Internazionale

Una "ripresa" che crea nuovi disoccupati

Mentre ci si interroga, un po’ in tutto il mondo, sui tempi e sui ritmi dell’uscita dalla crisi, è chiaro che la crisi stessa viene usata come una cortina dietro alla quale i grandi gruppi capitalistici regolano liberamente i propri conti: si ristrutturano, si raggruppano, si scindono per poi dar luogo a nuove fusioni, delocalizzano le proprie attività.

La crisi spiega tutto, copre tutto, giustifica tutto.

L’azione congiunta dei governi, delle banche, delle grandi imprese multinazionali, ha già preparato le condizioni in cui si troveranno i lavoratori nei prossimi anni: meno posti di lavoro, nessuna certezza del loro mantenimento, più sfruttamento, salari più bassi. Non è il ritornello di un piccolo gruppo di ostinati marxisti, è il quadro della situazione reale, che analisi come quelle che ogni anno rende note l’ILO, confermano. L’ILO è l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di monitorare le condizioni dei lavoratori in tutto il mondo. Secondo il suo rapporto annuale, il 2009 si è concluso con un aumento di 34 milioni di disoccupati, portando alla cifra record di 212 milioni il numero dei senza lavoro sul pianeta. Non c’è solo questo. Più di ottocento milioni di lavoratori, infatti, vivono in condizioni di estrema povertà e 630 milioni di loro con 1,25 dollari al giorno.

Il direttore generale dell’ILO, Juan Somavia, ha detto: "Bisogna evitare una ripresa senza posti di lavoro, è una priorità politica".

Invece i primi segnali di ripresa della produzione industriale si accompagnano alla crescita della disoccupazione. È quello che succede anche in Italia.

A volte ascoltare gli Amministratori delegati, i Direttori generali, i grandi manager in genere, può essere utile. Ognuno di loro riserva la sua "seria preoccupazione" per l’emorragia di posti di lavoro alle occasioni pubbliche. Ascoltateli i Montezemolo, i Della Valle, i Marchionne, le Mercegaglia. Sentite come nei loro interventi al palco di qualche seminario o di qualche convegno pubblico si appassionano al problema della disoccupazione. Battono i pugni sulla tribuna, "bisogna fare qualcosa", dicono. Sembrano più convinti di quei disgraziati operai che si arrampicano sulle gru o sulle ciminiere, che si accampano sui tetti dei capannoni o bivaccano nei locali di un’azienda che non li paga da mesi.

Poi, presi uno ad uno, incalzati da qualche intervistatore o da una delegazione di lavoratori, questi stessi manager, questi stessi imprenditori, diranno che nella loro azienda, "per restare competitivi", sono stati costretti, anche se "con rammarico", a chiudere, licenziare, mettere in cassa integrazione, ecc.

È chiaro, ci dicono, che non si può pretendere che il problema della disoccupazione sia risolto dalla singola azienda. Ci vuole una politica economica, ci vogliono aiuti alle imprese, ci vogliono sgravi fiscali e così via.

Nel frattempo siamo più o meno al 10% di disoccupazione.

È chiaro che l’estendersi della crisi e dei suoi effetti sull’occupazione e sulle condizioni dei lavoratori pone un problema generale e imporrebbe delle misure altrettanto generali. Ma è obbligatorio seguire il padronato e il governo nelle loro elucubrazioni sulle politiche economiche, sul sostegno allo sviluppo e altre merci avariate di questo tipo?

Tutti sanno che esiste una parte di società che è passata indenne dalla crisi e che spesso, anzi, ci ha guadagnato qualcosa e ce n’è un altra, molto più grande, che ci ha già rimesso e ci sta rimettendo sempre di più. Ora, il problema è che la conquista di garanzie anche minime contro la miseria per milioni di lavoratori e per le loro famiglie, ha dei costi.

Questi costi graverebbero sull’economia nazionale rendendo impossibile la ripresa? No, questi costi, se i lavoratori riuscissero a imporli con le proprie lotte, graverebbero esclusivamente sui privilegi di qualche decina di migliaia di grandi azionisti, di grandi finanzieri, di ricconi di ogni tipo

Serve una risposta complessiva, generale, alle necessità che la situazione economica ha imposto alla maggioranza della popolazione. Servono alcune misure urgenti e immediate: il blocco dei licenziamenti, la distribuzione dei carichi di lavoro fra tutti i dipendenti delle aziende che fronteggiano un calo di ordinativi, con conseguente riduzione d’orario ma a parità di trattamento salariale, la determinazione di un salario minimo legale, l’istituzione di una indennità di disoccupazione, erogabile senza limiti di tempo, estesa a tutte le categorie di lavoratori e pari ad almeno l’80% del salario minimo.

Si dirà che queste o altre rivendicazioni del genere sono arretrate, demagogiche, si dirà che non affrontano il "vero problema" del rilancio del sistema economico, della competitività, ecc.

Rispondiamo che oggi l’interesse del mondo del lavoro è di conquistarsi delle tutele che non lo facciano sprofondare nella miseria e quindi nella completa subalternità nei confronti delle imprese. Non sappiamo se e quando assisteremo ad un nuovo slancio dell’economia capitalistica. Quello che è certo è che bisogna fare di tutto perché questo non avvenga calpestando le condizioni di vita, la sicurezza e la dignità di milioni di lavoratori.


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