Internazionale

La crisi dell’economia capitalista

(Da “Lutte de Classe” n° 156 - Dicembre 2013)

L’economia capitalista non è uscita dall’attuale crisi, cominciata con la crisi finanziaria degli anni 2007-2008. Non solo la lunga depressione cominciata negli anni 1970 è diventata la forma d’esistenza del capitalismo mondiale, ma nel succedersi di recessioni e riprese momentanee i periodi di recessione sono sempre più lunghi e più profondi mentre non ci sono vere riprese. Questo è chiaramente illustrato dall’ultimo periodo di cinque anni in cui certamente si è evitato il crollo del sistema bancario, senza però che ci sia stato da quel momento una vera ripresa dell’attività produttiva.

L’indicatore più sicuro dell’incapacità dell’economia di cominciare ad uscire dalla crisi, il più importante, anche dal punto di vista delle classi sfruttate, è il livello della disoccupazione, nettamente più alto di quello di prima del crac nella maggior parte dei paesi industriali, in particolare nei paesi imperialisti più ricchi d’Europa e d’America.

La recessione si esprime anche nelle statistiche sui Prodotti interni lordi (Pil), anche se questi mischiano produzione e servizi, compresi quelli più inutili, crescita delle ricchezze reali ed aumento delle ricchezze artificiali sorte dalla speculazione, in particolare nell’immobiliare.

In questo 2013, l’eurozona non ha ritrovato il suo livello di produzione di inizio 2008. Si contano 7,8 milioni di disoccupati in più. E dietro questi dati che riguardano l’insieme della zona, ci sono regressi ancor più catastrofici, essendo il Portogallo tornato indietro di dieci anni e la Grecia di dodici.

Nell’economia capitalista ai tempi di Marx le crisi economiche facevano da regolatori per adattare ai bisogni solvibili le capacità di produzione capitaliste che tendevano a crescere senza limite sotto l’impulso della concorrenza. Ciò è sempre stato una forma di regolazione anarchica, attuata con ritardo, che si traduceva con un enorme spreco di beni materiali e di forze lavoro.

Tuttavia, raggiunto il punto più basso della crisi, eliminate le aziende capitaliste in esubero sul mercato, quando il saggio di profitto ricominciava ad aumentare, cominciava il processo di ripresa: gli investimenti riprendevano a crescere e anche le assunzioni. Con la diminuzione della disoccupazione pure i consumi cominciavano ad aumentare.

Dopo un periodo di ribasso tendenziale del saggio di profitto a partire dalla fine degli anni 1960, quest’ultimo è stato ristabilito nel mezzo degli anni Ottanta.

Dopo questa svolta, il saggio di profitto è rimasto ad un livello alto, anche se con variazioni congiunturali. Ma questo saggio di profitto è stato ottenuto quasi esclusivamente con un aumento dello sfruttamento. Ovviamente si tratta del saggio di profitto complessivo, il che non dà alcuna indicazione sulla ripartizione dell’insieme del profitto fra le aziende dei settori di punta e quelle che ristagnano, falliscono o sono assorbite da altre, né fra le imprese grandi e quelle piccole, né soprattutto tra l’attività produttiva e la finanza.

Le parti rispettive dei salari e dei redditi da capitale non hanno smesso, sul lungo periodo, di evolvere nel senso di un aumento della parte dei redditi da capitale a danno dei salari. Ma questo è solo un aspetto dell’evoluzione a svantaggio delle classi sfruttate.

Nei paesi imperialisti sviluppati e in particolare nei paesi d’Europa, tra la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio della crisi negli anni Settanta, la borghesia ha fatto una serie di concessioni agli apparati e alle burocrazie sindacali, più che mai integrati nell’apparato di Stato tramite una moltitudine di posti in una moltitudine di organismi.

La borghesia aveva concesso un certo numero di vantaggi collettivi a larghi strati della classe operaia, essenzialmente quella che a suo tempo Lenin aveva chiamato “l’aristocrazia operaia”. Questo riguardava l’accesso all’educazione, la gratuità di quest’ultima, le pensioni, la copertura malattia, e varie forme di previdenza sociale a cui si aggiunge l’assunzione parziale, da parte dello Stato, di servizi pubblici che riguardano l’insieme delle classi popolari (sistema sanitario pubblico, trasporti collettivi, ecc.). Furono altrettanti elementi che, pur limitati che fossero, migliorarono progressivamente la condizione operaia.

All’indomani della guerra, queste concessioni erano in gran parte dovute al timore che la Seconda guerra mondiale fosse seguita da esplosioni rivoluzionarie come lo fu la prima. In Francia i cosiddetti provvedimenti di previdenza sociale varati da De Gaulle dopo la “Liberazione” e di cui si vanta il Partito comunista, erano motivate da questa paura. La relativa crescita economica durante due decenni ha assicurato il mantenimento provvisorio di tali concessioni. Queste hanno garantito una certa stabilità sociale nei paesi imperialisti, in gran parte finanziate dal saccheggio dei paesi poveri e dal sovra-sfruttamento del loro proletariato.

Ma sin dagli anni Settanta, di fronte al rallentamento economico e alle ripetute recessioni, la borghesia ha avuto fretta di tornare indietro su queste concessioni. Il regresso riguarda tutti i campi: l’educazione è sempre meno gratuita come anche la sanità, le medicine sono sempre meno rimborsate, l’età del pensionamento viene allungata e l’ammontare delle pensioni diminuito, la tutela dei disabili diminuisce oppure sparisce completamente per alcune categorie, ecc. Tutto questo grava sulle condizioni d’esistenza degli sfruttati. Questa è stata un’evoluzione a lungo termine, facilitata dall’indebolimento del movimento operaio e sulla quale la borghesia non tornerà indietro se non si sente di nuovo minacciata.

La conseguenza diretta è che le disuguaglianze non sono mai state così grandi, almeno dagli anni Venti e dalla follia e collettiva che precedette il “giovedì nero” del 1929. Un recente rapporto del Crédit Suisse dell’ottobre 2013, dopo la constatazione incoraggiante per le classi possidenti del “record storico” raggiunto dalla ricchezza mondiale, constata anche che sulla base dei redditi complessivi in aumento, lo scarto tra i redditi più alti e quelli più bassi non smette di crescere.

Da un lato la fortuna di un numero ristretto di miliardari raggiunge l’apice e il numero dei milionari in dollari è cresciuto notevolmente, dall’altro i numero di coloro che sono caduti sotto la soglia di povertà, anche nei paesi più ricchi, è da record. Anche solo queste cifre indicano l’evolversi dei rapporti di classe a favore della borghesia.

Se il concetto di “soglia di povertà” indica solo il senso generale dell’evoluzione e non consente paragoni tra i paesi perché gli strumenti di misura sono molto diversi, ha però un certo significato all’interno di uno stesso paese.

Nel caso della Francia, questa soglia è di 977 euro al mese. Secondo l’istituto di statistica francese Insee, 8,7 milioni di persone nel paese dispongono di meno di 977 euro al mese per vivere. In altri termini, l’impoverimento colpisce non solo i disoccupati ma anche una parte dei pensionati e una parte significativa dei lavoratori in attività (a tempo parziale, interinale o semplicemente con bassi salari, legali o illegali). Questo impoverimento, dovuto al meccanismo stesso della crisi dell’economia capitalista, è ancor più accentuato dal quasi blocco o addirittura dalla soppressione di certi sussidi e dall’incessante crescita delle spese supplementari che derivano dai regressi in materia di sanità o di altre concessioni.

La disoccupazione in aumento ha anche ricostituito nei paesi imperialisti quell’“esercito industriale di riserva” di cui parlava Marx, che dà alla borghesia dei mezzi per fare pressione sui salari e sulle condizioni di lavoro dell’insieme del proletariato.

Nonostante l’alto livello del saggio dei profitti, questi sono tornati solo parzialmente alla produzione. Gli investimenti produttivi rimangono molto bassi sul lungo periodo. Tra l’altro questa stessa espressione serve ad indicare sia l’acquisto di altre aziende, sia acquisti speculativi seguiti da rivendite “a spezzatino”, quando non si tratta di semplici piazzamenti finanziari.

Ma gli “investimenti” di questo tipo, se contribuiscono alla concentrazione crescente dei capitali, non portano allo sviluppo della produzione e ad assunzioni di manodopera. Le concentrazioni di capitali, in qualche modo, si accompagnano sempre alle ristrutturazioni, cioè all’abbandono di capacità di produzione e soprattutto ai licenziamenti di massa.

Le molteplici forme di speculazione che derivano dal gonfiarsi della finanza non sono di per sé cose nuove. La speculazione è vecchia come il capitalismo e ne costituisce uno degli aspetti. Spesso le ondate speculative hanno preceduto ed accompagnato le crisi dell’economia capitalista.

Ma ciò che contraddistingue il capitalismo odierno è sia la durata del periodo - parecchi decenni - in cui sembra che la finanza si distacchi dall’attività produttiva, abbia la propria vita ed inventi sempre nuovi strumenti sempre più sofisticati, sia le conseguenze di questa durata nell’evoluzione imposta a tutta la vita economica.

Non vogliamo ricordare qui il lungo elenco di “prodotti finanziari” che, qualunque sia la loro origine o la loro funzione, diventano tutti strumenti di speculazione. Tra l’altro, ne saremmo incapaci non solo perché se ne inventano sempre di nuovi, ma anche perché gli speculatori stessi vi perdono la testa.

Dall’inizio della fase imperialista del capitalismo, le azioni e le obbligazioni private e pubbliche sono state gli strumenti privilegiati delle speculazioni a cui si è aggiunta, da quando l’oro è scomparso come mezzo di pagamento privilegiato nel commercio internazionale, la speculazione su grande scala sui tassi di cambio. Diciamo solo che i nuovi prodotti finanziari apparsi nel corso dei due o tre ultimi decenni sono quasi tutti basati sull’idea di fare da protezione contro i rischi di perdita derivanti dalla speculazione. Ma in questa materia le combinazioni sono infinite: ci si può assicurare contro l’insufficienza della propria assicurazione, e così di seguito. Ma tutti questi contratti d’assicurazione si scambiano, si vendono e si comprano, e diventano altrettanti strumenti sui quali si può speculare. Una piccola variazione del corso di un’azione, di un’obbligazione, di un tasso di cambio, può così essere moltiplicata e trasformarsi in una valanga finanziaria.

Conseguenza sostanziale di questa evoluzione: il profitto finanziario viene valorizzato nei confronti del profitto industriale, creando una pompa ad aspirazione che sposta una parte crescente del capitale verso la finanza e fa in modo che la finanziarizzazione sia auto-alimentata.

Più importante ancora, il profitto finanziario penetra in tutta la vita economica e la modifica a tutti i livelli. Il periodo dell’accentuarsi della finanziarizzazione è cominciato nei primi anni Settanta, a partire dalla rottura di ogni tipo di collegamento tra il dollaro e l’oro e dalla fine del sistema monetario internazionale detto di Bretton-Woods. La sua durata ha modificato l’economia capitalista in modo indelebile e probabilmente irreversibile. C’è da notare che anche prima del crollo del sistema monetario internazionale e dell’introduzione dei cambi flessibili, l’invenzione degli “eurodollari” aveva già annunciato la marcia verso la finanziarizzazione. Il piazzamento dei petrodollari ne fu la prima espressione importante.

La crescente finanziarizzazione ha profondamente inciso sulla stessa gestione delle imprese, sempre più concepita per favorire la valorizzazione delle loro azioni in Borsa. Ha modificato i legami tra i vari settori dell’economia: così la richiesta di materie prime è falsata dal fatto che corrisponde sempre meno ai bisogni dell’industria e sempre più ai movimenti erratici della speculazione, ecc.

Il banchiere Jean-Michel Naulot, ex membro del collegio dell’Autorità dei mercati finanziari (Amf) nel suo libro dedicato alla crisi finanziaria osserva: "che si tratti delle materie energetiche, dei metalli o dei prodotti agricoli, la volatilità di questi mercati rimane sempre importante. Come si potrebbe dimenticare l’episodio caricaturale degli anni 2007-2009 in cui il prezzo del petrolio si era raddoppiato in un anno, da 70 $ il barile nel luglio 2007 a 145 $ nel luglio 2008, prima di essere ridotto di due terzi nei mesi successivi, scendendo così a 40 $ nel marzo 2009? Tutte le materie prime senza eccezione avevano seguito quasi lo stesso movimento, qualunque fosse il prodotto.”

Abbiamo citato in un recente numero di Lutte Ouvrière un’inchiesta del New York Times che spiegava come una grande banca come la Goldman Sachs non si accontenta più di speculare sull’aumento del prezzo dell’alluminio, ma provoca l’aumento del prezzo sul quale sta scommettendo. Al momento dell’inchiesta, essa metteva in serbo un quarto dell’alluminio disponibile sul mercato. E il New York Times, che non ha la fama di essere una pubblicazione d’estrema sinistra, affermava: "Le manipolazioni delle quotazioni sui mercati del petrolio, del grano, del cotone, del caffè ed altri hanno fruttato miliardi di profitti alle banche d’investimento quali Goldman, JP Morgan Chase o Morgan Stanley, nel contempo si costringevano i consumatori a pagare più caro per fare il pieno di benzina, accendere la luce, aprire una scatola di birra o comprare un cellulare.".

Un rapporto della UNCTAD (Conferenza delle Nazioni unite sul commercio e lo sviluppo) del 17 settembre 2012 considera che gli interventi delle istituzioni finanziarie rappresentano l’85% di quelli sulle materie prime (operazioni d’acquisto o di vendita). In quanto ai derivati -contratti d’assicurazione altamente speculativi- il loro prezzo complessivo rappresenta da 20 a 30 volte il valore di produzione delle materie prime corrispondenti. Questo rapporto afferma chiaramente che “la finanziarizzazione è la causa principale della volatilità dei prezzi del petrolio e delle materie prime”.

Tutto diventa materia da speculazione, compresa la povertà che deriva dalla crisi stessa. Così l’indebitamento delle famiglie ha raggiunto proporzioni considerevoli, in particolare negli Stati Uniti. Per il capitale finanziario questo è un modo per “risolvere” le difficoltà derivanti dal blocco dei salari: se si salari sono insufficienti, è sempre possibile prendere prestiti, tanto più che le banche hanno molteplici modi di fare offerte che non si possono rifiutare, tanto bassi sono gli interessi proposti... almeno all’inizio!

Una delle espressioni peggiori di questa economia d’indebitamento si è avuta nei famosi prestiti ipotecari americani che furono all’origine della cosiddetta crisi dei subprimes del 2007. La pressione per spingere le famiglie dai redditi modesti ad indebitarsi si è conclusa con il dramma individuale di centinaia di migliaia di queste ultime, espulse dalla loro casa dalle banche alla scadenza delle cambiali che non potevano più pagare. Le espulsioni continuano ancora oggi!

Per quanto riguarda l’insieme dell’economia questa corsa all’indebitamento si è conclusa prima con la crisi del settore immobiliare americano, poi in seguito al cosiddetto metodo di “titolizzazione” e alla dispersione in tutte le grandi banche mondiali dei titoli di debito che comportavano qualche parte del debito ipotecario americano. Questo debito ipotecario è divenuto l’elemento che ha scatenato la crisi finanziaria che dura ancora oggi.

Eppure il debito ipotecario è solo una componente dell’indebitamento privato. Se si aggiungono le varie forme di credito al consumo, i debiti delle famiglie sono passati dal 65% del Pil degli Stati-Uniti nel 1995 al 103% nel 2013. Questo significa la crescita dei prelievi diretti della finanza sulle famiglie più modeste. Senza neanche parlare del sovra-indebitamento, che anche in Francia riguarda sempre più persone. Una parte crescente dei redditi delle classi popolari, in particolare dei salari, è infatti dedicata al pagamento degli interessi ed ingrandisce la sfera finanziaria.

Questo fenomeno che trova radici nel funzionamento stesso dell’economia capitalista odierna viene amplificato dagli Stati. Questi partecipano a questo meccanismo col varo di misure che facilitano gli spostamenti di capitali a livello mondiale, da un paese all’altro, da un settore d’attività all’altro, e che consentono l’accesso diretto al mercato finanziario di ogni sorta d’impresa, finanziaria o meno. Inoltre gli Stati mettono somme sempre maggiori a disposizione del sistema bancario.

Ma così facendo essi s’indebitano sempre più. Per aiutare le banche devono fare appello ai mercati finanziari, cioè in particolare alle banche stesse. Così il circolo si chiude e ancora una volta il sistema si autoalimenta. Più gli Stati aiutano il sistema bancario, e più si vincolano alle banche. I debiti degli Stati, i cosiddetti “debiti sovrani”, non solo sono diventati a loro volta “prodotti finanziari” speculativi, ma sono all’origine di parecchie grandi ondate speculative, in particolare quelle che a più riprese hanno scosso l’euro.

L’insieme di questa evoluzione, dalla finanziarizzazione all’economia d’indebitamento e al funzionamento economico a base di crediti, demolisce anche questa forma di regolazione ritardata che caratterizza l’andamento dell’economia capitalista.

Un economista borghese classico come il Nobel d’economia Maurice Allais aveva avvertito, quando la finanziarizzazione cominciava a crescere, che “nessun sistema d’economia di mercato può funzionare correttamente se la creazione incontrollata ex nihilo di nuovi mezzi di pagamento permette di evitare, almeno per un certo tempo, i necessari aggiustamenti”. Per dire eufemisticamente che l’iniezione permanente di strumenti monetari da parte degli Stati e del sistema bancario, anche se consente di respingere “almeno per un certo tempo” il riassestamento dell’economia sotto l’effetto della crisi, non fa altro che rimandare le scadenze e renderle più gravi.

Il capitalismo è per sua natura un’economia di mercato. Ma con la finanziarizzazione della vita economica sono i mercati finanziari che dominano la vita economica. Si tratta di un mercato particolarmente volatile e il moltiplicarsi degli strumenti finanziari ne accentua ancor di più la volatilità. L’apice di essa si ha con il trading ad alta frequenza, speculazione tramite computer che consente di trarre profitto da una variazione di corso di qualche frazione di secondo. Questa versione moderna dei mulini da preghiera tibetani ha rischiato di provocare accidentalmente, qualche tempo fa, un panico borsistico.

Le decisioni speculative -che riguardino le monete, le azioni o le obbligazioni, i debiti di Stato o un qualsiasi strumento finanziario- si basano su scommesse: una qualsiasi dichiarazione del presidente della Riserva federale americana o di quello della Banca centrale europea, una qualsiasi crisi politica come quella avvenuta in Italia in seguito alle recenti cretinate di Berlusconi, o addirittura il minimo cambio d’umore dei finanzieri basato sull’interpretazione dei “tweet” scambiati -pare, stando a Les Echos, che l’analisi di questi tweet stia diventando una vera e propria specialità in materia di divinazione finanziaria- portano a sobbalzi economici più o meno violenti.

La crisi bancaria del 2008 fu preceduta da un succedersi di crisi finanziarie, di crac sempre più violenti. “Crisi borsistica dell’ottobre 1987, crac immobiliare all’inizio degli anni Novanta, crisi delle obbligazioni nel febbraio 1994, fallimento della banca inglese Barrings nel 1998, fallimento del fondo speculativo LTCM che aveva rischiato di trasformarsi in una crisi borsistica generalizzata, crac internet nel 2001-2003, crac provocato dai subprimes nel 2007-2009, crisi dell’euro a partire dall’inverno 2010”, elenca nel suo libro il banchiere Jean-Michel Naulot. Ed aggiunge: "dall’anno 2000, il mondo ha vissuto più della metà del tempo in periodo di crac, cioè nell’angoscia di un crollo del sistema finanziario mondiale, con tutte le sue conseguenze per l’economia reale."

Il punto più alto di questi sobbalzi finanziari fu raggiunto nel 2008 quando la circolazione del denaro tra le banche in pratica si fermò a causa della mancata fiducia tra di loro, spingendo il sistema bancario sull’orlo del baratro. Davanti a questo rischio di un crollo paragonabile a quello del “giovedì nero” del 1929, tutti gli Stati hanno reagito mettendo a disposizione delle banche un’enorme quantità di liquidità per rilanciare la macchina finanziaria. Hanno avuto bisogno di parecchi mesi per riuscirci e per evitare i crollo. Ma tutta l’attività economica ne ha subito i contraccolpi, e la crisi bancaria ha provocato ciò che negli Stati Uniti è stato chiamato la “Lunga recessione” perché è durata 18 mesi, un periodo più lungo della grande depressione che era seguita al 1929.

Dalla data del 15 settembre 2008, giorno del fallimento del gigante bancario Lehman Brothers, e dopo una prima iniezione massiccia di liquidità nel sistema finanziario nelle settimane successive, questi apporti non si sono mai interrotti.

Dopo aver iniettato nel sistema finanziario più di 2000 miliardi di dollari il 15 settembre 2008, poi una somma dello stesso ordine il 2 novembre 2010, la Banca centrale americana -la Fed- ha dato vita ad una politica permanente di aiuti, invocando la necessità "di evitare il fallimento delle istituzioni bancarie e poi di rilanciare l’attività" (Le Monde).

Sul primo punto, si è riusciti al di là delle speranze dei banchieri, ma sul secondo per nulla. La politica della Fed consiste nell’abbassare il tasso direttore dei suoi prestiti ad un minimo storico (0,25%). Questo significa in pratica prestare gratuitamente alle banche le somme che possono prestare di nuovo ottenendo un profitto. D’altra parte la Fed continua a ricomprare massicciamente titoli, compresi i titoli ipotecari tossici, dedicandovi 85 miliardi di dollari al mese.

La banca centrale europea -la Bce- agisce nello stesso modo. La differenza principale tra la Bce e la banca americana sta nel fatto che i trattati europei, e soprattutto gli interessi divergenti dei 17 Stati che compongono l’eurozona, vietano alcune procedure. Ma i dirigenti degli Stati e dell’economia, accompagnati da un’armata di giuristi e consiglieri, sanno come manipolare i trattati e i regolamenti della Bce per fare, anche se spesso con qualche ritardo, ciò che esige la finanza.

Il giornale Le Figaro del 23 settembre, facendo il bilancio dei cinque anni trascorsi dall’inizio della crisi del sistema bancario, stima a 5000 miliardi di dollari le somme mobilitate dalle banche centrali dei paesi imperialisti "per salvare le banche". E questo giornale conservatore aggiunge con una certa dose di realismo: "il fallimento della Lehman Brothers ha aperto una grande crisi del capitalismo globalizzato e ci vorrà più di un decennio per uscirne, tornare alla piena occupazione e saldare i debiti degli Stati (un quarto di secolo e una guerra mondiale furono necessari per superare la grande deflazione).".

I capi di Stato, nel panico, hanno giurato, in una delle numerose riunioni del G20 successivi alla crisi bancaria, che non si poteva più lasciare le mani libere alla dozzina di grandi banche che dominano la vita finanziaria mondiale. Hanno dichiarato che bisognava almeno regolamentarle perché minacciavano gravemente l’economia nel suo complesso. Non è rimasto niente di queste grandi risoluzioni. A parte i problemi giudiziari di alcuni traders presi con le mani nel sacco e trasformati in capri espiatori dalla loro banca, e la condanna di alcuni mascalzoni di alto livello quale Madoff, che aveva avuto il torto di derubare i suoi simili, i provvedimenti adottati si sono limitati a ben poca cosa in materia di regolamentazione. Le banche dovrebbero in particolare conservare fondi propri un po’ più importanti del passato, come se questo potesse loro consentire di far fronte ad un’ondata speculativa massiccia. I pochi provvedimenti di cautela che si impongono alle banche sono facilmente aggirati dalle stesse. Tanto più che gli organismi di regolazione sono emanazione delle banche medesime, sia giudici che parti in causa.

Questi regolamenti, inoltre, riguardano solo le banche ufficialmente considerate come tali. Ma al loro fianco, già prima dell’attuale crisi, fioriva la “shadow banking”, cioè “la finanza ombra”, vale a dire organismi finanziari che sono svincolati dalle regole bancarie. Questa finanza dell’ombra, in particolare gli “hedge funds” (fondi speculativi), è stata fortemente toccata nel 2008 dal crollo delle titolizzazioni subprimes. Alcuni di questi fondi sono falliti. Ma le somme che manipolano rappresentano ancora l’equivalente del Pil americano. Secondo l’Fsb (Forum di stabilità finanziaria o Consiglio di stabilità finanziaria), l’insieme dei capitali gestiti negli Stati Uniti si spartiscono così: 22% per le banche, 27% per le compagnie assicurative e i fondi pensione, 11% per le istituzioni finanziarie pubbliche, 5% per la banca centrale e 35% per la “finanza ombra”.

Ma anche la distinzione tra le banche regolamentate e quelle che sfuggono ad ogni regolamentazione è fasulla. Non solo le une e le altre sono strettamente collegate, ma costituiscono le due forme d’esistenza degli stessi conglomerati finanziari. Uno degli argomenti dei portavoce di quei banchieri che considerano inaccettabili anche i timidissimi tentativi di regolamentazione dei cosiddetti accordi “Basilea III” consiste nel sostenere che questa regolamentazione porterà solo a spostare i capitali dalle banche che rispettano le regole... verso le “banche ombra”. Al di là di questo felpato dibattito tra borghesi che cercano panacee contro gli “accessi di febbre” del loro sistema bancario, di cui fanno parte i discorsi ipocriti sui paradisi fiscali, dal punto di vista della popolazione tutte le banche sono "banche ombra". L’unica soluzione per fare sparire l’ombra è la soppressione totale del segreto bancario.

L’unico modo di regolare il sistema bancario è l’esproprio dei suoi proprietari e azionisti e la sua collettivizzazione sotto controllo della popolazione.

Il bilancio dei cinque anni trascorsi dall’inizio della crisi finanziaria è chiaro: le somme enormi iniettate dagli Stati nei circuiti finanziari hanno ancora accresciuto in proporzioni colossali le transazioni speculative. Alcuni esempi significativi: secondo un’inchiesta della Bri (Banca dei regolamenti internazionali), nell’aprile 2010 si scambiavano più di 4 000 miliardi di dollari ogni giorno sul mercato dei cambi. Tre anni dopo la somma ammonta a 5 300 miliardi di dollari. Questo ammontare è smisurato rispetto al totale degli scambi internazionali di beni e servizi. "Alla metà degli anni Settanta i volumi sul mercato dei cambi rappresentavano il 20% circa del Pil (ossia un quinto).(...) Oggi i volumi sul mercato dei cambi ammontano a 15 volte il Pil mondiale e a 65 volte il commercio mondiale, mentre il loro principale obiettivo sarebbe quello di consentire i pagamenti ed assicurare i rischi che vi sono collegati" (Naulot).

Altro esempio: "La crescita dei mercati borsistici ed obbligazionari: la capitalizzazione borsistica mondiale è passata da un po’ meno di 9 000 miliardi di dollari alla fine del 1990 a 57 000 miliardi alla fine del 2010." Al contrario, un’infinitesimale frazione di queste somme inconcepibili è dedicata allo sviluppo della produzione!

Questo porta Naulot a scrivere che "oggi il rapporto della finanza con l’economia reale è sotto certi aspetti più preoccupante che non durante gli anni Venti. L’economia è globalizzata e la massa dei capitali in circolazione è tutt’altra sia per l’importanza che per la velocità della circolazione oltre confine. E molti disequilibri si sono accumulati da una trentina d’anni, particolarmente durante gli ultimi quindici ".

La constatazione è in effetti molto preoccupante! Ma bisogna aggiungere che la finanza fa parte dell’“economia reale” del capitalismo odierno. E proprio per questo la sua evoluzione non trova via d’uscita!

La produzione è sempre stagnante nei paesi europei e negli Stati Uniti. La disoccupazione è aumentata con alti e bassi momentanei, la quantità di denaro in circolazione è senza precedenti così come la volatilità dei mercati finanziari.

Gli investimenti produttivi, in regresso del 1,2% nel 2012 anche secondo le cifre ufficiali, lo saranno ancora nella stessa proporzione nel 2013.

Durante questi cinque anni l’economia ha conosciuto nuove crisi finanziarie. La crisi ricorrente dell’euro è rimbalzata sia in Grecia che a Cipro e minaccia di rimbalzare altrove.

Recentemente, nel maggio 2013, i paesi emergenti hanno rischiato di essere gravemente toccati quando il presidente della Fed, Ben Bernanke, ha fatto capire -e solo fatto capire!- che la banca centrale americana si preparava a rallentare la sua cosiddetta politica di “quantitative easing”, cioè la sua politica di fabbricazione di dollari supplementari per acquistare i debiti federali e riacquistare crediti ipotecari dalle banche. Anche solo questa minaccia, sulla quale Bernanke è rapidamente tornato indietro, è bastata perché i capitali americani investiti in Brasile, Indonesia, Turchia, ecc, cominciassero a rimpatriare negli Stati Uniti, scuotendo anche la moneta di questi paesi. Si poteva tanto più prendere sul serio la minaccia in quanto la crisi finanziaria americana dell’ottobre 1929 si era estesa ad altri paesi, in particolare ad uno dei paesi più fortemente colpiti dalla crisi quale la Germania, a causa del rimpatrio accelerato dei capitali americani.

Un’altra conseguenza grave della politica a favore del sistema finanziario è il gonfiarsi del bilancio delle banche centrali.

Nel caso della Banca centrale americana -secondo Le Monde- il suo bilancio è passato tra il 2000 e il 2013 dal 5% al 20% del Pil americano. "Mai il bilancio di una banca centrale si era gonfiato in proporzioni così enormi" scrive l’analista di una grande banca.

Ma tutto il mondo finanziario sa che nei titoli in possesso delle banche e acquistati dalle banche centrali, c’è una grande proporzione di titoli tossici. Le stesse banche centrali diventano più vulnerabili alla speculazione. Questo potrà solo inasprire i movimenti speculativi, poiché si scommetterà questa volta sull’affidabilità delle banche centrali e quindi sulle monete che emettono.

Mantenere il sistema finanziario sotto una permanente perfusione, come accade in tutti i paesi imperialisti, vuol dire svuotare le casseforti degli Stati. Gli Stati dedicano una parte crescente del loro bilancio a rimborsare i loro debiti, con gli interessi. Infatti, se le banche centrali prestano denaro al sistema bancario quasi gratuitamente, il sistema bancario, e più in generale questo famoso mercato finanziario che domina la vita economica, presta agli Stati in cambio di interessi più o meno alti in funzione della fiducia nella loro capacità di rimborsare.

In nome di questi debiti si impongono in tutti gli Stati politiche di austerità più o meno feroci, ma le cui conseguenze sono dappertutto simili: diminuzione delle somme dedicate ai servizi pubblici utili alla popolazione, diminuzione del numero di funzionari, ivi compreso nei settori essenziali alla vita della popolazione quali la sanità e l’educazione. In nome di questi debiti statali e di questo “obbligo” di rimborsarli che tutti i governi ribadiscono alla popolazione come una verità incontestabile, si aumentano le tasse che gravano in particolare sulle classi popolari, per esempio con l’aumento dell’Iva o delle imposte dirette. E in nome di tutto questo si introduce la nozione di “redditività” in tutti i campi dei servizi pubblici più vitali quali gli ospedali pubblici ed altri.

Per quanto molteplici che siano i modi di sottrarre soldi alla popolazione, il loro significato di classe è chiaro: si tratta di un enorme trasferimento dalle classi sfruttate verso il capitale finanziario, cioè verso la grande borghesia.

Questa gigantesca pompe à phynances si autoalimenta. Il giornale economico Les Échos, sotto il titolo “l’eurozona sempre presa nel vortice del debito”, constata che gli Stati membri di questa area l’anno prossimo saranno costretti, per pagare i loro debiti, a prendere prestiti per 850 o 900 miliardi di euro sui mercati.

Constata al tempo stesso che "anche se i disavanzi di bilancio diminuiscono, le somme da rimborsare sui debiti passati tendono ad aumentare". Ma che cosa vuol dire? Vuol dire che con l’imporre una politica più o meno drastica alla loro popolazione per ridurre il loro disavanzo, gli Stati avranno sì meno bisogno di prendere nuovi prestiti in futuro, ma gli interessi da pagare sui debiti del passato diventeranno sempre più pesanti. Les Échos, nel fare l’esempio della Germania, la cui situazione finanziaria è “particolarmente buona”, sostiene che Berlino contratterà solo 6 miliardi di euro di nuovi debiti ma dovrà prendere 150 miliardi in prestito per rimborsare i vecchi debiti!

Questo significa anche che la pressione sulle classi sfruttate aumenterà ancora, qualunque siano i sacrifici che si erano loro imposti in passato.

Tale pressione finanziaria sulle classi più povere agisce nel senso del peggioramento della crisi economica.

La causa fondamentale di ogni crisi economica è l’insufficienza della domanda solvibile della classe operaia rispetto alle capacità di produzione delle imprese capitaliste. Ma in nome del rimborso del debito, gli Stati contribuiscono a diminuire la capacità di consumo delle classi popolari, cioè a restringere ancora il mercato.

Il ruolo della finanza, e più precisamente delle banche, è quello di “socializzare i capitali” per orientarli verso la produzione capitalista e così consentire la riproduzione senza interruzione del capitale. Da molto tempo, da quando si è sviluppato l’imperialismo, le banche non hanno più il modesto ruolo d’intermediario e il capitale finanziario, in fusione con il capitale industriale, domina l’insieme della vita economica. Pure da molto tempo, per riprendere l’espressione di Lenin, il capitale finanziario e i monopoli si sono fusi con lo Stato capitalista subordinando quest’ultimo ai re della finanza.

Con la crescente finanziarizzazione, questa fusione assume un significato supplementare. Lo Stato capitalista diventa sempre più l’esecutore dei lavori di bassa manovalanza per il grande capitale. Quest’ultimo, con l’intento di salvaguardare ed aumentare i suoi profitti, ricorre allo Stato e ai suoi mezzi per recuperare i denari necessari a completare i profitti tratti direttamente dallo sfruttamento. Il parassitismo del gran capitale oggi è senza precedenti.

Molti economisti che ragionano nell’ambito dell’economia capitalista rimanendo sul terreno della borghesia, constatano la contraddizione tra le politiche di austerità e l’ostacolo supplementare che queste rappresentano ad un eventuale ripresa economica. Alcuni osservano anche che la vite senza fine costituita dall’indebitamento degli Stati e l’obbligo di rimborsare i debiti si scontreranno necessariamente con l’incapacità di alcuni Stati di rimborsare. Tanto più che all’aumento dei loro debiti corrisponde quello del costo dei prestiti fatti sui mercati finanziari.

Quest’ultima paura ha portato gli Stati dell’eurozona ad istituire un "meccanismo europeo di stabilità" (MES), cioè un fondo di soccorso destinato a sostituire il fondo europeo di stabilità finanziaria creato per finanziare i piani di salvataggio degli Stati sull’orlo del fallimento. In altri termini, si tratta di garantire alle banche il rimborso in ogni caso, anche in caso di default di uno Stato che esse avranno spinto al fallimento con l’indebitamento.

Per assicurare la permanenza dei prelievi delle grandi banche sulla società, si farà pagare l’insieme delle classi sfruttate dell’eurozona. Ma nonostante le somme importanti (700 miliardi d’euro circa) di cui questo meccanismo disporrà, esso non potrà far fronte al fallimento di uno Stato delle dimensioni della Spagna o dell’Italia.

Questo meccanismo europeo di stabilità non è solo un modo per mettere in comune tra gli Stati dell’Unione europea i loro obblighi nei confronti delle banche. È anche un nuovo campo di attività dato alla finanza, poiché l’MES si finanzierà sui mercati tramite l’emissione di obbligazioni. Sotto il titolo: “tra gli investitori c’è un plebiscito a favore del nuovo fondo di soccorso europeo”, Les Échos del 9 ottobre constatava che la sottoscrizione della prima tranche d’emissione di queste obbligazioni aveva raggiunto 21 miliardi di euro in tre quarti d’ora. Ovviamente, è meglio avere la garanzia di un’istituzione europea che non quella dello Stato greco o di quello irlandese. Ma al tempo stesso ciò allarga le possibilità di speculazione. Ormai si potrà puntare su un nuovo cavallo, piuttosto attraente, in queste scommesse per banchieri giocate all’ippodromo dell’eurozona.

Nonostante le manipolazioni finanziarie, l’eurozona rimane un potenziale centro di sviluppo per una crisi finanziaria più grave di ciò che si è visto fino ad ora.

Infatti se la Bce, l’Fmi e i dirigenti dei principali paesi imperialisti d’Europa sono riusciti fino a questo punto a colmare le brecce (Grecia, Irlanda, Cipro, ecc.), essi non hanno cambiato niente al problema fondamentale per cui nell’eurozona c’è una moneta unica ma non uno Stato unico: l’eurozona è un conglomerato di Stati, ognuno con la propria fiscalità, la propria politica economica, il proprio sistema salariale e, soprattutto, ognuno a difendere gli interessi della propria borghesia, interessi che ora coincidono, ora no, con quelli delle altre borghesie.

L’unico potere sovra-europeo emerso nel corso delle crisi è la Bce che, di conseguenza, diventa sempre più autonoma rispetto agli Stati. Ma lo è entro stretti limiti. L’indipendenza della Banca centrale europea significa solo che rappresenta sempre più gli interessi delle due principali potenze imperialisti dell’eurozona, Germania e Francia, contro le altre quindici. Ma la Bce non ha il potere di risolvere le divergenze tra queste principali potenze imperialiste.

Una moneta che non si appoggia ad un potere statale è condannata a subire i periodici tentativi provenienti dai mercati finanziari che scommettono sugli Stati, investendo capitali o al contrario ritirandoli, abbassando i tassi d’interesse dei prestiti o rialzandoli.

Gli Stati Uniti stessi costituiscono un altro luogo dove la crisi può di nuovo scoppiare. Se l’ininterrotta perfusione della Banca centrale americana fa girare la macchina finanziaria a buon regime, cioè consentendo al capitale finanziario di incassare alti profitti, i dirigenti degli Stati, così come i loro consiglieri economici, sanno perfettamente che le liquidità iniettate nell’economia continuano come prima ad andare verso la speculazione e quindi ad alimentare future bolle finanziarie. Lo sanno tanto più che, come constatava Le Monde del 20 settembre, "gli investimenti sono ripartiti innanzitutto nell’immobiliare, dove la nuova crescita è dovuta solo agli aiuti della Fed".

Chiaramente il rischio è che, come avvenne nel 2001 - 2003 per Internet o nel 2007 - 2008 per l’immobiliare, scoppino nuove bolle speculative su questa o quella materia prima oppure, ancora una volta, sull’immobiliare.

La grande preoccupazione dei dirigenti è ciò che la stampa chiama “il problema dell’uscita dalla crisi”. Come controllarla? L’arresto dell’iniezione di denari quasi gratuiti nel sistema finanziario provocherà il cataclisma finanziario che gli Stati hanno voluto evitare con questa politica? Nessuno sa oggi, e certamente non i dirigenti della vita economica, come gli Stati Uniti usciranno da questa quadratura del cerchio.

Le teste pensanti del piccolo mondo degli economisti sono allo sbando, così come i loro mandanti dell’economia o della politica. Lo dimostra bene il caso dell’attribuzione del premio Nobel dell’economia. Come intitolava un giornale su Internet "il Nobel dell’economia 2013 è tanto sorprendente quanto i mercati finanziari". Infatti questo premio è stato spartito tra tre economisti. Uno, Schiller, è premiato per avere sottolineato nei suoi lavori la minaccia di bolle finanziarie e spinge nel senso di una regolazione. L’altro, Fama, afferma che "non sa che cosa significhi una bolla" e che "i mercati sono razionali", ed è un grande fautore della deregolamentazione. Il terzo, Hansen, più cauto, si rifugia nelle matematiche sviluppando un metodo d’analisi statistica. Queste risposte assolutamente contraddittorie sono commentate da un altro economista: "questo riassume lo stato attuale della scienza economica moderna". E infatti!

Molte formulazioni di Jean-Michel Naulot nel libro già citato e dedicato alla crisi finanziaria sono testimoni della lucidità di un banchiere che sta al centro del sistema: "l’evolversi del mondo da trent’anni, la sensazione che siamo entrati in un universo completamente nuovo e che siamo impotenti nell’influire sul corso delle cose". Questa lucidità lo porta a parlare di "marcia verso la catastrofe" e a constatare che "il culto del denaro porta inevitabilmente il mondo a disequilibri maggiori e ad una forma di annichilimento". E tutto questo per arrivare a conclusioni del tipo: "ridurre l’influenza dei finanzieri sulle materie prime", "tassare le transazioni finanziarie", "porre fine ai paradisi fiscali", "fare luce su tutte le transazioni senza eccezioni" (ma controllate da chi?), "inquadrare o addirittura vietare il trading ad alta frequenza", "una distribuzione più equa del credito", " rimettere le agenzie di rating al loro posto: questo è il consiglio agli investitori", per finire con il pio desiderio di "rimettere le banche al servizio dell’economia reale"! Ma chi lo farà, e come?

Il panico della borghesia, dei suoi banchieri e dei suoi intellettuali davanti alla mostruosità della loro economia e le minacce che essa contiene dà la misura della gravità della crisi.

I più radicali tra gli economisti che ispirano gli altermondialisti e difendono una politica alternativa nell’ambito del capitalismo, sognano un capitalismo che si è sbarazzato della finanziarizzazione o comunque di alcune sue conseguenze. L’annullamento del debito di questo o di quel paese povero fa parte da molto tempo delle rivendicazioni di tali ambienti. Alcuni come l’antropologo ed economista altermondialista Graeber, spingono quest’idea più avanti evocando l’idea di una moratoria sui debiti su scala internazionale. Richiama “un giubileo” alludendo ad una solennità pubblica della religione ebrea in cui, secondo un dizionario, “i debiti erano annullati, le eredità restituite al loro proprietario e gli schiavi messi in libertà”. Il capitalismo del ventunesimo secolo dovrebbe cercare nelle tradizioni bibliche un rimedio al suo male incurabile! Infatti il sistema bancario europeo ha dovuto prendere questa strada riducendo una parte del debito greco, perché anche gli usurai più feroci sanno che è meglio non uccidere il debitore.

Anche se l’annullamento di alcuni debiti è già stato attuato qualche volta nella storia recente del capitalismo mondiale, l’idea di generalizzare questo gesto è completamente utopica nell’ambito del sistema capitalista dove il capitale finanziario si confonde con il capitale industriale e gli approfittatori dell’uno e dell’altro sono gli stessi.

Per quanto possa essere importante la finanziarizzazione dell’economia nella vita del capitalismo odierno, e quindi il peso dei prelievi crescenti della finanza sul plusvalore complessivo, ciò che conta per la classe operaia è il fatto fondamentale per cui il plusvalore risulta dallo sfruttamento, qualunque ne sia il beneficiario.

In un testo dedicato molto tempo fa al “Ristagno e progresso nel marxismo”, Rosa Luxemburg scriveva che dal punto di vista pratico della lotta di classe, "il grande problema teorico era la formazione del plusvalore, cioè la spiegazione scientifica dello sfruttamento e della tendenza alla socializzazione della produzione, in altri termini la spiegazione scientifica delle basi obiettive della rivoluzione socialista". E aggiungeva: "il modo in cui il plusvalore viene spartito tra i vari gruppi capitalisti, e i furti che la concorrenza provoca nella produzione per questa spartizione, tutto questo non ha un interesse immediato per la lotta di classe del proletariato.".

Per porre fine all’onnipotenza della finanza, ci vorrà ben più di questi cambiamenti nelle regole del gioco del funzionamento attuale del capitalismo. Occorrerà impegnarsi nel rovesciamento dei rapporti di produzione con la "lotta di classe del proletariato" spinta fino in fondo, fino alla presa del potere e all’espropriazione della borghesia. Una nuova organizzazione economica e sociale potrà emergere solo con la distruzione del capitalismo.

Gli economisti più lucidi, anche dal punto di vista della borghesia, o quelli meglio disposti nei confronti delle vittime di questo sistema, urtano contro il muro d’acciaio della loro propria scelta di classe. Solo la classe rivoluzionaria mobilitata nell’ambito di una rivoluzione, con un’alta coscienza degli interessi della società, potrà imporre al sistema bancario, ai banchieri, cioè alla borghesia, di fare ciò che essa non farà mai di sua propria volontà: andarsene. Solo con la conquista del potere il proletariato potrà darsi i mezzi per iniziare la rivoluzione sociale che porrà fine alla proprietà privata dei mezzi di produzione e a tutto ciò che ne deriva: i mercati, la concorrenza, il dominio della finanza.

Parlando delle condizioni obiettive della rivoluzione sociale, Trotsky aveva affermato a suo tempo nel “Programma di transizione” che “le premesse obiettive della rivoluzione proletaria non solo sono mature, ma hanno cominciato a marcire”. Il fascismo, la guerra mondiale, “la mezzanotte nel secolo” illustravano all’epoca cosa significava questo marciume.

Il capitalismo è tornato alla ribalta al prezzo dei 60 milioni di morti, e forse più, della Seconda guerra mondiale. Oggi sta di nuovo sprofondando nel marciume.

“Tutto dipende dal proletariato, cioè primariamente dalla sua avanguardia rivoluzionaria", Trotsky aggiungeva. Ricostruire questa avanguardia rivoluzionaria per ridare alla classe operaia la coscienza del suo compito storico e la fiducia nella sua capacità di compierlo è, come ai tempi di Trotsky, l’unica strada per uscire dal vicolo cieco in cui il capitalismo sta rinchiudendo l’umanità.

23 ottobre 2013


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