Internazionale
La vittoria elettorale del SYRIZA non è la via d’uscita per i lavoratori greci dalla catastrofe economica in cui li ha gettati la crisi capitalista.

LE ELEZIONI POLITICHE IN GRECIA

La crisi politica che ha investito la Grecia da quasi cinque anni continua a colpire in maniera spietata la popolazione. Certo, secondo gli ultimi dati, il PIL è cresciuto di pochi decimi di punto percentuale e questo da qualcuno è stato visto come l’inizio della ripresa, la fine del tunnel che da anni i vari governi sbandieravano. Sostenere questo è una pura mistificazione. Come parlare di fine del tunnel in un paese dove la disoccupazione è cresciuta fino al 26-27%, dove quasi due terzi dei giovani non trova lavoro mentre salari e pensioni son stati ridotti del 30-35%, dove il sistema sanitario ed educativo stanno degenerando di giorno in giorno?

Una crisi così intensa e prolungata non poteva certo non sconquassare anche le forze politiche. Il governo Samaràs-Venizélos, l’unione sacra fra il partito conservatore di Néa Dimokratía e quello che era rimasto dei socialisti del PASOK, ha fallito. Aveva promesso che continuando la politica economica imposta dalla troika nel 2010 e seguita anche dai due precedenti governi, si sarebbero "salvati la Grecia e i greci". Dopo oltre cinque anni di questa politica l’unico risultato è stato un aumento insignificante di un PIL che negli ultimi anni si era ridotto di un quarto, mentre il debito pubblico ha continuato a crescere sfiorando il 180% del PIL e nessuno ha idea di come possa essere abbattuto.
Solo i greci ricchi si sono salvati, la maggioranza della popolazione, lavoratori, pensionati, piccolissima borghesia rovinata, è stata macinata dalla crisi e dalle politiche economiche governative.
A fine dicembre, la mancata elezione del presidente della repubblica ha sancito a livello parlamentare la fine di un governo, non è nemmeno riuscito a raccogliere attorno al suo candidato la maggioranza qualificata per eleggerlo, e la corsa alle elezioni anticipate come prevede in questo caso la costituzione greca.
Nel frattempo la crisi ha fatto mutare i rapporti di forza fra i vari partiti parlamentari o aspiranti tali, e ha fatto nascere nuovi raggruppamenti: "Il Fiume" (To Potámi), una formazione che si definisce di centro sinistra, fondata da un noto giornalista televisivo, Stávros Theodorákis che aveva già avuto un certo successo alle ultime elezioni europee e il " Movimento dei Democratici Socialisti" (Kínima ton Dimokratón Sosialistón), una scissione del PASOK, fondato da Ghiórgos Papandréu che del PASOK era stato presidente nonché primo ministro dell’ultimo governo greco a direzione socialista.

La campagna elettorale è stata tutta impostata fra lo scontro fra Néa Dimokratía e la "sinistra radicale" del SYRIZA che era sempre stato dato in vantaggio sugli avversari di centrodestra. Tutti i sondaggi ormai da mesi davano il SYRIZA come primo partito, e già lo era stato alle elezioni europee della primavera scorsa, era da capire se la sua vittoria sarebbe stata così larga da fargli raggiungere la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento. Mentre Néa Dimokratía tentava una difficile rimonta, tanto improbabile perché la sua politica economica aveva colpito duramente anche i cosiddetti "ceti medi" (forse il serbatoio più importante del suo elettorato), il leader del SYRIZA poteva agilmente presentare il suo programma come l’unico che si proponeva di "arginare la crisi umanitaria che aveva investito il paese". Più che passavano i giorni e più che sembrava sicura una grande vittoria del SYRIZA, più si mostrava evidente il nervosismo del primo ministro e presidente di Néa Dimokratía, Antónis Samaràs. Alcune sue decisioni lo rendevano evidente, come il rifiuto di un confronto diretto con Tsípras, il licenziamento in tronco di un responsabile della sua campagna elettorale perché non avrebbe curato bene l’organizzazione e immagine di un suo comizio a Lárisa, la disdetta di un’intervista televisiva col canale MEGA (canale che fra l’altro lo sosteneva spudoratamente) perché non gli erano state consegnate precedentemente le domande a cui doveva essere sottoposto.
Alla fine le previsioni si sono confermate e il SYRIZA ha vinto le elezioni e non ha raggiunto la maggioranza assoluta in parlamento per soli due seggi. Questo fatto lo ha portato a formare un governo di coalizione con il partito "Greci indipendenti" (Anexártiti Éllines) un partito nazionalista della destra conservatrice euroscettica. Un partito patriottico, d’altra parte questo si sposava benissimo con le posizioni del SYRIZA, infatti Tsípras non ha mai mancato di esaltare patria e patriottismo in ogni suo comizio elettorale, confermando il dna nazionalista del suo partito.
Già il lunedì dopo le elezioni Aléxis Tsípras, nominato primo ministro aveva giurato e dopo l’euforia della vittoria annunciava che sarebbe iniziato da quel momento un duro e difficile lavoro: le misure da prendere contro "la crisi umanitaria" e la rinegoziazione del debito.

Sembra improbabile che i centri economici e politici europei accettino, nella sostanza, una cosa del genere: perché accettarla comporterebbe sia la messa in discussione di tutta la "filosofia" della politica sulla crisi impostata da Bruxelles e Francoforte, sia dare la possibilità da altri paesi molto più grandi della Grecia, come l’Italia e la Spagna, di imbastire anche loro una trattativa.
Il SYRIZA, che è formato dalla unione di elementi disparati (ex eurocomunisti, ecologisti, socialisti, "trotzkisti", maoisti e nazionalisti di "sinistra" di varia origine) cercherà di salvare capra e cavoli: cioè una "politica sociale" e un capitalismo che ha sempre meno margini per promuovere una "politica sociale", specialmente in questi periodo di crisi.
Un’operazione ardua, destinata al fallimento e che vede le richieste di Tsípras sempre tendenti al cedimento rispetto a quello che il SYRIZA sbandierava un solo paio di anni fa.
Per opporsi alla borghesia del proprio paese, legata e complice della politica economica europea, occorre appellarsi alla lotta di massa, diretta, di tutti i lavoratori europei, per il divieto dei licenziamenti, per la garanzia del salario per tutti quanti il lavoro l’hanno già perso, per il controllo delle banche e degli altri centri economici del capitalismo. Azioni che il SYRIZA non può chiedere se vuole conquistare la fiducia fra la borghesia che "conta", rassicurare i mercati e le istituzioni europee, fiducia che Tsípras ha cercato di conquistare in tutti gli ultimi mesi.
La prospettiva "internazionalista" del SYRIZA è un’alleanza con la nuova formazione politica spagnola Podemos (non a caso il leader Podemos, Pablo Inglesias era sul palco con Tsípras la sera del comizio finale del SYRIZA ad Atene) e con qualche altro partito di sinistra dell’Unione Europea per varare una nuova versione "post-deologica" di una sorta di eurocomunismo del XXI secolo.
Una stampella di "sinistra" al capitalismo in crisi, non certo una prospettiva per gli interessi di classe dei lavoratori.
Corrispondenza da Atene


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