sotto l’influenza dello stalinismo, ha abbandonato le sue prospettive rivoluzionarie. S tratta di menzogne il cui fine consiste nel convincere i lavoratori che non devono rovesciare il capitalismo e lo Stato, ma è sufficiente «votare bene» per «bravi» dirigenti che si occuperebbero di loro. E’ evidente che oggi lo Stato non ha per nulla questo ruolo, ma in realtà esso non l’ha mai avuto neppure nel passato in quanto non può esserci una fiscalità «giusta» nel sistema capitalistico.

Il mito della «neutralità dello Stato»

Nella nostra società profondamente diseguale, divisa in classi sociali, contrariamente alla leggenda diffusa, anche il più «democratico» degli Stati non è un attore neutrale che si situa al di sopra della mischia. Lo Stato, agente del mantenimento dell’ordine, favorisce necessariamente la classe dominante, la quale approfitta dell’ordine imperante. Ciò è vero in ogni epoca da quando sono apparse delle classi sociali e un apparato di Stato.

Tuttavia, nei paesi ricchi come la Francia, dove si è sviluppata nel corso della storia una borghesia ricca e potente, lo Stato è ancor meno di altri «indipendente» dalla classe dominante. È davvero lo Stato della borghesia e innanzitutto della sua frazione più ricca. Essa lo controlla grazie a mille vincoli di ogni tipo, personali e finanziari e gli fornisce una parte dei quadri dirigenti. I grandi padroni, i rappresentanti delle grandi famiglie borghesi, i Peugeot, i Bettencourt e altri sanno trovare i mezzi per esercitare un controllo sullo Stato, senza aver bisogno di essere eletti dalla popolazione.

Qualunque fosse la politica fiscale degli Stati borghesi nei diversi momenti della storia, essa non ha mai mirato a «redistribuire la ricchezza». È un’altra idea falsa che i partiti riformisti hanno contribuito a diffondere, imponendo l’idea che «essere di sinistra» equivale ad essere «per le imposte».

Le diseguaglianze, però, non cadono dal cielo. Esse sono, nella nostra società, la conseguenza del fatto che la borghesia, proprietaria dei mezzi di produzione, può accaparrarsi il prodotto del lavoro della classe operaia e dell’insieme di coloro che non hanno che le proprie braccia per vivere.

Per questo motivo, al fine di diminuire le diseguaglianze, e a maggior ragione per porvi fine, occorre che la classe operaia rimetta in causa il dominio della borghesia sull’economia, battendosi per toglierle il possesso delle grandi imprese e riorganizzare l’economia in modo che il lavoro di ognuno serva allo sviluppo del benessere di tutti. E per far questo, essa dovrà prendere il potere politico.

I primi dibattiti nel movimento operaio

Il problema della fiscalità per i militanti del movimento operaio, quando questo ancora si batteva per l’emancipazione del proletariato, non si poneva indipendentemente da tale battaglia. Quei militanti avevano espresso la rivendicazione di un’imposta pesante sulle classi più ricche al fine di dare un’arma ai lavoratori nella guerra di classe contro la borghesia.

Marx ed Engels, nel Manifesto del Partito comunista (1848), enunciarono un programma di misure che il proletariato avrebbe dovuto assumere una volta giunto al potere, dopo essersi costituito in classe dominante, tanto per riprendere i termini in uso allora, programma nel quale la rivendicazione di un’imposta progressiva si trova al secondo posto. In un tempo in cui gli operai non pagavano alcuna imposta sul reddito, essi non esortavano evidentemente che questi la pagassero: per loro, tale tassazione non doveva applicarsi che agli strati più ricchi. Essi non si aspettavano nemmeno che Stati monarchici e reazionari, come quelli allora esistenti nella gran parte dell’Europa, istituissero una tale imposta. Marx ed Engels erano militanti rivoluzionari che combattevano affinché il proletariato si impadronisse del potere politico e se ne servisse per «strappare a poco a poco tutto il capitale alla borghesia».

Nello stesso testo, tra le altre misure, l’abolizione dell’eredità veniva subito dopo. L’obiettivo, anche lì, era quello di privare progressivamente i borghesi delle loro ricchezze, impedendo loro di trasmettere ai propri figli il frutto dello sfruttamento dei lavoratori.

In seguito tuttavia, su tale questione, Marx ha abbandonato questa rivendicazione e l’ha pure combattuta in quanto molte altre categorie sociali, i piccoli e medi proprietari, potevano sentirsi presi di mira da tale misura e raggiungere così di colpo i ranghi degli avversari del proletariato. Nei dibattiti che ebbero luogo tra i militanti della Prima Internazionale (1864-1876) per elaborare il programma del movimento, furono i sostenitori di Bakunin che difesero l’abolizione dell’eredità.

Il militante Johann Eccarius, al congresso di Basilea, nel 1869, sviluppò in uno dei suoi interventi quella che era allora la posizione di Marx: «La legge dell’eredità non è la causa, ma l’effetto, la conseguenza giuridica dell’attuale organizzazione economica della società; (...) ciò che dobbiamo discutere, è la causa e non l’effetto; (...) la scomparsa del diritto di eredità sarà il risultato naturale di un cambiamento sociale che abolisce la proprietà individuale dei mezzi di produzione; ma l’abolizione del diritto di eredità non può essere il punto di partenza di una simile trasformazione sociale: ciò sarebbe assurdo quanto il voler abolire la legge dell’offerta e della domanda continuando lo stato attuale delle condizioni di scambio; sarebbe falso in teoria e reazionario in pratica. Nel trattare leggi riguardanti l’eredità, noi presupponiamo necessariamente che la proprietà individuale dei mezzi di produzione continui ad esistere. Ogni misura concernente il diritto di eredità, di conseguenza, non può essere attinente che ad una transizione sociale (...). Queste misure transitorie non possono essere che le seguenti: a. Estensione dell’imposta sul diritto di eredità (...); b. Limitazione del diritto di fare testamento [lasciare in legato]...».

I rivoluzionari non devono accettare di finanziare lo Stato borghese

Negli anni seguenti, le rivendicazioni di un’imposta progressiva e di una tassazione delle eredità furono riprese e portate avanti dal movimento socialista che si richiamava alle idee di Marx.

Marx non smise di battersi contro un senso riformista che si sarebbe dato a tali idee. In Germania, nel 1875, il Partito socialdemocratico fu creato in seguito ad una fusione tra i «marxisti» e i «lassalliani», un’altra corrente, quest’ultima, che si richiamava al socialismo, dal nome di Lassalle, un militante tedesco che creò il primo partito operaio in quel paese. Marx criticò severamente il programma adottato al congresso di unificazione che si tenne a Gotha. Egli rimproverava ai suoi compagni di aver fatto concessioni ai più riformisti a scopo opportunistico, per facilitare la fusione.

Le rivendicazioni politiche, così come erano state formulate, potevano lasciar credere che la presa del potere da parte del proletariato non fosse indispensabile alla loro realizzazione. Il programma della nuova organizzazione manteneva, così, una certa ambiguità con la rivendicazione di un’«imposta unica e progressiva», che poteva apparire come la forma ideale di finanziamento dello Stato, indipendentemente dalla sua natura di classe.

In un testo dedicato alla critica del programma di Gotha, Marx ricorda ai suoi compagni che «le imposte sono la base dell’apparato statale, e nient’altro» e che l’imposta progressiva era rivendicata da borghesi (Marx citava l’esempio, nel Regno Unito, «dei borghesi di Liverpool per la "riforma finanziaria", che erano capeggiati dal fratello di Gladstone», dirigente del Partito liberale inglese).

Marx considerava che tali misure dovessero figurare nel programma dei socialisti ma senza ambiguità, senza lasciar pensare che i socialisti accettassero di finanziare l’«apparato statale».

Il movimento socialista e le tasse

L’imposta progressiva figurò, con questo significato, nelle prime posizioni del programma di tutti i partiti socialisti che si costituirono a partire dagli anni Settanta. Essi esigevano pure la soppressione delle imposte sul consumo, via via sempre più numerose, che pesavano ingiustamente sugli strati popolari. In Francia, a partire dall’ultimo terzo del XIX secolo, queste imposte indirette rappresentarono più della metà delle risorse statali.

Tali rivendicazioni, nella prima fase dello sviluppo dei partiti socialisti, non avevano che un carattere propagandistico poiché questi partiti non erano nella situazione di poter far adottare la minima legge. Essi erano spesso sottoposti alla repressione, ad esempio nell’Impero tedesco, dove leggi antisocialiste furono in vigore dal 1878 al 1891, ma anche in Francia, dove l’atto fondativo del regime repubblicano fu la sanguinosa repressione della Comune di Parigi, dove i comunardi restarono proscritti fino al 1880 e dove l’esercito era regolarmente inviato a reprimere gli scioperi operai.

Nella maggior parte dei paesi dell’Europa orientale, tuttavia, i partiti socialisti poterono presentarsi alle elezioni nazionali a suffragio universale. Essi vi videro un’occasione per farsi sentire dalle grandi masse, il mezzo per espandere la propria influenza e per rafforzare l’organizzazione del proletariato. In quegli anni, il proletariato mostrava una combattività importante facendo emergere nuove generazioni di militanti che raggiunsero le file dei socialisti. Ciò si tradusse, sul piano elettorale, in un aumento dei suffragi a favore dei socialisti, che poterono così fare il loro ingresso nei Parlamenti e in alcune istituzioni locali.

Questi militanti si trovarono allora di fronte a problemi nuovi, come il fatto di dover prendere posizione in occasione dei dibattiti parlamentari. I socialisti riassumevano il loro atteggiamento con la consegna "non un soldo, non un uomo a questo governo". Ciò perché non perdevano di vista che era il governo della classe nemica a cui essi cercavano di proporre una «miglior» politica non più di quanto non cercassero di parteciparvi. Essi erano coscienti che, fin quando la classe operaia non avesse preso il potere nel corso di una mobilitazione rivoluzionaria, un governo non avrebbe potuto essere che il «comitato d’affari della borghesia», per riprendere la formula di Marx. Il loro atteggiamento era propagandistico: essi cercavano di dimostrare all’insieme delle classi lavoratrici la necessità del rovesciamento della borghesia.

In Francia, dopo la vittoria elettorale del Partito radicale alle elezioni legislative del 1906, essendo il partito repubblicano borghese il più a sinistra, il governo diretto da Georges Clemenceau presentò un progetto di legge che istituiva un’imposta progressiva sul reddito.

Ciò non aveva nulla di originale in Europa all’epoca in cui molti altri Stati avevano introdotto una fiscalità di questo tipo negli stessi anni. Ciò rispondeva alle necessità di finanziamento crescente dello Stato, in particolare con l’aumento delle spese militari nell’epoca imperialista che vedeva le più potenti borghesie partire alla conquista del mondo e contendersi i mercati, le zone d’influenza e le colonie.

Questa nuova imposta suscitava l’opposizione dei partiti di destra, conservatori, i quali non accettavano che le classi possidenti fossero tassate, anche per finanziare una politica che serviva nondimeno ai loro interessi (1).

I socialisti di allora non diedero il proprio sostegno a quel progetto di legge. Nel giornale della SFIO, L’Humanité, del 5 luglio 1907, il socialista Bracke scriveva:

«E M. Caillaux [il ministro delle Finanze] ha pronunciato lui stesso, con cognizione di causa, la condanna della sua legge in anticipo, riconoscendo che l’imposta, nel nuovo sistema, avrebbe pesato innanzitutto sulle classi medie.

In quanto alle grosse fortune, egli è costretto a proclamare che non le si può colpire. Egli ha ragione. Soltanto un governo rivoluzionario sarà in grado d’istituire una reale imposta progressiva su tutte le categorie di reddito considerate globalmente, colpendo le borse ben fornite e le casseforti piene. Altrimenti, non si possono avere che spostamenti del peso delle imposizioni talmente minimi da essere trascurabili. (...). I socialisti non partecipano a questa farsa. Quando essi inserivano l’imposta unica sul reddito nelle loro rivendicazioni, era come sostituzione non di una piccola parte dei tributi ma della loro totalità; era nel quadro dell’abolizione di ogni imposta indiretta. Essi non vi vedevano un affrancamento dei lavoratori, ma un mezzo per accentuare la lotta di classe. (...). Ciò che essi faranno alla tribuna della Camera, sarà di dimostrare l’impotenza dei radicali nel realizzare il proprio programma. Essi diranno: la vostra nave è così mal costruita che già fa acqua. Noi non vi saliremo per naufragare con voi.».

La politica dei socialisti nei comuni

I socialisti si rifiutavano per principio di partecipare ad un governo borghese poiché sapevano che ciò implicava fare la politica della borghesia, la quale non poteva tollerare alcun margine di manovra ai vertici dello Stato. Non era la stessa cosa a livello dei comuni dove i sindaci potevano, in una certa misura, dare prova d’indipendenza senza che ciò mettesse immediatamente in pericolo la stabilità del potere della borghesia. E i successi elettorali portarono i socialisti molto rapidamente a definire il loro approccio a tale questione.
In un articolo scritto nel 1891, Jules Guesde spiegava che i socialisti dovevano tentare di trasformare «le assemblee comunali» in «formidabili strumenti di propaganda con i fatti» poiché, egli proseguiva, «esse hanno competenza in tutta una serie di parziali miglioramenti tali da trascinare nella nostra orbita le masse che per la prima volta si sentirebbero protette». Alla vigilia delle elezioni municipali del 1892, il Partito operaio, diretto da Jules Guesde e Paul Lafargue, aveva adottato nel novembre del 1891, al suo congresso di Lione, «un programma comune di rivendicazioni immediate rientranti nella competenza del potere comunale». Tale programma prevedeva in particolare l’istituzione di servizi pubblici come mense scolastiche, la creazione di reparti di maternità e di asili, l’organizzazione di un servizio di medicina e di farmacia, di bagni pubblici, di un servizio di consulenza legale.

I socialisti, avendo il problema di assicurare il finanziamento di tali misure, erano favorevoli alla soppressione della tassa locale – riscossa sulle merci che entravano in città, era dunque una tassa sul consumo che colpiva i più poveri – e di esentare «i piccoli affitti da ogni imposta sui beni mobili e pro capite, applicata sugli affitti di un livello superiore tassati in modo progressivo».

In Francia, i socialisti si trovarono, a partire dagli anni Novanta, alla testa di città come Lille, Roubaix, Calais, Commentry, Montluçon, Roanne, Limoges, Narbonne, Marsiglia per citarne solo alcune. Quando essi cercarono di applicare il loro programma, entrarono in conflitto con le autorità. I prefetti, così, annullarono sistematicamente alcune decisioni come il voto per un sostegno finanziario ai sindacati o agli scioperanti, e in linea di massima si opposero alla realizzazione di servizi comunali in favore dei più poveri, come farmacie comunali o mense scolastiche.

Gli eletti socialisti non si inchinavano dinanzi ai veti prefettizi che denunciavano e tentavano di aggirare. In molte città essi giunsero a fare politiche che permettevano di destinare una parte importante delle risorse al miglioramento delle condizioni di vita dei più poveri.

La frazione del movimento socialista che rivendicava idee rivoluzionarie, nel condurre questa lotta, si rifiutava di diventare un semplice ingranaggio ai vertici delle municipalità e cercava di dimostrare agli occhi delle larghe masse che, fino a quando i lavoratori non avrebbero preso il potere politico, lo Stato sarebbe rimasto uno strumento al servizio delle classi più ricche. Per riprendere una formula di Guesde, i comuni rappresentavano «un campo di manovra e di addestramento per l’esercito socialista».

Così, a livello comunale come a livello statale, i socialisti consideravano le questioni fiscali nel quadro della guerra di classe che si faceva contro la borghesia.

L’evoluzione dei partiti socialisti verso il riformismo

A partire dall’inizio del XX secolo, lo sviluppo delle correnti riformiste, sempre più influenti in seno al movimento socialista, portò ad un’evoluzione profonda rispetto a tutte queste questioni. Alcuni deputati si preoccuparono di trovare la modalità di finanziamento più giusta, più «democratica», giungendo così a ritenere accettabile, a certe condizioni, votare il bilancio del governo.

Così, nel 1913 in Germania, i deputati socialisti in Parlamento, il Reichstag, votarono in favore del finanziamento della legge militare con la scusa che esso era assicurato dalla creazione di imposte dirette gravanti sulle classi superiori. Ma i deputati dell’SPD, così facendo, avevano fornito il loro sostegno alla politica di militarizzazione.

Rosa Luxembourg, che era una delle figure militanti dell’ala sinistra del Partito socialdemocratico, stimò la gravità di tale voto secondo il suo giusto valore e combatté affinché i delegati del partito riuniti al congresso di Iena poco tempo dopo, nel settembre del 1913, lo condannassero. La schiacciante maggioranza dei delegati, tuttavia, diede ragione ai deputati.

Rosa Luxembourg, nel fare il bilancio di quel congresso, costatava che si era stretta un’alleanza tra la direzione e l’ala destra riformista del partito contro la sinistra su questioni decisive, tra cui figurava il voto dei deputati. Essa concludeva che la sinistra del partito doveva cercare di rivolgersi all’insieme dei militanti per convincerli a costringere la direzione del partito a cambiare politica, a riportarla sulla via dell’offensiva e della lotta contro la borghesia. Ed essa non dubitava che ciò fosse ancora possibile.

Ma l’opportunismo corrompeva profondamente il movimento socialista e, nel 1914, i deputati socialisti votarono i crediti di guerra fornendo il loro sostegno politico alla propria borghesia nazionale impegnata in una lotta per la spartizione del mondo. Ciò avvenne nella quasi totalità dei paesi belligeranti.

Così, con lo scoppio della guerra, il movimento socialista slittò definitivamente nel campo della borghesia. In seguito, i partiti socialisti ebbero accesso al potere a più riprese e i loro ministri si mostrarono dei buoni e leali gestori degli affari della borghesia e delle finanze del suo Stato.

Lo Stato sovietico e le tasse

Nello stesso periodo, nell’ottobre del 1917 in Russia, ebbe luogo la prima rivoluzione operaia vittoriosa. La classe operaia era giunta, per la prima volta, a conquistare il potere. La questione della fiscalità, lungi dallo scomparire, continuò a porsi in condizioni nuove per i rivoluzionari.

Se le classi feudali e la grande borghesia furono espropriate nel corso della guerra civile, tutti gli altri strati sociali continuavano ad esistere e ad essere contrapposti da interessi differenti. La grande massa dei contadini aveva fornito il suo sostegno al potere sovietico in quanto i bolscevichi erano stati i soli ad appoggiare e a incoraggiare le mobilitazioni nelle campagne per la ripartizione delle grandi tenute. La riforma agraria decisa dallo Stato operaio aveva soddisfatto la maggioranza dei contadini. Tuttavia, dopo questo primo provvedimento, l’atteggiamento dei contadini nei confronti dello Stato sovietico non fu più così unanime. Le differenze di interesse si espressero in seno a tale insieme eterogeneo. I contadini più ricchi, i «kulaki», formavano un’autentica borghesia rurale con interessi ben distinti da quelli di chi non possedeva che una piccola particella, e decisamente del tutto contrari a quelli dei più poveri che lavoravano a giornata come braccianti.

Negli anni di guerra civile, tra il 1918 e il 1921, il potere sovietico, per mancanza di risorse finanziarie, fu costretto ad affidarsi a requisizioni nelle campagne, suscitando un malcontento tra numerosi contadini.

Nel 1921, quando la rivoluzione era rimasta isolata in una Russia devastata dagli anni di guerra e minacciata dallo spettro della carestia, il partito bolscevico si decise ad attuare la NEP (Nuova politica economica), vale a dire a ridare uno spazio al mercato e agli scambi commerciali nell’economia sovietica.

I contadini furono autorizzati a vendere la propria produzione e lo Stato sovietico, rinunciando alle requisizioni, istituì un’imposta progressiva, in un primo tempo in natura, poi in denaro dopo che il governo sovietico era giunto a dotarsi di una moneta stabile.

Lenin, nel difendere la necessità di prendere questi provvedimenti, insisteva affinché i bolscevichi avessero chiaramente coscienza che si trattava di un arretramento di fronte alle forze della borghesia carico di pericolo per lo Stato operaio.

Ciò si verificò durante gli anni seguenti nei quali lo Stato operaio si ritrovò a confrontarsi con scelte economiche che facevano riemergere opposizioni di classe. Trotsky e i suoi compagni dell’Opposizione di sinistra, nel combattere la burocratizzazione crescente dello Stato operaio, proposero una politica alternativa a quella attuata in tutti i campi, inclusa la fiscalità. Fino al 1928, la politica dei rappresentanti della burocrazia nascente consisteva nel favorire lo sviluppo di una borghesia rurale. L’Opposizione di sinistra era al contrario favorevole a tassare fortemente i contadini più ricchi, i kulaki, e ad esentare totalmente i contadini poveri.

In questa lotta di classe che proseguiva all’indomani della rivoluzione, l’imposta costituiva uno dei mezzi d’intervento dello Stato operaio. Ciò divenne uno dei motivi degli scontri politici di quegli anni.

La classe operaia non deve pagare tasse!

Oggi i rivoluzionari devono opporsi alle idee diffuse da tutta la sinistra riformista, le quali idee a molti sembrano avere la forza dell’evidenza tanto sono ripetute e propagate: l’imposta sarà il «fondamento del patto repubblicano», la risorsa indispensabile dei servizi pubblici. Bisogna ricordare che l’idea secondo cui i lavoratori dovrebbero per forza pagare un’imposta sul reddito è relativamente recente. Fino agli anni Cinquanta, la grande maggioranza degli operai non era tassabile sul reddito (2).

Bisogna soprattutto ricordare che i lavoratori, loro, non hanno «reddito»: essi hanno un salario che rappresenta ciò che i capitalisti lasciano loro per vivere o per sopravvivere. La classe operaia non deve dunque accettare di pagare un «contributo» supplementare attraverso delle imposte, essa paga già abbastanza!

Tutti i difensori dell’imposta «fondamento del patto repubblicano» hanno in comune il cercare di far dimenticare che ci sono delle classi che si scontrano, per cui qualsiasi «patto» tra queste non può essere che un inganno per gli sfruttati. I rivoluzionari, di fronte ad essi, devono affermare i principi che erano quelli dei movimenti socialista e comunista prima che abbandonassero le loro prospettive di trasformazione sociale. I rivoluzionari lottano per una società che sarà capace, per riprendere la formula di Engels, di relegare lo Stato e tutte le sue tasse nel museo delle antichità.

Nel frattempo, fintanto che la borghesia detiene il potere politico, i rivoluzionari devono restare fedeli alla vecchia parola d’ordine del movimento socialista: non un soldo, non un uomo a questo governo!

7 gennaio 2014
* * * * * *
Note:

1 - Ciò spiega perché l’adozione di quella legge fu respinta in Francia fino al 1914. Fu la Prima Guerra mondiale che permise ai governo dell’epoca di far accettare alle classi più ricche l’introduzione di un’imposta progressiva con una tassazione delle fasce superiori più conseguente, passando dal 2% nel 1914 al 20% nel 1919.

2 - Fino al 1955 esisteva un’imposta speciale su «stipendi e salari» creata nel 1917, ma l’80% dei salariati vi sfuggiva.


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