Internazionale
Centocinquanta anni fa nasceva la Prima Internazionale

Solidarietà operaia oltre le frontiere

La sera del 28 settembre 1864, nella St.Martin Hall di Londra, una grande sala da concerti, di fronte a circa duemila partecipanti, in grandissima parte operai londinesi, si tenne un incontro pubblico tra rappresentanti di alcune Trade Unions inglesi e una delegazione operaia venuta dal continente. Si trattava soprattutto di operai francesi, con i quali erano già stati stabiliti dei contatti in occasione dell’Esposizione Universale del 1862. Questo meeting, passò successivamente alla storia come l’atto di fondazione dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIL) che oggi chiamiamo Prima Internazionale.
In occasione di quel meeting Karl Marx , che fu invitato da un operaio francese e che non prese la parola ma ascoltò dalla tribuna, fu eletto come rappresentante del proletariato tedesco.
In quel periodo Marx era impegnato negli studi che dovevano produrre l’opera per la quale è rimasto celebre nel mondo: Il Capitale. Finito il ciclo di rivoluzioni del 1848-49, aveva deciso di consacrarsi allo studio per consegnare al movimento operaio il prezioso lascito teorico sul quale si sono basati dopo di lui tutti i movimenti autenticamente socialisti e rivoluzionari. Per questo si era tenuto lontano, pur non negando i suoi consigli, dalle varie associazioni e unioni democratiche e operaie che, faticosamente, dopo gli anni più cupi della controrivoluzione, si erano andate ricostituendo in Europa.
Ma questa volta si trattava di qualcosa di diverso. Come scrive lui stesso in una lettera a Weydemeyer, “evidentemente è in corso una rinascita delle classi lavoratrici”.
Ben presto Marx divenne il più influente membro dell’Internazionale, cominciando dalla redazione del suo programma, l’Indirizzo inaugurale, che parte da una sintetica disamina delle vicende della classe operaia dopo il 1848 per definire una serie di obiettivi e di linee di lavoro che, nel loro insieme, possono essere definiti il primo programma politico moderno della classe lavoratrice.

Contro la concorrenza fra lavoratori di diversi paesi

L’Inghilterra rappresentava allora, di gran lunga, il paese più sviluppato e industrializzato del mondo. Anche il movimento operaio organizzato, con le sue Trade Unions, aveva una storia e un grado di sviluppo sconosciuti agli altri paesi europei. Ma i livelli dei salari e le condizioni di lavoro così duramente conquistati dalle Trade Unions venivano sempre più spesso attaccati dagli industriali attraverso quello che oggi chiameremmo dumping sociale. Già un anno prima del meeting di Londra, il calzolaio George Odger, militante tradunionista e animatore futuro dell’Internazionale, scrive un appello per la solidarietà di classe oltre le frontiere. Ogni volta, scrive Odger, “che cerchiamo di migliorare la nostra condizione sociale attraverso la riduzione della giornata di lavoro o l’aumento dei salari, ci si minaccia di far venire dei francesi, dei tedeschi, dei belgi che lavorano per meno soldi. Se questo talvolta avviene realmente non è certo per colpa dei nostri fratelli del continente, ma esclusivamente per l’assenza di legami sistematici tra le classi industriali dei differenti paesi. Noi speriamo che rapporti di questo tipo si stabiliscano presto e che abbiano per risultato di elevare dei salari troppo bassi al livello di quelli che sono migliori, di impedire ai padroni di metterci in una concorrenza che ci abbassa allo stato più deplorevole che conviene alla loro miserabile avarizia”.
In Francia, in Germania e in altri paesi europei, lo sviluppo dell’industria era molto più arretrato rispetto all’Inghilterra, ma il vento delle rivoluzioni non si era mai completamente pacato. Delusi dalla vigliaccheria di gran parte dei ceti borghesi, molti giovani artigiani e operai di idee democratiche si erano già da tempo orientati verso le prime forme di socialismo e di comunismo.
La storia spingeva, attraverso diversi canali, verso la formazione di un movimento operaio internazionale e verso una sua maturazione politica socialista. Non ci fu nessun complotto e nessuna manovra di agenti segreti all’origine dell’Internazionale.

L’Internazionale e la Comune di Parigi

Gli anni successivi alla sua fondazione, videro l’Internazionale mettere radici in tutta Europa e in piccola parte in America.
In questa grande Associazione la borghesia e i regnanti d’Europa videro il risorgere di quello “Spettro” che Marx aveva annunciato nel suo Manifesto del 1848, lo spettro del comunismo. Ma in realtà, al suo interno erano presenti tutte le correnti del socialismo, e, all’inizio, perfino i seguaci di Mazzini. Questo portò, inevitabilmente, a dissidi e polemiche.
Una lettura troppo affrettata della storia ci farebbe vedere solo il lato negativo di queste lotte. In realtà attraverso le polemiche e lo scontro talvolta molto duro fra le varie componenti politiche presenti nell’Internazionale, si precisarono i vari programmi e le varie teorie. Spesso, attraverso le vivaci discussioni che avvenivano nelle assemblee operaie a Parigi, a Londra, a Berlino o a Napoli, si formavano nuovi talenti del movimento socialista, uomini che rubavano il tempo al riposo per poter studiare, per poter argomentare con cognizione di causa un punto di vista che difendevano fino ad allora solo con l’istinto. Un’intera generazione di militanti proletari si formò nelle lotte dell’Internazionale ed ebbe poi un ruolo negli sviluppi successivi del movimento operaio.
La Comune di Parigi del 1871 mise alla prova le varie correnti socialiste e accelerò enormemente la frattura fra democrazia borghese e movimento operaio. Gli operai e gli artigiani di Parigi insorsero contro il governo repubblicano di Thiers, insediatosi subito dopo la dissoluzione del regime di Luigi Bonaparte seguita alla sconfitta nella guerra franco-prussiana. Dopo aver firmato il trattato di pace con Bismarck, Thiers aveva cercato di disarmare la popolazione parigina. Come scrisse Franz Mehring, uno dei migliori intellettuali socialisti tedeschi, per la borghesia francese Parigi in armi “non significava altro che la rivoluzione”.
Gli “Internazionali”, come si diceva allora, cioè gli esponenti dell’Internazionale, ebbero un ruolo importante nella Comune, anche se essa fu un prodotto delle circostanze e non il risultato di una sua macchinazione. Nonostante i “marxisti”, rappresentino un’esigua minoranza, Marx difende la Comune con tutto se stesso e redige una serie di importanti Indirizzi a nome del Consiglio generale dell’Internazionale, cercando di consigliare gli operai parigini e difendendo l’operato della Comune di fronte alla canaglia borghese che non tarda, dagli organi di stampa d’Europa e d’America, a scagliare le proprie menzogne e i propri attacchi velenosi contro gli insorti.
Quello che fu il primo governo operaio della storia fu schiacciato nel sangue dalla repubblica borghese di Thiers. Migliaia di fucilati e di condannati ai lavori forzati furono la risposta della “democrazia rappresentativa” alla volontà di emancipazione del proletariato.
Come succede spesso, i fatti chiarirono meglio di mille sofismi dottrinali tutta una serie di questioni che dividevano le varie componenti dell’AIL. Fra queste primeggiava la questione dell’azione politica e dei suoi fini. Marx si era battuto fin dall’inizio per far comprendere l’importanza di una politica indipendente della classe lavoratrice di fronte alla borghesia. Il proletariato e la sua Associazione Internazionale, dovevano battersi non solo sul terreno delle rivendicazioni sindacali ma anche su quello più propriamente politico. Dovevano darsi un programma e un partito. Dovevano conquistare il potere, come poi nei fatti fecero i lavoratori parigini sia pure per pochi mesi.

L’internazionale in Italia

La Comune di Parigi trovò anche in Italia degli appassionati sostenitori. La posizione assunta da Mazzini contro gli operai parigini insorti accelerò la scissione tra socialisti e repubblicani nell’ambiente della gioventù rivoluzionaria e nelle prime organizzazioni operaie.
Uno dei più risoluti difensori della Comune e del socialismo in Italia, in diretta polemica con Mazzini, fu l’esule russo Mikhail Bakunin.
In varie città italiane, molte associazioni operaie, senza alcun collegamento reciproco, avevano aderito all’Internazionale. Nel 1872 si costituì la Federazione italiana dell’Internazionale al congresso di Rimini.
Nel frattempo, fuori dall’Italia, l’AIL stava avviandosi alla dissoluzione, abbandonata dalla sua sezione più forte e rappresentativa, le Trade Unions inglesi, scivolate sempre più verso posizioni liberaleggianti in politica e divisa tra “autoritari” ed “antiautoritari”, cioè sostenitori di Marx e sostenitori di Bakunin.
Tra i fondatori della Federazione italiana dell’AIL c’era Andrea Costa, rivoluzionario romagnolo che sarà uno dei padri del Partito socialista italiano vent’anni dopo.
Gli internazionalisti italiani costituirono o contribuirono a costituire leghe e associazioni di mestiere in uno stato appena formatosi, la cui monarchia si definiva costituzionale. In realtà la repressione statale si accanì a più riprese contro i militanti dell’Internazionale. Furono sciolte sezioni cittadine, furono processati e incarcerati centinaia di operai e contadini, fu mandato l’esercito ad affrontare gli scioperanti.
Ben presto, sotto l’influenza bakuninista, l’Internazionale italiana cercò allora di organizzare insurrezioni e moti rivoluzionari. Su questo si è fatta molta ironia. Ma se è vero che i bakuninisti caddero spesso preda delle loro stesse suggestioni, immaginando di imprimere alla storia una velocità che ancora non aveva, attraverso insurrezioni preparate a tavolino e regolarmente fallite, è vero anche che nell’Italia di allora le insurrezioni e i moti popolari spontanei erano la regola.
Nel 1873 si hanno una serie di scioperi contro il caro-vita in varie città. Le sigaraie a Firenze e a Roma, i muratori a Mantova. Ci furono “disordini” a Cremona, Parma, Padova, Faenza, Imola e Forlì. Nel solo mese di luglio le proteste spontanee del popolo riempiono le piazze delle province dell’Italia centrale: a Rimini, Prato, Cesena, Lucca, Pescia, Livorno, Massa, Pisa, Arezzo, Pistoia e Bologna e ancora Forlì.
Gli internazionalisti italiani, che presto si definirono socialisti-anarchici o semplicemente anarchici, non avevano capito che le rivoluzioni non possono essere scatenate a comando. Ma il loro orientamento insurrezionalista non era campato in aria. Essi erano in qualche modo figli del loro tempo e interpreti di un combattivo sentimento sociale condiviso da una parte non trascurabile del proletariato di città, dei contadini, degli artigiani.

L’eredità della Prima Internazionale

Sarebbe troppo lungo ricostruire tutte le lotte, gli intrighi, gli equivoci, gli errori e le provocazioni che segnarono la fine dell’AIL. Indipendentemente dalle cause apparenti, si può dire che come la sua nascita non fu il risultato di un congresso ma di forze storiche già operanti nella società, così fu per la sua fine. Quella che morì fu la forma organizzativa assunta dal movimento operaio rivoluzionario. Ma il movimento operaio, in se stesso, si rafforzò e maturò politicamente.
Marx lo spiega chiaramente confutando, su una rivista inglese, l’asserzione per cui l’Internazionale sarebbe stata un fallimento: “I partiti operai socialdemocratici in Germania, in Svizzera, in Danimarca, in Portogallo, in Italia, in Belgio, in Olanda e nel Nordamerica, più o meno organizzati all’interno dei confini nazionali, costituiscono in realtà altrettanti gruppi internazionali, non più sezioni isolate rade e disperse in diversi paesi e tenute insieme da un Consiglio Generale periferico, ma invece le masse lavoratrici stesse in comunicazione costante, attiva, diretta, cementata dallo scambio delle idee, dagli aiuti reciproci e dagli obiettivi comuni...In tal modo l’Internazionale, invece di scomparire, è passata da una prima fase a una fase superiore, in cui le sue tendenze originarie si sono in parte realizzate. Nel corso di questo sviluppo progressivo essa avrà da sottostare ancora a parecchie trasformazioni, finché potrà essere scritto l’ultimo capitolo della sua storia”.
Quando sarà scritto quest’ultimo capitolo nessuno può dirlo. Quello che è certo è che il capitalismo globalizzato impone oggi di far tesoro, intanto, dei primi capitoli.

R.Corsini


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