Internazionale
Turchia

Lo sciopero dei metalmeccanici fa arretrare i padroni

Dalla sera del 14 maggio, uno sciopero ha paralizzato la fabbrica Oyak Renault di Bursa, in Turchia. Allo stabilimento Bosch, nella stessa zona industriale, un’altra grande agitazione si era conclusa un mese prima. Gli operai della Bosch avevano ottenuto aumenti che vanno dal 12 al 60 per cento.
Il malcontento dilaga nelle fabbriche dell’ovest della Turchia. L’inflazione raggiunge il 25% annuo e porta ad un crollo del potere d’acquisto dei lavoratori. Per esempio un operaio dell’automobile sulla catena di montaggio percepisce uno stipendio di 1.500 lire turche. Prima equivalente a 750 euro, è ora l’equivalente di solo 500 euro, con cui bisogna pagare fatture e affitti. Un’impossibile quadratura del cerchio per molti. Ma il sindacato presente nella maggioranza delle fabbriche della metallurgia – la legge autorizza un solo sindacato rappresentativo per impresa – è il sindacato Türk-Metal-Iş, i cui dirigenti d’estrema destra sono complici dei padroni. Alla fine del 2014, Türk-Metal-Iş ha firmato con loro un accordo di tre anni che prevede un aumento di salario del… 3%. E quando, a gennaio, il sindacato riformista Disk ha tentato di chiamare allo sciopero su questo problema, il governo lo ha semplicemente vietato.

L’inizio dello sciopero

Tuttavia, gli operai della Bosch avevano avuto soddisfazione dopo un breve sciopero, e la rivendicazione di un aumento di salario dello stesso livello, circa 130 euro al mese, è diventata quella della Oyak Renault.
In questo paese in cui imperano la repressione, la dittatura del padronato, l’assenza di libertà sindacale, il movimento aveva cominciato con gesti di ribellione collettiva. Alcuni operai si erano lasciato crescere la barba, avevano fatto confusione alla mensa, altri avevano manifestato dopo il lavoro all’interno della fabbrica e al centro città. I legami tra lavoratori si sono così rafforzati.
Avendo molti lavoratori disdetto la loro adesione a Türk-Metal-Iş, la direzione di Renault rispose licenziandone immediatamente 14, come già aveva fatto nel 2012. Ma questa volta, il turno di notte è sceso immediatamente in sciopero. Il 14 maggio, in piena notte, il direttore ha dovuto recarsi dinanzi alla fabbrica ferma per annunciare ai 3.000 operai presenti il ritiro dei licenziamenti, pensando così di arrestare il movimento. Ma, al contrario, i lavoratori si sono sentiti incoraggiati, e quando la direzione comunicò che continuava a rifiutare gli aumenti salariali, la risposta immediata fu lo sciopero totale e l’occupazione della fabbrica.
Le rivendicazioni degli scioperanti di Oyak Renault diventarono rapidamente quelle dei lavoratori delle altre fabbriche: il rifiuto dei licenziamenti, il rigetto del sindacato mafioso Türk-Metal-Iş e l’aumento dei salari come alla Bosch, cioè 130 euro circa. Presto, con quelli della Tofaş, filiale turca della Fiat, quasi 16.000 operai erano in sciopero ed occupavano le loro fabbriche giorno e notte.
Alla Renault, gli scioperanti elessero i loro delegati in ogni unità di produzione, che sono circa 200. 24 di loro coordinavano i gruppi e un comitato di otto operai rappresentava tutta la fabbrica e riferiva in assemblea generale delle riunioni con la direzione, il prefetto o la polizia. Le decisioni erano votate a mani alzate o per acclamazioni. In seguito alle minacce delle autorità, gli scioperanti votarono di non andare più alle riunioni in prefettura, dichiarando: “se il prefetto ha qualcosa da dire, venga dinanzi alla fabbrica”. La Renault era tentata di cedere, a causa dell’impatto probabile dello sciopero sulle altre fabbriche del gruppo e sulle vendite, ma il Mess, l’unione padronale della metallurgia, si opponeva. Sia alla Renault che altrove, i padroni proposero solo un premio di circa 1.000 lire turche (350 euro) sotto condizione di ripresa immediata del lavoro. Il 26 maggio ancora, gli scioperanti Renault hanno rifiutato tale proposta.

Dall’estensione del movimento alle concessioni padronali

Il movimento si estendeva ad altre fabbriche delle zone industriali di Bursa, della periferia di Istanbul e della città industriale di Izmit, dalla Tofaş-Fiat alla Valeo, la Delphi, la Türk Traktör di Ankara. Lì un comitato di delegati dirigeva lo sciopero sotto tutti gli aspetti, pranzo compreso, resistendo alle pressioni della direzione come le le chiamate telefoniche in piena notte o le minacce del tipo: “ci sono terroristi tra di voi”. Ma le condizioni di lavoro estenuanti, il potere d’acquisto che crolla, gli straordinari accumulati e l’indispensabile secondo lavoro al nero alimentano la rabbia.

A loro volta, gli 8.000 lavoratori della Ford Otosan di Izmit sono entrati in sciopero il 18 maggio sulle stesse rivendicazioni della Renault, hanno eletto i loro delegati e disdetto la loro adesione a Türk-Metal-Iş. Evidentemente padroni e governo esitavano a fare appello alle forze di polizia, sia per paura del movimento che perché la prossimità delle elezioni legislative previste per il 7 giugno. Davanti un’ondata di scioperi che non si esauriva e minacciava di estendersi ancora, i padroni preferirono fare concessioni.

Gli scioperanti della Oyak-Renault hanno ripreso il lavoro il 27 maggio al mattino, dopo un accordo che garantisce l’assenza di sanzioni, il riconoscimento dei delegati eletti dagli operai come soli interlocutori validi, 600 LT (200 euro) di premio annuale garantito, 1.480 LT per la ripresa e la garanzia che l’accordo salariale sarà rivisto entro un mese.

Questo successo potrà solo incoraggiare le migliaia di lavoratori che continuano a lottare per sopravvivere di fronte ad un patronato rapace. Come dice uno slogan degli scioperanti, Dilenmek istemezsen, mücadele et: “se non vuoi ritrovarti a mendicare, lotta!”

J.D.


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