Internazionale

I 140 anni della Comune e i 150 anni dell’Unità italiana.

Ognuno festeggi gli anniversari suoi, ci verrebbe da dire. Ma i vari partiti della borghesia italiana, oggi, non sono affatto d’accordo sull’opportunità di far festa per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità. Avversari "federalisti" del movimento risorgimentale, suoi nemici dichiarati in nome del clericalismo, addirittura apologeti del Regno borbonico, si è visto e si è sentito di tutto. È evidente in tutti l’intento di riscrivere la storia ad uso e consumo delle vicende politiche di oggi. Ma, al di là delle strumentalizzazioni, i fatti rimangono. Il processo di unificazione dei vari staterelli che si dividevano la sovranità politica dello Stivale, fu un fatto indubbiamente progressivo, un fatto che si inseriva in un movimento storico più generale che interessò l’Europa intera. Fu il periodo della definizione degli "stati nazionali". Certo, il modo stesso con il quale si arrivò all’Unità, sotto il dominio della casa regnante piemontese e attraverso una serie di intrighi diplomatici in cui, per lo più, l’unificazione italiana era ostaggio di giochi altrui, non favorì l’esito socialmente più radicale. Così andarono infranti tanto i sogni repubblicani di Mazzini e Garibaldi, quanto le aspettative di giustizia sociale delle masse. In primo luogo la riforma agraria.

La disillusione che serpeggiava nel partito mazziniano e, più in generale, nel movimento democratico, era aggravata, negli anni seguenti, dalla sostanziale impotenza politica dei suoi dirigenti. L’ideologia democratica non consentiva di cogliere la matrice di classe dei processi di unificazione nazionale, non consentiva di vedere che ormai all’ordine del giorno non era tanto la lotta per abbattere la Monarchia e sostituirla con una repubblica, quanto la lotta per abbattere la borghesia e sostituirla con la classe proletaria al potere.

La Comune di Parigi del 1871, nei due mesi che durò, fece proprio questo. Nel corso della guerra con la Prussia, con le armate nemiche che assediavano la capitale francese, la borghesia, i suoi dirigenti, i funzionari di polizia, fuggirono a Versailles, timorosi più dell’iniziativa popolare, più della massa di nuove reclute arruolatesi nella Guardia Nazionale che delle baionette prussiane. Il 18 marzo Adolphe Thiers, da poco insediatosi al governo, ordina alle sue truppe di impadronirsi di un cannone che i cittadini di Parigi hanno comprato con una sottoscrizione popolare per difendere la città dagli assedianti. I soldati di Thiers, però, fraternizzano con gli operai, gli artigiani, le donne accorsi in massa a difendere il loro cannone. È l’inizio dell’insurrezione. Rimasti padroni della città, gli operai di Parigi, gran parte dei quali, da tempo, è influenzato dalle idee socialiste e libertarie, eleggono un proprio organo rappresentativo. Marx definirà questo embrione di stato operaio la forma politica finalmente scoperta grazie alla quale potrà compiersi l’emancipazione della classe lavoratrice. I suoi primi provvedimenti rivelano la direzione di marcia che si intendeva seguire. La Comune dichiara sciolto l’esercito di mestiere e lo sostituisce con l’armamento della popolazione. I funzionari di stato devono essere eletti dal popolo e revocabili in qualsiasi momento, compresi quelli di polizia. Il consiglio della Comune è composto da membri eletti a suffragio universale ma sempre revocabili. Il loro stipendio non dovrà essere maggiore di quello di un buon operaio. Fu proclamata la completa separazione dello stato dalla chiesa e abolita ogni forma di sovvenzione pubblica agli istituti religiosi. Sul piano economico, la Comune deciderà, fra le altre cose, la moratoria di tutti gli affitti non pagati e la requisizione di tutte le case e i laboratori abbandonati. Una commissione si mise subito al lavoro per elaborare un provvedimento che garantisse l’istruzione laica generale e gratuita, anche, ed era un fatto nuovo, per le bambine.

Il 28 maggio, la Comune fu definitivamente sconfitta dai "versagliesi". Le truppe di Thiers, già pacificatosi con i prussiani, fecero decine di migliaia di morti. La stampa di tutto il continente, nel frattempo, aveva fomentato l’odio contro gli insorti descrivendo una capitale in preda a banditi, stupratori e incendiari ma Parigi non aveva mai conosciuto tanto ordine come nei due mesi del potere rivoluzionario.

In Italia le ripercussioni della Comune furono grandi, come lo furono in tutti i paesi europei. In particolare, l’anno della Comune fu l’anno in cui la separazione, nelle "società operaie", fra ala democratica e mazziniana e ala socialista divenne rapidamente definitiva. Essere pro o contro la Comune divenne un discrimine politico fondamentale. Una parte di quei giovani democratici che avevano sostenuto con entusiasmo il movimento risorgimentale, rifugiatisi poi nel sogno di una rivoluzione repubblicana, ritrovò nell’esempio dei comunardi parigini, schiacciati dalla repubblica di Thiers, il coraggio per imboccare la nuova strada del socialismo e della lotta di classe.


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