Internazionale

Grecia: Syriza cosa promette?

Da quando le elezioni greche del 25 gennaio sono state programmate molti politici in Grecia o altrove hanno presentato come disastrosa per l’economia e per l’Europa la possibile vittoria della coalizione della sinistra radicale di Tsipras e del suo partito Syriza. Ma Tsipras cosa promette?

Egli afferma la sua volontà di arginare la crisi umanitaria, fornendo alle famiglie più povere aiuti per il cibo, l’elettricità, i trasporti, l’assistenza sanitaria gratuita e promette di aumentare gradualmente le pensioni più basse. Sta prendendo in considerazione altre misure: per i singoli o i piccoli imprenditori indebitati, cancellerebbe i prelievi forzosi sui conti bancari o i pignoramenti e ridurrebbe i debiti; per i lavoratori dipendenti, il ripristino del salario minimo a 750 euro, con un programma di creazione di posti di lavoro nel pubblico e nel privato. Parte degli statali messi in mobilità dal governo Samaras verrebbero riassunti, senza però che il governo rinunci a ridurre il loro numero, anche se Tsipras promette di valutare la loro professionalità con procedure "oggettive".

Dove trovare i soldi? Il dirigente di Syriza dice che bisogna fare pagare l’oligarchia finanziaria, lottare contro l’evasione fiscale, istituire una tassa sui grandi patrimoni; promette di reprimere la "criminalità economica", il contrabbando di carburante, e di utilizzare meglio i fondi UE, quale il Fondo di stabilizzazione finanziaria. Infatti contrariamente a quello che si sente, non propone di uscire dall’Unione europea.

Durante la campagna elettorale, Syriza ha sostenuto che è necessario "annullare gran parte del valore nominale del debito pubblico e imporre una moratoria sul rimborso", e ciò che egli chiama la "parte legittima" di questo debito andrebbe rimborsata contemporaneamente alla ripresa dell’economia greca. Tutto andrebbe fatto "nell’ambito di un accordo europeo”, e poco a poco, compresa la rimozione del memorandum, questi piani di austerità imposti dalla Troika, cioè dall’Unione europea, dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale.

Paragonate alla politica del governo di Antonis Samaras, il dirigente del partito di destra Nuova Democrazia, le misure raccomandate dal Tsipras appaiono come radicali. Ma solo in futuro si vedrà se saranno altro che promesse elettorali che svaniranno davanti alle prime pressioni degli ambienti finanziari. Non bisogna guardare ben lontano per trovare esempi.

Tsipras e il suo partito Syriza cercano di arrivare al governo nell’ambito di un sistema che non mettono fondamentalmente in discussione, anche se Tsipras nei suoi discorsi critica il "liberismo economico" e "i mercati onnipotenti". Per portare avanti la loro politica, chiedono solo voti. Essi non accennano alla necessità di creare un altro rapporto di forza, il solo che potrebbe consentire alla popolazione di allentare davvero la morsa dell’oligarchia finanziaria sulla società.

Al contrario, da quando i suoi successi elettorali hanno messo Syriza in evidenza nei mass media, il suo leader ha cercato di mostrarsi responsabile nei confronti di tutti i dirigenti politici ed economici. Nel 2014, di fronte al Congresso di Sev, la Confindustria greca, ha raccomandato l’istituzione di buone relazioni tra i datori di lavoro e il suo partito, per il bene dell’economia nazionale. Ha girato alcuni circoli di economisti liberali, a Londra o Washington, per convincerli che lui "non era così pericoloso come alcuni pensano." E se si crede il Financial Times, alcuni investitori lo hanno trovato "più pragmatico di quanto non lo lasciava immaginare la retorica di Syriza in passato"! Nell’agosto 2014, Tsipras ha anche spinto il senso di responsabilità al punto di trascorrere qualche giorno a Monte Athos, questo centro ultra-reazionario dell’ortodossia Greca: un posto di primo ministro vale certamente una messa!

Quando Tsipras dice: "la vittoria di Syriza sarà l’inizio di un grande sforzo nazionale per salvare la società e ricostruire il nostro paese", in fondo si rivolge almeno tanto ai dirigenti del mondo capitalista quanto agli elettori, e ben più che alla classe operaia in quanto tale. Quest’ultima ha già in gran parte pagato lo "sforzo nazionale" che da anni gli chiedono i capitalisti greci e europei. Sono questi ultimi che dovrebbero pagare e per imporre questo non basterà fidarsi di Tsipras.


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