Internazionale

In Cina la ricerca del profitto devasta una città intera

Il 12 agosto, a Tianjin, una metropoli di 14 milioni di abitanti non lontana da Pechino, due esplosioni in un deposito di prodotti chimici hanno causato la morte di almeno 120 persone, fra cui numerosi vigili del fuoco. Almeno 50 persone sono morte e centinaia sono state ferite, i danni sono immensi.

Gli abitanti, di cui migliaia hanno dovuto essere evacuati, sono di fronte ad una catastrofe sanitaria ed ecologica, poiché il deposito conteneva quasi 700 tonnellate di cianuro di sodio che hanno sprigionato gas mortali durante l’incendio, mentre era autorizzato a stoccare solo 24 tonnellate. È quindi lo sprezzo delle regole di sicurezza da parte dei dirigenti di questa impresa, vicini al potere di Pechino, a spiegare questa catastrofe, una catastrofe che si aggiunge al lungo elenco degli incidenti industriali in Cina.

“L’officina del mondo”, che gira a pieno regime per il più grande profitto dell’economia capitalista mondiale, e in particolare di una miriade di imprese piccole e grandi del mondo imperialista, disprezza la sicurezza dei lavoratori come quella degli abitanti. Nelle miniere, gli impianti obsoleti causano regolarmente esplosioni mortali. Ma drammi simili si producono anche nelle industrie di alta tecnologia. Un anno fa, a Shanghai, 75 persone sono state uccise dopo un’esplosione in una fabbrica di ricambi; nell’agosto 2014, 146 sono morte in una fabbrica di accessori per automobili. Nel 2013, 119 persone sono morte nell’incendio di un mattatoio di pollame. Ovunque, per abbassare il costo della manodopera e aumentare i profitti, le autorità cinesi chiudono gli occhi sulle condizioni di lavoro e, in gran parte corrotte, ne approfittano.

Ma non sono le uniche ad approfittarsi della situazione: il porto di Tianjin ospita molte imprese internazionali. La Toyota vi ha installato una fabbrica, alimentata dalle industrie di componentistica. Non è stata toccata dall’esplosione. Altre non hanno avuto questa fortuna: 10.000 automobili importate sono state distrutte, di cui 1.500 Renault e 2.750 Volkswagen. Certamente, la borghesia cinese prospera oggi sfruttando al massimo centinaia di migliaia di lavoratori. Ma non è l’unica, e neanche la principale beneficiaria di questo sfruttamento che odora di sangue: i grandi gruppi occidentali sono i primi a chiudere gli occhi sulle condizioni di vita e di sicurezza degli operai cinesi e dei residenti dei grandi centri industriali di questo paese.

Ciò che li attira è il basso costo della manodopera, e il pugno di ferro di uno Stato cinese che fa il cane di guardia per conto dei possidenti locali, ma anche per quello dei capitalisti del mondo intero. Per questi ultimi, non contano le sofferenze che questa situazione impone alle classi lavoratrici cinesi, se ci sono i profitti.

A.U.


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