Internazionale

La «competitività», mascheramento della guerra di classe capitalista

(Da “Lutte de classe” n° 157 – febbraio 2014)

In nome della competitività, il governo di Hollande ha fatto votare nel 2013, partendo da un Accordo nazionale interprofessionale (ANI), una legge denominata «per la protezione del lavoro» legalizzando e legittimando gli accordi di competitività che il padronato vorrebbe imporre.

Questi accordi portano ovunque ad arretramenti importanti per i lavoratori, salari più bassi, aumenti dei tempi di lavoro, attacchi ai congedi, più flessibilità e produttività. Nel contempo, sempre in nome della competitività, i governi che si sono susseguiti non hanno smesso di aumentare i regali ai capitalisti. Il governo Hollande, da parte sua, ha deciso nel 2013 la creazione del credito d’imposta per la competitività del lavoro (CICE), il quale renderà alla fine circa 20 miliardi di euro annui alle imprese. L’unico risultato di tale politica di ricerca di competitività è stato così l’esplosione dei dividendi versati agli azionisti in questi ultimi anni.

Da anni i capitalisti, aiutati dagli economisti, dai giornalisti e dai politici al loro servizio, hanno fatto della competitività il proprio cavallo di battaglia. Tutti intonano il medesimo ritornello sulla mancanza di competitività delle imprese francesi e sulla necessità di porvi rimedio, unico modo, secondo loro, di rilanciare l’economia. Tale propaganda, assestata mattino, pomeriggio e sera a tutta la popolazione, punta a far accettare un peggioramento dello sfruttamento della classe operaia. In questo periodo di crisi economica, la competitività non è altro che la bandiera sotto la quale il padronato prosegue la sua guerra contro la classe operaia.

La nozione di competitività fa altri guasti, per certi versi ancor più gravi, nella coscienza operaia. In nome della competitività, i padroni vorrebbero convincere i lavoratori che essi condividono con loro interessi comuni di fronte alla concorrenza internazionale. Essi vorrebbero così aizzare i lavoratori dei diversi paesi gli uni contro gli altri. Il fatto che la borghesia e i suoi difensori cerchino di negare il fondamentale antagonismo tra gli interessi della stessa borghesia e quelli dei lavoratori è nell’ordine delle cose. Questa propaganda è tuttavia tanto più dannosa in quanto è ripresa dai dirigenti dei partiti della sinistra di governo e da certi dirigenti sindacali. È da molto tempo che l’integrazione dei sindacati nella società borghese si è tradotta in un abbandono dei valori del movimento operaio, in primo luogo l’idea fondamentale dell’unità dei lavoratori di tutti i paesi. E quando le direzioni sindacali distillano le idee borghesi in seno al movimento operaio, contribuiscono anche a far arretrare le coscienze e ad ostacolare la reazione della classe operaia.

La libera concorrenza ovvero la guerra di tutti contro tutti

In senso largo, la competitività indica la capacità di affrontare la concorrenza con successo. Tanto varrebbe dire che se la parola competitività è in se stessa abbastanza recente, l’idea è vecchia quanto il capitalismo.

Nei primi tempi del capitalismo, quando questo permetteva uno sviluppo dell’economia mondiale, la concorrenza era il motore dei progressi di quel sistema. Essa lo era poiché rappresentava un potente fattore di distruzione degli elementi più deboli o più arcaici ad opera di quelli a più elevate prestazioni, dei più competitivi direbbero gli esperti di oggi. Ciò ha fatto nascere le parole atte a descriverla. L’aggettivo inglese «competitive», apparso nel 1829, ha prodotto quello francese «compétitif» nel 1907.

La concorrenza economica si è espressa, per tutto il XIX secolo, in una lotta accanita tra capitalisti per acquisire quote di mercato, per annientare gli avversari. In quel periodo, i paesi più moderni diventavano le punte di diamante della libera concorrenza, mentre quelli arrivati più tardi nella corsa capitalistica cercavano di proteggersi da tale concorrenza spietata ricorrendo a diverse forme di protezionismo.

Quando la Gran Bretagna, la cui industria era allora la più avanzata e le imprese capitalistiche le più concorrenziali sul mercato internazionale, pretendeva di essere il paese della libera concorrenza per eccellenza, essa imponeva con la forza la distruzione dei telai indiani per accaparrarsi il mercato in India.

La concorrenza nel sistema capitalistico è sempre stata la guerra di tutti contro tutti, anche ai tempi in cui essa permetteva un reale dinamismo economico. Questa guerra economica era accompagnata molto spesso da guerre molto brevi in cui tutte le armi erano buone e gli Stati servivano già gli interessi dei loro capitalisti.

Alla fine del XIX secolo, questa famosa concorrenza-motore dell’economia capitalista ha provocato lo sviluppo dei monopoli capitalisti, e dell’imperialismo, i quali, lungi dall’eliminare la concorrenza, lavrebbero portata ad un livello più alto. Tale concorrenza spietata tra potenze imperialiste è sfociata nella lotta tra Stati europei per le conquiste coloniali attraverso il mondo intero. Infine, essa si è espressa con guerre mondiali per la spartizione del mondo.

Gli imperi coloniali, per tutta la prima metà del XX secolo, rappresentarono un’opportunità per gli Stati imperialisti che li possedevano: potevano imporre le loro leggi e il loro sfruttamento in queste vere e proprie riserve di caccia. Ciò, tuttavia, ebbe come conseguenza che la Gran Bretagna e la Francia, per citare gli Stati principali, potessero vivere per decenni sulle spalle dei popoli colonizzati senza preoccuparsi di modernizzare i loro apparati produttivi. Il loro declino fu in parte camuffato dalla rendita che essi traevano dalla propria posizione di monopolio, mentre avvenivano cambiamenti nei rapporti di forza economici su scala internazionale.

Quando la rivolta dei popoli colonizzati mise fine, nella seconda parte del XX secolo, agli imperi coloniali, le potenze europee si ritrovarono a doversi confrontare con la concorrenza internazionale senza il vantaggio che i possedimenti coloniali avrebbero loro procurato.

Poiché le parole seguono ai fatti, il termine «competitività» nacque in Francia nel 1960, anno delle indipendenze africane. La borghesia, tuttavia, non aveva né la volontà né la possibilità di affrontare la concorrenza internazionale sviluppando lei stessa la propria industria.

Fu lo Stato che si fece carico di gran parte della modernizzazione dell’apparato produttivo al fine di rendere le imprese capitaliste più concorrenziali. De Gaulle e il suo commissario al Piano fecero avanzare i capitalisti verso le tecnologie di punta, quali l’aeronautica ed il nucleare.

La borghesia non ha gli occhi fissi sulla competitività, ma sul modo di accrescere lo sfruttamento

La classe capitalista, con la crisi economica degli anni Settanta, ha potuto sempre meno sperare di mantenere i suoi profitti contando sul dinamismo della propria economia, su nuovi ampliamenti del mercato solvibile, o grazie a investimenti produttivi. La corsa dei capitali verso gli investimenti finanziari, ovvero la finanziarizzazione dell’economia, è divenuta il modo di esistenza del capitalismo. Tuttavia, anche nel quadro di questo sistema sempre più parassitario, i profitti non possono nascere che dal lavoro umano, dalla produzione.

Fin dagli inizi della crisi, la borghesia non ha potuto ristabilire i suoi tassi di profitto se non facendo la guerra alla classe operaia, aggravando lo sfruttamento, bloccando i salari, intensificando i ritmi di lavoro, facendo leva sul timore della disoccupazione. Ciò che essa cerca, con ogni mezzo, è di aumentare il plusvalore globale. Vale a dire aumentare il tempo di lavoro così come la produttività. In questa lotta accanita, l’accordo sulla flessisicurezza, denominato ANI, firmato nel gennaio del 2013 da numerose confederazioni come la CFDT, la CFTC o la CGC, ha costituito un arretramento importante per il mondo del lavoro, accordo che il governo ha velocemente ufficializzato sotto forma di legge nel maggio del 2013.

È vero, i padroni non hanno bisogno del legislatore per attaccare i lavoratori, ma questa legge li ha rafforzati e ha favorito la moltiplicazione degli attacchi. Sarebbe impossibile fare una lista esaustiva degli accordi imposti facendo riferimento all’ANI. Alcuni esempi permetteranno però di illustrare i loro effetti devastanti.

Accordi di competitività

L’impresa Plastic Omnium possiede in Ardèche tre officine di 1100 salariati, ai quali si aggiungono attualmente più di 400 interinali. Questa impresa costruisce pezzi in plastica termoformati per i camion (parti di cabina, portiere). Essa ha come clienti Mercedes, Renault, Volvo Trucks e Volkswagen. Plastic Omnium, lungi dall’essere in difficoltà, è diventata la prima azienda di componentistica d’Europa, presente ai quattro angoli del pianeta. Il suo fatturato, di circa 5 miliardi di euro nel 2012, è in aumento di più del 14%. Grazie a ciò, la famiglia proprietaria, la famiglia Burelle, è passata dal 104° posto dei patrimoni francesi nel 2011 al 59° nel 2012. E questa impresa molto remunerativa ha organizzato un ricatto per imporre ai salariati la soppressione di tre giorni di congedi, la sospensione del versamento della compartecipazione fino al 2015 ossia una perdita di almeno 500 euro annui, il congelamento dei salari nel 2013, pur ricorrendo a circa 90 licenziamenti. Per giustificare tali sacrifici, la direzione ha addotto come pretesto il salvataggio da 300 a 400 posti di lavoro che essa stessa minacciava di delocalizzare in Germania. Parecchie centinaia di lavoratori si sono opposti a questo ricatto fino in fondo, ma l’accordo, firmato all’inizio del 2013 da una parte dei sindacati, ha finito per essere imposto.

Un’altra impresa, specializzata nella produzione di radiatori per automobili, Behr France a Rouffach in Alsazia, ha iniziato ad organizzare una campagna, con l’aiuto di alcuni sindacati, minacciando i lavoratori di licenziamento se non avessero accettato la perdita di dieci giorni di congedi, un congelamento dei salari per tre anni e una riduzione dell’organico del 10%. Ci sono state reazioni da parte dei lavoratori e, in un referendum organizzato dalla direzione, il 40% di essi hanno respinto quelle proposte. La direzione, infine, approfittando della legge del governo socialista, è riuscita ad imporre un accordo di competitività contenente il congelamento dei salari per due anni e la perdita di cinque giorni di congedo su quindici, in cambio della promessa di non procedere ad alcun piano di soppressione di posti di lavoro nei due anni.

Questi accordi incontrano forti opposizioni dei lavoratori che non cedono al ricatto padronale.

Ai cantieri navali STX di Saint-Nazaire, che contano ancora circa 2000 salariati, di cui 800 operai, la direzione ha voluto far passare un progetto che mirava a ridurre dal 5 al 10% la massa salariale, imponendo venti minuti di lavoro straordinario non retribuito al giorno, una modulazione degli orari settimanali da 0 a 48 ore senza il pagamento di una maggiorazione per il lavoro effettuato oltre le 35 ore settimanali, e una riduzione dei premi. Nel giugno del 2013, la direzione ha dovuto tornare indietro di fronte alla reazione dei lavoratori, pur continuando nel tentativo di imporre il suo accordo.

Presso Renault, il progetto di un accordo di competitività voluto dalla direzione ha dato luogo, all’inizio del 2013, a mesi di lotta dei lavoratori dei diversi stabilimenti del gruppo. Gli operai sono riusciti a far retrocedere la direzione sulla questione della mobilità forzata tra gli stabilimenti del gruppo. Sul resto, l’accordo di competitività comporta arretramenti considerevoli. Esso si tradurrà nella perdita di numerosi giorni di congedo, fino a 21 giorni in alcuni stabilimenti. La flessibilità molto rilevante, che era stata imposta negli anni precedenti in cambio di quei giorni di congedo oggi scippati, non scompare, tutt’altro. I salari sono congelati per tre anni. Infine, l’accordo prevede una riduzione dell’organico del 15%. 8200 posti di lavoro devono essere soppressi con la scusa di garantire la continuità nel tempo dei siti, mentre l’impresa vedrà i profitti aumentare di 500 milioni all’anno, solo con questo accordo, e senza parlare dell’acutizzazione dello sfruttamento legata all’aumento delle cadenze, ecc.

Ovunque, gli accordi firmati portano a risultati simili, a reali arretramenti per tutta la classe operaia. I salari sono bloccati o diminuiti e i premi soppressi. Gli orari di lavoro si allungano con una maggiore flessibilità. In alcune imprese, il padronato vuole introdurre la flessibilità della giornata lavorativa, il tempo di lavoro supplementare, con la conseguenza che i lavoratori sanno a quale ora iniziano, ma non a quale ora finiscono la loro giornata di lavoro. I giorni di congedo sono scippati. Infine, i lavoratori sono costretti ad una maggiore mobilità tra i siti.

I capitalisti, mediante tali accordi, contano di accaparrarsi miliardi di euro aggiuntivi sullo sfruttamento della classe operaia. Poco a poco o brutalmente, essi riprendono ciò che avevano dovuto cedere nei decenni precedenti. La crisi economica ha messo ancor più a nudo i meccanismi sui quali si fonda lo sfruttamento capitalistico.

La borghesia, conducendo una lotta contro le condizioni di vita della classe operaia, inalbera la bandiera della competitività per far passare la sua propaganda sulla necessità di proteggersi dalla concorrenza internazionale. Questa idea punta a disarmare politicamente i lavoratori seminando gli elementi di divisione. La borghesia, in questo tentativo, è sostenuta dai dirigenti del Partito socialista al potere e da molti dirigenti sindacali.

Il PS ha fatto della competitività la propria battaglia, ripetendo tutti i santi giorni che bisogna aiutare le imprese a guadagnare in competitività per creare posti di lavoro domani. Il ministro del Risanamento produttivo, Arnaud Montebourg, è diventato il cantore di questo tipo di discorso reazionario diretto alla classe operaia, mentre il ministro delle Finanze Moscovici e il suo collega Sapin foraggiano abbondantemente il padronato. Il governo Hollande, con la scusa di aiutare le imprese di fronte alla concorrenza internazionale, ha deciso di versare nelle casse padronali, a partire dal 2014, fino a 20 miliardi di euro annui sotto la forma del CICE. Tale esonero di imposte porterà tra i due e i tre miliardi di euro annui alla grande distribuzione, per nulla interessata alle delocalizzazioni, ma molto alla difesa dei suoi profitti.

Gli uomini della borghesia che intonano questi ritornelli non fanno che il loro lavoro in un certo modo. Ma quando sono i dirigenti sindacali che riprendono i medesimi discorsi, essi contribuiscono a indebolire ancor di più la classe operaia, già colpita dalla disoccupazione, dagli anni di crisi economica e dai molteplici tradimenti politici e morali di coloro che affermano di parlare in suo nome.

I responsabili sindacali propagano i valori della borghesia nella coscienza operaia

L’integrazione dei sindacati nella società borghese, iniziata con lo sviluppo dell’imperialismo e proseguita per tutto il XX secolo, così come il tradimento dei partiti socialisti, poi di quelli comunisti, ha portato ad un arretramento profondo del movimento operaio cosciente. I partiti e i sindacati, che, in un lontano passato, hanno aiutato la classe operaia a forgiare la sua coscienza di classe, sono oggi i migliori propagatori delle idee della borghesia in seno alle classi popolari. Il patriottismo economico, difeso dagli uomini politici della borghesia e ripreso dai responsabili sindacali, è uno degli esempi dell’introduzione dei valori borghesi in seno al movimento operaio. La difesa della competitività delle imprese francesi ne è un altro.

Ultimamente, i dirigenti della CFDT si sono fatti notare per il loro sostegno incondizionato alla politica padronale. Essi, firmando a livello nazionale l’ANI e a quello locale molti accordi imposti dai padroni, hanno servito senza colpo ferire gli interessi dei capitalisti e hanno spesso ostacolato le reazioni operaie contro tali attacchi. Il 18 dicembre 2013, di fronte al nuovo ricatto della direzione dei cantieri STX di Saint-Nazaire, la CFDT scriveva, sotto la penna di D. Zuzlewski, segretario generale della regione Piccardia:

«La CFDT si impegna a salvaguardare i posti di lavoro. Venerdì scorso, la direzione di STX France ha annunciato che la compagnia italiana di crociere MSC si appresterebbe a lanciare un piano industriale che prevede una commessa sicura di due nuovi prototipi seguita da un’opzione su due altre navi identiche. Questa commessa di quattro piroscafi rappresenta, per l’impresa di Saint-Nazaire, un montante di 2,4 miliardi di euro.

Ma, per ottenere la commessa, la direzione generale ha avvertito le organizzazioni sindacali: bisogna poter fare una migliore offerta al cliente con l’avallo degli azionisti. Occorre pertanto ridurre il costo del lavoro del 5%, ciò che permetterebbe di raggiungere il risparmio atteso... e poter mettere questo risparmio subito sul tavolo!... La direzione ha conseguentemente rilanciato la sua ipotesi di accordo di competitività e ha chiesto alle organizzazioni sindacali di assumersi le loro responsabilità e, soprattutto, di impegnarsi con una "Dichiarazione d’intenti" a negoziare per arrivare ad un esito positivo! Laurent Castaing, il direttore generale, ha affermato che, senza questo impegno formale, non prenderà la commessa e che, dopo il piroscafo Oasis, il carnet di commesse di STX France sarà dunque vuoto. La pressione sui salariati è molto forte: due altri cantieri europei, l’italiano Fincantieri e il tedesco Meyerwerft, propongono prezzi meno elevati.

La CFDT di STX France, messa di fronte alle reali difficoltà economiche dell’impresa, ha deciso nella sua assemblea generale di IMPEGNARSI. Ma non si avrà niente senza niente! Anziché di ricatto, la CFDT di STX France preferisce parlare di mercato.

Oggi, il dato è differente, le condizioni di inizio anno non sono più le stesse. La CFDT di STX France non andrà più a negoziare per il mantenimento della condizione sociale dei salariati ma per il loro posto di lavoro. Si tratta certamente di fare degli sforzi, ma questi devono essere ricompensati dal ritorno a "miglior fortuna"».

I dirigenti della CGT, al di là della loro opposizione agli accordi di competitività, riprendono le antifone della borghesia. I responsabili CGT passano così molto tempo a spiegare che i salari pesano poco sui costi di produzione e che non è la massa salariale che frena la competitività delle imprese. Se il fatto è reale, il ragionamento è molto lontano dagli interessi fondamentali dei lavoratori. Perché così, pur denunciando il fatto che i guadagni di competitività passano esclusivamente attraverso l’aumento dello sfruttamento, essi fanno propria la necessità per le imprese di essere competitive sul mercato internazionale. Ora, per i capitalisti, la sola misura interessante per la competitività delle imprese è la loro capacità di conseguire profitto, vale a dire plusvalore estorto ai lavoratori.

Nel settembre del 2013, La Federazione CGT della funzione pubblica denunciava in un documento gli attacchi contro i salari, i profitti degli azionisti e gli attacchi contro la classe operaia. Essa però lo faceva in nome della ricerca di una soluzione affinché il sistema capitalistico ritrovasse il cammino della crescita. I dirigenti della CGT, dietro un’espressione come «il deficit di competitività della Francia», avvalorano la necessità per le imprese cosiddette francesi di essere concorrenziali di fronte alle imprese cosiddette straniere. La CGT difende così l’idea che la sorte dei lavoratori dipende dalle prestazioni delle imprese, che c’è dunque un interesse comune tra i lavoratori e i loro capitalisti. Essa sparge l’idea che i lavoratori francesi e quelli degli altri paesi sono in concorrenza, idea che contribuisce a dividere la classe operaia e che prepara il terreno a molte altre idee reazionarie.

Non ci si può stupire se in tal modo le direzioni sindacali fanno proprie le idee della borghesia, visto che è da molto tempo che esse hanno abbandonato la battaglia per l’emancipazione del proletariato. Proprio per tale ragione, è tanto più importante che i militanti operai coscienti, fedeli alla loro classe, non cedano su questo terreno.

Lo scorso autunno, la televisione ha mostrato gli scontri tra operai di una medesima impresa, i mattatoi Gad, quelli di Josselin (Morbihan) venuti alle mani con quelli di Lampaul (Finistère), in lotta contro i licenziamenti. Il fatto che i lavoratori siano fuorviati al punto da considerare quelli di un altro stabilimento o di un altro paese come concorrenti e avversari comporta molti pericoli, che quelle immagini dolorose hanno richiamato a molti militanti. Cedere alla propaganda padronale porta inevitabilmente a subire ancor più violentemente il giogo dello sfruttamento capitalistico.

Il movimento operaio si è forgiato combattendo la concorrenza tra i lavoratori

Dividere i lavoratori, metterli gli uni contro gli altri in nome di pretesi interessi comuni con i loro padroni è uno dei veleni che il movimento operaio e i suoi militanti hanno dovuto combattere sin dall’inizio della loro storia. Il capitalismo, infatti, fa assegnamento sulla messa in concorrenza dei lavoratori gli uni con gli altri. Far accettare questa concorrenza, dunque, è stata sempre un’arma della propaganda ideologica della borghesia.

Furono Marx ed Engels che, per primi, spiegarono come il capitalismo ha bisogno di mettere in concorrenza i lavoratori tra di loro al fine di imporre lo sfruttamento salariale. Nel 1845, in La situazione della classe operaia in Inghilterra, Friedrich Engels scriveva: «La concorrrenza è l’espressione più perfetta della guerra di tutti contro tutti che infuria nella società borghese moderna. [...] Ora, questa concorrenza dei lavoratori tra di loro è l’aspetto peggiore delle condizioni di vita attuali del lavoratore, l’arma più affilata della borghesia nella lotta contro il proletariato. Di qui gli sforzi dei lavoratori per sopprimere tale concorrenza associandosi; di qui il furore della borghesia contro queste associazioni ed il suo tripudio per ogni sconfitta inflitta ad esse.

Il proletario è impotente; lasciato a se stesso non potrebbe vivere neppure un giorno. La borghesia si è impadronita del monopolio di tutti i mezzi di sussistenza nel senso più ampio del termine. Il proletario, dunque, può ricevere ciò di cui ha bisogno soltanto da questa borghesia il cui monopolio viene protetto dal potere dello Stato. Il proletario, dunque, è schiavo, di diritto e di fatto, della borghesia, la quale ha su di lui poteri di vita e di morte. Essa gli offre i mezzi di sussistenza, ma in cambio di un "equivalente", in cambio del suo lavoro; giunge persino a concedergli l’illusione di agire di sua spontanea volontà, di stipulare con essa un contratto con un’adesione libera, non forzata, da uomo padrone del proprio destino. [...] Se tutti i proletari affermassero di essere decisi a morire di fame piuttosto che lavorare per la borghesia, questa sarebbe costretta ad abbandonare il proprio monopolio; ma un tal caso non si verifica, anzi è un caso quasi impossibile, e perciò la borghesia continua a prosperare».

Nel 1848, nel Manifesto del Partito comunista, Marx ed Engels spiegavano: «Nella misura in cui cresce la borghesia, vale a dire il capitale, si sviluppa anche il proletariato, la classe degli operai moderni, i quali vivono a condizione di trovare lavoro e lo trovano solo se esso aumenta il capitale. Questi operai, costretti a vendersi alla giornata, sono una merce come ogni altro articolo di commercio; essi sono esposti, di conseguenza, a tutte le vicende della concorrenza, a tutte le oscillazioni del mercato. [...] Condizione essenziale dell’esistenza e del dominio della classe borghese è l’accumularsi della ricchezza nelle mani dei privati, la formazione e l’aumento del capitale; condizione d’esistenza del capitale è il lavoro salariato. Il lavoro salariato si fonda esclusivamente sulla concorrenza degli operai tra di loro».

I capitalisti si arricchiscono accaparrando il plusvalore generato dal lavoro. E’ il lavoro salariato che permette loro di attuare tale rapina comprando la forza lavoro per sfruttarla a loro piacimento. Ciò è reso possibile dalla concorrenza che regna tra i lavoratori, tra gli uomini e le donne, tra gli adulti e i bambini e, sicuramente, tra gli operai di differenti paesi, nonché dall’esistenza permanente di un esercito di disoccupati che Marx chiamava esercito industriale di riserva. La concorrenza imposta ai lavoratori, la «guerra di tutti contro tutti», è uno dei fondamenti sui quali si fonda il potere della borghesia.

Ne risulta che per il proletariato, la lotta contro la concorrenza imposta a tutti i lavoratori dalla borghesia è diventata un problema vitale. La classe operaia, che è stata una classe combattente sin dai primi passi, ha dovuto superare tale concorrenza per lottare contro il suo sfruttamento, per creare le sue prime organizzazioni, le sue prime cooperative, i suoi primi sindacati.

Nel Manifesto, Marx ed Engels proseguivano così: «Talvolta, gli operai trionfano; ma è un trionfo effimero. Il vero risultato delle loro lotte non è tanto il successo immediato quanto l’unione crescente dei lavoratori. Questa è agevolata dall’aumento dei mezzi di comunicazione che sono creati dalla grande industria e che collegano tra di loro gli operai di località diverse. Basta questo collegamento per concentrare le numerose lotte locali, aventi ovunque lo stesso carattere, in una lotta nazionale, in una lotta di classe. Ma ogni lotta di classe è una lotta politica, e l’unione per raggiungere la quale ai borghigiani del Medioevo, con le loro strade vicinali, occorsero secoli, oggi, con le ferrovie, viene realizzata dai proletari moderni in pochi anni.. Questa organizzazione del proletariato in classe, e quindi in partito politico, viene ad ogni istante nuovamente distrutta dalla concorrenza che gli operai si fanno tra loro stessi. Ma essa risorge sempre, e sempre più forte, più salda, più potente».

Combattere per creare un’unione dei lavoratori contro la concorrenza imposta dai capitalisti, ecco il ruolo che devono darsi i militanti operai coscienti. Fu la necessità di contrastare la concorrenza tra lavoratori di paesi diversi a spingere i militanti operai a cercare soluzioni e a creare la Prima Internazionale nel 1864. Marx, per il primo congresso dell’Associazione internazionale dei lavoratori (AIL), nel 1866 a Ginevra, scrisse una mozione dettagliata sui sindacati e il loro ruolo nelle lotte per l’emancipazione del proletariato.

Questo testo, che fu letto da un militante francese Eugène Dupont, a nome della direzione dell’AIL, diceva in particolare: «Il capitale è la forza sociale concentrata, mentre l’operaio non dispone che della sua forza produttiva individuale. Il contratto tra il capitale e il lavoro, dunque, non può mai essere stabilito su basi equanimi, pur dando alla parola "equanime" il significato che le attribuisce una società che colloca le condizioni materiali da una parte e l’energia vitale dall’altra. Il solo potere sociale che possiedono gli operai è il loro numero. La forza del numero è annullata dalla disunione. La disunione degli operai è causata e perpetuata dalla concorrenza inevitabile fatta tra loro stessi. Le trade-unions (associazioni di mestiere) sono nate originariamente da tentativi spontanei degli operai, che lottavano contro gli ordini dispotici del capitale, per impedire o almeno attenuare gli effetti della concorrenza tra operai. Essi volevano cambiare i termini del contratto in modo da potersi almeno elevare al di sopra della condizione di schiavi. Lo scopo immediato delle trade-unions è limitato, tuttavia, alle necessità delle lotte quotidiane tra lavoro e capitale, ad espedienti contro l’usurpazione incessante del capitale, in una parola ai problemi del salario e dell’orario di lavoro. Una tale attività è non soltanto legittima, ma anche necessaria. Non vi si può rinunciare fintanto che il sistema attuale dura; al contrario, le trade-unions devono generalizzare la loro azione associandosi ».

Rispondere alla concorrenza imposta dai borghesi mediante l’unione e l’internazionalismo indispensabili alla lotta dei proletari, è stata la grande forza del movimento operaio cosciente. L’internazionalismo proletario non è dunque soltanto un gesto di solidarietà, un pensiero generoso, ma la condizione necessaria della lotta. Combattere la concorrenza tra lavoratori significava combattere le basi stesse del capitalismo, rifiutare la sorte di eterni sfruttati che la società borghese imponeva ai proletari. È per essersi dotata di queste convinzioni e di questa comprensione che la classe operaia ha potuto condurre le sue lotte nel passato. L’idea che essa potesse rappresentare un altro avvenire per la società, un avvenire liberato del capitalismo e delle sue tare, prima tra tutte la concorrenza di tutti contro tutti, rendeva più unita e dunque più forte la classe operaia al fine di condurre l’insieme delle sue lotte. La classe operaia, per essersi convinta dell’antagonismo fondamentale che l’opponeva alla borghesia, ha potuto trovare la determinazione necessaria a condurre le sue lotte.

Oggi, come ai tempi di Marx e di Engels, la forza degli operai risiede nel loro posto nell’economia, nel loro numero e nella loro capacità di unirsi, anche oltre le frontiere.

8 gennaio 2014


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