Internazionale

Vietare i licenziamenti

Contro i ricatti della Fiat

Il 25 gennaio l’amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha annunciato che l’impresa manderà in cassa integrazione alla fine di febbraio 30 000 operai in tutta Italia. Il motivo sarebbe il crollo degli ordini di auto intervenuto in seguito alla fine degli incentivi all’acquisto quali il premio alla rottamazione. Marchionne non usa mezzi termini per fare pressione sul governo proprio nel momento in cui sta studiando come si potrebbero prolungare gli aiuti all’industria automobilistica, cioè innanzi tutto alla Fiat.

Il ricatto della Fiat, però, non si rivolge solo al governo, ma anche e innanzi tutto agli operai. Saranno loro a pagare le spese della decisione con un taglio da 200 a 300 euro sulla busta paga come conseguenza di queste due settimane di cassa integrazione. E sono loro anche il primo bersaglio delle minacce della direzione, che fa capire che il suo primo obiettivo, in caso di diminuzione della produzione di auto, sarà di mantenere comunque gli utili dell’azienda. Come? Facendolo pagare agli operai con la cassa integrazione e magari i licenziamenti. Un segnale in questo senso lo dà la direzione annunciando il versamento di 237 milioni di dividendi agli azionisti nonostante le perdite registrate nel 2009 : profitti per gli azionisti, tagli per il salario già misero degli operai, non si può essere più chiaro.

Ancora più precisa è la minaccia per gli operai dello stabilimento siciliano del gruppo a Termini Imerese. Marchionne ha annunciato che comunque la Fiat non potrà più produrre in questa fabbrica. Secondo lui, un’auto prodotta in Sicilia costa 1000 euro di più rispetto ad ogni altro stabilimento e la Fiat non se lo potrebbe permettere. Strana e tardiva scoperta rispetto a questa fabbrica costruita, tra l’altro, con sostanziosi aiuti dello Stato e della regione Sicilia. Sono anni che la casa torinese ha fatto produrre auto in questo impianto e ne ha ricavato profitti sostanziosi. Ma con questo si lascia intendere che dare lavoro agli operai di questa regione segnata dalla disoccupazione sia solo un’operazione caritatevole.

Il colmo è stato il 27 gennaio quando la Fiat ha deciso di rispondere con una vera e propria serrata ai lavoratori della ditta d’appalto Delivery Mail che occupavano i tetti della fabbrica siciliana. 18 operai protestavano in questo modo contro il loro licenziamento deciso dalla Delivery Mail dopo che la Fiat gli ha tolto l’appalto. La Fiat ha allora deciso di sospendere la produzione in tutta la fabbrica, col pretesto che le manifestazioni di sostegno ai licenziati avevano bloccato l’arrivo dei tir e quindi delle forniture per le catene di montaggio.

L’intento è ovviamente di cercare di opporre gli operai Fiat agli operai delle dite d’appalto, nello stesso modo che si cerca di dividere gli operai dei vari stabilimenti Fiat, da Torino a termini Imerese e da Pomigliano d’Arco a Melfi. Al tempo stesso la Fiat cominciava le trattative con il governo per ottenere nuovi incentivi.

Gli operai non possono accettare questi ricatti fatti sulla loro pelle. In questi anni il loro lavoro ha fatto incassare alla Fiat e ai suoi azionisti dei profitti enormi. Oggi questi soldi devono servire a garantire il salario di tutti gli operai., che siano della Fiat o delle ditte d’appalto, e questo sarà più utile di tutte le speculazioni in Borsa che saranno fatte con questi soldi.

Bisogna scegliere. La Fiat vuole salvare innanzi tutto i profitti del gruppo, mentre si tratta di salvare la vita di decine di migliaia di operai e di loro famiglie. Per questo nessun stabilimento Fiat deve chiudere, le produzioni vanno ridistribuite su tutti gli stabilimenti senza diminuzione di salario, i licenziamenti vanno vietati.

Bisogna imporre queste esigenze, che sono una semplice necessità in questo periodo di crisi, per i lavoratori della Fiat e per tutti gli altri. I lavoratori ne hanno la forza se lottano insieme per questi obiettivi.

A.F.


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