Internazionale
Editoriale

Come opporsi al disastro sociale

La lunga marca a ritroso percorsa dalla classe lavoratrice è segnata da pietre miliari. La più recente di queste è il Jobs Act del governo Renzi. Ma i diritti e le condizioni di vita dei lavoratori hanno subito colpi durissimi già molto tempo prima. Basti solo pensare all’abolizione della scala mobile dei salari nel 1992, alla “riforma” Dini del sistema pensionistico del ’95, al cosiddetto “pacchetto Treu” che istituzionalizzò la precarietà, alla “Legge Biagi” (in realtà Berlusconi-Maroni) del 2003, che introdusse ulteriori forme di lavoro precario, alla Legge Fornero del dicembre 2011, quella che ha immediatamente rovinato la vita a centinaia di migliaia di “esodati”e ha portato l’età del pensionamento oltre il limite dell’umano e con la prospettiva – già sufficientemente delineata dalla “riforma” Dini - di finire la propria vita in miseria.
Ognuno di questi provvedimenti è stato presentato a suo tempo come una grande modernizzazione. Magari come un sacrificio necessario oggi per dischiudere all’economia nazionale tutte le potenzialità alle quali il vecchio quadro di leggi, regole e “privilegi” impediva di spiccare il volo.
Perché, come ci è stato ripetuto per tutti questi anni fino alla nausea, se riparte l’economia, i primi a trarne vantaggio saranno proprio i lavoratori.
Poi però arrivano le statistiche. Anno per anno ci mostrano dei risultati che sono stati e sono sempre il contrario delle promesse: aumento della disoccupazione e della precarietà, aumento della povertà e delle diseguaglianze sociali, salari di fame e future pensioni a livelli di elemosina.
Le più recenti cifre fornite dall’Istat confermano che quelle di Renzi e del suo ministro del lavoro Poletti sono sbruffonate: la disoccupazione in generale è arrivata al 13% e quella giovanile in particolare è al 43%.

Il primo colpevole è il capitalismo come sistema. Le sue leggi economiche si rovesciano sull’umanità come cataclismi contro i quali ogni difesa sembra inutile. I progressi tecnici e scientifici che potrebbero già adesso risolvere facilmente tutti i problemi più urgenti e vitali del genere umano, sono in grandissima parte neutralizzati dalla subordinazione della ricerca scientifica e della sua applicazione alla legge del profitto. I veri lacci, le vere catene che impediscono alle forze della produzione di spiccare il volo sono i rapporti capitalistici di produzione.
A questo si aggiunge il carattere particolarmente predatorio della borghesia italiana e del suo “modello economico”.
L’avvicinarsi delle elezioni regionali fa fiorire ancora nuovi Libri dei sogni. I partiti cercano di catturare ancora il consenso popolare. Nessuno di loro, naturalmente, vuole mettere in discussione un sistema che è causa di crisi e di miseria per la maggioranza della popolazione ma che offre loro una quota di ricchezza da spartirsi.

Ma sulla lotta contro i licenziamenti e contro la disoccupazione bisogna che i lavoratori abbiano proprie idee e proprie rivendicazioni. E bisogna che facciano affidamento principalmente sulle proprie forze.
Al disastro sociale verso il quale ci spingono le cosiddette classi dirigenti ci si può opporre. Non si tratta di proporre ai banchieri e agli imprenditori un modo diverso di fare profitti, si tratta di rivendicare un lavoro e un salario dignitoso per tutti e il blocco dei licenziamenti. Bisogna impedire, con provvedimenti urgenti e immediati, che milioni di famiglie siano private di un presente e di un futuro.


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