Internazionale

La crisi ucraina

(Da “Lutte de Classe” n° 159 – Aprile 2014)

“Nessuno dei politici candidati alla presidenza quantifica il livello dell’anarchia dilagante, e nessuno di loro si prepara a fermarla”. È quanto ha dichiarato Iulia Timoshenko mentre annunciava la sua candidatura alle elezioni anticipate del 25 maggio in Ucraina. E difatti era già chiaro che qualunque fosse stato il risultato ben poco sarebbe cambiato ai vertici del paese.

La stessa Timoshenko, per esempio, è un puro prodotto della riconversione politico-affarista dell’alta burocrazia sovietica. La sua famiglia è legata al clan di Dniepropetrovsk, un clan potentissimo ai tempi dell’Ucraina sovietica da cui provenne lo stesso Brezhnev. Essa è diventata la donna più ricca d’Ucraina grazie al controllo, acquisito come membro di parecchi governi, dei traffici di grande portata intorno alla commercializzazione del gas russo. I mass media e i dirigenti occidentali si sforzano di presentarla come una martire della democrazia in Ucraina perché è stata due volte in carcere sia per ragioni politiche che per la sua rapacità in affari. Sta di fatto che essa non ha osato accusare i suoi rivali dell’attuale governo di aver riciclato la maggior parte degli oligarchi, questi ladri e saccheggiatori dell’economia di cui la popolazione pensava di potersi sbarazzare sostenendo l’opposizione a Ianukovic.

Alcuni di questi odiati affaristi, quelli più legati alla “famiglia”, il clan vicino al presidente caduto, si sono dati alla fuga o sono stati arrestati. Ma la maggior parte è stata accolta con favore dalle nuove autorità, anche quelli che hanno messo le mani sull’industria statale dell’Ucraina orientale sotto la protezione di dirigenti di cui Ianukovic era solo l’ultimo arrivato.

Pochi giorni dopo la caduta di Ianukovic, è stato nominato governatore della regione di Dniepropetrovsk un certo Kolomoiski, arricchitosi nel commercio del petrolio diventando così il terzo uomo più ricco del paese. Il suo collega Taruta ha avuto una simile promozione a Donetsk, nel cuore della regione dove egli controlla l’Unione industriale del Donbass. La sua nomina ha ricevuto l’appoggio di.Rinat Akhmetov. Costui, l’ucraino più ricco chiamato “re del Donbass”, un tempo sostenitore di Ianukovic, ha raggiunto anche lui il cosiddetto governo “a tempore” installato dopo i fatti del Maidan per gestire il potere fino alle elezioni presidenziali; un governo composto in gran parte da oligarchi meno importanti e da rappresentanti di vari clan dell’oligarchia.

L’etichetta degli uomini al potere è cambiata. Eppure, sia che adesso si dichiarino pro-europei, sia che si affermino nazionalisti, qualche volta con una veemenza ancora maggiore per far dimenticare che pochi giorni prima essi facevano ancora parte del partito di Ianukovic, ben poco è cambiato. Comunque, gli ambienti dirigenti e affaristi rimangono strettamente collegati. Come in molte occasioni verificatesi dalla fine del 1991, quando l’Ucraina si è costituita come stato indipendente sulle macerie dell’Unione sovietica, si assiste ad una ridistribuzione delle carte, soprattutto delle fonti di arricchimento tra gli uomini e le donne che si contendono il potere.

I sondaggi davano così il miliardario Pietro Poroshenko favorito, e difatti ha vinto l’elezione presidenziale. Poroshenko possiede il consorzio gigante di dolciumi Roshen e ha fatto parte del governo della Timoshenko dopo la cosiddetta “rivoluzione arancione” del 2004. Egli ha avuto il sostegno dell’ex pugile e affarista Viktor Klishko. C’era comunque da dubitare che il confronto tra il “re del cioccolato” e la “principessa del gas” potesse far sognare quelli che speravano in più democrazia e nella fine della corruzione al vertice. La Timoshenko allora si è presentata come quella che voleva mettere fine allo disgregazione dello Stato e alla rovina della società.

Decomposizione dello Stato

Il risultato degli avvenimenti che hanno scosso l’Ucraina dall’autunno, soprattutto dopo gli scontri sanguinosi di Kiev alla fine di febbraio, è stato quello di destabilizzare profondamente l’apparato statale, e non solo al livello del governo. Ne consegue un’assenza d’ordine che si sta generalizzando in gran parte del paese, in mancanza di istituzioni riconosciute che lo possano garantire.

Il cuore stesso dell’apparato di Stato, con le sue forze di repressione, è stato colpito e questo è visibile. Nell’ovest del paese bande d’estrema destra hanno occupato vari locali amministrativi, commissariati di polizia con le armi che vi si trovavano, e la ripresa del controllo di queste istituzioni sembra ben difficile per il potere. Gli scontri hanno fatto morti, dei magistrati sono stati impiccati nella regione di Lviv. Nell’est dell’Ucraina le azioni di manifestanti pro-russi si sono moltiplicate e i poliziotti locali, i cui capi avevano servito con zelo il potere precedente, non hanno mostrato grande fretta nel far rispettare le decisioni di Kiev. Le autorità centrali, al fine di ristabilire il loro potere su queste regioni russofone, si fanno rappresentare dagli oligarchi promossi governatori che controllano l’economia regionale. Questi ultimi non apprezzano i disordini che possono intralciare gli affari e, per fare rispettare l’ordine, dispongono di milizie private numerose e armate che controllano le miniere, i complessi siderurgici e i loro lavoratori. Ma tutto questo non ha impedito a quelli che contestano le autorità di Kiev di presidiare palazzi pubblici e di occuparli più o meno a lungo.

La situazione è tale che il principale partito d’estrema destra, Svoboda (libertà), rappresentato al governo da quattro ministri, ha fatto votare dalla Rada (Assemblea nazionale) la creazione di una Guardia nazionale. Distinta dalla polizia, il suo organico potrebbe raggiungere 60 000 uomini di cui gli elementi nazionalisti dovrebbero costituire l’ossatura. Ufficialmente destinata a dare la caccia ai delinquenti, il suo vero obiettivo è di opporsi, nell’est e nel sud russofoni, alla contestazione del potere centrale da parte del movimento federalista che Kiev accusa di separatismo strumentalizzato da Mosca. Questo movimento, approfittando della debolezza di autorità centrali indecise e prive di sostegno da parte della popolazione, si è spinto in avanti chiedendo più autonomia possibile per queste regioni, cioè per quelli che esercitano il potere e controllano le aziende.

Inoltre, varie milizie intervengono in molti luoghi, tra le quali spiccano quelle costituite da “eroi della rivoluzione” autoproclamati, in realtà ultrà nazionalisti o mascalzoni d’estrema destra che si comportano come bande di ricattatori. A volte esse esigono il pagamento di una “tassa rivoluzionaria” da parte dei viaggiatori, un fenomeno nuovo. Oppure la impongono ai ristoranti o addirittura ad aziende un po’ più importanti con la minaccia di rappresaglie, un’”attività” di cui le forze di sicurezza finora avevano il monopolio.

La situazione dell’esercito non è molto più brillante. A fine febbraio e ai primi di marzo tre capi di stato maggiore si sono succeduti in pochi giorni, di cui uno semplicemente ha raggiunto la Russia. Secondo lo stesso presidente pro tempore della Repubblica Turcinov, questo esercito di un paese grande come la Francia conta solo “6000 uomini in grado di combattere”. Comunque, l’annessione della Crimea da parte della federazione russa si è svolta senza suscitare resistenze, salvo quella, verbale, di qualche alto ufficiale ucraino mentre una parte delle truppe passava con le armi dalla parte della Russia.

Il ministro della difesa, accusato di improvvisazione nella gestione della crisi in Crimea anche all’interno del nuovo potere, ha dato le dimissioni alla Rada. Il rappresentante del presidente in Crimea, da parte sua, ha dato le dimissioni in segno di protesta contro l’impotenza di un governo “che non fa altro che tenere riunioni e dibattiti”. Così contestato, il presidente pro tempore ha presentato anche lui le dimissioni al Parlamento, che le ha rifiutate: tale atto avrebbe segnato il fallimento di uno Stato in decomposizione.

Un’aria di guerra fredda

Con un apparato statale che si scompone, senza che una qualsiasi autorità sia in grado di imporre il suo ordine, al termine di quattro mesi di sconvolgimenti politici, una forma d’anarchia, nel senso della Timoshenko, sta imperando in Ucraina. Fuori dal paese, si può constatare che questi avvenimenti hanno di colpo modificato il clima internazionale.

A giudicare dai toni della stampa occidentale, sembra che la guerra fredda stia tornando all’ordine del giorno. Certamente i mass media deformano le cose e le amplificano in cerca delle informazioni sensazionali adatte a far vendere carta stampata. D’altra parte, il G8 che raggruppa gli Stati economicamente più potenti è tornato ad essere il G7 dopo l’esclusione della Russia. I governi di Stati Uniti, Canada, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Italia e Francia accusano la Russia di avere messo benzina sul fuoco della crisi ucraina con l’annessione della Crimea e gli incoraggiamenti ai separatisti.

È una bella dimostrazione d’ipocrisia visto che da decenni le grandi potenze e innanzitutto gli Stati imperialisti, americano, britannico o francese, calpestano tranquillamente il cosiddetto diritto internazionale quando quest’ultimo non corrisponde ai loro interessi. Il cosiddetto diritto internazionale non fa altro che codificare le posizioni acquisite dagli Stati più forti e i compromessi che questi briganti rivali devono periodicamente concludere tra di loro. E non ha niente a che vedere con il diritto dei popoli all’autodeterminazione.

Non è stata certamente la volontà della maggioranza della popolazione di Crimea di separarsi dall’Ucraina a suscitare la reazione di Putin. Dallo scoppio dell’Urss, questa volontà è stata espressa senza provocare la commozione di Mosca, che ha sempre preferito utilizzarla come strumento di pressione nelle discussioni con Kiev. E si sa come il Cremlino, da Eltsin a Putin, abbia ferocemente represso la popolazione cecena, che dopo la fine dell’Unione sovietica voleva conquistare l’indipendenza dalla Russia. Ma lo sdegno ostentato dai governi occidentali di fronte alla Russia sarebbe comico se non si sapesse quanti crimini contro i popoli essi e i loro predecessori abbiano compiuto o coperto, pur invocando i loro cosiddetti grandi principi democratici.

L’agitazione dei presidenti e ministri occidentali intorno alla crisi ucraina mal nasconde il fatto che, in realtà, essi non fanno nulla. Tuttavia, dopo l’annuncio di sanzioni contro la Russia, i rincari delle misure di ritorsione, le dichiarazioni minacciose di responsabili Nato, tutto questo commentato giorno dopo giorno dai mass media, ci si poteva chiedere se ci fosse lì un vero rischio di guerra. In realtà, mentre si svolgeva una guerra di comunicati tra i vari governi, dietro le quinte le negoziazioni continuavano, in particolare tra Washington e Mosca. Ma bisogna tornare sugli avvenimenti che hanno portato alla situazione attuale.

I motivi di una rabbia largamente condivisa

I mass-media e le cancellerie dei paesi occidentali hanno presentato i contestatari del Maidan come giovani pro-europei appassionati di democrazia. Ma dietro l’immagine di propaganda si profila una massa poco raccomandabile: gli ultranazionalisti di Svoboda e i neonazisti di Pravi Sektor, che inquadravano le manifestazioni, hanno occupato i palazzi ufficiali al centro di Kiev e si sono scontrati con le forze di sicurezza. Essi hanno rafforzato la loro influenza in proporzione alla codardia dell’opposizione parlamentare di fronte al potere di Ianukovic.

Sulla grande piazza di Kiev, filmata da tutte le telecamere del mondo, si è vista accorrere una sfilza di esponenti americani ed europei che non volevano mancare l’occasione di farsi vedere sulle reti televisive mentre discutevano con i dirigenti dell’opposizione.

Però, dietro la scena di un’agitazione in parte fasulla, c’era un malcontento diffuso ed esteso contro un regime marcio e corrotto. Mentre aumentava il numero delle vittime della polizia antisommossa, la contestazione popolare aumentava ovunque, pure nell’est industriale e russofono presentato come il feudo di Ianukovic.

Il mondo intero ha potuto constatare tale rigetto da parte della popolazione quando ha visto alla televisione la popolazione ucraina, venuta a visitare la dacia del presidente, indignata dal lusso ostentato della villa con l’oro finanche nei bagni. Soprattutto i meno giovani, quindi quelli che hanno vissuto ai tempi dell’Unione sovietica, erano schifati dall’arricchimento particolarmente rapido di Ianukovic e dei suoi simili. Questi nuovi ricchi arrivati al potere devono la loro fortuna al saccheggio di beni e risorse che 25 anni fa ancora appartenevano allo Stato, in un paese dove non esisteva la proprietà privata dei mezzi di produzione e dove lo sfruttamento capitalista non era la fonte di ricchezza consacrata e accettata dalla coscienza collettiva.

Di questo saccheggio da parte del ceto dirigente sono state vittime tutte le masse popolari d’Ucraina ad est e ad ovest, russofone o meno. Queste fortune enormi, raccolte in pochi anni, non sono cadute dal cielo. Si parla di miliardi di dollari per la fortuna personale di Ianukovic e dei suoi. Per raccogliere questa fortuna occorreva rubare del denaro ma servivano anche protezioni altolocate per poterlo fare. E mentre a Kiev grandi pubblicità vantano l’ultimo modello Mercedes o marchi di orologi di lusso, più del 20% della popolazione, secondo le statistiche ufficiali, vive sotto la soglia della povertà.

Nella capitale esiste una piccola borghesia numerosa che opera più o meno all’ombra dei benestanti dell’oligarchia o dell’apparato statale. Essa tuttavia sa che la sua posizione è fragile, minacciata dal fatto che il paese, già in recessione, si trova sull’orlo del fallimento. Quanto ai lavoratori di Kiev, essenzialmente quelli dei trasporti e dei servizi, chi ha un lavoro praticamente stabile difficilmente arriva a guadagnare il corrispettivo di 600 o 700 euro. Ma accanto ad essi centinaia di migliaia hanno sono lavoretti precari, qualche volta senza neanche un salario minimo garantito.

All’ovest del paese il tasso di disoccupazione dichiarato supera il 30% in alcune regioni.

Stagionale o permanente, l’emigrazione di lavoro verso la Polonia è importante. Trattandosi dei migranti ucraini partiti in Russia in cerca di lavoro il fenomeno lo è ancora di più: oltre 2 milioni di lavoratori ucraini, ossia un attivo su dieci nell’insieme del paese, lavorano presso il gran vicino del Nord, in particolare nei cantieri. Anche nell’est, disoccupazione e precarietà fanno stragi. Nel Donbass, dove numerose miniere sono chiuse, molti senza lavoro non hanno trovato altro per vivere che lavorare nelle kopanki, miniere sfruttate senza autorizzazione e dove la sicurezza è ancor più inesistente, per cui gli incidenti mortali sono numerosi. Queste miniere selvagge, che si trovano ovunque nell’est dell’Europa, assicurano una parte notevole della produzione di carbone ucraina, a costi più bassi delle miniere statali diventate proprietà degli oligarchi. Tale carbone prodotto a basso costo, ma anche a costo della vita dei minatori, viene acquistato dagli stessi oligarchi che lo vendono sui mercati europei al prezzo ufficiale, intascando quindi benefici enormi.

Bisogna dunque avere la mente socialmente limitata, come quella di molti giornalisti, per scoprire oggi, parecchi mesi dopo l’inizio della contestazione, che anche nell’est russofono molti lavoratori e molta gente povera non volevano più Ianukovic e la sua cricca. Come se il fatto di avere una lingua o una cultura comune, il russo all’occorrenza, potesse cancellare gli antagonismi sociali...

Contestazione nelle piazze ma per quale politica?

Da quando era cominciato il movimento contro la decisione di Ianukovic di non firmare l’accordo d’associazione che egli stava negoziando con l’Unione europea, larghi strati della popolazione erano convinti che bisognava farla finita con questo potere. Certamente il fenomeno aveva un carattere meno visibile delle manifestazioni del centro di Kiev, ma era socialmente più largo. E se la simpatia crescente di molti per gli oppositori di Ianukovic spesso rimaneva passiva, nondimeno era presente e rispecchiava il l’agitazione esistente nel profondo della società.

Eppure quelli che rapidamente sono riusciti a cavalcare la contestazione e ad esprimerla, nonché a darle una direzione politica, non venivano dalle classi lavoratrici ucraine, né vi facevano riferimento.

Per certi versi si trattava di rappresentanti di clan dirigenti, allontanati dal potere politico in modo più o meno violento, come la Timoshenko, incarcerata da quando aveva perso le elezioni presidenziali del 2010. Ma i politici alla testa di gran parte dell’opposizione parlamentare, di destra e filo occidentale, sono stati rapidamente scavalcati da gruppi più radicali appartenenti all’estrema destra. Anche in seno a quest’ultima, quelli del gruppo neonazista Pravi Sektor sono riusciti a scavalcare i loro rivali di Svoboda, partito ultra nazionalista rappresentato da qualche deputato. Dopo che la destra parlamentare aveva associato Svoboda alle discussioni con Ianukovic e che Svoboda aveva dato prova di “responsabilità”, Pravi Sektor ne approfittò per denunciare il “fiacco” atteggiamento di Svoboda e riuscì a conquistare più influenza, almeno presso i partecipanti alle manifestazioni del Maidan.

La presenza di barricate e di scontri con la polizia non è sufficiente per esprimere un giudizio sulla natura sociale di un movimento. La contestazione attiva del potere da parte di masse più o meno numerose non porta necessariamente alla coscienza, comunque non ad una coscienza di classe che si colloca sul terreno e nel campo degli sfruttati e degli oppressi. Quelli che più avevano sofferto del regime costituito, perché appartenenti alle classi lavoratrici, avevano esigenze da portar avanti sul terreno sociale e politico. Ma non c’era nessuno ad aiutare le masse ad esprimere queste esigenze obiettive e per difenderle nel corso degli avvenimenti e di fronte alle altre forze sociali e politiche.

I sindacati, laddove esistono, sono e rimangono sotto il controllo del potere. Non esistono neanche partiti che facciano riferimento alla classe operaia, seppur confusamente. Non fa eccezione il Partito comunista ucraino, erede del partito unico dell’Unione sovietica, che ha sostenuto Ianukovic. I dirigenti di questo sedicente Partito comunista non nascondono di essere affaristi anche loro e di partecipare con i loro simili al sistema politico mafioso esistente.

L’insurrezione del popolo operaio di Parigi che aveva rovesciato il re nel febbraio 1848 aveva dapprima portato alla sua testa un antisocialista viscerale, il poeta Lamartine. Il “Lamartine” ucraino ha assunto un volto banderista : quello dei nazionalisti antisemiti, antirussi e antioperai nostalgici di Stepan Bandera, l’uomo che voleva fondare uno stato ucraino sotto la protezione della grande Germania di Hitler. Ogni anno costoro celebrano la creazione della divisione SS ucraina durante la Seconda guerra mondiale. Appena partito Ianukovic, Pravi Sektor ha fatto conoscere la sua volontà di mettere sotto controllo i sindacati, precauzione utile nel momento in cui il nuovo potere annuncia un piano di attacchi al tenore di vita delle masse.

Un’Europa divisa di fronte agli Stati Uniti

I paesi imperialisti, Stati Uniti in testa, anche prima della caduta del precedente regime avevano deciso di associare Svoboda al futuro governo. Le potenze imperialiste da tempo sono impegnate in questa zona dell’Europa che ancora un quarto di secolo fa era parte dell’Unione sovietica.

Da quando è cominciata la decomposizione dell’Unione sovietica gli Stati Uniti si sono sforzati di attrarre nella loro zona d’influenza i paesi dell’ex blocco dell’est: le ex Democrazie popolari, poi le ex Repubbliche sovietiche. Da parte sua, l’Unione europea è riuscita rapidamente ad integrare i piccoli paesi baltici (Estonia, Lettonia e Lituania), la Polonia, l’Ungheria e l’ex Cecoslovacchia e più tardi la Romania e la Bulgaria. Ma la mal definita Unione europea, che attualmente raggruppa 28 paesi, è innanzitutto la somma di 28 politiche differenti, qualche volta divergenti o addirittura antagoniste.

La crisi intorno alla Crimea lo ha illustrato in modo caricaturale. La Polonia (una gran parte di essa prima del 1918 era una dipendenza dell’impero zarista, poi costituitasi come Stato moderno in opposizione permanente con la Russia, sovietica o meno) spingeva Bruxelles a prendere misure non sono simboliche nei confronti del Cremlino, mentre Francia, Germania e Gran Bretagna si mostravano riluttanti. Ognuno di questi governi aveva i propri motivi per assumere tale atteggiamento. Alcuni rimproveravano a Parigi di prepararsi a consegnare alla Russia due navi da guerra di alto livello tecnologico secondo i criteri Nato, mentre Nato e potenze occidentali versavano lacrime di coccodrillo su alcune vecchie navi ucraine sequestrate in Crimea dalla marina russa. Hollande e il suo ministro degli esteri risposero che potevano eventualmente bloccare la consegna di queste navi, ma a condizione che Londra decidesse di congelare i conti degli oligarchi russi gestiti dalla City, poiché si stimava che in tre decenni la piazza di Londra aveva visto arrivare quasi 800 miliardi di dollari provenienti dalla Russia. Un’altra condizione era che Berlino sciogliesse i contratti di fornitura di gas russo, dal quale la Germania dipende per metà dei suoi approvvigionamenti energetici.

Quando i grandi gruppi industriali, commerciali, bancari, agroalimentari e una miriade di imprese più piccole di paesi dell’Europa occidentale fanno affari proficui con la Russia, nessuno di loro ha davvero voglia di “punire Putin”, perché ne risulterebbe un danno per i propri affari. In tali circostanze, gli Stati Uniti possono tanto più facilmente affermarsi come il vero direttore d’orchestra di questa mini guerra fredda, a cui s’aggiunge uno scontro felpato tra grandi potenze alleate o rivali. Inoltre, appena le nuove autorità ebbero firmato la parte politica del trattato d’associazione con l’Unione europea, Hollande si è precipitato a ripetere che non si parlava di integrare l’Ucraina all’Europa, ricordando così che l’Unione europea non ha niente da offrire al resto del continente. Quindi non c’è tanto da meravigliarsi se paesi limitrofi della Russia, membri di questa Unione europea, preferiscano dirigere gli sguardi verso gli Stati Uniti che, anche se geograficamente più lontani, sembrano protettori più credibili e più affidabili.

Obama non ha mancato di insistere su tale fatto a fine marzo, durante la sua visita in Europa. Questi ha sottolineato che se alcuni Stati si potevano sentire minacciati dagli avvenimenti di Crimea, c’era sempre la Nato, l’alleanza militare formatasi intorno agli Stati Uniti e diretta ieri contro l’Unione sovietica e oggi contro la Russia. Ha aggiunto che la Nato avrebbe risposto all’attuale tensione, come se avesse bisogno di un pretesto, con un rafforzamento delle sue posizioni in Europa orientale, e che la Nato si appoggiava all’unica potenza imperialista di dimensioni mondiali, gli Stati Uniti d’America.

La propaganda e a cosa essa serve

Da una ventina d’anni, e soprattutto dalla “rivoluzione arancione” di dieci anni fa, sembrava che lo Stato ucraino mantenesse una posizione intermedia tra l’Occidente imperialista e la Russia, riflesso della loro lotta per l’influenza nella zona che fu dell’Unione sovietica. I recenti avvenimenti hanno cominciato a rompere questo equilibrio che i dirigenti ucraini mantenevano tra le due influenze opposte, provocando un repentino ribaltamento dell’Ucraina verso il campo occidentale.

È chiaro che gli Stati imperialisti hanno fatto la propria parte, sostituendo Ianukovic con i loro pupilli politici. Una volta scosso l’apparato statale ucraino, gli abitanti delle regioni dell’est e del sud dell’Ucraina si sono sentiti minacciati da un nuovo potere che assegnava un ruolo importante ai nazionalisti antirussi. Questo potere, appena installato, decideva l’abrogazione dello statuto delle lingue regionali, una misura diretta contro milioni di russofoni dell’Ucraina che si sono sentiti minacciati. Putin, a sua volta, ha potuto sfruttare la situazione, agendo in un modo che certamente ha motivato le proteste degli ambienti dirigenti occidentali, ma è sembrato legittimo e ragionevole agli occhi di una popolazione russa come quella della Crimea. Così ha potuto imporre l’annessione da parte della Russia di questa penisola popolata da più di 2 milioni di abitanti, in maggior parte russi.

Secondo Obama, Hollande, Merkel, Cameron e altri, l’aver organizzato un referendum in Crimea sarebbe illegale, “contrario al diritto internazionale”. Ma le stesse autorità britanniche che condannano tale referendum “secessionista” sono pronte ad accettare a casa loro un altro referendum, questa volta però pro o contro l’indipendenza della Scozia. E poi, nell’anno del centenario dell’inizio del primo conflitto mondiale, quando mai e dove i grandi Stati cosiddetti democratici hanno chiesto il loro parere ai popoli prima di tagliare nella loro carne e spezzettare gli imperi centrali per creare una sfilza di nuovi Stati?

Tutto ciò è ipocrisia, in particolare questo “diritto internazionale” dietro il quale le grandi potenze nascondono la difesa dei loro interessi. Certamente non siamo alla vigilia di un conflitto aperto, e neanche all’inizio del 1914, quando da Berlino a Parigi, Londra, Vienna e Pietroburgo la propaganda dei governi aveva sistematicamente suscitato un clima di sacra unione per anestetizzare le classi lavoratrici prima di mandarle ad uccidere e farsi uccidere per la difesa degli interessi dei possidenti. Ma constatiamo con quale rapidità, con quali menzogne e con quale cinismo dirigenti e mass media fanno salire la tensione, resuscitando se non un “nemico ereditario”, almeno l’immagine del “cattivo”, russo in questo caso, creando un clima di preparazione ad un conflitto a proposito della Crimea. In queste settimane si è potuto vedere quanto i governi europei sono capaci di rimettere in moto la macchina volta ad intossicare l’opinione pubblica con l’aiuto di mass media al loro servizio.

Dividere per imperare

In tutto questo ci si può chiedere dove sono gli interessi della classe operaia ucraina. Quando gli avvenimenti scossero il regime di Ianukovic ci si poteva porre questa domanda: lo sconvolgimento della situazione, con questo potere messo in forse, poteva permettere alla classe operaia di apparire e di esprimersi in quanto tale?

Ciò non si è prodotto e il corso degli avvenimenti non spinge in questa direzione. Le differenze nazionali, linguistiche, culturali esistenti sono state inasprite dai campi a confronto. Essi le hanno trasformate in opposizioni in modo tale da dividere per imperare, se non su tutta l’Ucraina, comunque sulla parte del territorio che riuscivano a controllare. I nazionalisti ucraini, come primo riflesso, hanno indicato i russofoni come i veicoli di una lingua “straniera” dagli obiettivi imperiali. Nel campo opposto, quello dei nazionalisti gran russi, non si è esitato ad assimilare tutto quello che emanava dal nuovo potere ucraino come apparentato ai nazisti. Durante la campagna del referendum in Crimea si vedevano due immensi manifesti raffiguranti due piante della penisola, una coperta dalla svastica e l’altra dalla bandiera russa, tra esse una sola consegna: bisogna scegliere.

Anche se questa propaganda grossolana non poteva ingannare molti, essa spingeva nel senso del nazionalismo. E poi, in una Crimea molto industrializzata pesavano gli argomenti di buon senso: perché si dovrebbe stare all’interno di uno Stato ucraino in via di sfacelo, dove i salari sono miseri, quando sono pagati, mentre in Russia gli stipendi sono mediamente il doppio o il triplo per lo stesso lavoro? Ci sono anche illusioni pesanti che hanno spinto i lavoratori della Crimea a volgersi verso Putin. Tutto sommato, anche se la Russia non è un esempio di democrazia, comunque si vive meglio che nell’Ucraina di Ianukovic o in quella dell’attuale governo. Bisogna però dire che, se il Cremlino trasformasse la Crimea in una zona economica speciale come ha annunciato, è molto probabile che in nome del risanamento economico necessario al fine di rendere la regione attraente per gli investitori stranieri, i salari in Crimea sarebbero mantenuti al di sotto di quelli della Russia. Oppure sarebbero solo equiparati a quelli di Rostov, la più grande città russa di questa zona, dove si sono chiusi i principali complessi industriali e dove la forte disoccupazione grava sui salari.

Ma, oltre al ribasso del prezzo degli approvvigionamenti di gas la Russia può avanzare altri argomenti presso gli abitanti della Crimea o addirittura dell’Ucraina orientale. Lo si voglia o meno, per gran parte della popolazione la Russia appare legata ad un intero passato comune, quello dell’Unione sovietica, di un paese che funzionava su altre basi economiche e sociali. E poi, nell’Unione sovietica non c’erano frontiere, una differenza tanto più avvertita dal momento che, da più di due decenni ,l’ex Urss e le sue popolazioni ormai sono divise da frontiere statali più o meno artificiali.

Oggi in Ucraina sembra che tutte le questioni si pongano in un quadro nazionale imposto: russo ad est e al sud, ucraino ad ovest e nel centro, ucraino a Kiev anche se gli abitanti della capitale sono soprattutto russofoni. Tutto questo porta ad una quantità di opposizioni fasulle, a fossati che si creano tra maggioranza e minoranze. E non bisogna dimenticare che accanto ai russi e russofoni, in Ucraina si trovano minoranze di lingua ungherese, bulgara, rumena, tatara, polacca... Demagoghi di ogni genere possono aizzare gli odi del passato per farne sorgere di nuovi, riscrivere la storia secondo i loro bisogni per cercare di imporre un’unica lingua ufficiale.

Certamente si può sperare che, nonostante un tale clima, non si arrivi al peggio e che non scoppi un conflitto interetnico come quello che mise a ferro e a fuoco la Jugoslavia negli anni 1990, tanto più che in Ucraina un simile scontro si situerebbe subito ad un livello più alto. Ma non si può escludere tale prospettiva, fosse solo per l’esistenza di correnti nazionalisti d’estrema destra di ogni genere, l’agitazione e le provocazioni incessanti delle quali potrebbero tanto più spingere in questo senso visto che di fronte a loro e contro di loro non ci sarebbero forze capaci di proporre un’altra politica alla popolazione, non nazionalista ma di classe.

Per ora, a dare il là sono gruppi nazionalisti, o addirittura fascisti, che cercano di aizzare le popolazioni e i lavoratori gli uni contro gli altri, tutto questo sullo sfondo di uno scioglimento dello Stato e, in molti casi, della quasi scomparsa delle autorità e delle istituzioni che incarnano il potere centrale. Il meglio che si può sperare per il prossimo futuro è che la classe operaia approfitti dell’indebolimento delle istanze del potere per portare avanti le proprie rivendicazioni, fosse solo col rifiutare di accettare le condizioni d’esistenza che i dirigenti del paese, di qualunque parte siano, le vogliono imporre. Infatti, nell’immediato in Ucraina ci saranno attacchi contro i lavoratori, che siano in attività, disoccupati o in pensione.

Il governo pro tempore non lo nasconde: il suo capo Yatsenyuk ha anche avvertito che accettare di diventare ministro equivale ad un suicidio politico, tanto la politica del governo sarà odiata dalla popolazione. Il 28 marzo, lo stesso personaggio dichiarava alla Rada che il paese si trovava sull’orlo del fallimento con un’inflazione che già raggiungeva il 14%, un disavanzo fiscale di 28 miliardi di dollari che non avrebbero potuto essere colmati dai pochi miliardi di “aiuti” promessi dall’Unione europea e dal Fondo monetario internazionale, la minaccia di una nuova caduta del Pil paragonabile a quella del 15% provocata in Ucraina dalle conseguenze della crisi mondiale del 2008. Tutto questo per concludere che per salvare il paese da un crollo annunciato, il governo avrebbe dovuto adottare un “pacchetto di stabilizzazione”. Ciò significa una valanga di tagli alla spesa pubblica, di riduzioni di finanziamenti sociali e di sovvenzioni di ogni genere, di rincari drastici delle tariffe pubbliche, in particolare sull’energia, di chiusure di fabbriche considerate non redditizie, il gelo dei salari e delle pensioni degli statali, più una serie di altri provvedimenti non precisati ma che comunque vanno nella stessa direzione, quella di un impoverimento delle classi popolari.

Questo è il “foglio di via” imposto al nuovo potere di Kiev dai suoi protettori occidentali . E con ancor meno riguardi di quelli usati verso la Grecia o il Portogallo, a cui i dirigenti del mondo imperialista e la finanza mondiale avevano imposto piani di attacchi drammatici contro il tenore di vita dei lavoratori.

Non si può escludere che il varo di una tale politica, di tali attacchi, faccia reagire la classe operaia ucraina, che essa si esprima in quanto tale, qualunque siano le particolarità culturali o linguistiche delle sue varie componenti. Altrimenti, l’alternativa sarà un’evoluzione alla jugoslava con un consolidamento del potere degli oligarchi contemporaneamente ad un peggioramento alla greca della situazione della classe operaia. Le grandi potenze non le faranno regali, né quelle dell’Unione Europea, né gli Stati Uniti. Non hanno niente da offrire all’Ucraina, e in particolare ai suoi lavoratori. Al contrario, è sulla loro pelle e a loro spese che il mondo imperialista, i suoi banchieri, i suoi industriali intendono prelevare tutto il denaro di cui hanno bisogno, non solo per non pagare le spese della crisi attuale ma per trarne un profitto.

2 aprile 2014


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