Internazionale

La strage della Thyssenkrupp. Una tragica attualità

A sette anni dal rogo della fabbrica di Torino gli operai continuano a morire per il profitto

La notte del 6 dicembre 2007 le fiamme dell’incendio alla linea 5 della fabbrica siderurgica Thyssenkrupp di Torino avvolgevano mortalmente sette operai. Le cause: turni massacranti, misure di sicurezza più che inadeguate, assenza di manutenzione degli impianti che l’azienda aveva deciso di chiudere. La legge del profitto richiedeva cinicamente il sacrificio di sette vite umane per risparmiare sui costi della sicurezza ritenuti dai dirigenti Thyssen ormai superflui.
Da allora, gli operai continuano a morire a causa di infortuni sul lavoro e malattie professionali. I motivi sempre gli stessi. Ogni anno sono centinaia le morti bianche nel nostro paese, 754 solo nel periodo tra gennaio e settembre di quest’anno (660 nel 2013), e avrebbero potuto essere ancora di più se le ore di lavoro non fossero diminuite da quando è iniziata la crisi. Meno ore di lavoro ma più precarietà, dunque più sfruttamento, più infortuni. Si muore come i quattro operai della ditta Co.Im.Po. di Adria Rovigo, specializzata nello smaltimento di rifiuti speciali, investiti dalle esalazioni di acido solforico provocate nel corso di un’operazione di sversamento in una cisterna. Un quinto operaio veniva ricoverato in gravi condizioni. Le vittime non indossavano maschere di protezione. Secondo l’Inail è il più grave episodio avvenuto nell’ultimo quinquennio nel settore dei cosiddetti ambienti confinati come i serbatoi, i silos, le cisterne. A Teramo un elettricista è rimasto folgorato da una scarica di 20mila volt mentre stava lavorando su un traliccio, morendo sul colpo. A Cotignola, in provincia di Ravenna, due operai edili sono morti in seguito al crollo di un capannone in costruzione. A Cremona due operai sono stati travolti da 400 tonnellate di mais mentre stavano monitorando un silos di stoccaggio, la cui struttura ha ceduto di colpo. Sono le vittime di incidenti sul lavoro avvenuti nel solo mese di settembre scorso. Una vera e propria ecatombe che nessuna normativa, anche la più avanzata, può arrestare in un contesto di precarizzazione generalizzata, di progressiva deregolamentazione delle condizioni lavorative e di bassi salari. Molto spesso a morire sul lavoro sono i lavoratori delle ditte d’appalto, quelli più costretti a lavorare sotto il permanente ricatto della perdita del posto. L’ultimo provvedimento del governo Renzi, il "Jobs Act", non fa che estendere questa ricattabilità a tutto il mondo del lavoro anche con la cancellazione definitiva dell’articolo 18 sancendo la piena libertà di licenziare senza "giusta causa".
Non possiamo attenderci un’inversione di tendenza da nessuna figura istituzionale. Non certamente dal governo, chiara espressione dei poteri economici e finanziari, nemmeno dalla magistratura, le cui recenti sentenze sul caso Eternit e sulla stessa vicenda della Thyssenkrupp non fanno che confermare il suo legame subalterno agli interessi capitalistici. Nel novembre scorso una sentenza scandalosa della Corte di Cassazione annullava senza rinvio, dichiarando prescritto il reato di disastro ambientale, la sentenza di condanna per il magnate svizzero Stephan Schmidheiny nel maxiprocesso Eternit. Sono stati annullati anche i risarcimenti per le vittime. In aprile, sempre la Cassazione ha annullato con rinvio le condanne ai manager imputati per il rogo della ThyssenKrupp. Veniva confermata la responsabilità degli imputati per omicidio colposo annullando però la parte della sentenza di appello che, pur non ammettendo il reato di omicidio volontario, aveva riconosciuto le aggravanti per le omesse misure di sicurezza Nel prossimo febbraio ci sarà, dunque, un nuovo processo d’appello a Torino per rideterminare le pene. Non si può dar torto a uno dei parenti delle vittime che fuori dall’aula del tribunale ha gridato: «Avete scelto di non decidere in modo che questi vigliacchi non vadano in carcere!».
Nel 2007 la Thyssenkrupp di Torino decideva di chiudere gli impianti uccidendo sette operai, nel novembre scorso quella di Terni, oggi Ast, minacciava 550 licenziamenti, per ora trasformati in 290 esuberi "volontari" solo grazie a 36 giorni di duro sciopero dei lavoratori dell’acciaieria.
La lotta! Non ci sono altre vie per imporre ai padroni il diritto ad un lavoro stabile e sicuro, per fare in modo che non si debba più morire per lavorare.

Corrispondenza da Torino


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