Internazionale

ART. 18…E OLTRE

La disoccupazione torna a salire (a luglio raggiunge il 12,6%), in rialzo su giugno di 0,5 punti su base annua; lieve flessione per la disoccupazione giovanile, in calo dello 0,8% rispetto a giugno, ma in aumento di 2,9 punti in un anno. Però su 2 milioni di nuovi contratti di lavoro stipulati nel primo trimestre 2014, uno su due dura circa un mese, mentre nel settore del commercio si assiste anche a contratti che durano un giorno, o perfino poche ore. Ma il capo di Confindustria, fraternamente appoggiato dal capo del Governo e dal capo dello Stato, ha ottenuto l’affondamento definitivo dell’art. 18.

Da almeno vent’anni, la nuova vulgata ideologica - attraverso la quale si fanno passare come unici, legittimi e indispensabili gli interessi del capitale - prevede come dogma, indimostrato ma puro atto di fede, che per aumentare l’occupazione sia necessario disporre della facilità di licenziare. A partire dal pacchetto Treu del 1997, approvato dal Governo Dini e poi ripreso dal primo Governo Prodi, di cui Treu fu riconfermato Ministro del Lavoro, e che fu il primo provvedimento a istituire il lavoro interinale, tutti gli atti seguenti non hanno tralasciato di andare nella direzione di una progressiva e sempre più aggressiva precarizzazione del lavoro. E ogni volta sotto la virtuosa dichiarazione di farlo con l’obiettivo di diminuire la disoccupazione e rendere più facile trovare lavoro.
Si dovesse valutare la questione sotto il profilo dei risultati, il pretesto apparirebbe non solo risibile, ma anche diretto responsabile di insopportabili ingiustizie, stando proprio alle dichiarazioni di chi vorrebbe introdurre ulteriori peggioramenti. Infatti, coloro che definiscono “un mantra” l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, recitano a loro volta un altro mantra, ben più insidioso: “Riformare il lavoro per combattere la disoccupazione” (e quando mai?); oppure “Non possiamo restare prigionieri di conservatorismi, di corporativismi e ingiustizie” (direttamente dal presidente della Repubblica); oppure un altro, ancora più temibile e apertamente perfido: “Riformare il lavoro per combattere l’ingiustizia di avere lavoratori di serie A e lavoratori di serie B” (una truffa subdola).
Fossimo di memoria corta, potremmo essere convinti che i lavoratori “di serie B” siano lì per chissà quale evento fortuito, un cataclisma o una catastrofe naturale; come se non fossero stati appositamente creati proprio con lo scopo di renderli “di serie B”. Renderli “di serie B” non sarà servito ad aumentare l’occupazione, ma di certo ha fatto molto comodo alle imprese per prendere due piccioni con una fava: da una parte assumere gente non garantita, a basso salario, ricattabile e poco sindacalizzata; dall’altra tenere a bada le richieste e i salari dei lavoratori “di serie A”, indebolendoli sempre più man mano che si accumulavano le varie riforme del lavoro. Per concludere con l’ovvia conseguenza attuale: il lavoro garantito non è altro che un indebito vantaggio di cui approfitta una spregevole categoria di privilegiati a danno dell’indifesa categoria di serie B, peraltro composta in prevalenza giovani, quindi ancora più deboli, e con l’aggravante di essere i figli della generazione beneficiata (con il corollario ideologico del “conflitto tra generazioni”, etc. etc.) Ne deriva che, per mettere fine a questa iniquità, tutti vanno messi nella stessa condizione (quella peggiore, naturalmente).

Non sono i lavoratori i nemici di altri lavoratori. I nemici sono coloro che, per sconfiggerli tutti, li mettono spregiudicatamente uno contro l’altro.
Dove si fa strada il vuoto degli strumenti a disposizione della classe operaia per difendere i propri interessi, avanzano senza freni gli interessi della classe dei padroni. La crisi non fa che acuire questo conflitto, e accelerare i tempi e i modi per l’affermazione di questi interessi. Ogni pregiudizio ideologico viene bene per essere utilizzato. È una battaglia senza quartiere, che la borghesia ha molte armi per vincere, nella misura in cui è perfettamente consapevole dei propri obiettivi e dei propri mezzi, dal Parlamento agli organi di comunicazione, alla stampa. La crisi mette in ginocchio un sistema intero, ma la classe sfruttatrice non ha la minima intenzione di mollare i propri privilegi; per questo non si fa scrupolo di usare tutti i mezzi. Per questo tutto ciò che tende a mantenere un minimo di tutela per i lavoratori è “il vecchio”, appartiene “all’età della pietra” (qualcuno si è spinto perfino a parodiare i Flinstones), mentre “il nuovo”, “il coraggioso”, “l’avanzato”, perfino “il giovane” è tutto ciò che trasferisce reddito e potere dalla classe operaia alla classe sfruttatrice.
“La nostra scommessa è trasformare noi stessi, dobbiamo essere gelosi del passato ma innamorati del futuro”, recita romantico Matteo Renzi, mentre – più concretamente - si rivolge a Confindustria: “Tolgo l’articolo 18, i contributi e la componente lavoro dall’Irap. Cosa vuoi di più?” Nemmeno Berlusconi aveva dato tanto…“Sul lavoro serve coraggio”, gli fa eco ammiccante Napolitano. Squinzi conclude con il mantra di Confindustria: “Il vincolo della giusta causa per il licenziamento va smontato, in quanto rappresenta uno dei freni maggiori che impedisce investimenti di capitale straniero anche in Italia”.

Il Sindacato, da parte sua, dopo aver fatto di tutto per accaparrarsi il ruolo di mediatore, constata di non contare niente, se continua a mollare uno dopo l’altro i capisaldi, e se alle spalle gli manca la forza della classe operaia. La manifestazione del 25 ottobre rischia di essere ancora una semplice sfilata rituale, premessa di scoraggiamento e sfiducia, se serve per calare le braghe dopo l’ennesimo compromesso a perdere.

AEMME


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