Internazionale

Quality Car, difficoltà e insegnamenti della lotta di classe

L’organizzazione di una realtà operaia per il perseguimento dei propri interessi di classe non si improvvisa dall’oggi al domani. La lotta di classe è un percorso ad ostacoli in cui i lavoratori possono contare solo sulle proprie forze. È una strada in salita fatta, soprattutto inizialmente, di illusioni e disillusioni, ed in seguito di impegno concreto, vittorie parziali, sconfitte cocenti, sottovalutazione del nemico e cedimenti alle sue lusinghe o ai suoi ricatti, maturazione di taluni individui, disimpegno di altri, formazione di nuclei dirigenti, scontri interni anche aspri. È una strada, insomma, che non prevede scorciatoie, così come l’attitudine alla lotta non è un fatto scontato, e l’unità stessa dei lavoratori nella lotta, quando c’è, può anche rivelarsi una circostanza assai effimera, specialmente quando il nemico di classe, preso alla sprovvista e per questo sconfitto alla prima battaglia, si riorganizza per contrattaccare. Nel caso della Quality Car, società cooperativa con sede ad Arena Po (PV) e operante nella movimentazione autovetture, abbiamo descritto nella corrispondenza precedente di come i lavoratori abbiano intrapreso una battaglia inizialmente vincente, rifiutandosi di ratificare le misure draconiane proposte dalla dirigenza per risanare i bilanci, e riuscendo ad ottenere tramite sciopero i salari che gli erano dovuti. La dirigenza, che evidentemente non si aspettava un fermento simile dopo anni di assenza di contrasti di un certo rilievo, veniva colta di sorpresa e altro non poteva fare che accondiscendere alle istanze dei lavoratori. Accadeva così che, sull’onda dell’entusiasmo per questa prima vittoria, la maggior parte dei lavoratori si convinceva che da lì in poi la strada sarebbe stata tutta in discesa. Ma la dirigenza già si stava riorganizzando. Per prima cosa, si rifiutava di interfacciarsi col sindacato di base presso il quale i lavoratori erano confluiti, adducendo come motivazione di tale atteggiamento il fatto che quel sindacato non era firmatario del contratto nazionale, non riconoscendone la rappresentanza aziendale (Rsa), e iniziando a bersagliarlo di lettere di richiamo col preciso intento di creare le condizioni per poterlo licenziare. Nel frattempo, si prospettava l’acquisizione di F.lli Elia Spa (azienda per la quale Quality Car lavora come esternalizzata) da parte del Gruppo Bertani. I lavoratori, convinti che il passaggio avvenisse a settembre, iniziavano ad entrare in fibrillazione, poiché preoccupati delle conseguenze salariali e occupazionali che tale circostanza avrebbe potuto comportare. La dirigenza, nel contempo, poneva in circolo voci vaghe su una probabile riduzione del personale, voci che non andavano oltre a sporadiche battute, ma che concorrevano ad alzare la tensione degli operai, che si percepivano oltretutto come privi di Rsa e quindi di eventuale difesa. La cospicua presenza in Quality Car di lavoratori a voucher (stante il picco produttivo) ingigantiva ancora di più le paure. Infatti la possibilità di una chiusura per fallimento della cooperativa con licenziamento di tutto il personale, e la riapertura sotto altro nome con assunzione di soli lavoratori a voucher, non appariva poi così remota. Di fronte a questa nuova fase, si registrava un forte disorientamento dei lavoratori, manifestatosi anche attraverso un repentino passaggio dal sindacato di base a cui erano iscritti verso una sigla confederale. In quel momento, la dirigenza registrava uno sbilanciamento dei rapporti di forza nuovamente a suo favore: era infatti bastato sostanzialmente dire ai lavoratori “Questo sindacato non mi sta bene”, e i lavoratori, confusi dai fatti contingenti, si erano spostati verso un sindacato ritenuto in qualche modo più "istituzionale". Rafforzatasi, la dirigenza individuava nella corresponsione di taluni TFR arretrati la linea di faglia con cui spaccare il fronte dei lavoratori: alcuni operai, infatti, firmavano un accordo separato all’insaputa dei colleghi. Ovviamente gli eventi sono ancora in corso, e quindi suscettibili di aggiornamenti, ma il punto fondamentale è che quella che ai tempi delle “vittorie facili” veniva percepita da taluni lavoratori come una forte unità, mostrava nella fase di attacco da parte della dirigenza tutta la sua carenza di strutturazione. Per ora dunque si registra una sconfitta? Certo, ma la sconfitta, quando ci si mette in gioco, è parte integrante del processo di maturazione. Infatti, quegli stessi lavoratori che anni fa seguivano logiche meramente individuali, ora si parlano, si confrontano e cercano, pur con tutti i cedimenti e i limiti oggettivi derivanti da decenni di stasi sociale, di trovare una via collettiva per affrontare i problemi derivanti dalla loro collocazione di classe. L’attitudine alla lotta si esercita impostando un lavoro di dura lena. L’importante è non mitizzare le vittorie e non lasciarsi sopraffare dalle sconfitte, ma analizzare entrambe le circostanze con quanta più lucidità possibile e trarne i corretti insegnamenti per potere, nelle battaglie a venire, ridurre il più possibile gli errori.

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