Internazionale

Libia: verso un nuovo intervento occidentale?

Lunedi 16 febbraio gli aerei egiziani hanno bombardato in Libia siti occupati da un gruppo armato che fa riferimento allo Stato islamico (Isis). Questo attacco è stato condotto in rappresaglia per la decapitazione di ventuno cristiani egiziani rapiti da questa organizzazione. Il presidente egiziano Al Sissi ha rinnovato il suo appello alla formazione di una coalizione per intervenire militarmente in Libia.

In realtà, questa coalizione si sta già costituendo da mesi. I dirigenti delle grandi potenze come quelli dei paesi arabi e africani sono soltanto preoccupati di non intervenire da soli e di avere la copertura internazionale delle Nazioni Unite.

Eppure quando si vedono i risultati del precedente intervento in Libia, appena quattro anni fa, è chiaro che una nuova operazione militare non farebbe che aggiungere caos al caos. Da quando Gheddafi è stato rovesciato nel 2011, il paese è sprofondato nella disorganizzazione più totale. La popolazione rischia la vita in permanenza, colta nel bel mezzo degli scontri tra gruppi concorrenti che si contendono con le armi un quartiere, una città oppure le installazioni petrolifere.

Ci sono due Parlamenti, uno a Tobruk, riconosciuto dalle grandi potenze e l’altro a Tripoli, controllata dagli islamisti, ma queste istituzioni sono solo finzioni giuridiche. L’unica autorità che conta veramente è quella delle milizie che fanno riferimento ad una di queste assemblee o all’altra per ricattare la popolazione e condurre i propri traffici. Il sud desertico del paese è conteso tra i gruppi armati Tubu e Tuareg, e fa da retrovia per le operazioni di gruppi jihadisti nel Mali o nel Niger. Questa situazione ha aperto la strada allo sviluppo di gruppi come quello che ha appena ucciso ventuno ostaggi.

Oggi l’Egitto ma anche i paesi africani limitrofi chiedono insistentemente un intervento militare in Libia. La Francia ci si è preparata, posizionando truppe al confine tra Libia, Ciad e Niger. L’Italia, che ha ancora importanti interessi petroliferi nel paese, tramite il suo ministro della difesa si è detta pronta a prendere la testa di una coalizione e ad inviare diverse migliaia di uomini. Anche se Renzi come capo del governo le ha poi temperate, queste dichiarazioni confermano l’esistenza del progetto.

Si sta preparando una nuova guerra, come sempre in nome della lotta al terrorismo. Come se l’esempio della stessa Libia non avesse dimostrato quanto, invece, gli interventi militari ne favoriscono l’espansione!

D. M.


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