Internazionale

Cina: speculazione e crac

La Cina, spesso presentata come l’ “officina del mondo”, non è sfuggita alle conseguenze della crisi del 2008. La sua crescita economica, che prima progrediva del 12 o 13% l’anno, sarà inferiore al 7% quest’anno. La Cina esporta di meno, particolarmente verso l’Europa e il Giappone. E ciò nonostante, da più di un anno, il corso delle azioni delle imprese quotate nelle Borse cinesi spicca il volo.

Tra giugno 2014 e giugno 2015, il loro valore era aumentato del 150%. Questa frenesia borsistica sta trasformandosi in crac. In tre settimane, le azioni delle società quotate a Shangai e Shenzen hanno perso più di 2700 miliardi di euro, ovvero il 70% del loro valore.

Comprando massicciamente le azioni e vietando alle imprese di stato di vendere i loro titoli per sei mesi, il governo cinese sembra aver momentaneamente fermato la caduta. Ma la tregua rischia di non durare, nella misura in cui questa crisi è sintomatica delle difficoltà dell’economia non solo cinese ma mondiale.

Una delle cause della passata febbre speculativa è stata l’afflusso di milioni di piccolo-borghesi cinesi alla ricerca di nuovi strumenti di risparmio, dopo la caduta dei valori immobiliari nel 2012. Lo stesso governo ha incoraggiato l’infatuazione per la Borsa, autorizzando, per esempio, il ricorso al prestito per comprare delle azioni. Il tentativo era di supplire alle difficoltà di finanziamento di numerose imprese private, le piccole e quelle del settore delle nuove tecnologie, che dovevano confrontarsi con i problemi di banche pubbliche e governi regionali già super indebitati.

Ma il rimedio si è rivelato, una volta ancora, peggiore del male.
Preoccupati per un possibile contagio del resto dell’economia, gli esperti economici ripetono dottamente che le Borse cinesi sono poco collegate alla finanza mondiale. Un’osservazione che rivela un ottimismo da autosuggestione. In realtà l’economia cinese è integrata all’economia del pianeta attraverso molteplici legami. I rovesci finanziari, se non la rovina di milioni di piccoli borghesi cinesi si tradurrebbero in una contrazione dei consumi, dalle auto ai prodotti di lusso, in un mercato che si disputano tutte le maggiori società occidentali, da L’Oreal a LVMH, senza dimenticare PSA e Volkswagen.

Il crac delle Borse cinesi è un sintomo della malattia mortale che divora l’economia capitalistica. In tutti i paesi, sfiduciati nell’avvenire del proprio stesso sistema, riluttanti a investire nella produzione, i detentori dei capitali, piccoli o grandi, sono alla ricerca di forme di investimento che garantiscano un guadagno nel minor tempo possibile. Incoraggiati dalla politica delle banche centrali e degli stati, questi speculatori preparano irrimediabilmente la prossima crisi finanziaria.

Xa.La.


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