Internazionale
L’estate dell’Expo e dei morti nei campi: un contrasto stridente e molto amaro, tra un’immagine edulcorata della produzione di cibo e la realtà concreta del modo capitalistico di produrlo. Un mondo di sfruttamento bestiale e spietato, dove lo schiavismo non appartiene al passato, e dove il presente è anche peggiore.

Altro che “energia per la vita"…

Al netto dell’abbondante retorica circolante intorno all’Expo di Milano, chiarirebbe le idee a molti avere uno sguardo – almeno parzialmente – realistico, e notare per esempio come, ancora prima dell’apertura della manifestazione, alcune Organizzazioni non Governative del commercio etico di Norvegia e Danimarca avevano avuto un’iniziativa insolita, e assolutamente estranea al linguaggio dei padiglioni nella mega-fiera milanese. Queste Ong avevano scritto una lettera aperta al Presidente del Consiglio Matteo Renzi per chiedere di agire contro il fenomeno del caporalato, ed esprimere la preoccupazione dei consumatori dei loro Paesi per l’illegalità che vige nel sistema di produzione agricola italiano. Le stesse Ong ventilavano il rischio del boicottaggio sui prodotti italiani, a causa dello sfruttamento dei braccianti italiani e stranieri. Con un percorso inverso a quello della propaganda sulla pregevolezza dei prodotti italiani, e all’invito a consumarli in quanto garanzia di qualità, la prospettiva subisce in questo caso un rovesciamento, sottolineando un aspetto fondamentale del modo in cui il cibo si produce, che la filosofia dell’Expo non prende minimamente in considerazione.

Non sappiamo se e cosa abbia risposto Renzi, ma certamente i fatti si sono tragicamente incaricati di accendere più di un riflettore sulla realtà dello sfruttamento del lavoro agricolo nel nostro Paese. Tre morti accertate di fatica tra il torrido mese di luglio e i primi giorni di agosto hanno mostrato di cosa è capace questo traffico di esseri umani, e tutto è venuto alla luce soprattutto perché due di loro non sono immigrati, ma italiani che passavano anche cinque ore al giorno sui pullman dei caporali, per poi lavorare a temperature superiori ai 40 gradi anche per dieci, dodici ore al giorno. Secondo un’inchiesta svolta sul quotidiano Repubblica nella primavera scorsa (25.5.15), quindi prima dei recenti decessi, negli ultimi tempi è aumentato l’impiego degli italiani nel settore agricolo, soprattutto donne, sia perché piegate dal bisogno ai tempi della crisi, sia perché – a quanto pare – meno inclini a ribellarsi alle condizioni di lavoro.

Sono donne che partono alle tre di notte per raggiungere i campi o i magazzini di confezionamento, e il cui salario reale è meno di 4 euro l’ora. Spesso lavorano secondo cottimi, si vedono segnare metà delle giornate lavorate, e firmano buste paga che rispettano i contratti restituendo i soldi stabiliti in busta paga, perché le aziende devono dimostrare di essere in regola per ricevere i finanziamenti pubblici. Il salario ufficiale sarebbe di 50-60 euro, ma di fatto non raggiunge nemmeno la metà. Il caporale prende dall’azienda 10 euro a donna e può guadagnare anche migliaia di euro a giornata. Nonostante la pratica del caporalato sia largamente conosciuta da anni, e nonostante il Ministro delle Politiche agricole Maurizio Martina, spinto dall’impressione destata nell’opinione pubblica dalle morti nei campi, abbia proclamato che “il caporalato è un fenomeno da combattere come la mafia” (Corriere della Sera, 19.8.15), stando all’inchiesta di Repubblica, pubblicata solo pochi mesi prima, non ci sono né denunce né ispezioni sufficienti.

Sintomatico, inoltre, che i riflettori si accendano sui caporali e lascino ampiamente in ombra le aziende agricole, che dei caporali si servono a piene mani e non si fanno scrupolo di sfruttare i braccianti fino allo sfinimento.

Non abbiamo dati sufficienti a valutare sistemi analoghi in altri Paesi, ma siamo tornati più volte sui livelli macroscopici che assume lo sfruttamento in Italia, praticamente in ogni Regione – dall’Emilia, al Lazio, alla Puglia, alla Sicilia – ma segnatamente al Sud, dove intere baraccopoli di lavoratori immigrati sopravvivono per mesi in condizioni igieniche immonde nella stagione della raccolta degli agrumi, delle fragole, dei pomodori o dell’uva. Proprio la rivolta e lo sciopero dei lavoratori africani di Nardò, che rifiutarono “un supplemento di lavoro sui pomodori per la stessa paga di 3 euro e 50 centesimi a cassone” (Repubblica, 25.5.15), portò nel 2011 alla legge che istituiva il reato penale di caporalato, e aprì il processo, tuttora in corso, contro una serie di imputati italiani e stranieri, accusati di essere i caporali e i mandanti dello sfruttamento.

Disgraziatamente il reato di caporalato resta tale solo sulla carta, i processi sono lunghi e dall’esito incerto, spesso i testimoni si tirano indietro, per il bisogno di lavorare o per le minacce, o per la mancanza di garanzie se sono immigrati clandestini.

Ma il danno più grande lo fa l’assuefazione alla propria condizione, e l’accettazione dello sfruttamento come di una realtà contro la quale si è impotenti. La strada che hanno mostrato i giovani lavoratori immigrati di Nardò è l’unica che possa garantire una difesa per i braccianti di ogni nazionalità.

Aemme


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