Internazionale
Iraq in fiamme

L’imperialismo ha creato il caos

Bombardamenti dell’aviazione americana, fornitura di armi ai Curdi, invio di materiale umanitario: i dirigenti dei paesi occidentali vorrebbero dimostrare che in Iraq l’imperialismo interviene per riportare pace e ordine, e per salvare le popolazioni dai massacri. Ma è il primo responsabile del caos che da anni dilaga in questo paese e in tutto il Medio oriente.

Anche le milizie dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isis) che minacciano Bagdad e controllano parte dell’Iraq e della Siria sono un prodotto della politica del “dividere per imperare” fatta dalle grandi potenze in questa regione petrolifera.

La creazione e le frontiere dell’Iraq furono decise da Francia e Gran Bretagna all’indomani della Prima guerra mondiale e dello smantellamento dell’impero ottomano. Già queste potenze coloniali scommettevano, per affermare il loro dominio, sui contrasti tra Arabi e Curdi, musulmani sunniti e sciiti, ebrei e cristiani delle varie Chiese. La storia del paese è un succedersi di colpi di Stato, di complotti, esecuzioni, espulsioni e massacri di massa, di interventi americani e inglesi sullo sfondo di feroci dittature.

Dopo la caduta dello scià d’Iran nel 1979, il presidente iracheno Saddam Hussein assunse la parte di braccio armato dell’Occidente. Armato tra l’altro dall’Italia, scatenò la guerra contro la repubblica islamica iraniana, sia per provare a destabilizzare il regime di Khomeini che per allargare la propria zona petrolifera nel Golfo arabo. Tra il 1980 e il 1988 Iraq e Iran si esaurirono in questa guerra che fece dalle due parti centinaia di migliaia di morti e miliardi di dollari di distruzioni.

Ma quando nel 1990 Saddam Hussein volle incassare direttamente il prezzo dei suoi servizi prendendo il controllo del Kuwait, una coalizione si costituì sotto direzione degli Stati Uniti per schiacciare l’Iraq. Fu la prima guerra del Golfo. Ma Saddam Hussein fu mantenuto al potere per ancora più di dieci anni, reprimendo le opposizioni sciite e curde, mentre l’embargo economico deciso dalle grandi potenze occidentali distruggeva l’economia e uccideva mezzo milione di bambini.

Nel 2003, dopo gli attentati di New York e nell’ambito della cosiddetta “guerra al terrorismo”, il governo americano di Bush junior scatenava una seconda guerra contro l’Iraq per meglio consolidare il proprio controllo sulla regione. Saddam Hussein fu rovesciato e la coalizione occidentale occupò il paese.

Ma un conto era la vittoria militare, un altro era far funzionare il paese. Gli occupanti hanno installato un governo iracheno fantoccio a cercato l’appoggio di vari milizie, partiti e gruppi religiosi o etnici. Al momento della partenza ufficiale delle truppe americane, nel dicembre 2011, nel paese esisteva una spartizione di fatto tra regioni autonome controllate da milizie rivali in lotta le une contro le altre.

Nel 2011 dopo lo sviluppo di manifestazioni popolari contro la dittatura di Bashar al-Assad in Siria, le milizie islamiste si svilupparono in questo paese. Furono sostenute ed armate dall’Arabia Saudita e dai paesi del Golfo, ma anche da Francia e Gran Bretagna che volevano abbattere Assad. Queste milizie hanno costituito l’Isis e sono tornate in Iraq, occupando la parte ovest del paese e terrorizzando le popolazioni sciite e cristiane.

Oggi l’intervento americano cerca di appoggiarsi ai Curdi per impedire la vittoria di queste milizie dell’Isis che i dirigenti occidentali non riescono più a controllare. Anche se ci riuscisse, rimarrà un caos che ormai ha radici profonde legate alla presenza dell’imperialismo e alla sua politica di divisione che per la popolazione significa miseria, fame, massacri, esilio.

V. G.


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