Internazionale
Che cosa dicono i risultati delle elezioni regionali

Il pallone sgonfiato

Matteo Renzi, nei mesi scorsi, non perdeva occasione per vantarsi di aver condotto il suo partito al 40%, riferendosi evidentemente ai risultati delle europee dello scorso anno. Le regionali hanno riportato il PD alle percentuali dei tempi di Bersani e con molti meno voti. Il messaggio più significativo che viene dall’elettorato è l’astensionismo. Un elettore su due non è andato a votare. Il disgusto per la “politica” ha raggiunto proporzioni mai viste in Italia.

Poco prima del voto, La Repubblica ha pubblicato un articolo del sociologo Ilvo Diamanti a proposito di un’indagine sulle condizioni di vita in Italia e su come queste vengono “percepite”. Dal campione analizzato, e confrontato con uno analogo del 2008, viene fuori una diffusa sensazione di impoverimento. Bisognerebbe aggiungere che non di sola sensazione o “percezione” si tratta ma di fatti concreti. In ogni modo, risulta chiaro che una quota sempre maggiore di intervistati si sente “classe operaia” e non più “ceto medio”. “L’ascensore sociale funziona al contrario”, così scrive Diamanti. Si può discutere se abbia mai veramente funzionato nel senso giusto, ma resta la questione della “percezione” cioè, diciamo noi, del grado di adesione delle varie classi sociali, e in primo luogo della classe dei lavoratori salariati, alla visione ideologica diffusa dalla classe dominante: quella di una società che si arricchisce sempre di più e che offre a tutti l’opportunità di condividere livelli di benessere sempre più alti. Il fatto di sentirsi “ceto medio” è in qualche modo dimostrare un’adesione, una condivisione, un sentirsi parte del “sistema”. Viceversa il sentirsi “classe operaia”, o “ceti popolari”, rivela la fine di un’illusione e la consapevolezza di essere esclusi dal “sistema”. Non per niente, sempre seguendo le categorie dell’indagine citata, gli intervistati che si sentono parte del ceto popolare o della classe operaia sono anche quelli che hanno maggiori incertezze e maggiori paure per il futuro.

Uno su due non va a votare

L’analisi commentata da Diamanti, come altre analoghe, spiegano l’aumento delle astensioni il 31 maggio. Alla tendenza di lungo periodo, praticamente ininterrotta dal dopoguerra, si aggiungono motivi più immediati che spingono all’astensione. Motivi evidentemente legati alla crisi e alla disillusione nei confronti sia del governo che di tutta la “politica”. Chi si trova senza un lavoro o ha un figlio disoccupato da anni, il giovane che trova solo lavoretti occasionali, il pensionato che si ritrova ad essere l’unica fonte di reddito per figli e nipoti, e parliamo di milioni di persone, ha evidentemente, in misura sempre maggiore, perso ogni fiducia nel gioco elettorale. La sfiducia è moltiplicata dalle ruberie, dalle frodi, dalle prepotenze e dai privilegi che vengono continuamente riproposti al pubblico dalle indagini delle procure e dai reportage giornalistici.
Così un elettore su due non è andato a votare. In nessuna regione si è raggiunta la soglia del 60% dei votanti. Nemmeno nel Veneto, che pure è stata la regione dove si è votato di più.
Le astensioni, come i voti e i flussi di voto, si prestano alle più raffinate e sottili analisi. A noi basta mettere in evidenza le cose più evidenti. La prima è che, come anticipato dalle elezioni in Emilia Romagna lo scorso anno, l’astensionismo colpisce maggiormente le regioni “rosse”, la seconda è che le regioni, come istituzioni, sono ormai le più screditate tra gli organismi elettivi.

Il successo della Lega

La Lega di Salvini è l’unica forza che aumenta i suoi consensi in termini assoluti. Si può parlare di uno spostamento a destra dell’opinione pubblica? Non è affatto scontato. I voti guadagnati dal partito di Salvini non compensano quelli persi da Forza Italia. Lo sfascio del partito di Berlusconi è stato pagato con 840 mila voti persi, nelle 7 regioni interessati alle elezioni regionali 2015, rispetto alle europee del 2014 e con quasi 2 milioni di voti rispetto alle politiche del 2013. il Carroccio ha guadagnato 256.853 voti sul 2014 e 402.584 sul 2013. il gioco delle percentuali, in presenza di un astensionismo fortissimo crea l’illusione di una Lega che stravince, ma nella società, tra la gente, quelli che si riconoscono nella tradizione e nei richiami nazionalisti e polizieschi della destra non sono aumentati. O almeno il loro orientamento non è vissuto come tanto importante da spingerli a recarsi alla cabina elettorale.
È anche interessante vedere come in Veneto la lista di Zaia Presidente prende più voti di quella “ufficiale” della Lega. A conferma del fatto che si sono create cerchie di consenso e clientele locali di cui è “padrone” il neo-governatore veneto più che Salvini. Fenomeno non nuovo e non limitato alla Lega.

Il PD in difficoltà

Un commento di Alessandro De Angelis su Huffington Post del primo di giugno descrive l’esito delle elezioni per il PD: “I numeri raccontano che non solo il Partito della Nazione è evaporato, ma il PD è tornato sotto i livelli della Ditta dei “rottamati”, quelli che, come ama ripetere Renzi, “hanno portato la sinistra al 25 per cento”. Per l’esattezza, il PD passa dal 25,9 di Bersani (alle regionali del 2010) al 25,2 di oggi”.
Rispetto alle politiche del 2013, il partito di Renzi perde più di un milione di voti nelle sette regioni. Rispetto alle europee dello scorso anno la perdita è di 2.143.000! Il Partito della Nazione, ultima trovata propagandistica di Renzi, si è trovato senza...nazione.
Le settimane precedenti al 31 maggio hanno visto tanto il riesplodere del caso “Mafia Capitale”, che vede coinvolti un gran numero di amministratori del PD, quanto le accese polemiche, soprattutto interne, sulla candidatura di De Luca in Campania e della Paita in Liguria. Nel primo caso, il PD conquista la regione usufruendo dell’appoggio di alcuni clan democristiani come quello di De Mita e dei “cosentiniani”. Nel caso ligure si tratta di uno scontro interno al PD maturato al momento delle primarie e che ha portato all’uscita di una serie di esponenti di rilievo poi confluiti in una lista di sinistra capeggiata da Pastorino. In Liguria il PD ha perso, consegnando la regione a Giovanni Toti, l’utile idiota a suo tempo messo a dirigere Forza Italia da Berlusconi, ed ex direttore del Tg 4, ostaggio della Lega della quale, da subito, ha preso a seguire i più beceri appelli contro gli immigrati e i rifugiati politici.
Un altro boccone amaro da ingoiare per Renzi è la bocciatura, oltre che della Paita, della Moretti in Veneto, ambedue presentate come esponenti del nuovo corso renziano. Sopravvivono invece i vecchi volponi come il citato De Luca, Emiliano in Puglia o Rossi in Toscana.
Il PD di Renzi offre insomma il marchio in “franchising” ma la gestione delle singole “ditte” rimane in mano ai notabili locali.
Tutto questo non ha impedito a Renzi di cantare vittoria (del resto lo hanno fatto i leader di tutti i partiti) per 5 a 2. La Confindustria, per ora, gli rinnova l’appoggio, anche se lui ha preferito recarsi in visita a Marchionne per rimarcare la sua vicinanza alla parte più “dinamica” e americanista dell’imprenditoria.

Contro la “politica” o contro la politica della borghesia?

Anche il movimento 5 Stelle ha perso centinaia di migliaia di voti. Ed è indicativo di come le illusioni si creino e si decompongano rapidamente. Certo, può darsi che, come è avvenuto per la Lega, si ricreino altre occasioni per il partito di Grillo e, soprattutto, che i suoi dirigenti sappiano sfruttarle. Rimane il fatto notevole che nel momento stesso in cui si accumulano nella più grande misura i motivi per uno scontento diffuso: corruzione dilagante, aumento dello sfruttamento, record della disoccupazione, il partito nato per raccogliere la protesta veda diminuire i propri consensi.
Per i militanti rivoluzionari i risultati delle elezioni disegnano un campo di iniziativa. Si tratta di partire dal dato dell’astensionismo di massa, per la parte che riguarda la classe lavoratrice, per cercare di trasformarlo il più possibile in un atteggiamento costruttivo. Il rifiuto della “politica” deve diventare rifiuto della politica delle classi dominanti, rifiuto della politica della borghesia, rifiuto di un ordine sociale che la storia ha condannato da decenni e che non può far altro che produrre e riprodurre gli stessi malanni, le stesse tragedie, gli stessi drammi sociali.
Bisogna sgomberare la strada da tutti gli equivoci e le ambiguità dell’antipolitica. Bisogna diffondere la comprensione della natura di classe dello Stato, dei suoi governi, del suo parlamento.
La classe lavoratrice, protagonista oggettiva del processo di creazione della ricchezza sociale, deve diventare protagonista consapevole nella lotta politica.


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