Internazionale
Piemonte

In agitazione i lavoratori delle province per non perdere salario e posto di lavoro

Il caos generato dal progetto di riordino delle province provoca un serio allarme occupazionale. A rischio pure i servizi conferiti sino ad oggi alle amministrazioni locali

Da più di un anno i lavoratori delle province lottano contro il rischio di perdere il posto di lavoro ed il salario. A metterli in stato di agitazione è stata la legge "Del Rio" del 7 aprile 2014 per il cosiddetto riordino delle province nell’ambito del progetto di riorganizzazione dell’amministrazione locale ridisegnandone confini e competenze. Ventimila i posti a rischio a livello nazionale, almeno mille in Piemonte, di cui la metà a Torino.
Il comunicato della Corte dei Conti pubblicato il 13 maggio 2015 è a dir poco allarmante. In esso si legge, tra l’altro, che il progetto testé menzionato «sta incontrando ritardi e difficoltà nella fase attuativa, in particolare per quanto riguarda il riordino delle funzioni delegate o trasferite alle Province.... Si riscontra, tra l’altro, il consistente utilizzo di entrate a carattere straordinario per il finanziamento di spesa corrente, anche ripetitiva, volto a fronteggiare la riduzione dei trasferimenti... Si verifica, in particolare, che, ad esercizio finanziario 2015 inoltrato, l’onere della spesa che doveva essere trasferito, secondo la tempistica della l. n.56 [la legge "Del Rio"], resta ancora a carico delle province». E la situazione è resa ancor più grave dai tagli di spesa corrente disposti dalla legge di stabilità del 2015. Vi sono province che non hanno più risorse per garantire i servizi, alcune hanno dichiarato il dissesto finanziario (Biella, Perugia, Vibo, Reggio Emilia) e molte sono in predissesto.
Lo stesso caos si riscontra a livello locale. Se il governo non fa nulla per colmare ritardi e lacune della legge, le regioni non sono di certo più diligenti. Il Ddl della Regione Piemonte sul riordino delle funzioni delle province in attuazione della legge "Del Rio" è emblematico. Il testo del Ddl è carente per quanto riguarda sia le risorse necessarie a rendere effettiva la riallocazione in capo alla regione delle funzioni attualmente conferite alle province, sia i criteri per l’individuazione dei posti di lavoro in sovrannumero. I 300 lavoratori dei Centri per l’Impiego della provincia di Torino, ad esempio, vivono tuttora nella più totale incertezza sul loro destino. Il Jobs Act aveva ipotizzato la creazione di agenzie regionali per avviare gli spostamenti degli oltre 7000 dipendenti provinciali dei Cpi, ma ad oggi tali agenzie restano solo sulla carta. Al momento, questi lavoratori restano in carico alle province o alle città metropolitane senza che siano state trasferite le risorse per loro. La stessa cosa vale per il personale adibito alla gestione dell’Ambiente, anch’esso senza risorse trasferite. In realtà, qualche tentativo di reperire queste risorse è stato fatto, ma, come sempre avviene, mettendo le mani nelle tasche dei lavoratori. E’ il caso della provincia di Torino, i cui dirigenti hanno tentato di togliere o ridurre i ticket dei buoni pasto, manovra per ora sventata dalle proteste dei lavoratori. Si tenta di tagliare il salario dei lavoratori così come i posti di lavoro. 22 contratti precari, infatti, non sono stati rinnovati in attesa di una proroga alquanto improbabile visti gli "esuberi" dichiarati. Questi lavoratori hanno risposto con scioperi della fame e presidi davanti ad una sede della provincia. Niente rinnovo neppure per alcuni lavoratori della cooperativa Lucentezza, che opera nelle reception della provincia, mentre altri sono stati mandati a fare le pulizie negli uffici. Più in generale, allo stato delle cose, è altissimo il rischio di non garantire i servizi minimi ai cittadini quali la sicurezza delle scuole di competenza della provincia, la manutenzione delle strade e la gestione dei rifiuti. E se la Regione Piemonte non ha ancora definito il numero di lavoratori "in esubero", è certo invece che, secondo la legge "Del Rio", ci sarà un taglio del 30% dei posti di lavoro per la città metropolitana e del 50% per le province.
Negli ultimi mesi si sono susseguiti scioperi, assemblee, presidi, manifestazioni, occupazioni delle sedi provinciali. Momenti di lotta sacrosanti, ma spesso veicolati dalle direzioni sindacali ai soli fini di ricerca della visibilità massmediatica o di pressione nei confronti delle istituzioni locali. I presidi alla partenza di ogni tappa del Giro d’Italia, le manifestazioni davanti alle sedi regionali non sono di certo sufficienti a smuovere la situazione a favore dei lavoratori. Anzi, si crea l’illusione che basti essere visibili grazie alle telecamere della tv o delegare la soluzione dei problemi alle autorità locali, una volta il sindaco, un’altra il presidente della regione. I lavoratori delle province, come tutti gli altri, se vogliono impedire a governo ed enti locali di riformare le istituzioni colpendo i salari e i posti lavoro, devono ritrovare fiducia nella propria forza dandosi obiettivi chiari e forme di lotta adeguate.

Corrispondenza da Torino


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