Internazionale
Un fenomeno che non avveniva dal 2006, prima cioè della crisi. Ma la causa non è di certo la tanto decantata quanto effimera e fragile ripresa economica

Spaventoso aumento delle morti "bianche"

In Italia non si lavora per vivere, ma si muore di lavoro e sempre di più.
A dirlo sono i dati Inail. Nei primi otto mesi di quest’anno le vittime di lavoro sono state 752, una media di tre al giorno, 100 in più rispetto allo stesso periodo del 2014. Per la prima volta, si è registrata un’inversione di tendenza da quando è iniziata la crisi. Le morti "bianche", infatti, non aumentavano dal 2006.

I dati Inail sono stati rielabrati dall’Osservatorio Sicurezza sul Lavoro Vega Engeeneering di Mestre. Dall’analisi emerge, tra l’altro, che il maggior numero di vittime si è registrato nel settore delle costruzioni (12,5%), seguono le Attività manifatturiere (11,5%), il settore del Trasporto e magazzinaggio (9,3%) e quello del Commercio (6,4%). Questi dati hanno fatto dire a Federico Maritan, direttore dell’Osservatorio, che l’incremento delle vittime può essere dovuto ad un «aumento di ore lavorate specie in quei settori, come l’edilizia, che sono più a rischio». Maritan ipotizza pertanto che l’aumento delle morti "bianche" siano «un sintomo della ripresa del comparto» dopo anni di crisi. Il direttore dell’Osservatorio ha ammesso, però, che potrebbe esserci anche una concausa, vale a dire la riduzione dei controlli. «Ci sono stati notevoli tagli all’ispettorato del lavoro e all’Asl e quindi è diminuita l’attenzione generale alla sicurezza». E’ vero, tanto che a Torino, recentemente, sono scesi in piazza gli ispettori del lavoro per rivendicare maggiori "risorse per le ispezioni" e per denunciare "episodi di intolleranza e intimidazione" nel corso dei loro controlli nelle aziende e nei cantieri.

L’ipotesi, poi, che gli infortuni mortali siano aumentati per effetto della ripresa economica non appare molto credibile, dal momento che da mesi si continua a preconizzare una crescita dell’Italia risibile e, comunque, non tale da giustificare le dimensioni di questo tragico fenomeno. Basti dire che l’ultima stima è quella del Fmi che prevede per l’anno in corso un aumento del Pil dello 0,8% ed un tasso di disoccupazione del 12,2% (a fine 2014 era del 12,7% e ad agosto 2015 era dell’11,9%).
Come si spiega allora un incremento delle morti da lavoro del 15,6%?

Non si può che essere d’accordo con Franco Bettoni, presidente dell’Anmil (Associazione nazionale mutilati ed invalidi del lavoro), quando afferma che «Le leggi ci sono ma questi dati fanno pensare che la sicurezza non rappresenti ancora una priorità per l’economia di un Paese come il nostro». L’Associazione rileva, tra l’altro, che le statistiche infortunistiche dell’Inail non comprendono oltre 2 milioni di lavoratori, circa il 10% dell’occupazione nazionale. Si pensi soltanto all’esclusione di categorie ad altissimo rischio di infortuni come quella dei vigili del fuoco!

Se si muore di lavoro nonostante la presenza di leggi che dovrebbero impedirle, allora vuol dire che le cause sono da ricercare nel modo di lavorare, alias nello sfruttamento della forza lavoro.

L’analisi dell’Osservatorio Vega testé citata rileva che, sul fronte del rischio di mortalità rispetto alla popolazione lavorativa per macroaree, è il Sud a prevalere con un indice del 36,7 contro una media nazionale del 24,4. Seguono il Nordest (36,3), le isole (25,6), il Nordovest (19,2) e il Centro (18). Il Sud, una zona del paese dove imperversa maggiormente il lavoro nero, il caporalato, la nuova schiavitù delle raccolte di frutta pugliesi, siciliane, campane controllate dalla criminalità organizzata. E’ qui che si muore di più di lavoro. La causa è la stessa per cui si muore di più nell’edilizia, al Nord come al Sud, in Lombardia come in Campania, a Milano come a Bari.

E si muore di lavoro più in Italia che negli altri paesi. Nel 2008 l’Italia contava 4,5 morti ogni 100mila occupati, più di Spagna (4,19), Germania (2,67), Francia (1,84), e Regno Unito (1,02). Gli ultimi dati europei risalgono al 2012, anno in cui l’indice del nostro paese era sceso al 3,6, ma restava sempre al di sopra della media europea (2,42). Se l’aumento delle morti "bianche" verrà confermato, alla fine dell’anno in corso si potrebbe registrare un aggravamento del divario rispetto al resto dell’Europa. E ad essere inaccettabile, qui, non è il costo economico causato dall’incremento degli infortuni mortali (lasciamo la borghesia ad essere preoccupata di ciò, quando lo è), ma la morte di donne e uomini caduti sul lavoro.

Sul banco degli imputati ci sono, in prima fila, le ultime leggi sul mercato del lavoro, come il Jobs Act, che costringono i lavoratori ad accettare ritmi e tempi di lavorazione sempre più disumani e a soggiacere ad uno stato di ricatto permanente.

M. I.


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